Art can “broken” your heart

“Il potere del frammento” è il titolo e l’idea conduttrice di una mostra che unisce ciò che resta di opere d’arte da cinque continenti e cinque millenni. Un percorso tra guerre, cataclismi, iconoclastie e il nostro presente affascinato
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“Broken - Il potere del frammento”. Un’immagine dall’allestimento della Sala 2, “I corpi”. La mostra a Palazzo Strozzi, Firenze sarà aperta fino al 24 gennaio 2027 (Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio)

Dove c’è solo il tutto c’è la violenza, la quale pretende di essere tutto. Dove c’è solo il frammento, c’è solitudine e indifferenza. Dove invece il tutto sposa il Frammento, lì splende il raggio della bellezza”. Lo scriveva il grande teologo cattolico Hans Urs von Balthasar, in un’opera imponente di filosofia e di mistica dal titolo suggestivo: Il tutto nel frammento. “Dove dobbiamo dirigere lo sguardo? Ogni piccolo coccio desta subito in noi l’idea del vaso integro; se vediamo un torso, lo leggiamo a partire da un’immagine mentale della statua intatta. La nostra esistenza farà eccezione?”.
Il frammento, l’immagine di ciò che non c’è più, di ciò che abbiamo perso: che cosa sarebbe se non ci rimandasse a un tutto, a un’opera d’arte, alle civiltà e alle loro contraddittorie vicende? E, insieme, alla percezione che abbiamo di noi stessi e del nostro frammentario presente?
Gli ideatori e i curatori della mostra di Palazzo Strozzi – “Broken - Il potere del frammento”, a Firenze fino al 24 gennaio 2027 – di sicuro non avevano intenzione di addentrarsi nei terreni della teologia e persino della mistica cattolica (erano molti più interessati all’iconoclastia, lo vedremo: che è una cattiva applicazione dell’idea di Dio). Ma è suggestivo che l’idea di “frammento” sia al centro di molte domande filosofiche ed estetiche del nostro tempo e che permanga anche la riflessione sul Tutto assoluto, il principio dell’unità. In un secolo andato così in frantumi come il Novecento, e in un nuovo millennio che sembra impossibile restituire a un disegno unitario. “Ci lasceremo convincere che proprio la frammentarietà sia il tutto? O non è forse vero che, se soccombessimo e ci lasciassimo convincere, avremmo perso il senso del frammento e ci saremmo decisi per il non-senso?”.
Si possono anche mettere da parte le domande impegnative di Von Balthasar, e abbandonarsi al piacere degli occhi, ce n’è in abbondanza. Eppure basta entrare nella prima sala della mostra, e dietro agli magnifici resti del duecentesco Monumento funebre a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano – già smembrato nel Rinascimento: erano tempi in cui quel che non serviva più si buttava giù – si svela il frammento forse più significativo, interrogativo, del percorso. E’ Il Naso e labbra di Akhenaton, pochi centimetri, resto di una maschera funebre egizia del XIV secolo avanti Cristo: una scheggia di calcare indurito, due labbra carnose che sembrano ancora sorridere, oggi conservato a Metropolitan Museum of Art di New York.
La sua storia parla di qualcosa di profondo e inquietante, va al cuore di un discorso frammentato e indiviso. Riporta alla dimensione religiosa della frammentazione e al suo specchio violento e iconoclasta, la “frantumazione”. Il frammento-ritratto di Akhenaton, faraone d’Egitto, viene dalla nuova capitale da lui fondata (oggi Amarna). Akhenaton vi introdusse un nuovo culto incentrato su Aton, il disco solare. Promosse un’arte naturalistica e raffinata come mai s’era vista in Egitto, ma dopo la sua morte la sua riforma religiosa fu abbandonata, le statue distrutte. Si voleva cancellare la memoria del faraone per restaurare la religione antica e i suoi simboli. E’ accaduto molte volte, le guerre e le guerre religiose sono tra le cause più frequenti della “trasformazione” in frammenti, in resti distrutti o profanati o cambiati di senso, di tante opere del passato.
Ma non c’è solo l’iconoclastia, a Strozzi – sebbene sia uno spunto di drammatica attualità che sta dietro al progetto “Broken”, ci torneremo. Indagare i frammenti “mette in gioco il nostro rapporto con quello che non c’è più”, che è pur sempre una parte di noi, dice Arturo Galansino, che di Strozzi e direttore ed è anche ideatore e uno dei tre curatori – insieme a C.D. Dickerson III e Andrew Sears, della National Gallery of Art diWashington – di questa esposizione immaginata a tutto campo: cinque millenni, cinque continenti, cinque anni di preparazione e cinquanta prestatori per quasi novanta opere esposte. “Molte hanno vissuto più a lungo come frammenti che nella loro forma originaria”, annota Galansino. Non solo le avversità umane: le vestigia del passato sono più spesso il risultato di fenomeni fisici, un terremoto, un’inondazione. Tra un mese, il 4 novembre, saranno sessant’anni dalla alluvione che sconvolse Firenze: la ricorda quel che resta della statua lignea di un Cristo Portacroce, oggi al Museo di San Marco, ripescata nell’Arno. I frammenti diventano gesti di sopravvivenza che interrogano l’archeologia, la storia delle culture e anche la riflessione sui consumi artistici e lo sfruttamento coloniale. Ma prima viene il loro “potere”.
Come racconta con uno spunto affascinante (nel catalogo Marsilio Arte) C.D. Dickerson III, esperto di Rinascimento e Barocco, direttore del Center for advanced study in the Visual Art della National Gallery of Art di Washington, che ha co-prodotto la mostra e che nei prossimi mesi ne ospiterà la versione americana. Scrive lo studioso: “Chi approdava sull’isola greca di Rodi tra il 230 a.C. e il 670 d.C. circa veniva accolto da uno spettacolo straordinario: sulla spiaggia di fronte al porto si stagliavano i resti della gigantesca statua di bronzo di Elio, il dio sole, il famoso Colosso di Rodi”. Tra i viaggiatori che rimasero sbalorditi ci fu anche Plinio il Vecchio. Un terremoto aveva abbattuto il Colosso, ma “anche se a terra, costituisce tuttavia ugualmente uno spettacolo meraviglioso”, scrisse. “La rottura non è necessariamente una forza distruttiva. Nei frammenti che crea custodisce il potere di trasmettere la sua peculiare magia. Osservare una statua spezzata può emozionare quanto vederla intatta”.
Sono tutte sculture antropomorfe, le opere del percorso. Braccia, mani, piedi monumentali divelti da statue presuntuose (quello di Luigi XIV amputato dalla Rivoluzione, oggi al Louvre), la celebre Mano destra di una statua colossale, tradizionalmente di Costantino, dei Musei Capitolini, uno straordinario enorme busto di Mussolini di Adolfo Wildt, sforacchiato dai partigiani dopo la Liberazione. Ma soprattutto teste, volti: di giovani donne, di divinità etrusche, egizie, khmer (una preziosa statua di Rama del X secolo saccheggiata durante la guerra dei Khmer rossi, immessa sul mercato internazionale e solo da poco riconosciuta); una testa di Buddha prelevata dagli inglesi nel 1814 dal tempio di Borobudur sull’isola di Giava.
“La rottura non è necessariamente una forza distruttiva. Nei frammenti che crea custodisce il potere di trasmettere la sua peculiare magia”
Già dalla prima sala, dietro al naso di Akhenaton, l’ottimo allestimento e il gioco di rimandi tra le teche permette di incrociare gli sguardi, di lasciarsi incontrare da presenze che si parlano attraverso i millenni, la Testa del Bodhisattva Avalokiteshvara, arte Champa vietnamita, dialoga con un frammento di una Deposizione dal sepolcro medievale e con la preziosa Testa di giovane (Efebo) appartenuta a Winckelmann. Scrive Dickerson che il lavoro della mostra è nato “dalla convinzione che i frammenti possiedano qualcosa che da sempre colpisce l’umanità fin nel profondo. I recenti strumenti offerti dalle scienze cognitive, inoltre, permettono di comprendere perché i frammenti meritino di essere trattati come una categoria scultorea a sé”. Vale anche per i corpi, sempre corpi spezzati come il Guerriero con scudo di Mont’e Prama, capolavoro dell’arte nuragica o il Frammento di figura inginocchiata dal sito archeologico di Jenné-Jeno nel Mali.
Relitti dai mari, o riemersi dalla terra, i frammenti divennero presto oggetti di collezione, di riflessione. Fin dai tempo del teologo Ildeberto di Lavardin, che visitò a Roma nel Mille e cento e se ne innamorò. “O Roma, non c’è nulla che sia uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata grande, se intatta”. Di un Ermes romano rimane solo il piede e la mano con cui si allaccia il sandalo. Il Torso di Livorno, un bronzo greco, ora al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, riemerse su una spiaggia nel Rinascimento ed entrò subito nelle collezioni medicee, senza moderne aggiunte o “ricomposizioni”, come pure era nella moda artistica dell’epoca: nacque la nuova passione per le rovine e della caducità del tempo. Nasce il culto del sublime: “Dal momento che negli stessi edifici e nelle rovine è possibile considerare più rettamente la fragilità delle cose umane”, scrisse in una Bolla il Papa umanista Pio II Piccolomini. Sorge una nuova sensibilità per i non finiti, che nascono già come frammenti, Michelangelo docet.
Perché “le rovine tengono insieme presenza e assenza”, ricorda Galansino, “obbligano lo spettatore a immaginare ciò che manca”. 
Sopravvivenze della storia. Sopravvivenza al mutare delle storie umane e al loro portato di violenza. E’ uno dei punti concettuali, di sguardo culturale, all’origine di “Broken. Il potere del frammento” che dal fascino del passato riporta a un tema di drammatica attualità, come spiegano i curatori. Riassume Galansino: “L’ideazione di ‘Broken’, prese avvio all’inizio del decennio in corso, proprio quando negli Stati Uniti venivano abbattuti monumenti (del resto tutt’altro che belli) legati allo schiavismo”, all’interno dei movimenti di protesta identitaria e razziali. Quei fatti, come anche lo sfregio a opere d’arte, la richiesta di rimozione dai musei, “dimostravano che anche ai nostri tempi la distruzione di una statua poteva riguardare la memoria collettiva, la trasformazione di senso e uso. Così cominciammo a riflettere sul ‘ciò che resta’ dopo passaggi storici di questo tipo”.
Solo sculture antropomorfe. Piedi divelti da statue presuntuose (come quello di Luigi XIV), il busto di Mussolini di Adolfo Wildt. Ma soprattutto volti
Assieme alla frammentazione dei nostri saperi, della nostra psicologia, cultura, affettività… c’è dunque il tema assolutamente attuale di una nuova e differente iconoclastia, che si realizza nel prendersi o nel contraddire lo spazio pubblico. E’ accaduto coi cristiani che “battezzavano” statue pagane, coi protestanti che mutilavano quelle cattoliche. Ma anche con la dea azteca Coatlicue (dal Museo Nacional de Antropología di Città del Messico) distrutta dai conquistadores spagnoli; ma secoli prima anche gli Aztechi riutilizzarono, appropriandosene, l’arte tolteca. Ma vale anche per una rivisitazione intenzionalmente contemporanea del gesto di abbattere le statue, come la grande scultura lignea The Elephant in the Room (Otto von Bismarck) dell’artista tedesco Julius von Bismarck, una statua equestre che si smonta e ricompone in loop attraverso un sofisticato meccanismo.
C’è anche una misteriosa casualità nella conservazione e nel riapparire dei frammenti. Come il tronco di un Cristo ligneo del medioevo francese ritrovano in un un campo: lo usavano come spaventapasseri (a lui non sarà spiaciuto: “Il Signore veste anche i gigli del campo”). C’è una giocosità intenzionale nella loro ricomposizione, nel prendersene in qualche modo cura. Come ha fatto Francesco Vezzoli con The Swan (2023) unendo una testa romana maschile del II secolo dopo Cristo con un busto femminile rinascimentale. 
Ogni rimando, ogni scoperta, coinvolge la nostra sensibilità contemporanea, la frammentazione di affetti, nozioni, sguardi che è il nostro quotidiano. Non è per nulla casuale che uno dei libri sull’amore più letti e commentati negli ultimi decenni si intitoli Frammenti di un discorso amoroso, il celebre saggio per lemmi in ordine alfabetico di Roland Barthes, una lucida testimonianza della nostra difficoltà a riconoscere un tutto disperso in mille rivoli (“sono come quei bambini che smontano una sveglia per sapere che cos’è il tempo”).
La scultura “The Elefant in the Room (Otto von Bismark)”, una rivisitazione intenzionalmente contemporanea del gesto di abbattere le statue
Ci si avvicina così, nelle ultime sale, al moderno e al contemporaneo, dove l’estetica del frammento diventa parte dell’arte stessa; le figure parziali, non finite di Rodin o Medardo Rosso o di Giacometti. Del resto scriveva già nel 1945 Arturo Martini: “La scultura moderna vive ormai solo nei frammenti, nei dettagli, nei piccoli pezzi in cui l’artista è riuscito a salvare un calore divino. Il monumento intero è quasi sempre un cadavere; il frammento, invece, respira ancora”.
C’è poi un’ulteriore declinazione di questa sensibilità contemporanea, che guarda in modo nuovo (ma da almeno un secolo, va detto) i frammenti, i reperti di altri continenti e che prova a rimediare almeno nell’idea ai furti con destrezza dei collezionisti o dei colonialisti, così come alle nostre latitudini si prova a fare con gli sfregi dei tombaroli. In mostra ci sono opere di arte africana, statue propiziatorie giapponesi, reperti toltechi e siriani. Oggi sottoposti a processi di ripensamento e restituzione, e a considerazioni anche polemiche. In una piccola sala l’artista vietnamita-danese Dahn Vo ha posto una valigia Rimowa, semiaperta, in cui sono stati stipati frammenti di Cupidi cinquecenteschi, la metonimia di un furto culturale.
La penultima sala è interamente dedicata alla “frammentazione” della figura di Justin Bieber, centro di un work in progress dell’artista Paul Pfeiffer (Honolulu) intitolato Incarnator e affidato ad artisti e artigiani di paesi post coloniali che reinterpretano, o fanno a pezzi, il mito di una pop star globale. Molta parte dell’empatia della mostra – non semplice l’allestimento, in uno spazio affascinante ma a trigonometria invariabile come Palazzo Strozzi – risiede nel far dialogare le opere, nella mobilità offerta all’occhio: la capacità di attrarre, e anche lusingare, sguardi e sensibilità diverse, da un millennio e da a un continente all’altro, è essenziale in ogni mostra, tanto più se composita.
Se ne può uscire in tanti modi, magari chiedendosi perché solo frammenti “umani”. O quali sentieri psicologici abbiano guidato le scelte dei curatori. Se ne può uscire avendo compreso quei giochi di sguardi, anche grazie alle ottime didascalie-racconto curate da Ludovica Sebregondi. Se ne esce con una riflessione sulla nostra epoca fatta di frammenti non ricomposti, di memorie non ricomponibili. Ma che hanno il potere di rimandare al “tutto”.