I comandamenti delle signore

Le Leggi consegnate a Mosè sono scritte per gli uomini. Dieci scrittrici le reinterpretano nei loro romanzi
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Non si poteva mica dire a una donna: “Non commettere atti impuri” o “Non desiderare l’uomo di un’altra”? Impensabile (foto Getty)

L’Onnipotente consegnò – o forse dettò, non è certo – i Dieci Comandamenti, incisi su due tavole di legno, a Mosè sul Monte Sinai. A un uomo, mica a una donna. Del resto è chiamato Signore degli Eserciti, mica delle Cucine. E ti pare che potevi dire a una donna in tempi tanto lontani e fondativi: “Non commettere atti impuri” o “Non desiderare l’uomo di un’altra”? Impensabile. Perciò molto interessante l’idea, venuta a Gloria Giorgianni per Rizzoli, di chiedere oggi a dieci scrittrici di interpretare in modo libero, ognuna in un breve romanzo, una di quelle leggi, che sembravano non riguardare il loro sesso, sicuramente perché a metterlo in riga ci pensavano già i maschi di casa, non c’era bisogno che si scomodasse un dio. Così da Dacia Maraini a Lidia Ravera, che aprono e chiudono la serie, passando per Camilla Baresani, Federica Bosco, Veronica Raimo, Viola Di Grado, Jennifer Guerra, Ilaria Gaspari, Gabriella Genisi e Ritanna Armeni, abbiamo il ventaglio completo di visioni femminili su comandamenti che, con divertimento o amarezza, vengono riletti e interpretati non senza severità anche nei confronti delle donne.
Un ventaglio di visioni femminili su comandamenti che, con divertimento o amarezza, vengono riletti non senza severità anche nei confronti delle donne
Purtroppo la veste grafica, tutta colori sgargianti e infantili, con scenette da libri “per signorine” – oggi si direbbe Young Adult – si rivolgono a un pubblico decisamente sbagliato, facendo pensare a storielle pop, romantiche e riduttive. Si tratta invece di racconti profondi, ragionati, che prendono molto sul serio il confronto al femminile con il comandamento in questione, pur allontanandosi spesso parecchio dal dettato biblico e dando vita a storie che non è sempre semplice dipanare alla luce del comandamento che illustrano. Con forse una sola eccezione, quella di Federica Bosco che per il suo “ricordati di santificare le feste” sceglie un tono scanzonato fra il giallo e il rosa mettendo a confronto tre giovani protagonisti, due fratelli e una sorella di padri diversi, con una nonna-strega, ricca imprenditrice, che vorrebbero vedere presto morta per intascarne l’eredità. Il suo racconto s’intitola Nostra signora che sei nell’attico e la domenica questi nipoti non vanno a Messa, bensì a onorare un pranzo settimanale in cui vengono derisi e maltrattati dalla terribile vecchia e solo raramente foraggiati con un po’ di denaro di cui hanno disperatamente bisogno. Del resto non foraggia anche il Creatore credenti e non credenti in modo dissennato, senza badare se la ricompensa sia meritata o meno e se il segno della croce, per dire, sia fatto con fede e onestà e non falsamente per piegarlo a commozione?
Fin dai due primi comandamenti, i più difficili da cui farsi ispirare, Maraini e Baresani scelgono strade impervie e oppositive. “Non avrai altro Dio all’infuori di me” esordisce il Padre Nostro che è nei cieli e Maraini lo trasforma in una bizzarra bambina alata dal collo lungo come una figura di Modigliani, che compare ai piedi del letto di un’artigiana del legno, Sara, capace di creare bambole e burattini meravigliosi ma che ha forse poca dimestichezza col guardare dentro se stessa. E la bambina le racconta antiche storie bibliche e la mette in contatto con quell’essere misterioso e superiore che però, si scopre, non risponde mai niente alle sue domande e insomma la piccola si deve arrangiare da sé. Perché lui si è disamorato della sua creazione, “troppe beghe, troppe risse, troppi intrighi…”. Ma guarda un po’, pensa Sara, non è stato proprio lui a fare le cose così malvagie? Risposta non c’è e quell’unico dio con cui confrontarsi non siamo altro che noi stessi (è l’inconsapevole insegnamento della bambina) e non è nemmeno questione di femmine e maschi, perché tutti, proprio tutti possono contare soltanto sulla personale interiorità. E magari le donne hanno una chance in più visto che la bambina alata è apparsa a una donna, e non a un maschio.
Il compito più difficile, comunque, credo sia capitato a Camilla Baresani: “Non nominare il nome di Dio invano”. Da piccola mi scervellavo su questo secondo comandamento. Ma che voleva dire? Non bestemmiare? Non solo, bisognava proprio stare attenti a non tirare in ballo il Creatore a sproposito, non immischiarlo nelle nostre insignificanti difficoltà. Ma, allora, pensavo, non si può nemmeno invocarlo quando siamo tristi e un compagno ci ha fregato la merenda a scuola? Dio ti punirà, avrei voluto dire minacciosa al ladruncolo! Macché, non nominare quel nome, per carità. L’Innominabile se ne frega della mia merenda. Ha ben altro da fare: soffiare sulle guerre che incendiano il pianeta per mettere alla prova i cattivi, che tanto restano cattivi e i buoni se la prendono nel sacco… Magari non usavo proprio queste parole fra me e me, ma qualcosa di molto simile, e giorno dopo giorno mi veniva meno la fiducia in quell’Essere Divino che non voleva essere disturbato. Ma tornando alla collana rizzoliana, come se l’è cavata Baresani con questo comandamento assurdo? Direi benissimo, perché, visto che il Re del Mondo, anzi dei Mondi, non vuole essere mescolato ai nostri affanni, tanto vale lasciarlo solo lassù e farne un essere umano infingardo e dominatore, un maschio approfittatore della peggior specie. Jasmine vuole tutto è il titolo del racconto, ma chi vuole veramente tutto senza sacrificare niente è l’affascinante Sergio Lenzi che di lei si dice innamorato. A essere follemente innamorata, invece, è la ventenne bellissima Jasmine, pedicure della ricca signora Simona Colombo, moglie di Sergio, che è rimasta abbagliata dal lusso di casa Lenzi e dall’ammirazione che le riserva il padrone di casa. Così presto ne diventa l’amante, più di un’amante, una schiava trattata coi fiocchi, relegata in una casa stupenda ma in cui resta ore e ore da sola, sepolta di regali firmati e varie altre piacevolezze. Il suo dio è Sergio, anzi Sergio Giovanni (così pretende di essere chiamato da lei) che però le ha fatto giurare di non nominare il suo nome mai, insomma di non parlare a nessuno, ma proprio a nessuno, di quella relazione. Potrebbe sembrare il consueto ménage a trois di tante storie simili già sentite molte volte, ma qui è originale lo sguardo, che è quello della ragazza, con la sua stralunata ingenuità e la sua innocenza ridicola ma autentica, che diventa poi lo sguardo di Simona. Sarà infatti la moglie tradita ad aprirle gli occhi sulla vera natura dell’uomo che si credeva un dio e Sergio Giovanni Lenzi, o Sergio e basta, verrà così fatto a fette. Un eccesso da vaudeville l’ho aggiunto io, perché il racconto, in realtà, sa affondare un insanguinato coltello sia nella condizione deprivata di Jasmine, che la porta a sognare il suo Principe Azzurro, sia nella apparente invidiabile posizione sociale di Simona, che si butta con tutta se stessa nel lavoro per garantirsi dal crollo di una stabilità economica raggiunta con le nozze, ma di cui è solo lei a reggere il peso, pagando la sua scelta con un devastante malumore.
Ed è un affondo ancor più inatteso nel tragico, Sabbie mobili di Veronica Raimo, che onora a modo suo il quarto comandamento, “onora il padre e la madre”, anzi forse lo disonora. Perché la madre che qui Raimo racconta è una spostata, indegna del suo ruolo, ma troppo malata per rendersene conto e rischia di rovinare l’unico figlio di nove anni che, senza padre, cerca un suo modo di stare al mondo. La trama è ridotta al minimo, un racconto di non detti, di disorientamenti, di dolore al limite del tollerabile che la scrittrice sa far passare fra le righe con rara maestria e una segreta saggezza.
E’ l’inquietante ritratto di un uomo, Guido Pacher – psicoanalista freudiano che poco sembra capire di se stesso e delle donne soprattutto – il modo in cui Viola Di Grado sceglie di illustrare il fondamentale “non uccidere” nel suo Questo mondo non è casa. E sceglie non una conferma della legge, ma un’opposizione vendicativa verso il potere maschile e verso l’incapacità degli uomini di “vedere” sul serio il cuore di una donna. Non si deve uccidere, ma in alcuni casi nell’uccidere si intravede una giustizia che dall’Altissimo non arriva, e in questo breve romanzo c’è molta abilità nel non prendere posizione. Dovrà farlo il lettore, imparando anche qualcosa sulla complessità della natura umana, maschile e femminile. Interessante l’osservazione che in italiano abbiamo solo una parola per “solitudine”, laddove l’inglese ne ha due, loneliness e solitude: la solitudine subita, dolorosissima, e quella scelta, positiva e saggia. E’ Pacher che riflette su una frase di Marianne Moore, the cure for loneliness is solitude. In italiano si semplifica così: la cura della solitudine è la solitudine. Ma andrebbe resa più complessa: la cura per una solitudine di cui si soffre, è una solitudine che scegliamo di attraversare o in cui stabilirci. Ma è proprio quello che nessuno dei personaggi sa fare, non Pacher, né la moglie che l’ha lasciato per un altro, né la sua paziente ribelle. E in questa incapacità di solitudine si trova il seme di tanta violenza umana.
Per il fondamentale “non uccidere”, Viola Di Grado non sceglie una conferma della legge, ma l’opposizione vendicativa verso il potere maschile
Il racconto più femminista del gruppo è invece quello della trentenne Jennifer Guerra, che è del resto una teorica del nuovo femminismo fra le più interessanti. Però non parla dei nostri giorni. Nel suo racconto siamo alla vigilia del mitico ‘68, e Jennifer non era ancora nata. La sua protagonista è una timida ragazza di provincia, Carla, che si trasferisce da sola a Padova per lavorare come segretaria in una fabbrica. Il libro s’intitola infatti La fabbrica dei bottoni e si ispira al sesto comandamento: Non commettere atti impuri. Di bottoni, almeno di quelli cuciti su pantaloni maschili, non ne ha mai slacciati, perché si sente impacciata e pavida nei rapporti con l’altro sesso. Pensa solo a difendersi. Poi s’imbatte in un gruppo di studentesse protofemministe che praticano self-help, ovvero imparano fra loro a conoscere il proprio corpo, soprattutto nelle parti più intime, perché solo “sapendosi” possono sottrarre il potere degli altri su di loro, fisico e morale. Si tratta, dopo accurata preparazione psicologica di sedersi per terra senza mutande, allargare le gambe davanti a uno specchio e scrutarsi attentamente sotto la guida di una più esperta che recita il nome delle varie parti della vagina e quel che c’è dentro. Atto molto impuro decisamente, soprattutto per una religione che non avrebbe mai potuto immaginare una trasgressione del genere. Ma Carla finalmente rinasce e si apre non solo a se stessa ma al mondo. La sua vergogna diventa felicità liberatoria. Per inciso, il racconto mi ha riportata all’allegra rivoluzione femminista degli anni Settanta all’università e sì, alla nostra pratica trasgressiva di self-help che credevamo messa in campo per la prima volta: possibile fosse già in auge in Italia quasi un decennio prima?
Jennifer Guerra racconta di un atto decisamente impuro, che trasforma la vergogna in scoperta di sé e felicità liberatoria
Tutt’altro clima si respira col “non rubare”, un clima sottilmente ironico che rievoca l’atmosfera claustrofobica di Agatha Christie in tanti romanzi che cercano l’assassino in un albergo, una casa o su una nave… Qui, nell’Hotel del tempo perso non c’è nessun assassino, ma il peccato gravissimo di rubare a se stessi il tempo di capirsi e capire, ingannandosi e smarrendosi in una scontentezza incurabile che arriva a trovare il bandolo della vita solo quando è troppo tardi. Bello l’andamento narrativo, la scelta di tanti personaggi e situazioni diverse, ma tutte sotto scacco, e il peggio è che lo scacco è autoprodotto. Nessuna leggerezza, invece, in Come la rosa di Gabriella Genisi, che interpreta le pesanti conseguenze del non rispettare il comandamento numero otto: “non dire falsa testimonianza”. E come poteva esserci leggerezza se qui si parla di femminicidi? Genisi conduce il racconto con chiarezza inesorabile. Va a fondo di sentimenti inammissibili, di motivazioni aberranti senza compiacimenti e senza pietismi. Sa rivelare un carattere semplicemente descrivendone i gesti: “Con la mollica del pane ripulì il piatto, si versò ancora un paio di bicchieri di vino, ruttò appagato e se ne andò a dormire”. La triade dichiaratamente femminista all’interno dei dieci libri, davvero tutti da leggere e sarebbe bene li leggessero gli uomini, si chiude con Ritanna Armeni e il suo Sono mia. Il comandamento è il penultimo, “non desiderare la donna d’altri”, in cui il giovane Tommaso, ossessionato dal suo amore per Francesca, che pur lo ricambia, ha il terrore di perderla, di essere tradito. E dunque nessun uomo deve desiderare Francesca, perché è solo sua, né lei desiderare altri uomini in nome della propria autonomia. Un amore possessivo e sbagliato è indubbiamente un crescendo pericoloso e inevitabilmente violento. Qui, come in altri racconti di questa serie che ne parlano in modo più larvato, è posto in primo piano il delirio di superiorità del maschio, la sua esigenza di controllo tirannico che trova facile sponda nell’atteggiamento comprensivo della donna (“a questo arriva il suo amore per me”, è il pensiero molesto, il pericolosissimo convincimento che porta al perdono anziché alla fuga immediata finché si è ancora in tempo).
Nessuna leggerezza nel romanzo di Gabriella Genisi, dedicato all’ottavo comandamento “non dire falsa testimonianza”. Si parla di femminicidi
Di Più dell’amore di Lidia Ravera che chiude la serie con un “non desiderare la roba d’altri” rivisto molto criticamente, ho già scritto su questo giornale il 10 ottobre dell’anno scorso, quando ancora molti titoli della collana mancavano all’appello. Non mi ripeterò se non per dire che si tratta di un racconto capace di toccare corde dissonanti, fra i più belli della scrittrice torinese. Ricorderò solo che contrappone una ragazza povera, che s’innamora di un quadro, a un uomo molto ricco e molto generoso che però di quel quadro non si sbarazzerebbe mai. E la domanda fondamentale che pone indirettamente l’autrice è: chi è il più colpevole? Chi è tanto ricco da non avvertire il peso dell’essere generoso, o chi non ha nulla e sottrae qualcosa a chi ha tutto?
Ai posteri l’ardua sentenza, con un rimpianto: il disordine e la distanza l’uno dall’altro con cui sono stati pubblicati questi brevi libri che acquistano peso se letti in sequenza. Il peso di un punto di vista femminile mai scontato e ricco di illuminazioni, per tutti: donne, uomini e fluid.