I Machiavelli di Parigi. Cosa insegna la storia di "le Florentin"

Mitterrand cambiò la legge elettorale per affossare Chirac e favorire Le Pen. Qualcuno oggi prende spunto, ma non finì benissimo
12 SET 26
Ultimo aggiornamento: 07:28
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Alle presidenziali dell’88 Le Pen superò il 14 per cento. Non andò bene come Mitterrand si aspettava, ma smise di essere un outsider (foto Getty)

Chi c’è dietro Roberto Vannacci? Chi ha creato il personaggio, chi lo ha spinto a scendere in campo e chi sostiene la sporca dozzina dell’ex generale? Putin, Trump, l’internazionale nera o il nuovo signore delle tenebre Peter Thiel? Il giornalista che riesce a scoprirlo merita il Pulitzer. S’è affacciata anche l’ipotesi che sia una tortuosa manovra della sinistra per affondare Salvini, spaventare la Meloni e far crollare la coalizione. Forse, ma ci vorrebbe una mente sottile e perversa difficile da vedere oggi all’orizzonte. Ci vorrebbe un François Mitterrand, il presidente francese socialista, che favorì Jean-Marie Le Pen per indebolire i gollisti. Attenzione, però: ebbe solo un momentaneo ed effimero successo, e da quel momento il lepenismo s’è radicato in Francia e ne ha minato il sistema politico. Ecco la storia di quel che accadde quarant’anni fa e di quel che potrebbe accadere di qui a un anno, alle ormai prossime presidenziali.
S’è affacciata l’ipotesi che dietro Vannacci ci sia una manovra per affondare Salvini e spaventare Meloni. Ma ci vorrebbe una mente sottile
Lo chiamavano le Florentin per paragonarlo a Machiavelli e lui, colto intellettuale, se ne sentiva orgoglioso, non indignato. Vero maestro in giri di valzer politici (e amorosi) Mitterrand nella sua vita non si era risparmiato nulla. Nato nel terribile 1916 in cui l’esercito francese stava per crollare sotto i cannoni dei Krupp, figlio di un capostazione, divoratore di libri, da giovane pendeva a destra; soldato poi sergente di fanteria, assiste al collasso della linea Maginot e nel 1940 viene fatto prigioniero dai tedeschi, evade un anno dopo e raggiunge la repubblica collaborazionista di Vichy, dove arriva a scrivere: “Se la Francia non vuole morire in questa melma, gli ultimi francesi degni di questo nome devono dichiarare una guerra senza quartiere a tutti quanti, all’interno come all’esterno, si preparano ad aprirne le dighe: ebrei, massoni, comunisti... sempre gli stessi e tutti gollisti”. Poi cambia idea, ma continua a detestare il generale de Gaulle anche se, una volta presidente della Repubblica, non disdegna di seguire le sue tracce come quando impedisce a Ronald Reagan di far attraversare la Francia dagli aerei che dovevano bombardare Tripoli e uccidere Gheddafi (non solo, informa Bettino Craxi, il quale a sua volta avverte il Colonnello salvandogli la vita). Ma torniamo al giovane “fiorentino”. Nell’estate del ‘43 Mitterrand va in clandestinità con il nome di Morland. Liberata Parigi viene messo in disparte. Nel 1946 entra per la prima volta all’Assemblea nazionale eletto nelle liste del’Udsr, l’Unione democratica e socialista della resistenza, ala moderata della gauche. Diventa seguace di Pierre Mendès France, sefardita di origine portoghese (la famiglia di chiamava Mendes de França), economista, massone, resistente al seguito di Charles de Gaulle, nel 1944 rappresenta la Francia a Bretton Woods dove si decide il sistema monetario dopo la vittoria. Quando nel 1954 forma un governo di centro-sinistra, Mendès France nomina Mitterrand ministro degli interni. Il gabinetto cade un anno dopo mentre s’acutizza la guerra in Algeria.
Mitterrand lo chiamavano “le Florentin” per paragonarlo a Machiavelli e lui, colto intellettuale, non si indignava affatto
A questo punto torna alla grande il torreggiante Generale che, per metter fine alla instabilità della Quarta repubblica, propone un cambio della costituzione. Mendès France si oppone, Mitterrand denuncia il “golpe bianco”. Il referendum sancisce la vittoria gollista e nasce la Quinta Repubblica. Comincia così una lunga traversata nel deserto, la sconfitta del maggio ‘68 segna l’isolamento politico della sinistra sia radicale sia moderata. Mitterrand aveva fondato il suo piccolo partito e nel 1971 si fa fautore della unificazione socialista al congresso di Epinay. Un anno dopo arriva il programma comune con il partito comunista. Il decennio successivo trascorre tra beghe interne e zigzag finché nel 1977 i socialisti alle elezioni legislative sorpassano per la prima volta i comunisti, è la premessa della svolta del 1981 che porta alla vittoria della gauche e alla conquista dell’Eliseo contro Valéry Giscard d’Estaing. L’esordio del governo è con il botto: abolizione della pena di morte, settimana di 36 ore, nazionalizzazioni delle maggiori industrie e banche (anche quella dei Rothschild), imposta sulle grandi fortune, legalizzazione degli immigrati. Tre anni dopo Le Florentin dovrà invertire la rotta, le finanze pubbliche sono allo stremo, l’economia è in panne. Arriva la politica di rigore e crollano i consensi.
Le Pen non era un burattino del presidente. Ma col “golpe bianco” con cui si passò al proporzionale, Mitterrand creò il nemico dei gollisti
Il riassuntino ci serve per preparare il 1986 anno in cui tutti i sondaggi prevedono un collasso della sinistra a favore dei neogollisti guidati da Jacques Chirac. E’ a questo punto che Mitterrand mette in scena il suo piccolo “golpe bianco”: decide all’improvviso di cambiare il sistema elettorale da maggioritario in proporzionale con l’obiettivo di attenuare la débacle socialista, ma soprattutto di creare un nemico a destra del Rassemblement pour la République guidato da Chirac. E qui arriviamo a Le Pen. Non era un burattino né un’invenzione dell’astuto presidente, sia chiaro. Bretone, figlio di un pescatore, nato nel 1928, dopo la laurea in giurisprudenza Jean-Marie si arruola nella Legione straniera, combatte in Indocina e in Algeria dove viene accusato di torture. Nel 1956 parte per Suez: la Francia con la Gran Bretagna e Israele vuole sottrarre all’Egitto il canale nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser, l’ufficiale che con un colpo di stato nel 1952 aveva fatto cadere la fragile monarchia di Faruq. Se ci fosse riuscita la storia del medio oriente sarebbe diversa. Prevalsero la logica di Yalta e la spartizione russo-americana. Arriva anche Le Pen, però è già stata raggiunta la tregua. Alla Légion rimane sempre legato, anche dopo il suo sbarco in politica al seguito di Pierre Poujade, uno dei padri del populismo non solo francese, ma europeo, più dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini che predicava l’antipolitica già dieci anni prima. Nel 1958 Le Pen rompe con Poujade e viene rieletto in parlamento con il Centro nazionale degli indipendenti e dei contadini. Il suo popolo si tinge di “gloria militare”, xenofobia, nostalgia per l’uomo forte e per il fascismo. Guarda con attenzione al Movimento sociale italiano e a Giorgio Almirante che considererà sempre un maestro, tanto da condannare Gianfranco Fini come un traditore. Nel 1972 fonda il Front National e prende dal simbolo del Msi la fiamma tricolore, lo spirito del Duce che ritorna.
Quando l’ho intervistato nel suo “castello” di Saint-Cloud, abitazione e quartier generale alle porte di Parigi, quell’accusa tonante e velenosa contro la svolta di Fiuggi ha fatto titolo sul Corriere della Sera. Ricordo che per tutto il colloquio era rimasto seduto di traverso mostrandomi solo un lato del volto, quello del suo unico occhio buono. L’altro lo aveva perso. La leggenda diceva in battaglia, altri sostenevano durante una partita di caccia, lui raccontava di una rissa, secondo Le Parisien, invece, per una malattia mal curata. Una piratesca benda nera che lo aveva aiutato a costruire il suo personaggio. Il servizio del quotidiano parigino era corredato con alcune foto del leader dell’estrema destra: in una è coperto l’occhio destro; in un’altra, scattata a distanza di anni, è il sinistro. Alla fine Jean-Marie offre la sua versione: nel 1958, durante una colluttazione, l’occhio destro è uscito dall’orbita, ma è stato rimesso a posto. Anni dopo, una cataratta traumatica gli ha oscurato il sinistro. Ma quello sguardo per forza di cose obliquo ha fatto parte del mito Le Pen.
Gli esordi del Fn sono davvero modesti: alle presidenziali del 1974 prende appena lo 0,75 per cento. Comincia l’era della grande modernizzazione lanciata dall’ex banchiere Georges Pompidou e realizzata da Valéry Giscard d’Estaing, i francesi non vogliono sentir parlare di populismo parafascista. Ma la talpa comincia a scavare e il fallimento dell’Union de la Gauche cambia gli umori degli elettori. Così arriviamo alle elezioni legislative del 1986 e alle manovre del Florentin.
Il presidente conosce bene gli umori dell’elettorato, le divisioni nel fronte di sinistra, i mal di pancia dei socialisti costretti a digerire la svolta moderata. E vede crescere non solo i gollisti, ma anche i centristi giscardiani. Gli è chiarissimo che dovrà ingoiare una cohabitation, cioè nominare un governo di centrodestra, il suo odiato Chirac si frega le mani nella Mairie di Parigi (era diventato sindaco nel 1977). Così Mitterrand salta il fosso e cambia sistema elettorale: non si voterà più con il maggioritario, ma con il proporzionale. La destra adesso ha un nemico alla sua destra e, come si dice anche in Francia, il nemico del mio nemico è mio amico. Il calcolo riesce solo in parte: il Front National sfiora il 10 per cento, ma certo indebolisce gli chiracchiani. Il partito socialista si salva con un buon 31 per cento, però la sinistra non ha la maggioranza e la coabitazione diventa inevitabile, mentre mancano appena due anni alle elezioni presidenziali. E il fiorentino sa che tra i socialisti il candidato sulla cresta dell’onda è Michel Rocard. Gli taglierà le gambe cambiando di nuovo la legge elettorale e presentandosi ancora nel 1988, quando batte Chirac con il 54 per cento. Il Front National supera il 14 per cento, forse non va così bene come Mitterrand si aspettava, ma intanto è sdoganato, Le Pen non è più un reietto né un outsider, con il passare degli anni non sarà più nemmeno un underdog. Nel 2002 arriva al ballottaggio contro l’immarcescibile Chirac per il quale votano anche i socialisti in quello che chiamano “il soprassalto repubblicano”. Alle presidenziali del 2007 si torna al confronto gollisti-socialisti, i due partiti che per molti versi sono stati i pilastri politici della quinta repubblica e ora non lo sono più. Vince Sarkozy e, bon gré malgré, Jean-Marie si prepara a lasciare le redini alla figlia Marine. Non va affatto liscia, anzi, comincia una saga dagli accenti scespiriani.
Per dare un segnale di forte discontinuità rispetto al passato, Marine – dal 2011 presidente del Fn – rifiuta di partecipare ai grandi cortei organizzati dall’associazione Manif pour Tous contro i matrimoni tra omosessuali. Un colpo duro per i frontisti storici che iniziano a denunciare sul settimanale “Minute” l’esistenza di una “lobby gay” ai vertici del partito. Una batosta ancor peggiore per il padre non più padrone. A capo della fronda c’è un’altra Le Pen, Marion, giovanissima deputata appena eletta a soli 23 anni, bionda e rampante non meno della zia (parlamentare europeo, oggi è sposata con Vincenzo Sofo di Fratelli d’Italia). Sua madre Yan è la sorella di Marine e l’ha avuta da Samuel Maréchal, fondatore del movimento giovanile del Fronte. O meglio, lui l’ha riconosciuta come sua figlia quando la piccola aveva già due anni. Secondo un’inchiesta del settimanale L’Express il padre biologico sarebbe il giornalista e diplomatico Roger Auque, che nelle sue memorie lo confermerà. Jean-Marie, Marine, Marion, Le Pen e Maréchal, la saga familiare s’intreccia con le vicende politiche. Per punire la ribelle, la zia ripulisce il partito dai dissidenti, affidando il compito al suo compagno di allora, Louis Aliot chiamato “Loulou la purge” per la sua determinazione nelle purghe politiche. E’ l’ultima goccia, il nonno si schiera con la nipote, gli altri con Marine, la quale cerca di uscire dall’ingombrante ombra di un genitore che per dispetto apre il vaso delle sue peggiori convinzioni, a cominciare dall’antisemitismo, ribadendo pubblicamente che le camere a gas sono state “un dettaglio della storia”.
Il Fn è a pezzi. La data fatidica è il 4 maggio 2015, il padre ripudia la figlia, dichiara di vergognarsi che porti il suo nome e si augura che possa perderlo il prima possibile. Marine si sente pronta alla grande sfida del 2017 contro Macron, il giovane e scalpitante cavallo di razza che si era fatto le ossa dai Rothschild come già Pompidou, al quale de Gaulle aveva lasciato la sua eredità politica. Con Jean-Marie se ne vanno anche molti finanziatori e il partito resta all’asciutto. A questo punto scatta la trappola e Marine ci cade come una principiante. Ad aprirle le porte è niente meno che Vladimir Putin: una banca ritenuta vicina al Cremlino, la First Czech Russian Bank, presta nove milioni di euro al Front National. Non è un regalo, si pagano gli interessi, ma quel denaro puzza di zolfo e prenderà fuoco. Macron trionfa.
Quando Jean-Marie abbandona il partito se ne vanno anche molti finanziatori. Marine casca nella trappola: ad aprirle le porte è Vladimir Putin
Marine è in crisi anche se rifiuta di cadere nell’ombra. Scandali, offensive giudiziarie, congiure di palazzo, parenti serpenti, tutto ciò sembra averla messa in ginocchio, mentre prende quota il Bel Bardella, il volto nuovo e per bene; sembra che debba essere lui il candidato giusto, una sorta di Macron partorito dalla destra estrema, sostenuta da quella parte dell’establishment che dà per perduto il gollismo così come dall’altra parte il socialismo. Ma una Le Pen è sempre una Le Pen, e Marine non molla: l’Eliseo è il culmine dei suoi campi elisi, recupera anche il sostegno di Marion e si prepara alla battaglia come a una marcia trionfale, lo spirito repubblicano della Francia s’è appannato, c’è il rischio che si perda del tutto in un paese lacerato come mai da crisi e conflitti che non sono solo politici, ma economici, sociali, ideali.
Quando il 7 gennaio 2025 Jean-Marie muore, giunto ormai a 96 anni, la figlia è di ritorno da un viaggio a Mayotte, arcipelago francese nell’Oceano Indiano e gli rende omaggio solo il giorno dopo il decesso con un messaggio da vera bretone: “Buon vento e buon mare, papà”. Il Rassemblement national, come ormai si chiama il partito, rilascia un comunicato: “In oltre sei decenni di attiva lotta politica, Jean-Marie Le Pen ha dimostrato di essere un visionario, imponendo nel dibattito pubblico i grandi temi che strutturano la vita politica odierna come la demografia e il suo corollario, l’immigrazione, la globalizzazione e il declassamento della Francia, la sovranità nazionale e il rischio di diluizione nell’Unione europea”. Un’agenda forse troppo moderata per Vannacci, ma i Fratelli d’Italia non avrebbero potuto scriverla meglio. Meditate gente, meditate.