Wanna dei miracoli

Marchi e la figlia, dalle tv private e la "guerra al lardo" al palinsesto instagrammatico. E adesso il premio a Roma. Le grandi taroccatrici nella capitale del tarocco, meglio del Marziano di Flaiano

3 OTT 26
Immagine di Wanna dei miracoli

foto ansa

Una volta qui era tutto Strega. Non si sono ancora placate le polemiche per il “Premio Internazionale della Cultura”, d’ora in avanti PIC, ricevuto da Wanna Marchi e dalla figlia Stefania Nobile in Campidoglio, a Roma. Indignazioni, interrogazioni, agitazioni. L’ex sindaca Virginia Raggi, oggi consigliera dei 5 Stelle, ha parlato di una situazione “surreale”. La senatrice di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione ha espresso “stupore e indignazione”. Il comune ha annunciato “una revisione delle modalità di istruttoria” per la richiesta delle sale, al fine di salvaguardarne “il valore istituzionale e simbolico”. Marchi e Nobile si difendono, “la cultura non è solo Michelangelo e Pirandello”, dice la figlia.
Intanto viene inguaiato Dario Nanni, presidente della commissione Giubileo e consigliere capitolino del gruppo misto, che era lì alla cerimonia e aveva richiesto la concessione della sala, e adesso dice che non conosceva i nomi dei premiati. “Metteteci a confronto se volete lo scoop! Sei una bruttissima persona, Nanni”, urla Stefania Nobile dalle sue stories. Certo l’idea che uno che si occupa del Giubileo trovi il tempo per il premio a Wanna Marchi, di procurarle una sala o solo assistere, senza darsela a gambe, è una fotografia abbastanza accurata della città. Comunque, la cerimonia si è svolta nella Sala della Protomoteca, chiamata così perché dentro è conservata una collezione di busti di marmo, le protomi, anche tristemente nota per le camere ardenti e gli addii celebri, da Moravia alla Carrà alla Bonino lo scorso 15 settembre.
Stefania era lì premiata per il libro “Vendere... cara la pelle”, micidiale copertina nera con lei, l’autrice, capelli frisé, abbronzata che in confronto Valentino Garavani era albino; pubblicazione, premio, libro, sala: tutto organizzato dall’editore medesimo, Alessandro Gian Maria Ferri (Alessandro Gian Maria!) da non confondersi coi Ferri delle prestigiose edizioni e/o di Elena Ferrante.
Tutto questo proprio in Campidoglio, dove, oltre ai funerali e al consiglio comunale, quest’anno si è svolto anche lo Strega, nella capitale dei premi più incredibili e tarocchi che esistano. Roma infatti oltre che del Vaticano e dell’Ordine di Malta e di mille organizzazioni dell’Onu è anche sede di un’internazionale anonima delle premiazioni, è la terra di nessuno dove oscure associazioni si assegnano riconoscimenti tra di loro, invitano in palazzi istituzionali e semiistituzionali, comprano pagine di pubblicità su quotidiani, e finalmente comminano questi trofei a personalità spesso completamente ignote ai più. In queste speciali cerimonie, succedanee dei veri premi, ma che si svolgono con una pompa anche superiore, c’è sempre un sottosegretario o un monsignore, magari anche importanti; ci sono dei buffet con dei fritti, c’è quasi sempre la parola “donna” dentro il titolo, c’è talvolta un milanese che non sa, non è al corrente, e ci finisce dentro. A volte si diverte, a volte ne è scioccato.
Queste kermesse,  cascami di quel mondo che il compianto Umberto Pizzi ha immortalato così bene, non conoscono requie. Sono una macchina che niente può fermare. Ecco il premio "Tracce e Visioni", consegnato, sempre in Campidoglio, e il giorno dopo quello a Wanna Marchi, il 24 settembre, alla mitologica Claudia Conte. Motivazione: "per aver trasformato parole, cultura e comunicazione in azioni concrete, lasciando tracce di impegno civile e costruendo visioni fondate sulla legalità, sulla solidarietà, sulla dignità delle donne e sul futuro delle nuove generazioni". Promosso dalla presidente del gruppo capitolino di Italia Viva; c’è sempre un consigliere comunale romano che si presta, forse viene messo in mezzo, non sa. Forse ha troppo tempo libero, forse bisogna istituire un premio ai consiglieri comunali di Roma. Ma l'anno scorso la stessa Conte aveva vinto il  “Donna d’Autore” (sic) mentre nel 2024 era lei a premiare alla decima edizione del “Women in Cinema Award”, di cui è ideatrice e organizzatrice, alla Festa del Cinema di Roma.  
Ma chi siamo noi per giudicare (e per non premiare)? Di sicuro conosco anch'io qualcuno che ha preso/dato/presentato un premio tarocco, forse l’ho preso pure io a mia insaputa. Ognuno a Roma ha infatti un solo grado di separazione da un premio tarocco, e il claudiacontismo, del resto, cioè (anche) la premialità seriale e reciproca, non va disprezzato: alimenta il Pil, crea posti di lavoro, con tutti i palazzi e i catering della Capitale che devono lavorare, e poi appunto c'è la pubblicità, ed è anche un antidoto contro l’overtourism. Il premio tarocco è un altro unicum romano, forse a Milano non usa, al nord forse non ci sono tutti questi premi tarocchi, e però basterebbe guardare certi happening, certi simposi, certi eventi, come la programmazione della Pinacoteca di Brera, tra sedute di yoga e le mostre improbabili di signore avvenenti e neo-artiste…
Ma la calata di Wanna Marchi e della figlia nella capitale e nel claudiacontismo, e nel sistema premiale capitolino, hanno creato un sublime cortocircuito. Meglio dell’arrivo del Marziano di Flaiano, di Carrère ai Parioli, della Santa della “Grande bellezza”. Qui arriva infatti la grande taroccatrice che ha trovato qualcuno che tarocca più di lei. Qui taroccavano già quando lei era ancora sugli alberi a Bologna. Intanto loro, le taroccatrici taroccate, attivissime sui social, ne hanno magnificato la portata, del PIC: siamo emozionate, siamo onorate, ecc. ecc. di ricevere il PIC. “Grazie vita riesci sempre a sorprendermi”, scrive Wanna. 
Ma poi arriva subito, spietato, il trash, nella definizione di Tommaso Labranca, cioè l'imitazione non riuscita di un modello alto, ecco dunque che “Siamo arrivate accompagnate dai vigili perché non trovavamo la sala Promototeca” dice la figlia su Instagram. Poi: via ai molteplici “Buongiorno rosiconi”, contro chi ha criticato la loro avventura romana. Ma già le due promettono sfracelli. “Ho appuntamento lunedì col mio avvocato”, assicura Stefania, che non accetta le accuse di chi si indigna per il prestigioso Pic andato a chi? Due pregiudicate? Ma il premio non escludeva pregiudicati – e qui si rientra in un altro grande classico italiano, il premio con polemica, generalmente in kermesse più “alte”, lo Strega sempre capitolino con il MeToo e il pulmino di Bisceglie, e poi le fiere editoriali con il sempiterno e variabile Editore Fascista Impresentabile (EFI) che nessuno ha mai sentito nominare se non nel momento della polemica annuale, e che finalmente vende qualche copia (a differenza degli altri).
Ma qui la polemica è nuova e abbiamo “le Marchi”, e finalmente un po’ di brio: il premio in sé è un’altra storia, in tutti i sensi, ecco Wanna che non sorseggia il bottiglione come il liquore Strega, ma mostra su Instagram lo scudone di legno che sarà 70x40 centimetri, apparentemente pesante, intagliato, un mega distintivo di polizia, quelli che si trovano attaccati nei commissariati e negli uffici dei segretari comunali, con dentro però incisa una civettona che sgrana gli occhi e spalanca le ali – chissà mai chi saranno gli artigiani (subito un premio per gli artigiani).
“Anche tu sei cultura”, dice Stefania a David Parenzo alla “Zanzara”, il tutto condito con tutte le superstizioni e il realismo magico a cui ci hanno abituati, fin dai tempi del mago do Nascimento, con quel barocco iettatorio tra la Via Emilia e la macumba brasiliana. C’è Jimmy Ghione che le critica (e va concorrente a “Ballando”)? “Ti azzopperai nelle prime puntate!”, maledice Stefania, ma poi invece eccola tumefatta, occhio nero, “ho messo un filtrino per non spaventarvi”, diceva ieri. E’ caduta lei. Intanto Wanna posta, i giorni successivi al premio, prima delle polemiche, da Roma, ma da zone incongrue, stories crepuscolari dalle parti della Stazione Termini, piazza dei Cinquecento… si lamentavano di qualcosa… non avevano mangiato bene… forse la sporcizia... sembravano abbandonate, facevano tenerezza, sperdute, tristi, tra i turisti e i gabbiani.
Intanto la loro avventura va avanti, avventura non romana ma umana, in quest’ennesima manifestazione o “manifesting” come dicono oggi, di Marchi & figlia. Confesso, io sono fan da sempre. La seguo dalla gloriosa epoca delle televendite, da quella gioiosa sagra delle tv private che erano gli anni Ottanta. Ogni città aveva allora una sua tv indipendente e sgangherata, con testimonial, slogan, tormentoni, adattati all’origine e al caso: a Roma il mitologico archistar Bruno Zevi nella sua villa-studio sulla Nomentana ospitava con gusto ribaldo TeleRoma56; a Pavia c’era una pellicceria, Annabella, con Alain Delon testimonial; sul Lago di Garda avevamo “la Boutique dell’Arte” e poi tutti i “protagonisti del Novecento”, che poi, scopriremo, allietavano le notti insonni di Berlusconi e alimentavano le sue collezioni.
Fino a Giorgio Aiazzone, il mobiliere di Biella che si era inventato l’Ikea in Italia prima dell’Ikea, assoldando un venditore da località termale, Guido Angeli, e grazie a un tormentone, “Provare per credere”, attirava pullman di compratori “isole comprese”. Quando morì, Aiazzone, precipitando sul suo aereo 40 anni fa nel 1986, Wanna Marchi e la figlia tennero una veglia funebre televisiva, un happening mai visto, su Rete A, alternandosi con Guido Angeli: si rivolgevano direttamente al defunto, chiedendogli la forza di andare avanti. Il tutto mentre la telecamera inquadrava la scrivania del de cuius con un raggio di luce rivolto verso l’alto.
Del resto Marchi e Nobile di quell’epoca erano protagoniste assolute e assolute sacerdotesse, con la loro “guerra al lardo”, lo scioglipancia, le maledizioni oggi diremmo grassofobiche, “hey tu, lardosa!”, e poi l’urlo di battaglia “d’accordooo” in un vaudeville quotidiano che guardavo di nascosto su televisori ancora tondeggianti, non come il cinema dolby surround che oggi abbiamo tutti in casa.
Wanna intanto ha attraversato le epoche: il successo clamoroso commerciale, poi il crollo penale, il documentario Netflix – la fase documentario Netflix oggi non si nega a nessuno – infine un “terzo atto” instagrammatico, dove lei e la figlia si sono appropriate meglio di qualunque artista di questo nuovo “format” non meno “entertaining” dell’iniziale. E oggi sono di nuovo lì in quel nuovo panorama social di chi si inventa un lavoro, una professione, un’expertise, su schermi improvvisati, privati, da far west tascabile. Tra i personal trainer, i ristrutturatori di case, gli esperti di finanza,  gli agenti immobiliari, tutti diventati intrattenitori – gli agenti immobiliari sono tra i più notevoli, dai più celebri milanesi a quelli più sconosciuti, dopo quello palermitano che salta giù da una “Lapa”, ora mi appassionano quelli indiani dell’area di Latina e dell’Agro Pontino, ma ci sono pure dei cinesi di seconda generazione a Roma. E poi, insomma, ognuno, con in testa un’idea meravigliosa, armato del suo telefono, come i vecchi televenditori dei primi anni Ottanta.
In mezzo a questo nuovo far west loro sono ancora lì. Wanna, a 84 anni, credo cucini a domicilio a pagamento; Stefania ha i lavori sociali alla Protezione civile. Stefania è reduce dall’ennesima tornata giudiziaria, questa volta per la vicenda della Gintoneria, insieme a Davide Lacerenza, il suo ex compagno, finito nei guai per droga e prostituzione, ma prima re della “Gintoneria”, un locale tamarrissimo in zona Stazione Centrale a Milano dove si degustavano vari tipi di gin (il gin è il nuovo whisky di “Michele l’intenditore”: altra epopea anni '80 che nessuno sotto i 50 coglie), e secondo le accuse si degustava anche altro. Lacerenza e Stefania Nobile sono finiti ai domiciliari e poi hanno patteggiato.
In questi giorni lei racconta la storia di lui, su Instagram. “Siamo all’undicesima puntata”, “qui entriamo proprio nel momento più doloroso della storia”, "la guerra alla cocaina", un pezzo della nostra vita era stato distrutto durante quella notte", declama con un filtro che non so come si chiama,  dove dietro ti tieni un’immagine, che sfarfalla, che sguincia, in questo caso di Lacerenza, e in primo piano lei, il tutto in pessima qualità, orrendo, dunque perfetto. Siamo di nuovo negli anni Ottanta.
Ma all’epoca serviva uno studio, almeno un garage, qui si può fare da ogni dove, e le dirette di Stefania Nobile e Wanna Marchi avvengono in macchina, da Milano; la macchina diventa un set e un oggetto di scena: qualche anno fa era una Lamborghini – simbolo del desiderio tamarro da Dubai a Cinisello Balsamo, fino ai dolci baby maranza musicarelli (“Io non mi innamorerò/però mi sta piacendo/Voglio un Lambo, me lo prendo”). Ora invece non si sa che macchina sia, ma è chiaramente un’utilitaria, direi una Twingo. Bene, le due accostano, parcheggiano, e fanno le loro storie, raccontano, parlano in camera, e via. Adesso mi avvince proprio il feuilleton di Davide Lacerenza, altro che podcast motivazionali. Altro che serie turche o microdrammi coreani. La Stefania che tra improperi e maledizioni varie ferma in doppia fila attacca il racconto, tipo "Mille e una notte", grado zero della narrazione: le quattro frecce come il camino acceso. C’era una volta Lacerenza. 
Lacerenza nel frattempo lavora in un locale, si chiama Renaissance, un ristorante, lo vedo nelle storie di un altro notevole personaggio di queste tv private-instagrammatiche, Andrea Liconti: uno che vende e compra roba usata, nello specifico borse. Sulle borse come oggetto di consumo e speculazione servirebbero saggi, servirebbe resuscitare Umberto Eco: da quelle nascoste nei controsoffitti di Ilary Blasi a quelle finte regalate a Francesca Pascale, un mondo in cui la borsa ha sostituito i lingotti d’oro come bene rifugio. Bene, in questo nuovo scenario, Liconti imbruttisce a clienti che gli portano borse contraffatte, e i clienti si incazzano, c’è la signora della Milano-bene, c’è la cameriera che l’ha avuta in dono – così dice – dalla sua padrona, e poi tutto un mondo e una commedia umana, con le trattative, le battute, e intanto passa più realtà lì in un minuto che in un intero palinsesto di una qualunque tv.
Questi “nuovi mostri” internettiani (mostri in senso buono, à la Dino Risi), si conoscono e collaborano fra di loro, per esempio Liconti va a mangiare nel nuovo Renaissance di Lacerenza, e ci fa una recensione video (impagabile il momento delle ostriche, con Lacerenza che insegna la differenza tra “acqua buona” e acqua cattiva dell’ostrica, il commento positivo è sempre “spettacolo!”); il tutto in un’imitazione di altre cose, di “4 Ristoranti”, di “Masterchef”, (“quanto abbiamo pagato?”), però con una freschezza e libertà che di nuovo la televisione tradizionale oggi non sa neanche dove sta di casa.
Notevole anche quando Liconti va per mercatini insieme a un altro personaggio, Mattia Berveglieri, famoso per le sue recensioni di abbigliamento, in giro per negozi famosi, al ritmo di “questo fa schifo”, “questo è cento per cento acrilico, è una merda”, anche di prodotti di marchi celebri, il simmetrico insomma di tutte le marchette giornalistiche sulla moda e sullo stilista sempre “visionario” e “igonigo”). Un’altra story di un altro personaggio non male, ma minore, un sarto romano, che si vanta delle tre generazioni della sartoria di famiglia: insegna come annodare il “pàpion”, cioè il papillon. A chi nei commenti – ah, i commenti! – gli fa notare l’assurda pronuncia, di una cosa che dovrebbe conoscer bene, risponde così: “Sul francese è vero dobbiamo ancora lavorarci”, col candore d’oggi, tipo i millennial che ti dicono “non so chi fosse Napoleone, ma io sono del ‘90”.
Di questo mondo, interessantissimo, le uniche che abbiano fatto tutto il giro completo, le uniche che c’erano allora e ci sono pure adesso sono loro, Wanna e Stefania, dagli albori delle tv alla fine della tv. Ieri Stefania ce l’aveva con qualcuno che le ha criticate, non so bene a chi si riferisse, qualcuno “che va in tv ormai col cachet dell’Inps”. Intanto la soap su Lacerenza va avanti, eccoci all’undicesima puntata, “e arriviamo alla parte più dolorosa della storia, sono arrivata persino a pregare una persona di accompagnarlo a Dubai...”. Il tutto dalla macchina, senza tax credit, né film commission. Altro che festival di Venezia. Lo schermo è diventato piccolo, ma loro sono sempre grandi, mi sembra evidente. D’accordooo?