I turchi di casa nostra

Continua il boom delle serie made in Istanbul: valgono 1 miliardo di export, e spingono pure il turismo. Quarant'anni dopo Dallas, la soap opera che si guarda di nascosto, ma ha i suoi estimatori, dal Cile all'Italia 

25 SET 26
Ultimo aggiornamento: 18:26
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Etu che dizi, cioè che serie turca ti spari oggi? Il fenomeno non è certo nuovo, e però in un normale giovedì di Canale 5 ti convinci ormai d’essere stato teletrasportato tra Ankara e il Bosforo, e stupisce solo il mancato canto del muezzin. Alle 14, episodio 116 della quarta stagione di “Forbidden Fruit”, una delle dizi (abbreviazione di televizyon dizileri, che tradotto è proprio “serie televisive”) più acclamate: “Ender e Sahika tentano di incastrare Hasan Ali organizzando una seduzione con Svetlana per ottenere prove compromettenti e ricattarlo, ma l’uomo scopre il piano e lo manda a monte. Le due donne sono quindi costrette a cambiare strategia”.
Alle 16.05, seconda stagione, episodio 59 di “Tutto per la mia famiglia”: “Esplode la tensione durante una cena a casa di Ilknur, la quale aveva invitato la famiglia Eren al completo. I ragazzi affrontano l’arroganza del giovane Emir, il nipote di Ilknur, che umilia Ömer, Ogulcan e Aybike per le loro origini e la borsa di studio al Liceo Ataman”. Il 59 torna in replica oggi, sabato, alle 15.35, il 60 va in onda oggi alle 14.45 e domani alle 14.25. Poi c’è La5, che rifrulla e ripropone a ritmi impazziti queste dizi. E poi c’è Infinity, il RaiPlay di Mediaset, dove le serie turche consigliate sono ben tredici tra cui: “Terra Amara”, “Endless Love”, “Tradimento”, “Bitter Sweet”, “Mr Wrong” con Can Yaman, l’attore turco ormai più celebre in Italia che a casa sua, “If You Love”, “Everywhere I Go”, “The Family”.
Non deve stupire l’inglese dei titoli, perché, sebbene amate anche da insospettabili intellettuali foderati Adelphi, le serie turche si guardano rigorosamente doppiate, anche male, “a cazzo di cane”, come direbbero in “Boris”, ma quello è il bello. Sono il contrario delle serie “alte”, quelle che si guardano in lingua originale, quelle di cui si parla a cena davanti a una boccia di Sauvignon senza solfiti (“sai, l’ultima stagione di ‘Mad Men’ è tremenda”): le turche invece si guardano di nascosto, e non si confessano. Frutto proibito, appunto. La storia è più o meno sempre quella: amori contrastati, grande contrasto di classe, poveri che vogliono diventare ricchi, ricchi che non hanno mai smesso di piangere.
Chi segue le dizi su Canale 5 ha l’impressione di assistere a un unico, sterminato sceneggiato in cui gli attori cambiano costume ma non compagnia. Vahide Perçin, la Hünkar che in “Terra Amara” regna sulle terre di Çukurova, ricompare in “Tradimento” nella toga di Güzide, giudice inflessibile. Kaan Urgancıoglu, dopo essere stato Emir, il marito che in “Endless Love” si mette di traverso fra Nihan e Kemal, passa dall’altra parte della legge e diventa il procuratore Ilgaz Kaya di “Segreti di famiglia”. Murat Ünalmış lascia il Demir di “Terra Amara” per “La rosa della vendetta”, İbrahim Çelikkol esce dal finale della stessa saga per entrare in “My Home My Destiny”, e Özge Gürel salta da “Cherry Season” a “Bitter Sweet” a “Mr Wrong”, dove ritrova Can Yaman come in una coppia fissa della rivista. Qualcuno, come ArasŞSenol, evade dalla finzione e vince l’“Isola dei Famosi”.
E’ il sistema degli studios della vecchia Hollywood, quando le major tenevano gli attori sotto contratto e li spostavano da un set all’altro, ed è anche la logica delle soap americane, dove Sheila traslocava da “Febbre d’amore” a “Beautiful” senza che nessuno si stupisse. Del resto nel palinsesto tutto si tiene: nel pomeriggio Mediaset ecco ancora proprio “Beautiful”, episodio 136 della stagione 35 (trentacinque! Un mutuo, praticamente), subito prima di “Forbidden Fruit”. E dopo il frutto proibito c’è “Uomini e donne”, e per i primi minuti non ti accorgi che è un’altra cosa, e che non sei a Istanbul ma negli studi sulla Tiburtina, con Gianni Sperti, che a pensarci bene sarebbe un turco fenomenale, e Alessandra Mussolini, che quando a Istanbul la scoprono la fanno sultana a vita dell’Impero neo ottomano.
E ogni tanto il frutto proibito si stacca dal pomeriggio e pluff! cade in prima serata. Lo spiega al Foglio Massimo Scaglioni, direttore del Centro di ricerca sulla televisione della Cattolica: “Le serie turche funzionano bene specialmente per le tv commerciali, perché vengono testate nel day time e se funzionano poi possono essere proposte pure nel prime time”, dove qualche volta ottengono ottimi risultati. Come il 28 maggio, quando “Forbidden Fruit” ha battuto su Rai 1 “Permette? Alberto Sordi”, 14,3 per cento contro 13. Il turco batte l’americano a Roma.
Poi c’è il turco a Roma, ovviamente lui, Can Yaman, belloccione classe 1989, che ha studiato al liceo italiano di Istanbul, si è laureato in legge, ha lavorato in una società di revisione e poi è diventato, con “DayDreamer”, il volto delle dizi, il dizi-onario italo-turco su Canale 5. Si trasferisce a Roma (“mi sento molto italianizzato”) e l’italianizzazione procede per ruoli. Nel 2025 Canale 5 lo fa giannizzero in fuga da Vienna nel 1683, rifugiato a Moena a guidare una rivolta contro le tasse. A dicembre Rai 1 gli affida “Sandokan”: 6,2 milioni alla prima puntata. La Tigre della Malesia, inventata a Verona da Salgari senza aver mai visto i mari del Sud, nel 1976 aveva avuto il volto di Kabir Bedi. Ora il pirata del Borneo ha la faccia di un turco. A febbraio Carlo Conti lo vuole a Sanremo, il più alto rito di cittadinanza della tv italiana (intanto Kabir Bedi, un attore sikh scoperto a Mumbai, era poi finito in “Beautiful” ma come principe arabo. Nei palinsesti italiani evidentemente non c’è il limite del 30 per cento delle classi di Valditara).
Il motivo dell’invasione turca? Rendono molto e costano poco. La serie turca è come il maiale (proibito): non si butta via niente. Mediaset compra un pacchetto già completo, girato, montato, con musiche e tutto. Resta solo da doppiarlo: vuoi mettere il risparmio rispetto a pagare uno sceneggiatore, poi le riprese, il montaggio eccetera eccetera (per non parlare delle duemila riunioni tra Roma e Capalbio con registi e sceneggiatori dagli ego espansi: er mio proggetto, er mio percorzo, ‘a mia poetica! Abbasso Capalbio!Viva li turchi).
Un’altra caratteristica è che gli episodi originali sono lunghissimi, anche due ore e più, quasi un film a settimana, e Mediaset questo semilavorato lo porziona in più pezzi per adattarlo alla dieta italiana. Così una serie come “Terra Amara”, 141 episodi originali, ti copre la programmazione per anni interi. La serie turca è come il trapianto di capelli a Istanbul: non sarà perfetto, torni con la testa a scodella, tutti uguali come gli italiani che vedi sul volo di ritorno Turkish Airlines con la garza in testa, però costa un terzo che farlo in Italia, meglio che niente.
Le serie turche piacciono poi perché come struttura, tematiche, tono, ricordano le vecchie soap o telenovele di cinquant’anni fa. Sono lente,  prevedibili, ma piene di colpi di scena. Tutto si ripete ogni cinque minuti (“era mio fratello”; “sai, era mio fratello”; “ho detto mio fratello”, poi però salta fuori che il fratello era morto! Il fratello è in realtà il padre!), per l’eventuale abbiocco che non ti costringe a fermare e rimettere indietro. “Vederle è come prendere un piacevole sonnifero, mentre sei in volo per Istanbul”, dice Irene Ghergo, storica autrice televisiva. Non c’è sesso, o almeno c’è ma è molto “'o dimo” come in “Boris”, si dice ma non si vede, siamo pur sempre in Turchia: niente parolacce, niente nudi.
E niente Corano: la religione quasi non si vede, al massimo di sfuggita una moschea, un funerale, la nonna col velo che prega. Ed è proprio questo il segreto, secondo la studiosa Miriam Berg, autrice del saggio "Turkish Drama Serials" (University of Exeter Press, 2023): “Le serie turche non mostrano apertamente la religione, ma raccontano quasi sempre storie dentro un quadro conservatore". Dunque valori come l’onore e il rispetto per gli anziani: potrebbe essere “Don Matteo”, potrebbe essere tutto ambientato a Torre del Greco o a Bari, e non ci sarebbe gran differenza, a parte i nomi dei personaggi, che sono Yılmaz, Züleyha, Hünkar, Demir, Fekeli, Müjgan, Fikret invece di Concettina e Immacolata.
Di “Forbidden Fruit” Ghergo è una grande appassionata. “Mi riporta ai tempi di ‘Dynasty’. La protagonista, la seconda moglie cattiva, di ‘Forbidden Fruit’, mi sembra ispirata alla Alexis interpretata da Joan Collins. E poi c’è tutto quel mondo lì, le ville, le cameriere col grembiulino”, mi dice. Però come estetica, quarant’anni dopo “Dynasty” e “Dallas”, lo shock culturale è molto minore. Se all'epoca destava scalpore il cappellone texano di J.R. (che in italiano veniva scritto Gei Ar), adesso questi manager e queste segretarie di Istanbul potrebbero stare al Fleming o a Cesano Boscone. In questi quarant’anni texani, campani e turchi si sono avvicinati molto: tutti vogliono la stessa macchina, lo stesso modello di iPhone, la stessa borZetta e lo stesso borZello. Pure le facce sono tutte uguali, anche perché in cinquant’anni siamo diventati tutti un po’ turchi (capelli rinfoltiti, labbra carnose, zigomi guizzanti), come se fossimo stati disegnati da un’AI. E forse ci hanno messo del loro anche gli schermi piatti, che schiacciano tutto e rendono ogni faccia un po’ più sintetica.
Pare ci sia pure un effetto turistico. Milioni di italiani infatti si appassionano a queste storie, seguono i personaggi per mesi, cercano gli attori sui social, e sarà un caso ma nel 2024 gli italiani in Turchia sono stati oltre 700 mila, quasi il 20 per cento in più dell’anno prima. E magari uno va lì e fa il pacchetto completo: trapianto di capelli, gita sul Bosforo e ricerca del suo set preferito.
Ma non ci sono grandi tour organizzati, e una vera Cinecittà turca non esiste, l’anno scorso in visita mi ero informato: la produzione è spezzettata come le serie, tante società sparse per Istanbul e pure fuori, forse in realtà è fatto tutto con l’AI da anni e non ce ne siamo accorti, un’AI della Tiburtina o del Bosforo. Intanto gli americani vengono a Taormina per “White Lotus” e gli italiani fuggono in Turchia per “The Family”: forse contro l’overtourism in Italia ci salveranno più che il ticket a Venezia le soap turche.
Le soap turche poi sono un po’ il generico dei film coreani. Da una parte la Corea col suo soft power, paese evoluto, skincare pazzesca, film all’avanguardia, modernità. Dall’altra la Turchia, un Brondi globale di trapianti a basso prezzo, autocrazia da discount e tanta, tanta tradizione. Le serie turche permettono infatti agli spettatori di “entrare in un mondo che sembra familiare ma è abbastanza distante da sperimentare nuove tendenze culturali e l’idea turca di modernità”, scrive Berg. “Nei paesi arabi più oscurantisti portano un po’ di modernità, in occidente piacciono perché sono vecchio stile”, dice Scaglioni.
Così il successo è globale. Secondo il ministro della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy le serie turche sono distribuite in circa 170 paesi e raggiungono un pubblico che sfiora il miliardo di persone. Per la società di analisi Parrot Analytics, tra il 2020 e il 2023 la domanda globale di serie turche è cresciuta del 184 per cento, portando la Turchia tra i primi tre esportatori televisivi al mondo, dopo Stati Uniti e Regno Unito; e sempre secondo Ankara i ricavi da esportazione hanno superato il miliardo di dollari.
Qualcuno pensa che siano dati un po’ pompati, qualcun altro pensa a un’operazione studiata a tavolino per esportare il soft power di Erdoğan, ma secondo Berg è andata al contrario: il successo delle serie all’estero è stato una conseguenza della crescita economica turca degli anni dell’AKP, e solo dopo il governo ha deciso di cavalcarlo. Così a febbraio il ministero ha annunciato un premio di 100 mila dollari per ogni episodio trasmesso all’estero (non è chiaro se l’episodio-salame originale o quello già affettato, nel qual caso con un moltiplicatore pazzesco, un tax credit da mamma li turchi).
La dizi arriva poi dove meno te lo aspetti: “il successo parte nei paesi arabi, ma poi attecchisce anche in Sudamerica, dove un tempo le telenovelas erano state inventate”, dice Scaglioni. Uno dei paesi più ossessionati è il Cile, e lì tutto comincia con un rifiuto (come comincia qualunque avventura cinematografica). Un tal Patricio Hernández, dirigente televisivo, scopre a una fiera di settore “Le mille e una notte” (“Binbir Gece”) e propone alla sua rete di farne un adattamento cileno. Gli rispondono che è matto e che una storia turca, in Cile, non funzionerà mai. Un anno dopo Hernández passa a Mega, un canale sull’orlo della bancarotta, e siccome non c’è più niente da perdere compra la serie intera e la fa doppiare in spagnolo.
Nel 2014 “Le mille e una notte” fa più ascolti della partita Cile-Brasile, Burger King mette in menu gli “Ottoman burgers” e all’anagrafe, nel 2016, molte bambine cilene vengono chiamate Elif, come la piccola orfana protagonista di una serie trasmessa in Turchia da un canale di programmazione islamica. “Queste serie continuano la tradizione della telenovela, con colpi di scena, racconto popolare, il buono, il cattivo, versione moderna delle soap opera sudamericane”, dice al Foglio Aldo Grasso. “Io le prime volte pensavo che fossero proprio sudamericane”. Insomma, siamo sempre a “Chiquito y Paquito”, le finte telenovelas di Massimo Olcese e Adolfo Margiotta ad “Avanzi”, o al “Pedro, bevi qualcosa, Bevi qualcosa Pedro” del Trio.
Ci sono poi dei rarissimi casi di paesi in cui non fanno breccia. Sulla stampa cubana c’è chi le ha accusate di rilanciare il maschilismo e il patriarcato, e uno si chiede: ma a Cuba, coi guai che hanno, hanno pure tempo di stare davanti alla tv? Turca, per di più. Però i cubani non hanno tutti i torti. In Turchia ogni serie passa sotto gli occhi della micidiale RTÜK, il Consiglio supremo della radio e della televisione. Quando nel 2010 la serie “Fatmagül” mostrò uno stupro, alla RTÜK arrivarono quasi tremila esposti in meno di una settimana. Il caso che spiega tutto è però una serie che non esiste. Nel luglio 2020 Netflix cancellò “If Only” alla vigilia delle riprese. “A causa di un personaggio gay, il permesso di girare la serie non è stato concesso, ed è molto spaventoso per il futuro”, disse la sceneggiatrice Ece Yörenç. Non c’erano scene di sesso né contatto fisico: bastava che il personaggio ci fosse. Netflix, dopo i colloqui con la RTÜK, preferì rinunciare alla serie piuttosto che al personaggio. Il vicepresidente dell’AKP Mahir Ünal commentò su Twitter di aspettarsi dalla piattaforma “maggiore sensibilità verso la cultura e l’arte turca, con una collaborazione più profonda”.
E non erano ancora arrivati il "Decennio della famiglia" appena proclamato da Erdogğan, le proposte di legge per mandare in carcere chi promuove comportamenti “contrari al sesso biologico”, il Pride di Istanbul vietato a giugno con cinquanta fermati e l’operazione “Ailem Güvende” (“La mia famiglia è al sicuro”) che dal 12 settembre ha messo sotto indagine 162 persone e perquisito associazioni e locali in quindici province. Insomma, nel salame turco da affettare, oltre a regia e montaggio, è inclusa pure la censura. Una bella comodità.
In Rai, invece, misteriosamente, la Turchia è bandita, se si esclude un turco travestito da pirata malese e poi Sanremo, e “Le turche”, lo sketch di Geppi Cucciari e Valentina Lodovini nei panni di due attrici di una immaginaria soap. Ci sono dietro complicati motivi geopolitici? Gombloddo? “Non credo. Semplicemente non sono capaci”, mi dice Aldo Grasso. “Non capiscono il prodotto. Del resto era già stato così fa per ‘Dallas’, uno dei primi successi di Berlusconi, che era stato comprato prima però proprio dalla Rai. Ma poi sorse tutta una questione burocratica, con gli emissari della tv americana che sarebbero dovuti venire a Roma; invece Berlusconi, velocissimo, volò in America e si comprò tutto, e ‘Dallas’ fu la sua fortuna”. Oggi le serie turche le compra Pier Silvio. “La leggenda vuole che fosse sua mamma, la prima moglie di Berlusconi, una delle prime appassionate, ad avergliele fatte conoscere”, dice sempre Grasso. Insomma, se un attore di Istanbul è diventato un pirata malese su Rai 1, se Chiquito e Paquito turchi fanno più ascolti di Alberto Sordi, lo si deve a una signora di Milano. E poi non veniteci a parlare di remigrazione.