Elogio della fatica e del conflitto, che hanno uno spazio ideale: il teatro

A teatro si ride e si piange perché nasce dall’osservazione degli esseri umani ed è per gli esseri umani. Per le nostre fragilità. Così come ha saputo fare in maniera splendida e toccate il regista portoghese Tiago Rodrigues nel suo spettacolo “Il coro degli amanti”, di recente al Piccolo Teatro

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“Il coro degli amanti” di Tiago Rodrigues è andato in scena al Piccolo Teatro di Milano. (foto Masiar Pasquali)

Che ruolo può avere la cultura nel costruire il futuro? La risposta dipende da che cosa intendiamo per cultura e, soprattutto, quale sia il tipo di futuro che vogliamo. La parola cultura in origine significa “coltivare, lavorare la terra, curare”. Dunque, cultura è la coltivazione: l’atto di prendersi cura di qualcosa affinché cresca. C’è quindi un’immagine molto potente alla base: la cultura non è qualcosa che si eredita; è qualcosa che si coltiva.
Se tuo nonno ha arato la terra non è che tu la erediti così com’è e non devi più ararla. Lui ti può insegnare come si fa, ma poi il lavoro lo devi fare tu. Devi prendere in mano la vanga e cominciare. Che cosa erediti? Erediti che lui ti insegna come si fa, erediti la memoria. Così come un terreno può essere lavorato e fatto fruttare, così la mente può essere educata e affinata e la cultura diventa progressivamente ciò attraverso cui l’essere umano coltiva sé stesso: conoscenze, arti, educazione, modi di pensare. Quindi la cultura è il lavoro che ti permette di aver cura di te stesso. Di essere più consapevole, attento, sensibile. La cultura è tutto quello che determina la tua identità e stabilisce le traiettorie per il futuro.
Quando si parla di futuro oggi si parla di tecnologia, di algoritmi e intelligenza artificiale. Lì si è aperto un enorme mercato che sta definendo il nostro presente. La tecnologia ha sostituito l’azione umana in molti campi per mezzo di due fattori: rapidità e comodità. Oggi facciamo tutto più rapidamente e più comodamente utilizzando la tecnologia digitale. Tutto è a portata di un dito.
Italo Calvino nelle sue Lezioni americane dedica un capitolo alla Rapidità e lo fa a modo suo parlando di Mercurio e Vulcano. Mercurio è mobilità, velocità, intuizione, capacità di stabilire connessioni. Vulcano, invece, è concentrazione, lavoro artigianale, pazienza, costruzione. L’uomo ha bisogno di entrambi: la velocità di Mercurio deve essere resa possibile dal lento lavoro di Vulcano.
Che ruolo può avere la cultura nel costruire il futuro in un paese che non fa figli? La denatalità non è solo un fatto demografico
Tutto è a portata di un dito. Anche i tasti di un pianoforte sono a portata di un dito. Ma sappiamo bene che non puoi imparare a suonare il pianoforte rapidamente e comodamente. Sappiamo che ci vuole tempo, fatica e la capacità di gestire la frustrazione, la ripetizione. Non lo erediti, lo puoi coltivare. Ci va il tempo che ci va.
Io non voglio un futuro in cui l’istruzione sia all’insegna della rapidità e della comodità. Voglio un’istruzione che porti cultura, cioè che insegni a coltivare, che insegni a comprendere il valore della fatica.
Il teatro per sua natura sfugge al progresso digitale perché prevede la partecipazione fisica di attore e spettatore. Il qui e ora non può essere smaterializzato. In questo senso è una comunicazione antica. Non è rapido e non è nemmeno comodo perché non lo puoi ordinare a casa e scaricare online come faresti con un film. Il teatro, come tutto quello che costituisce condivisione umana, è fonte di benessere.
Qualche giorno fa a Milano c’è stato un grande concerto di Anyma, DJ e produttore discografico italiano. Un enorme ledwall con immagini digitali, su una musica digitale. Era uno show audiovisivo pre-programmato e sincronizzato dove audio, video e luci seguivano un sistema di timecode che governava tutto. Non c’erano cantanti, musicisti o ballerini sul palco. Però a Milano c’era un dettaglio fondamentale che cambiava tutto: sotto all’immenso ledwall c’era una persona, il DJ. Poteva benissimo non esserci, non era necessaria la sua presenza fisica nell’esecuzione; il concerto si sarebbe svolto esattamente anche se lui non fosse stato fisicamente sul palco. Ma per il pubblico quel dettaglio cambiava tutta la fruizione.
Il teatro sfugge al progresso digitale perché prevede la partecipazione fisica di attore e spettatore. Il qui e ora non può essere smaterializzato
Una sola presenza costituisce un dialogo. Così come un insegnante costituisce la possibilità di un confronto. Immaginiamo un futuro in cui le scuole funzionano come il check in all’hotel? Inserisca i suoi dati, una voce la guiderà nei prossimi passi… Nessuno ha voglia di giocare a scacchi contro un computer che ha una potenza di calcolo infinitamente superiore al nostro cervello. Sappiamo che i computer sanno calcolare le mosse meglio di noi, ma continuiamo a giocare tra di noi, magari al parco con le pedine giganti, sfidando qualche sconosciuto. Abbiamo bisogno di imperfezioni per essere umani. La mente umana è imperfetta, e questo ci rende quello che siamo. Fragili, facciamo errori, inciampiamo, invecchiamo, il tempo ci dona complessità e bellezza, ma prosciuga le nostre energie.
Le malattie della mente nascono dalla sofferenza prodotta dall’isolamento, dalla mancanza di cura, dall’impossibilità di comunicazione e condivisione. Quindi: che ruolo può avere la cultura nel costruire il futuro? Il ruolo di aver cura della condivisione, dell’istruzione, di relazione, cittadinanza e partecipazione. Perché una società in cui puoi partecipare è l’unica che offre benessere per tutti. I teatri italiani, che sono moltissimi, non li abbiamo costruiti noi: li abbiamo ereditati, ora sta a noi coltivarli. E siamo così fortunati oggi, da vivere in una democrazia per cui questi teatri sono di tutti.
Il proprietario dell’immobile del Teatro alla Scala è il Comune di Milano. Se decidesse di affittarlo potrebbe guadagnarci un sacco di soldi, invece lo offre gratuitamente a una Fondazione. Il Teatro alla Scala appartiene alla collettività comunale milanese, così come tutti i teatri lirici e teatri stabili italiani. Quindi il primo compito della cultura è davvero fare in modo che siano di tutti. E non si tratta solo di una equa politica dei prezzi. Si tratta di rinnovare il linguaggio artistico.
Oltre ad ospitare il repertorio, i teatri lirici devono produrre le opere che raccontano le storie di oggi con la musica di oggi. Al di là del genere, aldilà delle etichette. I teatri di prosa devono produrre la drammaturgia contemporanea. Il palcoscenico della danza deve aprire i suoi codici ai codici contemporanei più coinvolgenti ed elettrizzanti. Questo significa coltivare e non ereditare. Questo significa aver cura del futuro.
Il teatro è una casa di democrazia. Non dobbiamo temere di pretendere che mantenga questa funzione che l’ha fatto nascere. E’ dove la parola si fa storia, dove i conflitti prendono corpo, dove Medea ammazza i figli; dove Antigone si impicca per sete di giustizia; dove Tito Andronico fa un pasticcio di carne con i corpi di due uomini e lo serve alla loro madre. O dove Mirandolina prende in giro il modello maschile; dove Figaro si ribella alla prepotenza del nobile; dove il misero Rigoletto piange la morte della figlia.
I teatri di prosa devono produrre drammaturgia contemporanea, il palcoscenico della danza deve aprirsi ai codici contemporanei
A teatro si ride e si piange perché nasce dall’osservazione degli esseri umani ed è per gli esseri umani. Per le nostre fragilità. Così come ha saputo fare in maniera splendida e toccate il regista portoghese Tiago Rodrigues nel suo spettacolo “Il coro degli amanti”, visto di recente al Piccolo Teatro.
A presentarlo sembra il ritratto perfetto di una serata noiosissima: due attori che per un’ora parlano simultaneamente dicendo le stesse parole. Isabella Ragonese e Francesco Alberici sono in un palcoscenico pressoché vuoto (due sedie e un bollitore per il tè), rivolti verso il pubblico e parlano raccontando la stessa storia. Tranne che che per qualche momento, tutto lo spettacolo è fatto di un testo che i due ripetono insieme all’unisono. Sembra quanto di più noioso si possa immaginare, invece questo teatro ha una forza che trattiene il pubblico, lo commuove e lo diverte.
Nel Coro degli amanti” di Tiago Rodrigues c’è solo un testo che i due attori ripetono all’unisono. Ma ha una forza che incanta e commuove
Non serve molto, e questo è il teatro che più ci incanta, dove l’invenzione di un codice di comunicazione rende unico quel momento. La forza del teatro è tutta in quei pochi metri quadri di palcoscenico che sta lì a dimostrare la sua bellezza, quando a farlo sono artisti in grado di offrire una visione personale, lucida e schietta.
Rodrigues è il direttore del Festival di Avignone, una realtà che quest’anno ha offerto 47 spettacoli nel programma ufficiale con circa il 40 per cento di prime mondiali. Avignone ha costruito attorno al finanziamento pubblico una macchina culturale enorme, con circa 125.000 biglietti e un budget dell’ordine dei 17 milioni di euro. Dov’è in Italia un luogo che accoglie e promuove il teatro in questa misura?
Infine, la domanda iniziale andrebbe corretta e contestualizzata rispetto alla prospettiva storica del nostro paese. La formula giusta è questa: che ruolo può avere la cultura nel costruire il futuro in un paese che non fa figli? La denatalità è un fenomeno demografico; ma la “crisi demografica” è la difficoltà di una società ad adattare le proprie istituzioni alle conseguenze di quel fenomeno. Ed è quello che viviamo oggi. Viviamo la difficoltà di dover modificare le regole, di dover raggiungere nuovi equilibri e nuovi accordi. La prospettiva del futuro vista da un settantenne è ben diversa rispetto a quella di un ventenne. Perché il futuro appartiene a chi lo immagina.
La cultura deve comprendere e aiutare la nuova società che si sta formando: cittadinanza, legalità, identità non sono temi da banalizzare ad un comizio, non sono bottini elettorali. Sono quanto di più prezioso ci portiamo addosso come esseri umani. Un nome, una lingua, una storia. Il palcoscenico ha, ancora una volta, il compito di raccontarla.