L’inappartenente. Vita di un solipsista che sogna la libertà

Le comunità da cui fuggire e i mondi in cui salvarsi. Studiare mi è servito a mettermi alle spalle le appartenenze che non avevo scelto: coppia, famiglia, scuola, chiesa, squadra di calcio. E città, anche
28 SET 26
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Vilhelm Hammershøi, “Interior with Young Man Reading”, 1898

Intervistato da Charlie Rose, George Carlin dice di aver smesso di farsi illusioni sul genere umano: “Amo le persone una per una, le persone sono meravigliose se le prendi come individui, nei loro occhi si può vedere l’intero universo, ma appena cominciano a raggrupparsi, a coagulare, quando sono cinque, dieci, iniziano a cambiare, sacrificano la bellezza dell’individuo per il bene del gruppo”.
Così forse è persino troppo, nel senso che così si fa troppo credito agli esseri umani presi singolarmente: se uno li guarda negli occhi non ci trova tanto spesso “l’intero universo”, per lo più non ci trova niente, ma sì, a una certa età si capisce che le unità (uno, due, tre, non molto di più) sono meglio delle decine, e che nell’associarsi, persino per cause nobili, c’è quasi sempre qualcosa di sospetto o di sinistro. Colpa delle prime forti impressioni dell’infanzia, della giovinezza?
La vita dei miei genitori era piena di adesioni a comunità cui non avevano mai veramente scelto di aderire. Ci si erano trovati. La prima fedeltà l’avevano giurata l’una all’altro, sposandosi, ma non era stata una scelta vera e propria, perché anche in quel giuramento si erano trovati senza capire bene quello che facevano. Non era possibile non sposarsi, nel pieno Novecento, per i membri della loro classe sociale, e dato che a decidere con chi ci si sposava non pensavano più i genitori, il ruolo dei genitori nel loro caso l’aveva svolto la piccola azienda in cui tutti e due si erano trovati (appunto) a lavorare. La mitologia famigliare – riferita da mia madre con un candore che ancora mi commuove – dice che il capufficio li aveva visti insieme, un giorno, al bancone di un bar, e aveva commentato “ma perché non vi sposate, voi due, che fate tanto una bella coppia?”. E loro, sbadatamente, avevano accettato il consiglio.
Non era neppure possibile non avere figli, nel pieno Novecento, per i membri della loro classe sociale, e così ne hanno fatti due, alla giusta distanza di tempo l’uno dall’altro. Diventando famiglia, la coppia si è vista obbligata a una serie di doveri sociali per i quali non aveva vocazione. Ai pranzi e alle cene della famiglia allargata (zie, cugini, nonni) nessuno voleva bene a nessuno, tutti si preparavano a questi raduni con un senso di pena e preventiva irritazione, irritazione che facilmente esplodeva proprio durante l’Evento a causa di una risposta brusca, una vecchia ruggine, una parola detta male, o anche solo perché – cominciavo a capire – quando in uno stesso spazio si riuniscono dieci-dodici persone senza uso di mondo succede inevitabilmente qualcosa di spiacevole che guasterà la vita di tutti per i giorni a seguire.
Di fatto è così che ricordo la mia vita da ragazzino: una lunga estenuante convalescenza emotiva, dopo le scenate cui avevo assistito o che mi avevano coinvolto come protagonista-vittima durante un pranzo di Natale, una comunione, una gita di Pasquetta. Ma nessuno era così libero da poter pensare che per evitare le scenate sarebbe bastato eliminare le occasioni che le scatenavano, sarebbe bastato non vedersi più. Era come se tutti avessero introiettato la massima di Kafka: “È inutile chiudersi in casa: si è nella loro”. Solo più tardi avrei imparato che in realtà ci si poteva benissimo chiudere in casa: ma a quel tempo, in quell’ambiente, la calamita delle consuetudini, delle “cose che si devono fare”, era troppo potente, e ogni volta ci attirava fuori. (Avrei anche capito una cosa più grande, cioè che crescere significa, tra l’altro, emanciparsi dai patti che altri hanno stipulato per noi prima che avessimo l’età della ragione: e me n’è venuto un concetto quasi sacro del diritto dell’infanzia ad essere lasciata in pace, e invecchiando ho trovato sempre meno tollerabile la coercizione, anche la coercizione amorevole che si esercita su chi non ha ancora l’età per capire e reagire, in uno spettro amplissimo che va dai bambini che una volta ho visto sfilare in divisa da soldato sul lungomare di Los Roques, Venezuela, ai bambini portati in centro a Roma a manifestare per le buone cause o contro le cattive. Ecco un genere di affiliazioni involontarie che per fortuna, essendo cresciuto in un ambiente impolitico, mi è stato risparmiato).
Ho capito tardi che crescere significa, tra l’altro, emanciparsi dai patti che altri hanno stipulato per noi prima che avessimo l’età della ragione
Osservando questa coppia infelice che aveva prodotto una famiglia infelice devo aver sentito, prima ancora di capirlo, che la coppia/famiglia era la prima comunità alla quale conveniva sottrarsi, e che qualsiasi angoscia consumata in solitudine era preferibile a una vita di coppia che aveva ottime possibilità di essere o di diventare angosciosa.
Al di là della famiglia allargata si apriva il vasto mondo delle relazioni sociali: non così vasto, in realtà, ma così ci sembrava dalla nostra specola micro-borghese. I figli andavano portati a scuola, in gita, a catechismo, a messa, al corso di nuoto, allo stadio; bisognava fare delle visite di cortesia ai conoscenti, essere ospiti educati, imparare le buone maniere, correggere le cattive, stare composti sulla sedia nel tinello di una sconosciuta di mezza età con i capelli viola mentre fuori, sotto il sole di maggio, una generazione intera si dedicava al petting. Era il mestiere di genitori, vale a dire soprattutto, a quei tempi, il mestiere di madre, e dava origine a un’altra infinita serie di frizioni e malumori. Mio padre non aveva interesse per gli altri esseri umani, nessuno gliel’aveva insegnato; mia madre ne aveva paura (degli umani, ma anche di mio padre): ogni interazione poteva trasformarsi in un trauma. E’ la ragione per cui si cercava di interagire con persone note, per quanto esecrate: parenti, vicini di pianerottolo, certi “amici di famiglia” delle cui vite e opinioni e timori non si sapeva in fondo niente, e niente si voleva sapere.
Sarà forse per questo che quelli che in teoria avrebbero dovuto essere, per me, piaceri, soddisfazioni del corpo o della mente o dell’anima diventavano occasioni di pena. O forse davvero l’inferno erano gli altri: i professori frustrati da un lavoro che chiaramente non volevano fare, i preti e le suore coi loro riti insensati, mortuari; i tifosi vestiti di bianconero contro i tifosi vestiti di granata, quei mostri di vanità che erano i rappresentanti degli studenti (già non ci piaceva andare a scuola: davvero esisteva qualcuno pronto a dedicarle altre ore del suo tempo, per “partecipare al processo decisionale”? Esisteva, esisteva), i compagni di scuola o catechismo o sport con le loro chiacchiere idiote su qualsiasi cosa (e diomio, la loro incapacità di non dire qualsiasi cosa gli passasse per la testa, come se ignorassero anche solo la possibilità di una vita interiore non verbalizzata: quarant’anni dopo ho ritrovato questa medesima tara nell’utenza della mia palestra torinese, specie al mattino presto, nei corsi di corpo libero: anche nell’Eden ci sono i serpenti).
Ma si capisce: le loro affiliazioni, i miei poveri genitori le avevano ereditate dai loro poveri genitori, e così via retrocedendo, se non all’infinito, fino all’epoca remota in cui vivevamo come le pecore nei prati. Tutti innocenti, dunque, però per sopravvivere dovevo spezzare la catena (“E non c’è lama che possa recidere / la languida catena / generazione su generazione”, canta Ferretti in Cronaca montana: oh, invece si può, si deve). Studiare mi è servito prima di tutto a questo, a mettermi alle spalle le affiliazioni che non avevo scelto: coppia, famiglia, scuola, chiesa, squadra di calcio – e città, anche. Cambiare città: entrare nell’universale non solo con il cervello ma anche con i piedi, mettendo centinaia di chilometri tra il mio passato e il mio futuro, tra la comunità che altri avevano scelto per me e la mia comunità d’elezione, è stato decisivo, vitale, tanto da convincermi che questo sia uno dei modi più sicuri non solo per crescere ma per migliorare: a un certo punto, più prima che poi, andarsene. Da quel momento è stato un lungo processo di muta, strati di epidermide lasciati cadere o strappati via, un processo meno difficile rispetto al passato perché avevo raggiunto l’età della ragione, ero consapevole di me e sapevo che le mie affiliazioni ero in grado di scegliermele.
Meno difficile, almeno all’inizio. Perché si trattava soltanto di andare a lezione, studiare, dare gli esami: un altro paradiso del solipsista. La città in cui studiavo, Pisa, non era più la Pisa iperpolitica degli anni Sessanta e Settanta, ma i professori che ci insegnavano avevano quasi tutti attraversato quell’epoca. Alcuni dei loro compagni erano entrati in parlamento o negli enti locali, altri avevano fatto i giornalisti. Loro erano rimasti, e per la maggior parte erano bravi professori. Per strano che possa sembrare, era un ambiente meno stupidamente politicizzato di quanto non sia oggi, soprattutto perché, almeno nella nicchia che m’ero scelto, la letteratura, continuava a sussistere una vera devozione per i vecchi libri e le vecchie idee, per la Tradizione insomma, e una certa sana tendenza a separare le proprie idee politiche e il proprio attivismo dagli interessi di studio. C’era, sì, qualche spiritato che in classe consumava i minuti dandoci istruzioni su che cosa fare nella prossima manifestazione contro la Nato a Camp Darby; ma agli altri – per essere soddisfatti, per giustificarsi l’esistenza – bastava appiccicare qualche etichetta ideologica ai loro vecchi e solidi studi umanistici (etichette un po’ puerili ma innocue come “per uno studio materialistico della letteratura” e simili), o applicare a casaccio le teorie di Marx e Lukács alle poesie dei trovatori.
Ma insomma, alla fine eccole, le libertà che sognavo da ragazzino: l’università era il posto in cui si poteva studiare ciò che si voleva nel modo che si voleva, senza dover giurare fedeltà a un metodo o a un maestro. C’era chi lo faceva, ovviamente, c’erano i fanatici, i bisognosi di tessera – “Per uno studio materialistico…” – ma bastava non dargli ascolto. Del resto, la pressione a far parte di un gruppo, a scrivere il proprio nome sotto una lista, a riunirsi sotto una bandiera era infinitamente meno forte di quella che dovevano aver patito i miei maestri alla mia età: io ero un felice membro della generazione post-ideologica. Nell’atrio della facoltà, i quadri degli insegnamenti con i nomi dei docenti, delle discipline e i titoli dei corsi, alludevano a un infinito numero di possibilità, a una moltitudine di cose da imparare. La promessa dell’università era quella, ed è una promessa che, con me almeno, l’università ha mantenuto in pieno.
All’università non si doveva giurare fedeltà a un metodo o a un maestro. La promessa di un infinito numero di possibilità e di cose da imparare
Poi naturalmente quella libertà assoluta si è un po’ diluita per le esigenze di carriera, e perché invecchiando bisogna dichiarare le proprie fedeltà, stare da una parte piuttosto che da un’altra. L’esercizio adesso non consisteva più nel disfarsi delle affiliazioni non scelte ma nell’evitare nuove affiliazioni indesiderate: schivare, far fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto da noi. E dunque. Lista – incompleta – delle occasioni di impegno per una comunità che mi si sono presentate e che sono riuscito a evitare: Iscrizione a un partito politico. Vabbè. Ammissione a una loggia massonica. Oh sì, un sogno, trascorrere un pezzo del tempo che mi rimane in mezzo a maschi anziani come quelli che il venerdì sera a Firenze percorrono Borgo degli Albizi in completo blu frusto, la ventiquattrore a tracolla, andando o tornando dalla loro loggia...
“Fare qualcosa” all’interno della mia associazione di categoria. Ecco una gramigna che quand’ero studente ancora non infestava l’università, le associazioni di categoria, queste simpatiche piccole camorre. No, no. “Fare qualcosa” all’interno della mia università. D’accordo, ma lo stretto indispensabile: vicedirettore, non direttore; segretario, non presidente. E sennò darsi malato, nascondersi, morire senza cariche.L’associazione degli alumni del mio liceo o della mia università. Siamo seri.
Ma qualcuno o qualcosa bisogna pur venerarlo, a qualcosa bisogna votare fedeltà, e da ragazzino ho fatto questa scoperta cruciale: che la mia fedeltà dovevo votarla soprattutto ai morti, o ai lontani. Anzi, non genericamente “da ragazzino” ma dal giorno in cui, seienne, sono entrato nell’appena inaugurata biblioteca del mio quartiere. Questo incontro inatteso, non preparato, con i libri ha funzionato come l’imprinting con le anatre: non ho mai più distratto lo sguardo. Non che la comunità dei vivi mi sia diventata indifferente; non che il fatto di essermi scavato una nicchia nel passato mi abbia alienato dal presente, dall’interesse per il presente: anzi. Ma il leggere tanto, di continuo, ha sviluppato in me precisamente quel sentimento ancipite o quell’ancipite natura – so bene che è la citazione più banale del mondo: ma è quella giusta – di cui Machiavelli parla nella lettera a Francesco Vettori: la vita normale, diurna, spesa in mezzo agli altri, e poi la vita passata ad ascoltare la voce degli scrittori, che è la vita vera.
Così, col passare del tempo, sono diventato l’abitante di un universo di cui le persone che avevano vissuto accanto a me fino ai miei diciott’anni ignoravano l’esistenza, e in cui per loro disgrazia non sarebbero entrate mai. E questo ha fatto tutta la differenza.
L’articolo è stato pubblicato sul numero 3/2026 de “il Mulino”, dedicato alle “Appartenenze”