Cadono i segreti, ecco i nomi
Come l’America reclutò bosse “consigliori” per lo sbarco del ’43 in Sicilia
Tony Marsloe, Paul Alfieri, Joachim Titolo e Jim Murray, gli agenti “fantasma” che corteggiarono i mafiosi per combattere i nazisti. Un saggio illumina per la prima volta la loro storia
17 OTT 26

Dopo l’armistizio, la missione siciliana degli uomini dell’Office of Naval Intelligence fu praticamente conclusa (foto Getty)
Joseph “Socks” Lanza attraversò la lobby dell’Hotel Astor a Times Square, dirigendosi subito verso gli ascensori. L’appuntamento era al ventesimo piano, ufficialmente negli uffici dell’American Federation of Little Business. In realtà, era una copertura per l’Oni, l’Office of Naval Intelligence, il controspionaggio della Marina americana. Era il 16 aprile 1942. Gli Stati Uniti erano in guerra e New York vi era dentro fino al collo. Gli U-Boot tedeschi affondavano navi militari e mercantili dirette verso l’Europa a poche decine di miglia al largo di Long Island. Una cosa era evidente: l’America stava perdendo la battaglia dell’Atlantico. E a Washington erano convinti che a Manhattan, sul fronte del porto, un nugolo di agenti infiltrati e americani di origine tedesca simpatizzanti di Hitler, fornissero al nemico informazioni vitali, aiutandolo a localizzare il naviglio.
Gli U-Boot tedeschi affondavano navi dirette verso l’Europa. Secondo gli americani, infiltrati filonazisti fornivano al nemico informazioni vitali
L’idea era venuta al capitano di corvetta Charles Radcliffe Haffenden, capo della terza divisione dell’Oni: “Il porto pullula di spie e serve da base per i sabotaggi. Abbiamo bisogno che quelli che ci lavorano ci diano una mano: informatori, infiltrati, pedinamenti, irruzioni”, aveva detto al tenente Tony Marsloe, alias Anthony F. Marzullo, figlio d’immigrati siciliani, laurea nella prestigiosa Cornell University, college della Yvy League, uno dei suoi migliori agenti. Il fatto che parlasse correntemente italiano con un’inflessione sicula e avesse dimestichezza perfino col dialetto, oltre a conoscere bene il mondo dell’immigrazione, facevano di Marsloe il candidato perfetto per la missione.
Era stato lui a spiegare ad Haffenden dove stava il problema dei docks: “Occorrerebbe che scaricatori, pescivendoli, pescatori e autisti lavorino per noi. Ma è gente che non parla con gli estranei. A meno che dall’alto qualcuno non gli dica di farlo. E al vertice della piramide, nel porto, ci sono i sindacati e sopra ancora le gang criminali e i delinquenti. Non vorrà rivolgersi a loro?”. La risposta del capitano era stata immediata: “Io voglio usare qualsiasi strumento abbiamo a disposizione per vincere questa dannata guerra. Qual è il primo nome che le viene in mente?”. “Socks Lanza”, rispose d’istinto l’agente.
Lanza era emigrato ancora adolescente da Palermo e aveva subito trovato lavoro al Fulton Fish Market. Si era prima fatto strada nel sindacato USW, ma i suoi metodi molto spicci con chi gli si opponeva lo avevano reso una figura rispettata. Nella guerra per il controllo dei docks si era schierato con le gang di Charles “Lucky” Luciano e Meyer Lansky, boss delle mafie italiana ed ebraica, in lotta contro quella irlandese. Ora il suo dominio sul mercato del pesce era totale e indiscusso: capo del sindacato, uomo d’onore, membro della famiglia Luciano, nessuna compravendita poteva andare a buon fine senza che lui ritagliasse la sua parte. Chi sgarrava, finiva a dormire con i pesci.
A contattarlo per conto di Haffenden era stato uno dei suoi peggior nemici, il viceprocuratore Murray Gurfein, per il tramite del suo avvocato, Joe Guerin. “La Marina ha bisogno di aiuto – gli aveva detto –, pensa che ci siano spie nel porto che danno informazioni ai tedeschi. Vorrebbe che gli equipaggi dei pescherecci e quelli che lavorano ai docks e nei cantieri navali segnalassero i sospetti, favorissero agenti infiltrati, eventualmente partecipassero anche a sabotaggi”. Lanza capì al volo, disse che anche se avesse ottenuto quelle informazioni, non poteva certo raccontarle al District Attorney che cercava di incastrarlo. Ma Gurfein parlò chiaro: “Riporterai unicamente a loro. Io faccio solo da collegamento, quando esco da qui continuerò a indagare su di te. Non c’è alcun impegno, favore o promessa da parte nostra”. Lanza tacque per un momento, poi rispose: “Può dire alla Marina che sono pronto a collaborare e che lo faccio solo per la guerra: anch’io voglio che Mussolini sia sconfitto”.
Così era nato l’incontro all’Astor. Socks Lanza ci andò con Guerin. Ad attenderlo, con il capitano Haffenden, c’erano Morsloe e Gurfein, che uscì dalla stanza subito dopo le presentazioni. Cominciava quel giorno una delle più straordinarie e controverse operazioni d’intelligence della Seconda Guerra Mondiale: la Mafia italiana in aiuto dei militari americani, prima sui moli di Manhattan, poi sulle coste e nelle campagne della Sicilia, dove facilitò lo sbarco del luglio 1943 e diede informazioni decisive per il successo dell’occupazione.
Se oggi questa storia, finora conosciuta solo in parte, viene sviscerata fin nei suoi dettagli, è merito di Mark Harmon e Leon Carroll Jr., che in “Ghosts of Sicily”, appena uscito negli Stati Uniti per i tipi di Harper Select, ricostruiscono le imprese dei quattro agenti segreti che “corteggiarono la malavita per combattere i nazisti in America e sui campi di battaglia in Italia”. Solo adesso i loro nomi e il loro ruolo vengono apertamente riconosciuti e rivelati al grande pubblico: con Marsloe, morto nel 2006 e seppellito con tutti gli onori militari ad Arlington, quelli di Paul Alfieri, Joachim Titolo e Jim Murray, l’unico che sarebbe entrato in politica, diventando mayor di Jersey City e poi senatore nel New Jersey, prima di morire nel 1965 a soli 45 anni.
In “Ghosts of Sicily” Mark Harmon e Leon Carroll Jr. ricostruiscono le imprese dei quattro agenti segreti, fin ora note solo in parte
Joe Lanza non ebbe bisogno di molte spiegazioni. “I am in”, disse laconico. Si offrì perfino di procurare tessere del sindacato agli agenti dell’intelligence navale che sarebbero stati piazzati a bordo dei pescherecci. Anzi, fu lui a far notare ad Haffenden che occorreva allargare il campo, che il solo mercato del pesce e i moli non sarebbero bastati: “Stiamo lasciando fuori il West Side e Brooklyn. Se volete coprire l’intero fronte del porto, dovete avere uomini anche lì e non solo sulle barche, ma anche nei ristoranti, nei pub, negli alberghi e nei bordelli. Questo significa coinvolgere altre persone dalla nostra parte, nomi grossi”. “A chi sta pensando?”, chiese il capitano. “Luciano”, fu la risposta di Socks.
Charles “Lucky” Luciano era il capo dei capi. Anche se dal 1937 era rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Dannemora, considerato la “Siberia dello Stato di New York”, era lui a comandare la Commissione Nazionale, che aveva fondato negli Anni Venti e che riuniva i capi delle cinque famiglie mafiose. Luciano fu molto sorpreso quando gli diedero la notizia che era stato trasferito nella prigione di Great Meadow, una struttura meno punitiva e soprattutto più vicina a Manhattan. Era stato Meyer Lansky a suggerire ad Haffenden che quella piccola misura poteva essere d’aiuto. A deciderla era stato il District Attorney Gurfein, ormai convinto che occorresse facilitare il lavoro dell’Oni.
Detto “il genio”, il boss della malavita ebraica era confidente e fidato partner in affari del mafioso siciliano. Anche lui contattato dall’Office of Naval Intelligence per dare una mano, Lansky aveva ingaggiato una violenta guerra personale contro i simpatizzanti nazisti di New York già dal 1933, quando Hitler era arrivato al potere: la sconfitta della Germania, per lui ebreo, era una causa sacra. Fu lui a visitare Luciano a Great Meadow per portargli la proposta della Marina. Ci andò insieme a Frank Costello, il “consigliori” che reggeva la Commissione a suo nome, e a Moses Polakoff, l’avvocato di Lucky. Lansky gli spiegò che di Haffenden ci si poteva fidare, come dimostrava la “gentilezza” del trasferimento. E aggiunse: “Se tu cooperi, potresti avere una chance di avere la libertà condizionale prima”. Ma l’argomento decisivo lo fornì Costello, al quale Luciano chiese cosa ne pensasse: “Devi farlo Lucky. Anche solo per ragioni patriottiche. Pensano che noi italiani non siamo veri americani. Che andremmo coi nazisti e con Mussolini per denaro. E’ offensivo. Ci vedono così, non usciremo mai dal mirino del governo. E poi, la prospettiva di tirarti fuori da qui prima, vale lo sforzo. Dobbiamo dare una mano”.
Da Joseph “Socks” Lanza a Charles “Lucky” Luciano a Meyer Lansky, boss della malavita ebraica per cui la sconfitta della Germania era sacra
Fu necessario un secondo incontro. Questa volta Lansky e Costello portarono Socks Lanza, che spiegò a Luciano come si stava muovendo. Il capo dei capi diede l’ordine: “Avverti tutti che devono ascoltare Socks e collaborare con la Marina”, disse al “consigliori”.
Bastarono poche settimane perché l’intelligence navale si trovasse sommersa di informazioni, dritte, segnalazioni, nomi di spie e collaboratori. Fu un successo totale, con il numero dei mercantili affondati in rapido declino, e decine di spie, perfino squadre di sabotatori tedeschi sbarcati in segreto, scoperte e catturate. Anche i boss mafiosi più riluttanti cooperavano: Emil Camarda, John “Cockeye” Dunn, Mike Lascari. Ogni tanto qualcuno andava oltre le direttive: quando Dunn vide che Haffenden non aveva dato subito seguito alla segnalazione su due marinai che facevano troppe domande sui carichi, agì da solo. Convinto che fossero spie, li fece sparire: “Non ci daranno più fastidio”, disse “Cockeye” all’esterrefatto capitano, il quale si limitò a osservare che per le prossime volte avrebbe fatto bene ad aspettare le indicazioni dei suoi agenti.
Bastarono poche settimane perché l’intelligence navale si trovasse sommersa di dritte, segnalazioni, nomi di spie e collaboratori
Presto però, una nuova missione fece capolino all’orizzonte dell’Office of Naval Intelligence. Nel Nord Africa, le forze americane e britanniche stavano stringendo la morsa per cacciare tedeschi e italiani. Con la vittoria di El Alamein, in novembre, fu chiaro che era solo questione di tempo prima che le forze dell’Asse si arrendessero e ormai la domanda non era più se, ma quando nel corso del 1943 sarebbe avvenuta un’invasione alleata dell’Europa. “E questo potrebbe significare l’Italia”, disse Haffenden ai suoi agenti della Terza divisione, riuniti al completo il 12 novembre. La maggior parte di loro non era al corrente di cos’era successo fino a quel momento sui moli e il fronte del porto.
In realtà le missioni erano due. E il successo di entrambe era legato ancora all’aiuto della Mafia siciliana. “Ci hanno chiesto - spiegò il capitano - di fornire tutte le informazioni possibili su dove le truppe potrebbero sbarcare in Sicilia: cartine geografiche, fotografie, mappe navali, spiagge, strade secondarie, descrizioni della costa e dei porti. Abbiamo bisogno che tutti i siciliani di qui diventino nostre fonti per l’isola e i big boss come Lanza e Luciano ci daranno una mano”. “Benvenuti nell’Operazione Underworld”, commentò l’agente Morsloe, di fronte al silenzio e agli sguardi increduli dei colleghi che avevano appena appreso di essere alleati con la malavita.
Ma quella geografica fu in fondo la parte più facile: i dati iniziarono ad arrivare copiosi. La gente forniva anche cartoline, foto di famiglia con la costa come sfondo, stampe di paesaggi del litorale siciliano. La missione più complicata era preparare il terreno per l’invasione, trovare sull’isola i contatti necessari per fare da base agli agenti della Marina che si sarebbero trovati dietro le linee nemiche. Soggetti locali di cui fidarsi, in grado di guidarli, localizzare i centri di comando di nazisti e fascisti, segnalarne gli spostamenti. Haffenden pensava soprattutto a siciliani che parlavano inglese perché avevano vissuto in America e ora vivevano in Sicilia, compresi quelli che erano scappati dagli Stati Uniti dopo aver commesso crimini efferati, per evitare condanne o vendette mafiose. Il nome da contattare venne fatto quasi subito al capitano dal solito Lansky: Vincent Mangano, detto don Vincenzu, capo di una delle cinque famiglie, membro della Commissione molto ascoltato da Luciano, uno che non si era mai fatto beccare dalla giustizia. “E’ lui che ha i migliori contatti con l’organizzazione gemella in Sicilia”, spiegò Lansky, che gli era molto amico.
Toccò a Marsloe incontrarlo. La conversazione avvenne in dialetto. “Probabilmente – disse il tenente – sarò uno di quelli che si troveranno sull’isola in abiti civili per ottenere informazioni sul nemico. Avrò bisogno di qualcuno che sia lì ad aspettarmi, mi guidi nei porti, nei villaggi, mi faccia contattare gente che magari non è contenta di Mussolini”. La risposta di Mangano sorprese l’agente per lucidità: “Dopo averlo invaso dovrete governare il posto e in Sicilia quella parte, la gente non la vede molto volentieri”.
Il nome cui pensava Morsloe era quello di Vito Genovese, già membro della Commissione, fuggito dagli Stati Uniti nel 1938, dopo essere stato accusato di un omicidio. Ma era una figura controversa, anche tra i mafiosi newyorkesi. Si diceva che, per ingraziarsi il regime fascista, avesse ordinato l’uccisione di Carlo Tresca, il giornalista anarchico e antifascista, assassinato a Manhattan nel gennaio 1943. Inoltre, al momento Genovese non si trovava neppure in Sicilia, ma da qualche parte in Italia, dove viveva sotto la protezione di don Calò Vizzini, il padrino di Villalba.
Mangano però aveva un’altra idea: “E’ dovuto andare via da New York che era un ragazzo, la sua famiglia vive ancora in America. Ma ora è un uomo ed è il contatto più importante tra gli affari di qui e quelli in Sicilia”. “Come si chiama? Hai la mia parola che nessuno saprà mai del suo coinvolgimento”, promise Marsloe. Mangano fece un lungo silenzio, poi rispose: “Il suo nome è Damaniano Riccobono”.
In Sicilia la missione più complicata era preparare il terreno per l’invasione, trovando i contatti necessari. Un nome: Damaniano Riccobono
Come ricordano Harmon e Carroll Jr. nel prologo al libro, il giovane Riccobono era stato autore insieme al padre Giovanni dell’omicidio di un poliziotto, Henry Schwarz, nel 1916 a New York. Emigrata da San Giuseppe Jato e arrivata in America ai primi del secolo, la famiglia siciliana era legata alla Mano Nera, la mafia degli esordi, ed era attiva nel racket dei commercianti. Giovanni Riccobono si costituì la stessa sera della sparatoria, ma il figlio riuscì a fuggire, grazie al soccorso della malavita newyorkese: prima in auto verso il Canada e poi in nave verso l’Europa e la Sicilia. “Sembrava – scrivono gli autori – che la Storia americana avesse finito di occuparsi di lui. E in verità il nome di Damaniano Riccobono sarebbe stato dimenticato, lasciato fuori dagli articoli dei giornali e perfino dal censimento. Eppure, decenni dopo la sua fuga da New York, egli giocò un ruolo vitale nell’ora più grave della nazione, quando furono in gioco non solo vite umane ma lo stesso destino della civiltà. Nessuno glielo avrebbe mai riconosciuto”.
Da New York a Licata, così l’intelligence della Marina americana progettò una delle operazioni più controverse della Seconda guerra mondiale
Marsloe e Murray sbarcarono il 10 luglio 1943 sulla spiaggia di Torre di Gaffe, nei pressi di Licata, con la seconda ondata, insieme alla Terza divisione di fanteria e al Terzo battaglione dei Ranger. Alfieri e Titolo toccarono terra a Gela con il Primo battaglione dei Ranger. Cambiarono subito le uniformi indossando abiti civili, giacche di velluto, scarpe grosse, roba da contadini. Allertato da mesi dagli amici di New York, Damaniano Riccobono aveva preparato tutto. Li incontrò due giorni dopo. Aveva già pronta una dritta molto ghiotta, una villa in campagna che fino a pochi giorni prima aveva ospitato il comando dell’esercito italiano. Era stata abbandonata in fretta e furia: Marsloe e i suoi vi trovarono mappe, manuali per decifrare i codici di comunicazione, piani di evacuazione e di demolizione di porti e città, fra cui Licata, Gela e Porto Empedocle, piani di difesa per Messina e Palermo, prossimi obiettivi dell’offensiva alleata, aggiornati al 9 luglio: “Una vera miniera, molto più di quanto avessero sperato”, commentano gli autori.
Riccobono segnalò agli agenti una villa piena di mappe, manuali per decifrare i codici, piani di demolizione di porti e città. “Una vera miniera”
Riccobono fu prezioso per gli uomini dell’Oni. Parlava correntemente l’inglese. Conosceva personalmente tutti i mercanti e i contrabbandieri della costa. Aveva una rete di contatti in ogni città e villaggio, gente in grado di offrire ai quattro agenti alloggio, copertura e soprattutto ogni tipo di informazione. Soprattutto conosceva il territorio: i campi minati, le condizioni marittime, le trappole messe dal nemico all’ingresso dei porti. “E poi ci sono i grandi motoscafi veloci a Porto Empedocle”, spiegò Damaniano. Fu probabilmente il colpo più importante per l’Oni, anche se la loro cattura non era così prioritaria come la localizzazione delle mine: erano le Schnellboote tedesche, le imbarcazioni lunghe 35 metri, capaci di andare a 80 chilometri l’ora e armate fino ai denti, con siluri e due cannoni da 37 e 20 mm. Fino a quel momento erano state un’arma segreta.
Dopo l’armistizio, la missione siciliana degli uomini dell’Office of Naval Intelligence fu praticamente conclusa. Morsloe, Alfieri, Titolo e Murray vennero trasferiti in Italia, prima a fare da battistrada nei porti di Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, poi a fornire tutta l’intelligence possibile su quello di Napoli. Anche lì, venne seguito il copione della Sicilia e questa volta i contatti forniti da New York furono quelli con la Camorra. Ma c’era una differenza fondamentale: il mondo di sotto non era più cruciale, la resistenza iniziata dopo l’8 settembre aveva infatti fornito all’Oni centinaia di collaboratori che nulla avevano a che fare con la malavita, mentre un bonus importante veniva ora dalla collaborazione con i servizi militari italiani.
Ma, come scrivono Harmon e Carroll, “mentre i membri della Camorra ebbero un ruolo minore nella riapertura del porto di Napoli, furono quelli che ne trassero i maggiori benefici, ormai liberi di dar vita a un mercato nero molto lucrativo che dirottava le forniture degli Alleati e le rivendeva a caro prezzo. Col tempo riuscirono a corrompere anche le truppe americane, mettendo le mani perfino su beni destinati ai malati e alla popolazione affamata”.
Un ruolo decisivo in questo schema ebbe Vito Genovese, che nell’ottobre 1943 si fece addirittura assumere come interprete dal maggiore Elmer Holmgreen, un texano di San Antonio, diventato l’ufficiale per gli affari civili, di fatto il governatore di una città desertificata, ma con 250 mila abitanti. Ne sarebbe diventato il consigliere, conquistando una posizione ideale per gestire un gigantesco mercato di contrabbando: zucchero, farina, sapone, caffè, coperte, sigarette, carburante, veicoli, nulla sfuggiva alla sua rete. Perfino il tenente colonnello Charles Poletti, succeduto a Holmgreen, entrò nel suo libro paga. A mettere fine alle imprese criminali di Genovese fu probabilmente la sua imprudenza, una corruzione così diffusa e palese da provocare un’indagine dei comandi alleati su quella incredibile quantità di beni di proprietà del governo americano, trafugati e venduti a cielo aperto a Forcella o in altri mercati. Genovese verrà incastrato, arrestato e rimpatriato negli Stati Uniti (era ricercato per omicidio dall’Fbi) grazie a un altro ufficiale dell’intelligence, il sergente dell’esercito Orange Dickey, che era stato incaricato dell’inchiesta sulla corruzione interna. Una volta tornato in America e scontata una breve condanna, avrebbe continuato la sua scalata al vertice della Commissione, di cui divenne capo nel 1957, prima di essere nuovamente arrestato, processato e condannato a 15 anni nel 1959. Vito Genovese sarebbe morto dieci anni dopo in una prigione nel Missouri.
Passò quasi un decennio, prima che l’Operazione Underworld venisse riconosciuta, ma anche allora, in modo discreto e non ufficiale. Troppo imbarazzanti erano i metodi e impresentabili i personaggi ai quali il capitano Haffenden si era rivolto nell’ora più buia. Di più, per quanto non ci fossero stati impegni formali da parte delle autorità giudiziarie, l’Office of Naval Intelligence aveva fatto pressioni su giudici e procuratori perché usassero qualche riguardo nei confronti dei mafiosi che avevano collaborato per far vincere la guerra. Certo, Joe Lanza, che aveva continuato a fare affari d’oro nei docks mentre la polizia chiudeva un occhio sui suoi intrallazzi, alla fine era stato arrestato e condannato a 10 anni. Ma Lucky Luciano venne scarcerato con 10 anni di anticipo, sia pure per essere deportato in Sicilia, grazie a un affidavit di Haffenden, che confermava il suo ruolo.
Haffenden pagò caro il suo coraggio. Nel 1950 una commissione d’inchiesta del Senato Usa sminuì l’intera Operazione Underworld, riducendola al solo caso di Lucky Luciano e concludendo che il suo aiuto allo sforzo di guerra era stato sopravvalutato e dunque la sua scarcerazione anticipata “non aveva alcuna giustificazione”. Nessuno dei quattro agenti - né Marsloe, né Alfieri, né Titolo, né Murray - poté testimoniare, perché vincolati al silenzio professionale. Haffenden, liquidato dal rapporto finale come “un funzionario di basso livello che aprì le porte della prigione a Luciano”, fu costretto a lasciare l’Oni, ritirandosi nel Sud dove sarebbe morto d’infarto nel 1952 a sessant’anni.
Il capitano Haffenden, che ideò l’operazione, fu liquidato come “un funzionario di basso livello” e costretto a lasciare l’Office of Naval Intelligence
Soltanto nel 1954, un’altra Commissione, questa istituita a New York e presieduta da William Herlands per far luce sull’uso della criminalità organizzata durante la guerra in Europa, avrebbe ristabilito la verità storica, rendendogli giustizia. I lavori e le conclusioni rimasero però segreti. Furono chiamate a testimoniare più di sessanta persone, fra i quali gli agenti Marsloe e Alfieri, a quel punto eroi di guerra decorati con la Legion of Merit presidenziale, e ancora Joe Lanza, Meyer Lansky, l’avvocato Polakoff e i giudici coinvolti. Lungo 100 pagine, il rapporto finale fu una ricostruzione documentata e comprensiva della collaborazione della Marina americana con la Mafia italiana e le altre organizzazioni criminali durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel rapporto che ricostruisce i contatti tra Marina e criminalità, si legge di “un progetto condotto (...) alla luce della grave emergenza nazionale”
Non tutti i contenuti furono onorevoli per l’Oni. Ma la conclusione, rimasta segreta fino ad oggi, non lascia alcun margine di interpretazione: “L’uso di Luciano, dei suoi accoliti e dei suoi contatti fu un progetto originato e condotto dall’Oni alla luce della grave emergenza nazionale di quel momento. All’inizio Joe Socks Lanza, poi Charles Luciano divennero le figure centrali dell’operazione che si svolse dalla primavera 1942 fino al 1944. I dettagli sono descritti in questo rapporto e non ci possono essere dubbi o questioni sul valore del progetto”.