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Uno scatto d’amore e morte. I misteri di “The Falling Soldier”
Due ebrei in fuga dietro la fotografia simbolo della guerra civile spagnola
26 SET 26

Endre Erno Friedmann, ebreo ungherese, e Gerta Pohorylle (Gerda Taro), anche lei ebrea, cittadina tedesca di origine polacca, si incontrarono a Parigi nel 1934. Esuli, in fuga dall’avanzata del nazismo (foto Getty)
Spagna, settembre 1936. Sul fronte andaluso di Cerro Muriano, alle porte di Cordova, si combatte la Guerra civile. Un miliziano della Seconda Repubblica cade all’indietro, colpito da una pallottola falangista. Il fucile gli sfugge di mano. Il petto si inarca verso il vuoto. Il corpo è già un’ombra scura stesa al suolo. Le braccia aperte come un Cristo in croce.
E’ lui - per molto tempo identificato come l’anarchico Federico Borrell García di 24 anni - l’immagine simbolo della Guerra di Spagna. Rimasta impressa nella memoria collettiva perché in prima linea con le truppe repubblicane c’era anche chi immortalava i combattimenti. Lo chiamavano Robert Capa. Era riuscito a catturare con l’obiettivo il soldato proprio mentre cadeva. Chissà. Magari aveva scelto di inquadrarlo per via della camicia bianca e delle cartuccere nere incrociate a bandoliera sullo sfondo brullo della Sierra Morena. O magari, come raccontò lo stesso Capa molti anni dopo, durante un’intervista radiofonica, la foto era solo frutto di una sincronia perfetta. Il caso e la coincidenza. Perché Capa colse con precisione millimetrica l’attimo fatale della morte, sollevando la macchina fotografica sopra la testa, “senza guardare nel mirino, dato che i soldati della Repubblica uscivano dalla trincea e venivano falciati uno dopo l’altro dal fuoco nemico”.
In ogni caso, nessuno mai prima di Capa aveva documentato con tanta potenza visiva il sacrificio di un ragazzo qualunque, un campesino con le scarpe di corda ai piedi, quando ancora le espadrillas non erano di moda. Nessuno era riuscito a trasformare, grazie alla stampa internazionale, la cronaca di una battaglia in un manifesto sull’orrore del conflitto fratricida scoppiato in Spagna due mesi prima.
Nessuno aveva mai documentato così il sacrificio di un ragazzo qualunque. La cronaca che si fa manifesto sull’orrore della guerra civile spagnola
Anche Capa era giovane, poco più che ventenne. Prima di realizzare il suo scatto più famoso, The Falling Soldier, era un mistero. Dopo, divenne un mito. E inaugurò un genere: il giornalismo per immagini. La testimonianza in diretta del momento della verità. O, forse, della verità del momento. Che, talvolta, non combacia con la realtà dei fatti per come si sono svolti.
Ecco il paradosso di Capa. E del suo doppio. Perché non è solo l’ambiguità dello pseudonimo, dietro cui si celava una coppia, compagni di vita e di mestiere, si sa. Si chiamavano Endre Erno Friedmann, ebreo ungherese nato a Budapest nel 1913 e Gerta Pohorylle, nome d’arte Gerda Taro, anche lei ebrea, cittadina tedesca di origine polacca, nata a Stoccarda nel 1910. Si incontrarono a Parigi nel 1934. Esuli, in fuga dall’avanzata del nazismo. Sembravano fatti l’uno per l’altra. Erano entrambi giovani, colti e squattrinati, entrambi appassionati di fotografia, all’epoca strumento chiave per raccontare la realtà e la modernità manichea del bianco e nero. Fu lui a introdurre Gerda al mestiere. Fu lei - scrivono gli storici della fotografia - ad avere l’idea vincente per moltiplicare le commesse e vendere le foto a un prezzo più alto. Il fatto è che inventarono insieme il personaggio di Robert Capa, un facoltoso fotografo statunitense di stanza a Parigi, così affermato da potersi permettere un paio di assistenti in Europa. Erano loro, in coppia, a rappresentarlo su qualsiasi fronte, in qualsiasi frangente, in qualsiasi trattativa con le riviste illustrate.
La foto del Miliziano colpito a morte venne pubblicata per la prima volta in Francia sul periodico Vu il 23 settembre 1936, poi, il mese dopo, su una pubblicazione come Regards, un news magazine all’insegna del fotogiornalismo. Ma solo quando apparve sulla leggendaria rivista statunitense Life nel luglio 1937 l’immagine raggiunse il pubblico di tutto il mondo. Il titolo stesso è la sintesi della didascalia apposta da Life sulla foto a tutta pagina: “La macchina fotografica di Robert Capa coglie un soldato spagnolo nell’istante in cui viene ucciso da una pallottola in testa sul fronte di Cordova”.
Negli anni Trenta, la fotografia era ancora percepita come testimonianza diretta della realtà, quasi come prova provata di quanto avvenuto. Certo, si poteva discutere di prospettiva, punto di vista, taglio fotografico, delle scelte dell’autore. Ma l’attendibilità del reportage per immagini non era messa in discussione. Non come le cronache scritte, spesso tacciate di propaganda. Nel caso specifico del Miliziano colpito a morte, la fotografia divenne subito icona: il simbolo universale della lotta contro i totalitarismi, dell’angoscia di un’Europa che sapeva di specchiarsi nella Spagna divisa in due dal golpe dei militari insorti.
Poi, negli anni Settanta, arrivarono i dubbi. Troppo plastica e perfetta la posa del miliziano. Troppo “teatrale”. Emersero testimonianze di corrispondenti di guerra presenti in Spagna secondo le quali la foto-icona The Falling Soldier sarebbe stata costruita e messa in scena durante una pausa dei combattimenti sul fronte andaluso. L’anarchico Federico Borrell García sarebbe davvero morto il 5 settembre del ‘36 a Cerro Muriano, ma dietro un albero e non in campo aperto. Il paesaggio arido ed essenziale che fa da sfondo alla caduta del soldato non corrisponderebbe al luogo indicato da Capa. Sarebbe nei dintorni di Espejo, un villaggio in provincia di Cordova, a 50 chilometri di distanza da Cerro Muriano.
Negli anni Settanta arrivarono i dubbi. Troppo plastica e perfetta la posa del miliziano. Una messa in scena, secondo alcune testimonianze
Nel 1975 fu il giornalista investigativo Phillip Knightley a esaminare in modo sistematico quello che nel frattempo era diventato l’Affaire Capa. Nel libro The First Casualty, il cui titolo riprende la massima sulla verità come “prima vittima” della guerra, aprì una controversia sull’autenticità, sull’identità e sul contesto di The Falling Soldier. Una controversia destinata a non chiudersi più. Inclusa la domanda regina: chi ha davvero realizzato lo scatto?
Ancora oggi, questo settembre, il quotidiano spagnolo El Diario ha rilanciato l’ipotesi che la foto sarebbe stata scattata da Gerda Tardo e non dal suo compagno Friedmann, intitolando un lungo articolo sulle “nuove prove” fornite dall’archeologo e storico andaluso Fernando Penco. La firma femminile sull’immagine simbolo della guerra che divise il paese novant’anni fa si troverebbe nel formato del negativo e in altri dettagli documentati, sostiene Penco. Il quale si dedica al “caso Capa” da venticinque anni, con studi ripresi a livello internazionale. Pubblicati anche dal giornale britannico The Telegraph e rivisti dall’International Center of Photography di New York. Lo stesso Penco, però, invita alla prudenza. Attribuire con certezza uno scatto è impresa ardua, perché, appunto, nel nome di Capa si muovevano in coppia Friedmann e Taro. Erano partiti insieme da Parigi per la Catalogna nell’estate del ‘36, all’indomani del golpe militare. Condividevano ideali e committenze. Inseguivano “la notizia nel momento in cui avviene”, come teorizzava l’amico Henri Cartier-Bresson, conosciuto a Parigi negli anni Trenta. Soprattutto, come molti militanti antifascisti dell’epoca, intellettuali, scrittori, artisti, giornalisti, fotografi accorsi in Spagna da ogni dove, avevano capito che la Guerra civile era molto più di un conflitto regionale. Era il laboratorio della guerra mondiale che di lì a poco avrebbe incendiato l’Europa.
Sembra che sia stata Gerda Taro a procurare gli accrediti stampa. Insieme con Endre Friedmann presero un aereo per Barcellona. Insieme lavorarono fianco a fianco, spesso sugli stessi fronti. Talvolta si scambiarono macchine fotografiche e negativi. Condividevano anche un principio: “Se la foto non è buona è perché non sei abbastanza vicino”. Nacque così il marchio Capa, destinato a diventare garanzia di fotogiornalismo di qualità. Tanto che lo scrittore americano John Steinbeck scrisse che “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Per riuscire a fotografare quell’emozione, bisognava conoscerla da vicino”.
Fu così che Gerda Taro morì. A furia di avvicinarsi. A furia di inseguire la storia mentre accadeva. Aveva coraggio da vendere. Lo aveva dimostrato già nella Germania nazista dove lei, di famiglia borghese e di borghesi frequentazioni, aveva conosciuto il carcere per la militanza nel partito comunista tedesco. Riuscì a scappare a Parigi grazie al passaporto polacco. Senza soldi e, ormai, senza patria.
Morì in Spagna, a Brunete, pochi chilometri a ovest di Madrid, dove nel luglio 1937 per tre settimane l’esercito repubblicano sferrò l’offensiva nel tentativo di allentare la pressione delle truppe franchiste sulla capitale. Una battaglia feroce, nel caldo infernale della Meseta Central, in una distesa di polvere e sassi. Il 26 luglio 1937 Gerda, la pequeña rubia con l’immancabile macchina fotografica, viaggiava aggrappata al predellino di una vettura carica di feriti. Nel caos della ritirata, un carro armato repubblicano urtò il veicolo. Gerda cadde sotto i cingoli del fuoco amico. Aveva ventisei anni.
La morte sotto il fuoco amico, con la macchina fotografica in mano, poi la sepoltura vandalizzata dai nazisti. Gerda Taro finì nel cono d’ombra
A Endre Erno rimase una manciata di rullini, molti negativi da sviluppare e il dolore di aver perso la sua compagna. Gli rimase anche il nome di Capa. Quel marchio nato come geniale invenzione di due ragazzi innamorati e spiantati divenne lo pseudonimo che Friedmann portò fino alla morte. Che avvenne pure per lui a causa di una guerra vista troppo da vicino. Saltò in aria su una mina in Indocina nel 1954. Aveva quarant’anni.
Gerda Taro fu sepolta a Parigi il 1° agosto del 1937, nel giorno del suo ventisettesimo compleanno. Una folla immensa, in gran parte composta da militanti del Partito comunista francese, la accompagnò al cimitero del Père-Lachaise. I poeti Pablo Neruda e Louis Aragon pronunciarono l’elogio funebre. Lo scultore Alberto Giacometti realizzò un monumento per la sua tomba. Poi, nel 1942, durante il regime di Vichy, la sepoltura fu vandalizzata dai soldati tedeschi: l’epitaffio raschiato via, il falco di luce scolpito da Giacometti distrutto.
Quello sfregio non fu mai sanato. Anzi, ebbe gli effetti di una damnatio memoriae. Come auspicavano i nazisti. Pian piano contribuì a cancellare l’identità di Gerda Taro. Che finì nel cono d’ombra, massimo paradosso per chi fotografa. Non più la prima fotoreporter morta in guerra, Gerda. Non più la pioniera del fotogiornalismo. Ma sempre più spesso soltanto la compagna di Robert Capa, il sopravvissuto. L’uomo che, assieme a Henri Cartier-Bresson, David Seymour e pochi altri, fondò nel 1947 l’Agenzia Magnum, destinata a diventare la più autorevole del mondo. L’uomo che continuò a portare il nome e a sostenere il peso della leggenda su tutti i fronti di guerra, incluso lo sbarco degli alleati in Sicilia nel 1943 e quello in Normandia del 1944.
In Spagna, a Madrid, dove Gerda arrivò da Brunete tenendosi le viscere con le mani e preoccupandosi più delle macchine fotografiche che della sua vita, Friedmann-Capa pianse. Le testimonianze sono concordi. Per rendere omaggio alla sua tenacia, alla sua capacità di non tirarsi mai indietro, le dedicò un libro, pubblicato negli Stati Uniti nel dicembre 1938. Si intitola Death in the Making. E’ il racconto fotografico della “morte in diretta”, per come Gerda e lui l’avevano vista nell’anno passato fianco a fianco in Spagna, nelle trincee improvvisate della Repubblica coi soldati in canottiera, nelle miliziane che si esercitano a sparare sulle spiagge di Barcellona, nei volti impietriti dei bambini abbracciati alle madri sotto i bombardamenti aerei, nelle aule dell’università di Madrid ridotte a postazioni per mitragliatrici. Una sorta di diario visivo con 111 fotografie attribuite a Robert Capa, 24 a Taro e 13 all’amico David “Chim” Seymour, anche lui fotoreporter di fama. In copertina, manco a dirlo, la foto del Miliziano colpito a morte.
Per quasi tutto il Novecento Gerda Taro rimase un’immagine sfocata. La svolta arrivò con la scoperta della “valigia messicana” nel 2007. Che in realtà non era esattamente una valigia. Ma tre scatole contenenti circa 4.500 negativi di Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour, messi in salvo alla fine della Guerra civile nel 1939 e riemersi in Messico dopo decenni di oblio. Un materiale prezioso consegnato all’International Center of Photography di New York. Materiale che permise di ricostruire la Guerra di Spagna fotogramma dopo fotogramma, anche se non fu mai trovato il negativo dell’immagine principe: The Falling Soldier. Permise, però, di distinguere, finalmente, le inquadrature di Friedmann da quelle scattate da Taro.
Da quel ritrovamento nacque The Mexican Suitcase, la mostra allestita a New York, dal settembre 2010 fino al maggio 2011. E, infine, il documentario: La maleta mexicana del 2012, realizzato dalla filmmaker anglo messicana Trisha Ziff. Che racconta, appunto, l’incredibile storia del ritrovamento dei rullini perduti e il loro viaggio dalla Spagna alla Francia, fino al Messico e a New York. La “valigia messicana” non riscrisse il mito di Capa. Però fece conoscere Gerda Taro al grande pubblico e le restituì il posto che aveva perduto nella storia della fotografia.
“La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi, tratto dall’omonimo romanzo, ha inaugurato la sezione “Orizzonti” alla Mostra di Venezia
Poi arrivò La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, Premio Strega 2018. Una biografia romanzata in cui, per la prima volta, il mito di Capa viene raccontato dal punto di vista di chi contribuì a inventarlo. Mettendo a fuoco Gerda Taro: la sua autonomia professionale, la sua intelligenza politica, la sua inquietudine, la libertà che andava cercando. Tutta la complessità di una giovane vita vissuta con tanta intensità. Le molte sfumature di grigio che danno profondità al bianco e nero della fotografia.
Dal libro di Helena Janeczek al film omonimo di Alina Marazzi. La ragazza con la Leica ha inaugurato con successo questo settembre la sezione “Orizzonti” della mostra di Venezia. Un altro tassello per ricostruire la dualità dell’identità e la dualità dello sguardo di Robert Capa. Almeno durante la Guerra di Spagna. Dove nacque la leggenda del fotografo, dimenticandone la metà.
