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In punta di piedi. In “Tip Toe” di Russell T Davies dicono tutti: è colpa vostra
Due uomini e gli stereotipi, le incomprensioni e la ferocia del nostro tempo. La miniserie su Hbo
10 OTT 26

“Tip Toe” è una miniserie britannica ideata e scritta da Russell T Davies e diretta da Peter Hoar, con Alan Cumming e David Morrissey. Si vede su Hbo Max
Un uomo in maglietta, mutande e pantofole esce correndo di casa, insegue qualcuno che girerà l’angolo e sparirà in un lampo. E’ mattina presto, il momento dell’inermità, del caffè sul fuoco, per me in particolare è il momento in cui non voglio parlare con nessuno, ho bisogno di tempo per riabituarmi al mondo.
L’uomo fa per rientrare in casa ma come nelle mattine sfortunate la porta si è chiusa alle sue spalle e lui è senza chiavi. Forse fa anche freddo, e l’uomo non è particolarmente giovane o aitante. Suona alla porta dei vicini di casa, per telefonare alla sua amica che ha le chiavi di scorta ed è l’unica che può andare a toglierlo d’impaccio, anzi a salvarlo. Tutti noi pensiamo: che non succeda mai a me. Di dover suonare in mutande alla porta del vicino, di mattina presto. Quando anche il vicino è nel suo momento di inermità, di scarmigliatezza, di docce appena fatte o in corso d’opera, di cucina in disordine. Eppure non c’è altra soluzione che questa: suonare alla porta del vicino di casa e sperare che sia in casa, e che ci apra. Loro due sono vicini da quindici anni, due case quasi identiche in un sobborgo di Manchester, case inglesi in cui appena entri c’è la scala per le camere da letto, case inglesi con il giardinetto per fumare. L’uomo in mutande è sorridente, gentile, educato, imbarazzato ma non troppo, l’uomo che apre la porta è torvo e sospettoso, ha due figli maschi che si stanno preparando per andare uno a scuola e l’altro al lavoro, sono due ragazzi molto belli. Scopriremo che l’uomo in mutande sta per compiere sessant’anni, e forse lui e il vicino sono quasi coetanei: uno è colto, l’altro no. Uno è simpatico, l’altro no. Uno è gay, l’altro, lo capiremo in fretta, è omofobo. Ma questo è solo il punto di partenza, la superficie scivolosa delle cose. Questo è solo l’inizio.
Uno è simpatico, l’altro no. Uno è gay, l’altro, lo capiremo in fretta, è omofobo. Ma questo è solo il punto di partenza, la superficie scivolosa delle cose
Entrambi dicono: voialtri. Per riferirsi alle categorie umane e politiche che li spaventano, o verso cui provano rabbia e rancore. Voi privilegiati, voi pervertiti, voi pazzi, voi ignoranti.
Anche la migliore amica di Leo, l’uomo in mutande, che nella vita fa l’assistente sociale, gli dice: voi. Voi che ignorate le donne. Voi che in fondo le disprezzate. E’ tutto, per cinque puntate: voi, io, noi. E’ tutto un avvicinarsi e starsi lontani, attrarsi e respingersi, cercare uno spazio, chiedere scusa, e poi non capire mai, non voler mai capire, perdere la calma, perdere la speranza, perdere l’allegria, perdere tutto.
E’ Tip Toe, una miniserie (5 puntate) britannica ideata e scritta da Russell T Davies (che ha scritto tra l’altro: It’s a Sin) e diretta da Peter Hoar. Si vede su Hbo max, e dopo una settimana sono ancora indecisa se lo spaventoso finale (sottolineato a ogni inizio puntata) sia un simbolismo sfacciato, estremo, uno spudorato avvertimento al limite della distopia, oppure no. Oppure no. Il titolo suggerisce il contrario: in punta di piedi. Spiegherò dopo il perché di questo titolo, pronunciato in una conversazione notturna da Melba, drag queen disillusa che non crede più al futuro.
I protagonisti di questa serie sono però i due uomini quasi coetanei: Leo, l’uomo in mutande, e Clive, il maschio sospettoso e ossessionato dalla virilità. Leo gestisce un gay bar su Canal Street, è stato lasciato dal compagno che si è innamorato di una donna, vive solo e spesso usa app di incontri, ha molti amici, è benvoluto, sta attento a piacere agli altri. E’ infelice. Clive fa l’elettricista, ha questi due figli alti e belli, una moglie arrabbiata con lui da sei anni per un tradimento, ha problemi di soldi ed è abituato a disprezzare chi è diverso da lui. Favorevole alla Brexit, pensa che tutti gli rubino il lavoro, attentino ai suoi figli, gli sottraggano ciò che gli spetta. Pensa che gli omosessuali siano pedofili. E’ infelice.
Sono due stereotipi? Sì e no. Sono soprattutto due esseri umani che entrano in contatto, con il loro bagaglio di rabbie, delusioni, angosce. Entrano in contatto e poi in conflitto, uno prova ad addomesticare l’altro, ci sono buone possibilità, uno dei due ha bisogno di lavoro e l’altro gli offre un lavoro, poi gli offre aiuto, gli offre un whisky, non reagisce ai soprusi, poi gli urla: basta, non ne posso più, voi non siete mai capaci di dire grazie, pensate che tutto vi sia dovuto, pensate che noi ci dobbiamo far perdonare qualcosa. E urla e piange, e non sa che non è finita. Voi, loro, tu, io. Noi.
La scrittura sofisticata di Russel T Davies fa in modo che tutti i personaggi parlino di tutto, abbiano dialoghi altissimi e realistici, discutano di politica mai in modo stucchevole, si scambino insulti, battute, preoccupazioni, visioni del mondo e del mondo gay, e lascino ogni volta uno spiraglio. Uno spiraglio alla possibilità di comprensione reciproca, di amicizia. Perfino di salvezza. A dispetto di tutto, in ogni puntata c’è spazio per la speranza in uno scivolamento diverso delle cose, in ogni puntata c’è spazio per il sollievo.
I personaggi hanno dialoghi altissimi e realistici, e c’è sempre uno spiraglio alla possibilità di comprensione reciproca, di amicizia, di salvezza
Ma tornando all’inizio: Clive, l’elettricista, apre la porta a Leo, in mutande, e lo fa entrare per telefonare all’amica che gli porterà le chiavi. Lo guarda con disprezzo, ma anche con curiosità. Grazie a una vicina di casa pettegola ha saputo in tempo reale che Leo stava inseguendo un ragazzo, un incontro erotico fuggito in un attimo con il suo computer. Del resto Leo racconterà a tutti questa storiella modificandola a suo piacimento: dirà agli amici che era “completamente nudo”, per esibirsi, per ingelosire l’ex fidanzato, per sentirsi ancora un giovane uomo che fa festa ogni notte e non un sessantenne a cui viene spesso da piangere e che ha paura del futuro. Che dice: “Abbiamo combattuto tanto per essere visti, per uscire dai sotterranei, ma se adesso loro ci vedono e comunque non gli piacciamo?”. E’ tutto qui, e non è uno stereotipo.
Clive quella mattina non vuole lasciare Leo, omosessuale dichiarato, solo in casa con suo figlio sedicenne, quindi lo costringe ad aspettare l’amica sui gradini di casa all’aperto, gli presta una giacca a vento ma niente pantaloni, però poi gli piace fare battute, prenderlo in giro, andare a casa sua a sistemargli l’allarme, chiedergli a bruciapelo: sei ricco? Per un attimo, anzi per qualche mezz’ora, ho sperato che questi due si innamorassero, che la serie prendesse un’altra piega. Perché è evidente che Clive è attratto da Leo e anche dal mondo non particolarmente scandaloso del suo bar, vuole capire, ma al tempo stesso è inferocito, pieno di pregiudizi e di paure, pieno di informazioni fake, pieno di vergogna. Non sa chi è e non ha nessuno con cui parlare, nessuno con cui confidarsi, guarda video di catastrofi, di incidenti d’auto, ha la testa che gli scoppia ma quando per un attimo si placa il suo sorriso gli cambia la faccia e cambia lo schermo. Ma Clive si vergogna anche di sorridere, vive tutto come una debolezza, come una trappola, come una sconfitta, ha paura perfino di sorridere a sua moglie che gli sta dicendo: vorrei tanto lasciarti, ma non abbiamo i soldi e tanto vale togliere di mezzo questo pensiero. Non posso dire di più, ma ci sono altri segreti di Clive.
Clive è attratto da Leo e anche dal mondo non particolarmente scandaloso del suo bar, ma è anche inferocito, pieno di pregiudizi e di vergogna
Leo, che ha vissuto gli anni Novanta, la liberazione, l’esplosione dell’Aids, “ero gay prima ancora di essere uno spermatozoo”, che è conosciuto da tutti nel quartiere, una sera festeggia il compleanno di Melba, drag queen cliente fissa del locale di Leo, che gli confessa di amarlo da sempre, ma senza speranze, e noi adesso vediamo la realtà: due persone adulte, con i capelli grigi, stempiate, che hanno fatto la rivoluzione con i loro corpi e con i loro desideri e adesso siedono stanche ai tavolini di un bar e non ridono più. Melba è preoccupata, dice: una volta entravo nei posti così, tadaaaaà, adesso entro in punta di piedi, per sicurezza.
Tip toe, in punta di piedi. Tip toe, perché i tempi cambiano, e non lo vedi che abbiamo tutti paura? Leo rassicura Melba, le dice che no, è un momento, passerà tutto vedrai. Ma è vero che hanno tutti paura. Anche la ragazza trans che deve scegliersi il nome e che deve scappare dall’appartamento condiviso perché quattro uomini vogliono ammazzarla. Anche Clive, che sospetta che Leo abbia potuto toccare suo figlio di sedici anni. Anche questo ragazzino di sedici anni, che vorrebbe scappare lontano da suo padre. Anche sua madre, che ha capito molte cose ma non è pronta ad affrontarle. Sono tutti sulla stessa strada: la strada del terrore. Alcuni in punta di piedi, altri invece strepitano, spinti dalla cecità del loro terrore.
Tutti hanno paura, alcuni in punta di piedi, altri invece strepitano, spinti dalla cecità del loro terrore. Un thriller di grandi temi e piccolissime cose
Questa serie è un thriller: un thriller fatto di grandi temi e di piccolissime cose con conseguenze enormi: una chiave data con nonchalance, un bicchiere fuori posto nella credenza, un po’ di vino in meno dentro il frigo, una foto postata nel momento sbagliato, un maschio col rossetto, un pettegolezzo che viene ingigantito, una conversazione fra due stanchi coniugi in bagno, dei messaggi letti con malevolenza, un sacco di cibo da mangiare guardando una serie tivù. Una partita da vedere con il branco dei maschi.
Quando il male si insinua dappertutto, non essendolo. Quando si è soltanto alla ricerca della conferma di un sospetto, di un pregiudizio. Siamo in grado di asserire: a noi non potrà mai succedere?
Tutto comincia con un uomo in mutande e con una chiave di scorta. Un gesto di buon vicinato, qualcosa che sfiora la comicità. Di mattina presto, quando siamo tutti inermi, confusi. E’ di mattina presto, all’alba, che in Adolescence la polizia fa irruzione in un’altra casetta inglese per arrestare un bambino di tredici anni che per la paura bagna il letto.
Le mattine sono fatte di piccole cose, caffè sul tavolo, asciugamani intorno al corpo, letti ancora disfatti. Anche le nostre vite sono fatte di piccole cose, e poi di grandi paure in punta di piedi. Piccole cose, enormi conseguenze, qualcuno in grado di mostrarci che cosa può succedere dietro la porta di casa.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
