Camus contro i casseurs, l’eterno ribellismo e le origini del “mal francese”

Dalla Bastiglia ai gilet gialli, la Francia è il laboratorio storico del ribellismo europeo. Ma la rivolta, quando diventa distruzione, finisce per servire il potere che voleva abbattere. La lezione di Camus ai giovani in piazza: ascoltare le ragioni del malcontento senza giustificare la violenza
Immagine di Camus contro i casseurs, l’eterno ribellismo e le origini del “mal francese”

Giudicare quel che sta avvenendo in Francia è difficile. Per capire la “Gloriosa Rivoluzione” non sono bastati due secoli (foto Getty)

“Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga”.
Albert Camus, 10 dicembre 1957, discorso per l’assegnazione del premio Nobel.
Jacqueries, sans-culottes, vandeistes, poujadiste, gauchiste (la rivolta dell’immaginazione al potere durata nel mitizzato maggio ‘68), casseurs, gilets jaunes, e adesso i rivoltosi in cerca d’autore. Quanti nomi per fenomeni e protagonisti diversi in epoche diverse, ma il calderone ribolle da secoli e a ritmi alterni butta fuori tutta la sua forza dirompente. I giovani che devastano Parigi e propagano il loro virus da Madrid a Milano sono i nuovi sanculotti? Molti lo sostengono. Da un lato piccoli borghesi impoveriti, dall’altro figli e nipoti di immigrati isolati, ghettizzati, ignorati. I primi hanno prodotto i gilet gialli emersi nel 2018, sommersi con la pandemia, ma mai affondati, tanto che oggi sono di nuovo in piazza. I secondi sono i fratelli minori delle bande che dalle banlieu, a ondate successive, hanno assaltato il centro della capitale, spaccando tutto, razziando negozi e assaltando i bus per rubare gli incassi dei biglietti, come avveniva negli anni Novanta del secolo scorso.
Adesso si dice che tutto è cominciato in Francia e tutto può finire lì. Che cosa è cominciato? Senza dubbio lo stato-nazione moderno, un secolo prima che si affermasse - sia pure in versione più mitigata - nell’Inghilterra elisabettiana. E’ cominciata la rivoluzione della borghesia, alla quale avrebbe fatto seguito quella del proletariato secondo la vulgata marxista. E’ cominciata la politicizzazione delle masse, ormai attore e non solo plebe, che i feudatari e i potenti aizzavano per i loro interessi economici, politici, religiosi, spesso intrecciati l’uno con l’altro (basti pensare alle rivolte contadine e a Martin Lutero). E’ cominciata con Charles de Gaulle una forma di presidenzialismo repubblicano diverso da quello americano per la minore forza degli altri poteri (parlamentare e giudiziario). E mentre Parigi brucia di nuovo, per un’altra delle sue infinite manifestazioni di ribellismo, c’è chi dice che possa finire in Francia anche “l’ordine” liberaldemocratico che a partire dal secondo dopoguerra ha resistito ai colpi subiti dall’esterno (la Guerra fredda, il jihad) e dall’interno (lotta di classe, terrorismo, golpe bianchi o neri come i colonnelli in Grecia). Può darsi.
Difficile analizzare tanto più giudicare quel che sta avvenendo; per capire la “Gloriosa Rivoluzione” non sono bastati due secoli. Eppure la domanda sul perché in Francia, e perché la violenza di massa ha trovato proprio là comodo albergo, un alloggio in grado di proiettare i suoi lampi ribelli tutt’attorno a sé, a cominciare dai paesi più vicini, è legittima, anche se essa stessa priva di una risposta chiara e distinta. Si può ricorrere alla storia, a un discutibile spirito dei popoli, alla politica, alla forma di quel potere verticale che sembra fatto apposta per suscitare esplosioni orizzontali. C’è poi una spiegazione filosofica, che in realtà accomuna la Francia a tutti i fenomeni violenti che accompagnano sia il mondo ricco, sia quello ancora povero: Isaiah Berlin aveva scritto di “una confusa rivolta contro il calculemus”, cioè contro la forma razionale della politica interpretata dai partiti eredi del secolo dei lumi, per usare i suoi argomenti, liberali o socialisti che siano. E chissà che cosa avrebbe detto Albert Camus, per il quale rivoltarsi a parte della natura umana, mentre disumana diventa la rivoluzione quando vuole trasformare e riplasmare quella natura in nome di fallaci illusioni.
Lo stato-nazione moderno, la rivoluzione borghese, un presidenzialismo repubblicano diverso da quello americano. Tutto nasce in Francia
Incapaci di districarci, quel che possiamo fare è gettare uno sguardo nel passato per rintracciare il filo di un ribellismo che certo ha distinto per secoli le vicende d’Oltralpe. Ma siccome ci piace il lato politico della vicenda, vogliamo azzardare che il “mal francese” s’annida anche, o magari soprattutto, nella forma assunta dallo stato nazionale. Fino ai primi del Cinquecento le lotte per lo più contadine delle quali la Francia può vantare il record si combattevano sulla e per la nuda terra. L’insurrezione nel 1358 che prende il nome da Jacques Bonhomme (nomignolo dispregiativo per Guillame Cale, il contadino che ne divenne il capo) si distingue per estensione, non per qualità dai molti sussulti secolari di quei secoli, sia nella Francia lacerata da cent’anni di guerra con l’Inghilterra, sia nei territori dell’Impero germanico. Anche le insurrezioni popolari a sfondo religioso si assomigliavano. I catari che in Languedoc vennero repressi con veri e propri massacri nel XIII secolo erano parenti stretti dei seguaci di Jan Huss in Boemia nei primi decenni del Quattrocento. Le guerre tra protestanti e cattolici in Francia, invece, nel momento in cui lo stato assoluto muoveva i suoi primi passi, divennero subito sanguinosi conflitti politici: la strage di San Bartolomeo con il massacro degli Ugonotti nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 lo dimostra. Parigi non vale solo una messa, come disse Enrico di Borbone, re di Navarra, confessando la sua abiura al calvinismo, ma anche un trono edificato sul sangue che continuerà a scorrere durante tutto l’Ancien Régime.
Nessuno aveva pianificato dall’alto l’assalto alla Bastiglia, evento davvero simbolico che sorprese tutti e irritò persino i giacobini. Eppure quell’evento introdusse “la grande festa rivoluzionaria” della quale l’officiante temuto, usato, poi di nuovo emarginato, divenne il sanculotto. Non un adolescente, ma un uomo fatto, per lo più con moglie e figli, che sognava un mondo egualitario, non collettivistico: “Bisogna ridurre i giganti / e rendere i piccoli più grandi, / tutti alla stessa altezza / ecco la vera felicità”, così cantava.
Il 14 luglio 1789 una folla di artigiani, disoccupati, borghesi del quartiere Saint Antoine s’aggira a Parigi in cerca di fucili e munizioni. Saccheggia l’Hotel des Invalides dove prende 30 mila fucili, poi si sposta verso la fortezza, dove è stipata la polvere da sparo fondamentale per combattere le truppe regie dislocate in città. Certo, la Bastiglia era l’antica prigione medievale, simbolo di oppressione e potere assoluto, ma le migliaia di rivoltosi non sono lì dopo aver letto i libri di storia. Il comandante Bernard-René de Launay non se l’aspetta e per difendersi ha appena 80 veterani e 30 guardie svizzere. Quanto ai prigionieri, sono solo sette sventurati: quattro falsari, due malati di mente e un nobile libertino che aveva dato scandalo, il conte Auguste-Claude-Marie de Solages, una sorta di marchese de Sade, il quale a sua volta ne era uscito pochi giorni prima per essere internato nel manicomio di Saint-Maurice. La fortezza viene smantellata e la rivolta prende una nuova, drammatica piega che sfocia nel Terrore.
Nessuno aveva pianificato dall’alto l’assalto alla Bastiglia. Eppure quell’evento introdusse “la grande festa rivoluzionaria”
“Folle ed eroi, la rivoluzione come dramma” ha scritto lo storico Georges Duby. La Vandea “ribellione primitiva e controrivoluzione popolare”, diventa una spaventosa guerra civile. Altro che tagliare le teste al re, ai nobili e poi agli avversari politici, siamo di fronte a stermini di massa, almeno 150 mila vittime tra i vandeani, monarchici e cattolici tradizionalisti, quasi altrettanti tra le truppe repubblicane che la stroncarono. Dal 1793 al 1799 la regione occidentale bagnata dall’Atlantico viene messa a ferro e fuoco in diverse campagne militari nelle quali sono impiegate le “colonne infernali”, il cui compito è fare letteralmente “terra bruciata”. In qualche caso gli abitanti dei villaggi vengono persino chiusi nelle case poi date alle fiamme. L’insurrezione riprende lena quando l’impero napoleonico volge al declino: mentre si combatte a Waterloo, in Vandea si riaccendono le ostilità. Solo il ritorno delle parrucche e della calze di seta mette fine alla rivolta, ma ancor oggi vandeano è un aggettivo che delinea un’identità di volta in volta disprezzata o santificata.
L’Ottocento vede il ribellismo penetrare nella lotta politica in forme moderne. Anche se nel 1830 a Parigi la rivoluzione liberale si fece sulle barricate, le masse incanalate in movimenti organizzati, sindacati, partiti diventano soggetti politico-sociali che bon gré mal gré debbono essere legittimati. Napoleone il Grande e Napoleone il Piccolo (cioè Luigi Bonaparte) costruiscono effimeri imperi, al primo segue la Restaurazione a dimostrazione che come scrive Duby “le rivoluzioni non le vince mai chi le fa”; al secondo, travolto dalla sconfitta contro l’invasione prussiana, segue la repubblica liberale in versione francese, attraversata da correnti e passioni violente (l’antisemitismo che con il processo a Dreyfus diventa una discriminante tra destra e sinistra che divide anche le “classi alte”). Gli affreschi di Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Victor Hugo ci offrono il volto di un potere inflessibile fino allo stremo: quando l’ispettore Javet, l’incorruttibile persecutore di Jean Valjean, cade in una crisi morale, preferisce togliersi la vita piuttosto che violare la legge.
Negli anni terribili tra le due guerre mondiali nei quali si afferma “il mito dello Stato” fascista o nazista, potremmo dire che la Francia non trova mai un punto di equilibrio nemmeno quando vince il Fronte popolare, che dura solo dal 1936 al 1938. La stessa instabilità di fondo attraversa il paese nel decennio che segue la liberazione dai nazisti. Tra governi ballerini e continui ribaltoni, arriva Poujade, e con lui il populismo irrompe sul palcoscenico europeo. Non è stato il primo nel Vecchio Continente, perché in Italia l’aveva preceduto Guglielmo Giannini con il suo Uomo Qualunque nato nel 1944 “né fascista né antifascista” (quante somiglianze di qua e di là dalle Alpi, anche se francesi e italiani non lo ammetteranno mai), però non ha avuto lo stesso successo, forse proprio grazie ai partiti di massa. Nato povero nel 1920 in un piccolo comune della povera provincia occitana, Pierre Poujade, libraio e cartolaio, guida nel 1953 la protesta dei “bottegai”, né di destra né di sinistra, contro politici, intellettuali, professori, l’élite che teneva banco nei palazzi del potere parigino, contro la Comunità europea e i Trattati di Roma (certi odi, come certi amori sono per sempre). Aspetto da muratore, maçon, ma non massone (almeno non risulta), tribuno appassionato e trascinatore, incunea la sua Unione di difesa di commercianti e artigiani nella crisi della Quarta repubblica con il parlamentarismo isterico, coalizioni che nascono e muoiono nello spazio di un mattino, partiti deboli e fluidi, pronti a schizzare in pezzi come le palline del mercurio. Nel 1956 l’unione dei ceti medi in rivolta e il partito chiamato Uff (Union et Fraternité Française) ottiene due milioni e mezzo di voti (il 13 per cento) e 52 deputati all’Assemblea nazionale. Insieme a loro Jean-Marie Le Pen, che aveva appena lasciato la divisa di legionario. Sembra l’inizio di una marcia trionfale, invece arriva il generale de Gaulle e con la costituzione della Quinta Repubblica (un golpe bianco secondo François Mitterrand) cambia il gioco, non solo le sue regole.
Dal ribellismo organizzato in partiti e sindacati nell’Ottocento al poujadismo negli anni 50 (che aveva un precedente nell’Uomo qualunque in Italia)
Nessun altro paese ha avuto altrettante ribellioni di ogni genere e natura anche in tempi più vicini a noi. Come mai? Abbiamo azzardato l’idea che in fondo l’assolutismo in Francia abbia cambiato il pelo, ma non il vizio. Ciò si sposa con la facilità di ricorrere alle masse anche come fonte di manovra per i propri scopi, lo facevano i nobili e le corporazioni feudali così come lo fanno i partiti e i gruppi d’interesse moderni. E s’accoppia a una cultura della rivolta che a volte porta alla rivoluzione, ma più spesso si chiude in se stessa, si spegne per poi riaccendersi. Le micce cambiano nel tempo, la polvere incendiaria resta sempre lì pronta ad esplodere.
Quando nel 1952 esce L’uomo in rivolta, Camus, antifascista e resistente, ha già consumato la sua rottura con il comunismo - o meglio il suo superamento, verso un “nuovo umanesimo” democratico, fino alla sua variante che oggi ci porterebbe verso il libertarismo americano. E qui nasce la lite con Jean-Paul Sartre. La rivolta proviene dall’essenza stessa dell’uomo (Kant lo aveva definito un legno storto, volendo raddrizzarlo non si fa altro che spezzarlo), il suo rifiutare le catene è il modo di essere se stesso e la natura stessa della propria esistenza: “Mi rivolto dunque sono”, dice Camus, è un modo per affermare la propria identità e la propria dignità, per sfuggire a quell’assurdo che è la vita. Se davvero gli odierni “nichilisti” lo fanno per affermare se stessi, come molti sostengono, allora possono essere definiti pronipoti di Camus. Ma la rivolta si fa sempre distruttiva e i ribelli diventano utili idioti nelle mani del potere esistente o vengono sussunti in un nuovo potere fonte di nuova alienazione.
La rivoluzione cala dall’alto e impone un dogma, pretende di mettere la camicia di forza alla realtà, alla storia e alle masse; è il tradimento della rivolta, non si basa sull’uomo com’è, bensì sull’uomo come sarà, nel senso di come verrà manipolato (alla lettera) per creare una statuina, l’uomo di marmo e poi l’uomo di ferro dei film di Andrzej Wajda. Anche la ribellione, tuttavia, ha un limite, spiega ancora Camus e così facendo può parlare ai giovani casseurs odierni. Possiamo ritrovarlo in una delle sue frasi più citate presa dal romanzo La Peste: ““Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico”. E’ lo sviluppo del “pensiero meridiano” che ruota attorno al senso del limite e ci aiuta a capire e accettare la realtà per cambiarla, non per distruggerla. Alla fine anche Sartre arriva a un simile sbocco a proposito della violenza che può diventare necessaria, tuttavia deve essere considerata ingiustificabile. Alla domanda impossibile che ci siamo posti all’inizio, la risposta, dunque, è solo una: oggi Camus avrebbe rilanciato il suo senso del limite, un senso rivolto al progresso, non alla restaurazione, dichiarando che la violenza deve essere condannata ancor più da chi vuole accogliere le ragioni profonde che l’hanno scatenata.