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A cent’anni dalla nascita. Enrico Maria Salerno, il piacere di vivere dalla parte sbagliata
Le donne, il vino e le carte. Da Strehler a Dino Risi, da L’ombrellone ad Anonimo veneziano, la storia di un protagonista appartato dello spettacolo italiano. Un interprete capace di mescolare spocchia e malinconia, goffaggine e seduzione, con il peso di una giovinezza mai davvero perduta. Una vita senza freni

Enrico Maria Salerno con Alice Kessler (foto Getty)
Affamato per principio e insaziabile per vocazione, Enrico Maria Salerno fu uno dei rappresentanti più lucenti di una mascolinità quasi tossica, ma sempre messa in scena con tragica e a volte cinica ironia. Un fragile equilibrio oggi evidentemente non più possibile e accettabile, ma nemmeno più sostenibile da nessuno se non cadendo nel ridicolo. Quello di Salerno era un movimento fatto di altissime vette alternate a buone dosi di cialtroneria guascona, un impasto di paraculaggine e amore infinito per la vita: “per le donne, il vino e le carte”. Un’esistenza che se non fu particolarmente breve di certo fu rapidissima. Enrico Maria Salerno morì a sessantasette anni nel 1994, non riuscendo così a bucare quel secolo che per la seconda metà lo vide tra i principali protagonisti della scena artistica italiana, a teatro come al cinema e in televisione.
Il suo primo palco fu un campo di prigionia, esordio di una giovinezza subito votata alla parte sbagliata della storia, quella che Giorgio Soavi definì con struggente precisione nel suo romanzo Un banco di nebbia, come: “La storia di chi, vivendo in modo incolpevole e felice, può trovarsi da una parte sbagliata o colpevole”. Salerno si ritrovò così non ancora ventenne nel campo di prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa. Visto oggi, quel campo potrebbe apparire, più che un luogo di prigionia, come la palestra di quello che sarà negli anni successivi lo spettacolo italiano. Insieme a Salerno vi erano infatti reclusi tra gli altri Walter Chiari e Raimondo Vianello, Dario Fo e la futura voce di Tutto il calcio minuto per minuto, Enrico Ameri.
Il primo vero incontro con il palcoscenico avverrà pochi mesi dopo con la compagnia Rame, dove si troverà a recitare con una giovanissima Franca Rame, poi nel 1949 entrerà nella compagnia di Laura Adani e Sergio Tofano per poi l’anno successivo ancora venire scritturato da Giorgio Strehler con cui avvierà una seppur breve, ma estremamente formativa collaborazione con il Piccolo di Milano. Il successo arriverà poi con I Fratelli Karamanzov e con la nomina a primo attore presso il Teatro di Genova nel 1955.
A ventinove anni Enrico Maria Salerno è ormai considerato uno degli attori di punta della nuova generazione, tanto che nel 1954 diventa famoso anche per il grande pubblico, grazie agli adattamenti teatrali per la Rai che in quegli anni avevano milioni di telespettatori, da Il piacere dell’onestà di Luigi Pirandello a Rinaldo e Armidia di Jean Cocteau fino a L’eroe di George Bernard Shaw.
E’ stato uno dei rappresentanti più lucenti di una mascolinità quasi tossica, ma sempre messa in scena con tragica (e a volte cinica) ironia
Il cinema chiama Enrico Maria Salerno per la prima volta nel 1948 per Lo sconosciuto di San Marino di Michał Waszyński, ma il suo primo vero ruolo arriva nel 1959 con Estate violenta di Valerio Zurlini. La sua è una parte secondaria eppure fondamentale, quella di un gerarca fascista, padre di Jean Louis Trintignant, di cui in realtà era più vecchio di soli quattro anni. Salerno si trova a mezza via tra la generazione di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi – di pochi anni più vecchi e già assoluti protagonisti della scena cinematografica – esprimendo però un carattere più impostato e interpretando personaggi meno esplosivi e più dolenti. Salerno è più vicino allo stile interpretativo di Gabriele Ferzetti con cui condivide ruoli di uomini in crisi e tenebrosi, seducenti eppure persi nel rimpianto di una giovinezza rapidamente e ferocemente perduta. A differenza di Ferzetti però, Salerno offre una fisicità più goffa, che lo avvicina in tal senso certamente più a Ugo Tognazzi che a Marcello Mastroianni e che gli garantisce così una nota ironica, quasi buffa tanto da rendere i suoi personaggi non solo più ambigui, ma anche più curiosi.
Due aspetti, goffaggine e ambiguità che in Salerno non si sciolgono mai: da una parte il gerarca fascista o il padrone e dall’altra il giornalista impegnato, ma sempre un po’ vacuo e perso dietro nostalgie e vecchi e nuovi fragili amori. L’uomo in crisi che diviene la cifra di Enrico Maria Salerno al cinema, sembra così discendere da opposti movimenti fatti sia di durezza che di leggerezza, ma anche da errori e sbagli giovanili che ora, in età matura, i suoi personaggi si trovano a scontare con il peso di una memoria tanto oppressiva quanto ossessiva. La giovinezza perduta bussa alla porta della maturità con il peso di una realtà non più rinnovabile e tanto meno modificabile: il tempo perso e le responsabilità lungamente rimandante ora presentano un conto ormai difficile da pagare.
La lunga notte del ‘43, che inaugura la collaborazione con il regista Florestano Vancini, gli offre il primo ruolo da protagonista al cinema. Tratto dal racconto di Giorgio Bassani, il film vede a confronto l’ambiguo dottor Pino Barillari interpretato da Salerno con il figlio dell’antifascista Attilio Villani, Franco, interpretato da Gabriele Ferzetti, che si ritrova obbligato a fuggire in Svizzera dopo la fucilazione del padre. Sia Pino Barillari che Franco Villani – seppur per motivi diversi – appartengono al ventre molle del paese, a quella zona grigia che fu ben più trasversale di quanto si è spesso voluto far credere. Per Vancini, Enrico Maria Salerno interpreterà successivamente il ruolo del giornalista in crisi Vittorio Borghi in Le stagioni del nostro amore. Il film purtroppo non risponde alle aspettative anche a causa dei continui rimaneggiamenti in sede produttiva. Tuttavia il personaggio di Vittorio Borghi permette a Salerno di dare corpo a una figura maschile incisiva e attuale, quella di un quarantenne in crisi politica ed esistenziale nel contesto obnubilante di un boom economico che pretende di cancellare ogni conflitto e contraddizione a colpi di canzonette, Fiat Seicento e frigoriferi Ignis. La rivoluzione covata come possibile nel primissimo dopoguerra ha ora così la faccia del partigiano comunista divenuto il ricco proprietario di un lussuoso negozio di confezioni nel centro di Mantova.
Nel 1972 Salerno girerà con Vancini La violenza: quinto potere, interpretando il ruolo di un Pubblico Ministero, ma probabilmente il film che meglio mette in mostra la duttilità di Enrico Maria Salerno che come ricorda Vancini: “Gli ha permesso di interpretare fra teatro, cinema e televisione una gamma infinita di personaggi assolutamente diversi l’uno dall’altro”, è L’ombrellone di Dino Risi del 1965. Film oggi poco conosciuto ed erroneamente considerato banalmente come una pellicola balneare, L’ombrellone segue di tre anni Il sorpasso e di un anno Il giovedì. I tre film dialogano fortemente tra loro riflettendo le contraddizioni di un’epoca tutta luccicante e dal denaro facile. Il punto di partenza per Risi è sempre il corpo dei maschi – che siano scapoli o padri di famiglia, rappresentano gli assoluti protagonisti di un tempo che vede le donne ancora socialmente obbligate a un ruolo subalterno. Maschi liberi da ogni concreta responsabilità e inebetiti da tanta ricchezza a disposizione tanto da finire vittime della propria stessa retorica fatta di coraggio, conquista e sprezzo per il prossimo. Ovviamente Risi non agisce ideologicamente, ma legge quegli uomini mostrandone le fragilità e le debolezze e rivelandoli di volta in volta come infantili e violenti e ancora enormemente incapaci di riconoscersi davanti allo specchio.
In questo contesto il quarantenne ingegnere Enrico Marletti, interpretato da Salerno, si pone quasi come un punto d’equilibrio: troppo pauroso e troppo incastrato per le sbruffonerie di Bruno Cortona incarnato da Vittorio Gassman ne Il sorpasso, e ormai troppo pieno di responsabilità per la leggerezza malinconica di Dino Versini interpretato da Walter Chiari ne Il giovedì, Marletti resta un indeciso e un insofferente che fa fatica a mostrarsi libero dei propri sentimenti e che subisce e aggredisce sempre fuori tempo massimo. Un uomo che vive sempre aspettando il passare del tempo, salvo poi deprimersi per le occasioni mancate. Salerno porta in Marletti una malinconia e una nostalgia che appaiono sempre presenti nei suoi personaggi. Superficialmente potrebbe così sembrare che Enrico Maria Salerno interpreti sempre lo stesso personaggio, in realtà come all’interno di infinite scatole cinesi che rappresentano le tipologie maschii da lui messe in scena, l’attore riesce ogni volta a estrarre un gesto, un tono e un vezzo che danno vita a una diversità, ma al tempo stesso anche a un’appartenenza comune. Nessuno degli uomini da lui interpretati può infatti dirsi estraneo all’altro.
Il film che meglio mostra la sua duttilità è “L’ombrellone” di Dino Risi. Il punto di partenza è sempre il corpo dei maschi
Enrico Maria Salerno resta sempre un passo indietro rispetto al mondo del cinema, che considera più che altro – come dichiarato più volte – nulla di più che uno zio d’America, oltre che un ambito da cui è meglio, per lui uomo di teatro, non rimanere imbrigliato: “Diventare un Mastroianni mi farebbe paura. Se mi capitasse un colpo del genere, dovrei cambiare tutto della mia vita. E con il carattere che ho sarebbe arduo”. Salerno ha infatti bisogno sempre di una via di fuga. Essere nelle cose, ma mai totalmente – salvo, ovviamente, il palco del teatro. E anche per questo lavorerà molto per la televisione proprio perché per lui, cinema e tv, avevano la medesima funzione. Diventerà estremamente popolare anche al grande pubblico grazie allo sceneggiato La famiglia Benvenuti, diretto da Alfredo Giannetti, che lo vedrà protagonista per due anni a partire dal 1968. Un successo che vedrà incollati al televisore circa tredici milioni di italiani a ogni puntata.
Salerno è uno dei più importanti interpreti italiani, ma resta sempre a lato. Il centro della scena è per Vittorio Gassman o per Marcello Mastroianni e così i premi cinematografici. Salerno sembra volere aderire al ruolo di lavoratore dello spettacolo più che di celebrità, tanto da riuscire nella sua carriera a mettere in scena ben 102 spettacoli teatrali, a girare 92 film come interprete e 3 come regista oltre che a partecipare a innumerevoli tv-movie e a centinaia di ore di trasmissioni televisive e radiofoniche. A tutto questo va poi aggiunta una notevole carriera come doppiatore. Dunque un artista e un lavoratore infaticabile, ma anche un viveur, amante della propria libertà: un po’ mattatore alla Gassman, ma anche un irriverente rompicoglioni alla Giorgio Albertazzi. Assalito da un bisogno di fare ossessivo come strumento utile e necessario a giustificare quel suo vivere assoluto, come lui stesso ammise in un’intervista poco prima di morire: “Cosa chiedo alla vita? La donna, il vino e le carte. E potermi giustificare con il mio lavoro”. Il lavoro come giustificazione e quindi come salvezza. Un estremo tentativo di esistere al di là della caducità dei giorni e oltre una nostalgia sempre più difficile da tenere a bada.
Sicuramente Enrico Maria Salerno fa parte di un’epoca esaurita del fare teatro e dell’essere uomini, un tutt’uno fatto di voci tonanti e sguardi intensi, di smarrimenti ancestrali e di buffi inciampi. Un equilibrio ottenuto avendo sia la presunzione e la certezza del dominio della scena e del pubblico, ma anche carico di tutta l’ansia di un potere mai per davvero voluto. Nonostante la spocchia – molto di maniera – verso il cinema, è nella regia che Salerno rivela la sua più intima inquietudine, quella di una gioia di vivere che sta alla medesima altezza con la rabbia verso la vita stessa che si consuma maledettamente ogni giorno e che s’involgarisce sempre più ad ogni stagione che passa. Salerno gira solo tre film, uno di grande successo come Anonimo veneziano, che pure all’interno di un melodramma un po’ di maniera riesce a rivelare, grazie anche alla sceneggiatura scritta insieme a Giuseppe Berto, una Venezia oggi pressoché scomparsa nella sua solitudine e nella sua decadenza ancora silenziosa e poi Cari genitori e infine – sempre con Tony Musante – Eutanasia di un amore.
Enrico Maria Salerno resta sempre un passo indietro rispetto al mondo del cinema, che considera nulla di più che uno zio d’America
Per quanto oggi i suoi film appaiano fortemente datati, è possibile però intravedere una tensione sincera, un tentativo faticoso di recuperare il filo della contemporaneità inseguendo un tempo non più proprio. Enrico Maria Salerno cerca ossessivamente i motivi per partecipare al proprio tempo senza tradire la propria posizione e lo fa anche a costo di apparire fuori posto se non ridicolo. E’ come se la parte sbagliata bussasse sempre nella sua mente non come un errore, ma semplicemente come un fatto e come un’appartenenza obbligata a cui dover tenere sempre fede. Non si tratta ovviamente di politica, né tantomeno di ideologia, ma di un sentimento esistenziale profondo e intimo. Vittorio Gassman dopo la sua morte, ricordò che la grandezza di Salerno stava: “prima che nei guizzi dell’estro e del temperamento, nell’innata capacità di rendere le parole con rispetto semantico, corrispondenza lineare dei toni e dei significati”.
Cento anni dalla sua nascita e più di trenta dalla sua morte non rendono Salerno certamente inattuale, ma sempre e solo fuori posto, quanto basta per accendere un po’ di curiosità e anche di critica. Come Gassman, ma per indole diversa, anche Salerno non fu mai impallato. Come Mastroianni e Ferzetti, Salerno impose uno stile assoluto e inimitabile che nel suo caso partiva dallo sguardo incorniciato dalle potenti sopracciglia appuntite. Inseguì sempre la giovinezza con una voglia matta addosso e con un un temperamento invidiabile, s’innamorò molto senza mai doversi (parafrasandolo) giustificare. Visse esposto seppur con il tormento noioso di un gossip allora cartaceo, ma non certo meno incombente di quello oggi vigente con la rete. Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller fu la sua ultima regia, mentre al cinema con grande autoironia si mise al servizio di pellicole popolari come Scuola di ladri di Neri Parenti e il divertentissimo Il volpone di Maurizio Ponzi.
In Anonimo veneziano, rispondendo a Valeria (Florinda Bolkan) che mai tornerebbe a vivere in una città marcia come Venezia, Enrico (Tony Musante) dichiara quella che è sintetizzabile come la poetica di Salerno: “E’ proprio questo marcio che la fa bella. Ma non tutti possono capire: bisogna avere in sé il senso della morte”. Un senso della morte che è la parte oscura di un vitalismo estremo che Enrico Maria Salerno non ha mai nascosto ben sapendo che l’uno vive e muore sempre nell’altro. Così come scegliere di stare dalla parte sbagliata non fu altro che un’esigenza di radicale di onestà intellettuale, rivolta prima di tutto a se stesso. Un sentimento incapace a ogni compromesso perché in ogni cosa vi è sempre anche il suo opposto, come mostrava il suo viso capace di espressioni tenebrose, subito cancellate da esplosive risate.