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Quel gran pezzo di feluca. "The diplomat" tra serie e realtà
Di carriera o di famiglia, in televisione o nella realtà, le ambasciatrici americane spesso sono una razza a sé
24 OTT 26

E’ arrivata l’ambasciatrice. E’ tornata “The Diplomat”, la serie Netflix che parla di una coppia marito-moglie, entrambi diplomatici, che mentre salvano l’Occidente litigano da mane a sera come una qualunque famigliola alle prese con la spesa al supermercato sfornito causa proteste o col figlio maranza.
Lei è Keri Russell, l’ex spia sovietica di “The Americans”, che qui fa l’ambasciatrice a Londra Kate Wyler; lui è Rufus Sewell, il marito Hal, casinaro professionista; e in quest’ultima stagione, la quarta, ci sono anche, più di prima, Allison Janney e Bradley Whitford, la presidente degli Stati Uniti Grace Penn e il suo first gentleman, già colleghi in “West Wing”.
Criticata per essere poco realistica, tra colpi di scena e morti improvvise di presidenti per coccoloni, “The Diplomat” finisce però per essere superata dalla realtà, come succede spesso (soprattutto ultimamente). Lo ammette anche la sua creatrice, Debora Cahn: di questi tempi, dice, qualunque cosa scriviamo sembra un cartone animato.
È infatti di queste settimane la vicenda di Kimberly Guilfoyle, vera ambasciatrice americana ad Atene appena costretta alle dimissioni perché, secondo le accuse, avrebbe chiesto a un riccone americano di saldare il suo conto dell’American Express (100 mila dollari) in cambio di un accesso all’amministrazione Trump (accesso che lui sostiene di non aver mai ottenuto).
Guilfoyle era stata per un po’ anche quasi-nuora di Trump, ma questo non deve stupire, perché molti capimissione americani, maschi o femmine, soprattutto nelle capitali europee, non sono diplomatici di carriera bensì grandi donatori o figure vicine alla presidenza, che vengono ricompensate col posto d’onore in paesi con clima temperato e ambasciate dai soffitti alti.
E magari l’ex emigrato torna pure con tutti gli onori nel paese da cui i suoi avi presero il largo col barcone (come Tilman Fertitta, siculo-americano proprietario degli Houston Rockets e ambasciatore a Roma, che gira incessantemente le coste italiche col suo barcone 2.0, il Boardwalk, 117 metri e doppio eliporto).
Ma le ambasciatrici sono una categoria a parte, e l’ultimo esempio è proprio Guilfoyle. Il suo pare il classico promoveatur ut amoveatur. Spedita ad Atene per sbarazzarsene tipo Ranucci a Rai News. Lì ad Atene se la ricordavano bene: anni prima, in tv, aveva invitato i greci a lavorare di più, paragonandoli a un animale domestico da educare. Ma anche il quasi-suocero la trattava un po’ da animale domestico.
“È mia amica da molto tempo”, ha detto il presidente a marzo, presentandola alla Casa Bianca durante la festa per l’indipendenza greca, “amo chiamarla Kimber-lay, è il mio piccolo pet name” (il nomignolo affettuoso, il nome da cucciolo). Lei, la cucciola, a quanto pare si vantava, con un ministro greco stravolto, che gli americani possono fare un po’ quel che gli pare nei paesi esteri, tipo Romania: secondo il Wall Street Journal, commentando la caduta del governo di Bucarest, avrebbe detto in punta di forchetta “sa, possiamo farlo a qualunque paese vogliamo, anche qui”. E infine “Tesoro ti prego, ho bisogno che tu me lo faccia oggi”, non intendendo colpi di stato ma il più fondamentale bonifico, con tanto di emoji delle mani giunte e un pdf con le istruzioni su come effettuare il versamento. Sarebbe questo il messaggio, mandato a Eric Deters, ex candidato al Congresso e donatore di Trump del Kentucky.
“Se fai un bonifico ad American Express non risulta da nessuna parte”, avrebbe scritto lei, insistendo. Deters però, che sostiene di averle già versato 300 mila dollari negli anni, per paura che la moglie scopra tutto, non paga. In compenso salva lo scambio, e quando le cose tra i due si guastano porta le chat al giornale, che pubblica tutto il 7 ottobre. Lei prova a convincere la Casa Bianca che i messaggi sono stati generati con l’intelligenza artificiale, versione 2.0 di “mi hanno hackerato il telefono”, tipo il pm della “nana borgatara” a Meloni. Ma il 13 ottobre le chiedono di dimettersi, e lei lo fa.
Due giorni dopo il nostro idolo Paolo Zampolli, milanese, ex agente di modelle e uomo che rivendica di aver fatto conoscere Donald e Melania, già ambasciatore della Dominica e poi “inviato speciale americano per le partnership globali”, è stato messo da parte pure lui (dopo un anno di email furiose con il vicesegretario di Stato che gli ordinava di limitarsi alla “diplomazia culturale”), in questa che sembra un “The Diplomat” sceneggiato da Neri Parenti o forse da un’AI (con abbonamento base).
Adesso Guilfoyle compare nel listino di un’agenzia di speaker, quelli che fanno i discorsi a pagamento: per un suo discorso servono tra i cinquanta e i centomila dollari (forse da bonificare direttamente sulla sua carta di credito). Ma quella di ambasciatrice è solo l’ultima incarnazione di questo straordinario personaggio, nel già affollato zoo trumpiano.
Nasce “assistant district attorney” a San Francisco (insomma proprio pm) poi si mette con Gavin Newsom, belloccione “old money” che nel 2004 diventa sindaco della città, e c’è chi li chiama “i nuovi Kennedy” (si separano l’anno dopo; oggi lui si è risposato, è governatore della California ed è uno dei papabili per la Casa Bianca nel 2028, se ci saranno ancora Casa Bianca ed elezioni libere nel 2028).
Nel frattempo lei ha il suo secondo atto: nel 2006 approda alla Fox, dove grazie a un talk pomeridiano diventa uno dei volti più riconosciuti della tv. Poi il terzo: Donald Trump Jr., primogenito del presidente, più giovane di lei di otto anni. Si mettono insieme nel 2018 poi, alla fine del 2024, lui la molla per l’influencer Bettina Anderson, che sposa a maggio di quest’anno. Allora che fai, la tua cucciola-pm non la nomini ambasciatrice in un paese europeo? Magari non di primissima fascia. Per consolarla, e magari farla stare zitta, non sia mai che scrive un libro di memorie come tanti pm.
Tanto che danno può fare. Perché spesso gli ambasciatori, come le ambasciatrici, sono considerati figure decorative, da Ferrero Rocher. È anche il timore della protagonista di “The Diplomat”, Kate Wyler, che viene da paesi in guerra, ha come segno distintivo e di protesta non lavarsi mai i capelli, e detesta prendere il tè con le vecchie contesse, cioè tutto quello che ritiene il suo ruolo di capa della sede diplomatica a Londra comporti.
Invece si troverà impicciata in una serie di scandali, omicidi, tragedie, colpi di scena. Ma anche nella realtà ci sono state fior di ambasciatrici, anzi “madam ambassador”, che hanno fatto la storia o almeno la cronaca. Ha lasciato nel 2021 l’ambasciata americana presso la Santa Sede Callista Gingrich, moglie del più famoso Newt, politico repubblicano che lei fece convertire al cattolicesimo. La signora, che adesso rappresenta l’America presso la Svizzera, i capelli se li lava tantissimo, forse troppo. È famosa infatti soprattutto per il caschetto argentato e compatto che la fa somigliare a un personaggio di “Mars Attacks”.
Ma prima di lei l’Italia è sempre stata una meta prediletta per ambasciatori e ambasciatrici d’alto bordo. La prima donna fu Clare Boothe Luce. Nasce commediografa: la sua pièce “The Women” divenne un film del 1939 con Norma Shearer. Poi diventa deputata repubblicana e grande nemica di Roosevelt, che fece campagna contro la sua rielezione definendola una “glamour girl” di quarant’anni dalla lingua tagliente. Le è attribuito anche l’aforisma “No good deed goes unpunished”: nessuna buona azione rimarrà impunita.
Dal 1935 è la moglie di Henry Luce, l’editore di Time, Life e Fortune, e nel 1953, dopo aver fatto campagna per Eisenhower insieme al marito, fu ricompensata con l’ambasciata in Italia. Sbarcò a Napoli dall’Andrea Doria nell’aprile dello stesso anno. Fu la prima donna a guidare la missione americana presso una grande potenza, e forse è quella che più somiglia alla “Diplomat” netflixiana.
Lontana dall’essere un’ambasciatrice da cocktail, si spese molto e si scontrò altrettanto col governo italiano di allora. Ferocemente anticomunista, il 28 maggio 1953, a Milano, alla vigilia delle elezioni, avvertì che se gli italiani fossero caduti vittime del totalitarismo (di destra o di sinistra, disse, ma tutti capirono che parlava del Pci) ne sarebbero seguite “gravi conseguenze” per la cooperazione con l’America. Fu letto come un’ingerenza, e la stampa americana scrisse che aveva fatto perdere voti al centro.
Con il presidente della Repubblica Gronchi i rapporti restarono piuttosto freddi. Anche con il papa di allora, Pio XII, le cose inizialmente andarono male: anche lei convertita da poco, si tramanda che, dopo l’ennesima tirata sulla fede, il papa sbottò: “Lo so, signora, lo so: sono cattolico anch’io”. Finì il suo mandato non con problemi di carta di credito ma di esami clinici. Non per le transaminasi dei troppi supplì consumati tra le trattorie romane, come spesso accade agli statunitensi in visita, ma per più rare tracce di arsenico nel sangue. Si disse che era la vernice che si scrostava dal soffitto della sua camera da letto a Villa Taverna, la residenza romana dell’ambasciatore ai Parioli. Scandalo e proteste tra i produttori di vernici italiane. Nel 1956 si dimise definitivamente.
Un’altra ambasciatrice con forti legami con l’Italia fu Pamela Harriman. Anche se guidò la sede non di Roma ma di Parigi, e lì fece una morte spettacolare: il 4 febbraio 1997 fu colta da un’emorragia cerebrale mentre nuotava nella piscina del Ritz.
L’allora presidente Bill Clinton inviò l’Air Force One a prendere la salma. Perché Pamela non era stata un’ambasciatrice come le altre. Anzi: era nata Pamela Digby, nobiltà terriera antica ma senza tanti soldi, e pure bruttina. Quando scoppia la seconda guerra mondiale riceve una telefonata: è Randolph Churchill, il figlio svalvolato di Winston, che deve partire per il fronte e, temendo di non tornare, vorrebbe assicurare un erede alla dinastia; si è informato, e un’amica gli ha descritto una tizia titolata che potrebbe fare alla bisogna. Che aspetto ha, le chiede Churchill jr sempre al telefono? “Ho i capelli rossi e sono abbastanza grassa, ma la mamma dice che la pinguedine infantile scompare”.
Il matrimonio viene celebrato il 4 ottobre del ‘39 alla presenza della più alta aristocrazia e ovviamente di Winston Churchill, non ancora primo ministro. Una volta rimasta incinta, Pamela si trasferisce dai suoceri. Poi intreccia una relazione con Averell Harriman, ricchissimo figlio del padrone della Union Pacific e più grande di lei di quasi trent’anni, che a Londra era l’inviato numero uno del governo americano. Lord Beaverbrook, editore, la fa corrispondente da Parigi del Daily Express.
A un certo punto ha una storia con Aly Khan, principe ismailita e celebre superdotato (era il padre di Karim Aga Khan), e con lui vola in Costa Azzurra. Khan però la lascia su due piedi per Rita Hayworth. Intanto, sulla Riviera, avviene l’incontro più importante per noi italiani: Pamela conosce il giovane scapolo Gianni Agnelli, che non è ancora il playboy sofisticato-poliglotta-collezionista-amico dei potenti globali. Quello lo diventerà proprio grazie a lei.
La famiglia Agnelli non è per niente contenta. La predatrice inglese, divorziata e pure di fede anglicana, non è proprio la sposa ideale per l’erede al trono ufficioso d’Italia. La relazione dura cinque anni e, secondo il libro non particolarmente notevole ma ricco di pettegolezzi “Capote’s Women” del giornalista esperto in signore potenti Laurence Leamer, lei fa di tutto per conquistarlo, e gli insegna tutto. “Gianni era abituato a uscire con una serie di gaudenti cocainomani le cui principali qualità erano il loro aspetto fisico e i loro soldi. Lei riunì gruppi versatili e raffinati di ospiti mondani, e lui la apprezzò per questo”. Contatti, codici, accesso al gran mondo internazionale.
Ma oltre alle sorelle, Pamela non piaceva affatto a Giorgio, il fratello con i noti problemi mentali, cancellato dalla storia di famiglia, che a un certo punto le spara una fucilata. Lei, nonostante i conflitti a fuoco, va avanti, e pensa di convertirsi al cattolicesimo (un’altra!) per sposare Gianni e di chiedere l’annullamento del matrimonio col figlio di Churchill. Scopre però di essere incinta. Aborto. Altre feste. Poi il famoso incidente. Una sera dell’agosto 1952, a cena in una villa in Costa Azzurra, lui la pianta lì perché si annoia. Lei torna a casa e lo trova con un’altra, Anne-Marie d’Estainville, e lì Pamela si infuria. Lui si offre di accompagnare a casa l’amante occasionale ma, “strafatto di cocaina”, dice il libro, prende male una curva e colpisce in pieno il camion di un macellaio.
Mascella rotta e frattura in nove punti a una gamba. Viene trasferito in un ospedale fiorentino dove vorrebbero amputargliela, ma lui si impunta: se la terrà, e zoppicherà per tutta la vita (in eleganti stivaletti Tod’s). Le sorelle sono terrorizzate che, approfittando del ricovero, Gianni capitoli con Pamela, ed è allora che si giocano la carta Marella, la delicata principessa dal collo lunghissimo (ma, si legge nel libro, sarebbe stato fotoscioppato da Avedon).
Il resto è noto. Pamela sposerà finalmente Harriman, e dal suo salotto di Washington aiuterà i democratici a tornare alla Casa Bianca. Clinton la ripagherà con Parigi. Di lei avevano detto: “Non è spiritosa”. “È molto meglio di questo: riesce a far sentire te l’uomo più spiritoso del mondo”. Mentre Truman Capote, che l’aveva inserita de jure tra i suoi cigni, avrebbe stilato la feroce battuta: “Se le uscissero dal corpo tanti cazzi quanti le sono entrati, avrebbe l’aspetto di un porcospino”.
Tra cazzi e porcospini (pochissimi i porcospini), scusate il sessismo e pure lo specismo, Parigi è ancor oggi sede ambitissima: al momento è infestata da un altro famiglio di Trump, Charles Kushner, papà di Jared, il genero che è il negoziatore (sic) per l’Ucraina e il Medioriente. Non si sa chi dei due combini più impicci. Il papà palazzinaro, pregiudicato (nel 2005 si dichiarò colpevole di evasione fiscale e fece due anni di carcere), sarebbe secondo la leggenda il vero motivo per cui il figlio ha impalmato Ivanka, cioè ottenergli la grazia e la riabilitazione pubblica (la prima è arrivata nel 2020, la seconda pare un’impresa veramente ardua). Nominandolo, Trump spiegò a Paris Match che era una gran cosa “perché è di famiglia”. È stato convocato due volte dal ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ma tutte e due le volte ha pensato bene di non presentarsi. Non se ne hanno più notizie.
Il figlio invece, secondo indiscrezioni di questi giorni, avrebbe fatto soldi grazie al suo ruolo già durante il primo mandato del suocero (chi l’avrebbe mai detto). Giovedì Vanity Fair ha pubblicato un estratto di un libro del giornalista Matthew Cole secondo cui l’intelligence militare olandese, sfruttando un attacco hacker (aridaglie con gli hacker!), avrebbe spiato il telefono del first genero, vedendolo accedere a un conto negli Emirati; secondo Cole, sauditi ed emiratini gli avrebbero messo a disposizione almeno 2 miliardi di dollari. Kushner ha smentito tutto. Almeno lui non avrà problemi di plafond.
Insomma, forse è meglio ricordare i bei tempi andati: il primo ambasciatore americano a Parigi fu Beniamino Franklin (1776-1785). Era una vera celebrità, trattò con Luigi XVI il riconoscimento degli Stati Uniti indipendenti e capì presto lo snobismo dei francesi verso gli zotici americani, quindi invece di lagnarsene decise di sfruttarlo, calcando la mano, con un outfit rimasto nella storia: tra le eleganze e le parrucche di Francia girava col berretto di pelliccia da boscaiolo, oggi naturalmente igonigo. La sua faccia finiva su medaglioni, anelli, orologi e tabacchiere, e le signore alla moda si facevano la “coiffure à la Franklin”, che imitava il cappello portato al posto della parrucca. Oggi c’è invece un presidente zotico che spedisce i suoi cari in giro per il mondo a far gli ambasciatori: e la pelliccia, in testa, se la tiene per sé, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
