E poi c'è il risottino di Jovanotti
Il nostro concerto
Prezzi alti, polemiche e sorteggioni. Per gli artisti c'è l’incubo sold out. Dagli Oasis a Ed Sheeran, la musica dal vivo non è un pranzo di gala
19 SET 26

Foto ANSA
Una volta pagavi, andavi, ascoltavi e te ne tornavi a casa contento. Adesso assistere a un concerto è un’attività che richiede capacità logistiche che neanche Bertolaso. Polemiche, prezzi folli, catastrofi climatiche attendono l’innocente spettatore. Uno non si era ancora ripreso dalla fondamentale questione di Salvini al concerto in memoria di De André che arriva un’altra polemica, riguardante Ed Sheeran e la Palestina. Sheeran è il roscio famoso per la canzone “Shape of You” meglio nota come “oa-oa-oa-oa”; ebbene, il roscio di “oa-oa-oa-oa” ha passato un guaio durante il suo tour americano perché il cantante che gli apriva il concerto, tale Macklemore, ha detto qualcosa in favore della Palestina ed è stato cacciato dal proprietario dello stadio, un tale Kraft (che non c’entra con quelli delle sottilette, comunque uno molto pro-Israele, che non ha gradito).
E prima c’era stato appunto il concerto per De André in agosto, in Sardegna, dove una ragazza si era alzata dicendosi offesa per la presenza del vicepremier leghista. A intervenire era stata allora Dori Ghezzi: “Io sono sempre stata di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. La musica deve unire”. Non si sa chi fosse che cantava, perché ormai contano altre cose, innanzitutto le polemiche, che un tempo erano prerogativa del concertone del Primo Maggio: dove nessuno saprebbe ricordare i cantanti delle varie annate, ma in Rete circolano invece un sacco di articoli e classifiche tipo “Le dieci polemiche più famose dei concertoni del Primo Maggio”; ecco un medley; nell’edizione di quest’anno la cantante Delia viene rimproverata perché ha cambiato le parole di “Bella Ciao” (da “o partigiano” a “o essere umano”, che metricamente non so come potesse funzionare, ma è il messaggio che conta).
Nel 2021 Fedez ancora in versione profeta di sinistra attacca la Lega perché contraria al Ddl Zan (poi bocciato perché dicevano limitativo della libertà di espressione. Oggi chi era contrario allo Zan lancia il Ddl antisemitismo. Ma saranno più frequenti i pestaggi di ebrei o quelli di omosessuali? E nel caso si sia entrambi? Mah). Comunque nel 2014 Piero Pelù chiama Renzi “il boy scout di Gelli”; nel 2003 Daniele Silvestri attacca Berlusconi allora premier, sui suoi scontri con la magistratura (l’anno successivo, per evitare altri casi simili, la Rai manda in onda il concerto con una differita di 20 minuti). La Rai ha un sacco da fare con queste polemiche dei concertoni: nel 1991, Elio e le Storie Tese suonano una versione rivista di “Cara ti amo”. Annunciando “un depistaggio per i funzionari della Rai” inseriscono i nomi di politici di allora (da Giulio Andreotti a Francesco Cossiga al presidente della Rai Enrico Manca). Il servizio d’ordine interrompe lo show e prontamente Vincenzo Mollica sale sul palco per intervistare Ricky Gianco. Pagine di storia della televisione (e della musica).
Ma ormai il concertone del Primo Maggio è stato sostituito dai concertoni di Jovanotti, il vero leader del centrosinistra dei cinquantenni: a Roma è stato accompagnato dal sindaco Gualtieri alla chitarra. Dimagrito, ganzissimo, Gualtieri si è lanciato col Jova in una “Samba della Rosa” trasformata in “Samba di Roma”. Roma del resto sta diventando meglio di Rio, capitale dei concerti, e l’amministrazione è ormai una boy band. C’è stato quello di Ultimo, col cantante planato in elicottero a Tor Vergata (l’unico mezzo di trasporto in effetti con il quale ci si arrivi) mentre l’assessore ai grandi eventi Ridge-Onorato lanciava reel (“e adesso vi porto sottopalco”). Le folle accorse al concerto di Jovanotti non sono rimaste disperse nelle periferie romane come per Ultimo, ma hanno potuto goderselo al Circo Massimo. C’era anche una tribunetta vip con risottini espressi per giornalisti, politici, attori, a cui si accedeva con appositi braccialetti (il Jova è l’ultima egemonia di sinistra rimasta, e forse nel braccialetto c’era anche il chip per votare alle primarie).
Giustamente il campo largo investe sulla musica, perché a destra non ce l’hanno o ce l’hanno meno, almeno ufficialmente: se Salvini è patito di De André e Giorgia Meloni ha sempre amato (non ricambiata) Guccini, non mi pare esista il simmetrico (Battisti a parte, ma è una questione complessa).
Per un’esperienza di centrosinistra più luxury, diciamo campo largo prestige, poche settimane prima, in uno dei momenti clou dell’estate, agli incolpevoli spettatori di uno spettacolino di Katy Perry (vestita da marinaretta) all’Hotel Cala di Volpe in Costa Smeralda, erano apparsi il suo nuovo fidanzato, l’ex premier canadese Trudeau, e Matteo Renzi (prezzi, pare, da 5.500 euro per lo spettacolo, però seduti, e cibo e bevande e Trudeau e Renzi inclusi).
Perché i concerti ormai sono anche una feroce lotta di classe. Non basta comprare il costoso biglietto, lì ti si aprirà invece tutto un labirinto di tariffe che manco su un A380 Emirates tra economy, premium economy, business e prima classe. Già ci sono i prezzi “dinamici”, che si alzano all’alzarsi della richiesta. Poi i bagarini che spazzolano tutti i biglietti subito. Per i concerti romani degli Oasis l’anno prossimo è stato annunciato un tragico sorteggione, per cui non basta spendere per acquistarli (da 92 euro), bisogna prenotarsi sul loro sito e poi il sito deciderà chi sarà degno di poterli acquistare, un sistema che neanche nelle procedure del Superbonus edilizio, neanche per prenotare il famigerato ristorante milanese Trippa (forse il sistemone degli Oasis è stato ideato da un ristoratore milanese).
Che poi, concerto; ormai questa parola ha moltissimi significati, ormai i cantanti non cantano quasi mai le loro canzoni: hanno piuttosto ospiti, sorprese, ricchi premi e cotillon; sempre il Jova faceva un repertorio da piano bar di fascia alta, dai pezzi brasiliani a “Anema e core”. Ma ai concerti sembra di essere sempre più proprio all’Anema e Core di Capri, dove non importa cosa canta chi, l’importante è che canti tu! E che ci divertiamo. Kanye West, il furbone che cambia spesso nome e immagine – in queste ore si chiama ancora Ye – lancia i “Listening Party”, cioè happening dove lui si limita a mettere la musica. C’è la moglie, la smutandata Bianca Censori, the artist is present, però non fa nulla (prezzi da 138 euro). Ye, leggo da un vecchio pezzo di Vogue, sta lì a mettere le canzoni con un piumino “North Face”, è presente anche la figlia che si chiama “North West” e uno non capisce più chi è il piumino e chi la figlia nel marketing scatenato dei concertisti.
Kanye-Ye mette pezzi soprattutto non suoi, è insomma l’Alessandro Ristori americano. Per chi non lo conoscesse, Ristori è un genio, è il re del piano bar, un cantante che con un look tra Celentano e Elvis, ancheggiando e con pantaloni a zampa, si aggira tra Forte dei Marmi e Dubai e tutte le località del lusso, cafonal e super cafonal, con la sua band dei “Portofinos”, per concerti che almeno ascolti mangiando la tua aragosta e i paccheri magari col bavaglione con la scritta tipo “Sono goloso!”. Nell’epoca della regressione globale, tutti i cantanti sono degli Alessandri Ristori, e meglio mettersi a tavola e sentire vecchi classici piuttosto che avventurarsi in località remote per sentire la propria star preferita. Che non sai mai cosa ti può capitare.
Vai a sentire il Jova e ti ritrovi Gualtieri. Vai a sentire Katy Perry e c’è Renzi. Paghi per Bad Bunny a Milano, e lo show del portoricano viene travolto da un nubifragio. Prenoti per Ye a Reggio Emilia e lo annullano (considerato troppo nazi e antisemita). Ma il dramma può cominciare anche prima dello show, come nel caso di alcune truffe particolarmente odiose, che coinvolgono genitori che accompagnano minori ai concerti, anche molto fuori porta. Dopo le chat delle mamme infatti tutti i miei amici che hanno figliato hanno un nuovo spauracchio, il concertone fuori città. Vogliosi di trascorrere “quality time” con l’adolescente malmostoso, che così magari gli rivolgerà la parola invece dei soliti mugugni, si avventurano in tragiche trasferte anche a centinaia di chilometri. Una mia amica era andata fino a Bologna ad accompagnare la figlia che voleva ascoltare a tutti i costi i Radiohead, ma lì, preso il treno ad alta velocità, poi l’albergo, poi il taxi (enormi esborsi e fatiche), arrivata al remoto stadio, si scopre che il QR code non funziona; biglietti falsi, siti falsi, sempre più frequenti. Sbrocco dell’adolescente, mamma stravolta, analisti che si fregano le mani.
Se invece non c’è truffa e uno riesce a entrare, al concerto, poi c’è subito il micidiale sistema dei token, “gettoni”, fisici o virtuali, unica moneta con cui puoi comprare una birra o un panino, e generalmente con un minimo di spesa di 10 euro, e poi ti rimane il resto, ma non lo puoi spendere in nessun altro concerto. Il tutto, tra token, mamme ansiose, sindaci col ritmo nel sangue, truffe, genera un’economia bestiale.
Secondo una ricerca recente, il mercato globale del turismo musicale vale 129,5 miliardi di dollari nel 2026 e si prevede che raggiungerà i 363,8 miliardi entro il 2033. E secondo altre ricerche, 8 italiani su 10 sono disposti a viaggiare per vedere il proprio artista preferito. La musica live italiana genera oltre 11 milioni di pernottamenti e un impatto economico stimato in 4,3 miliardi di euro.
Ecco dunque i turisti musicarelli. Per i biglietti di Taylor Swift, massima popstar globale, amata anche dai cinquantenni italiani quasi quanto Jovanotti, un sacco di americani sono venuti in Europa perché da loro costavano talmente tanto che conveniva affrontare il volo transatlantico (come da noi si va dal dentista in Albania o a fare il trapianto di capelli a Istanbul). Dunque nelle nostre città già affollate (gli scozzesi in gonnellino ubriachi per il Sei Nazioni di rugby, gli americani ciabattoni in golf cart) adesso arriverà anche l’armata dei concertisti da diporto.
Per chi invece non vuole affrontare il camel trophy musicale, il menu prevede il concerto sotto casa. Tre anni fa, parallelamente al suo infinito Eras Tour, Swift aveva lanciato pure il film del concerto, che si poteva vedere comodamente nei cinema; 168 minuti di spettacolo alla modica cifra di 19,89 dollari (19,89 euro in Europa). All’incongruo prezzo si era arrivati perché la cifra era il suo anno di nascita. Ed è un mistero come nella caccia al miliardario globale, coi ricconi che tra patrimoniali e tasse sui pied-à-terre sono i nuovi mostri nel mirino, a ogni latitudine, nessuno vada ad assalire le ville di questi.
Forse perché comunque fanno una vitaccia pure loro. Con la fine dei dischi fisici e la smaterializzazione degli LP, anche i loro compensi si sono smaterializzati, per cui anche cantanti appartati e schivi di cui si attendeva il rarissimo concerto ormai sono su piazza tutto l’anno, girando palazzetti e stadi, esibendosi come tanti Baggini – per i più giovani, Gigi Baggini era un eccezionale personaggio di un eccezionale film, “Io la conoscevo bene”, di Antonio Pietrangeli (padre di Paolo, il cantautore di “Contessa”), in cui a una classica festa romana anni Sessanta, uno spietato cinematografaro fa esibire, per cinico divertimento, un vecchio attore fallito, il Baggini appunto, interpretato da Ugo Tognazzi, in un tragico numero che lo vede sfinito e umiliato davanti a tutti i presenti.
È un Baggini anche Macklemore, poraccio: licenziato per il suo urlo pro-Palestina, che avrà pensato in buona fede magari anche incentivo alla carriera, o comunque solo buona educazione, l’urlo che risuona del resto - giustissimo - su ogni red carpet, da Cisternino alla Papuasia, e invece è incappato nello stadio sbagliato. Adesso ha annunciato che donerà 1 milione di dollari alla causa palestinese e ha sfidato Kraft (non quello delle sottilette) a fare lo stesso. Insomma un gran guaio per tutti. Quando andate a un concerto, siate gentili con chi canta, urla o mette la musica: sta conducendo una battaglia di cui voi non siete a conoscenza.
L’incubo concertistico più tremendo è poi quello del “sold out”, per cui come per la pizza le masse agognano esclusivamente la pizzeria sovraffollata con una coda di un chilometro (probabilmente creata ad hoc dal pizzettaro influencer), anche il concerto andrà bene solo se fa il tutto esaurito, non sia mai che c'è un centimetro libero, di lì l’enorme stress tra gli artisti, tra chi riempie gli stadi e chi no. Fedez ogni tanto annulla dei concerti, talvolta adducendo cause mediche, qualche maligno altre volte ritiene che i suoi palazzetti siano mezzi vuoti.
Ultimo sostiene di essere quello che ha venduto più biglietti (250 mila) in un solo colpo nella storia italiana, ma per raggiungere questo risultato ha chiamato a raccolta tutti i fan come un sol uomo. “La musica deve unire”, aveva detto Dori Ghezzi. Lui li ha uniti davvero, tutti stipati nello stesso pratone a Tor Vergata, e non è saltato fuori neanche Gualtieri. Qualcuno è perfino riuscito a tornare a casa, vabbè.