I fanatici delle nostre tribù

Simboli, uniformi, gridi di battaglia. Parlarsi è difficile, convincere è impossibile. Non resta che stare tra noi. Mentre si avvicinano elezioni fondamentali, la politica rinuncia al relativismo e punta al richiamo della foresta

12 SET 26
Tradotto con IA
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Foto ANSA

Dopo Trump che si fa eleggere per far cessare ogni guerra e poi ne inizia una al giorno; dopo i nazisti tedeschi che sono contro i gay, gli immigrati e l’estero, e la loro capa è lesbica, ha una morosa dello Sri Lanka e vive in Svizzera, dopo Meloni che faceva le scenette sulla benzina cara e ora abbiamo la Verde che costa come il Brunello di Montalcino, Fantozzi cominciò a pensare che i padroni lo stessero prendendo per il culo.
Del motorino azzurro dei nazisti tedeschi, quello su cui si è presentato trionfalmente alle elezioni Ulrich Siegmund, il trionfatore della Sassonia-Anhalt, si è già detto. Per tranquillizzarci ci raccontiamo che è un posto grande come Milano, due milioni di abitanti, pieno di vecchi per i loro standard, 48 anni l’età media (per noi, ragazzini appena fuori corso al Politecnico), però certo questa cosa del motorino è ben strana.
La lambretta nazista è una grande matafa del nostro tempo: era infatti il simbolo della DDR, e quei tedeschi han rotto le scatole per un sacco di anni per uscirne, dalla DDR, e adesso invece vorrebbero tantissimo tornarci (forse come chi scappa da Milano in cerca del south working e poi si pente). E ci vincono le elezioni, su questo, i nazisti.
E però nessuno, vedendo il nazista sul ciclomotore comunista, si ferma e dice: scusa, amico nazista, fammi capire un attimo. Che poi, nazisti. Il Fantozzi in me non riesce a capire come Putin voglia sterminare gli ucraini in quanto nazisti, e d’altra parte Mosca si congratuli coi nazisti tedeschi (mentre la capa dei nazisti tedeschi dice che in realtà Hitler era un comunista!). “Proprio comunista no…”, direbbe il megadirettore. Fantozzi è più confuso che mai e non ha neanche un compagno Folagra che lo consigli.
Mi ero convinto che fosse un problema della destra, che si beve qualunque cosa: a destra, si sa, sono un po’ ignoranti, insomma il teorema Bonaccini, mentre noi brave persone di sinistra ci siamo rovinate la vita a separare la differenziata, a marciare per tutte le cause possibili, a spaccare il capello in quattro facendoci quindi odiare, con tutte le nostre paturnie, anzi bias come dicono a Milano e forse anche in Sassonia-Anhalt mentre a destra quelli stavano a casa a vedere Mediaset e Colpo Grosso. Il risultato è che noi siamo esausti, anzi come si dice oggi in Sassonia-Anhalt, in burnout, quegli altri invece freschi come una rosa.
Poi ho scoperto che sulla faccenda esiste una vasta bibliografia. In uno studio pubblicato nel 2017, un tale Dan Kahan di Yale ha proposto dei dati su una crema per la pelle e gli stessi sugli effetti di una restrizione delle armi agli americani. È venuto fuori che con la crema, i più bravi nei calcoli rispondevano meglio. Sulle pistole, i più bravi nei calcoli si confondono di più. Più che Bonaccini Theory è “cognizione identitaria-protettiva”. Vince il bias. E’, dice lo studio, “la tragedia dei beni comuni della comunicazione scientifica”, cioè se penso il contrario di quelli con cui lavoro, vivo e mangio, pago immediatamente un conto, in “perdita di fiducia tra i pari” e “stigmatizzazione all’interno della propria comunità”. Vabbè, non ci voleva molto: viviamo insomma, nonostante abbiamo la fibra e l’auto elettrica, ancora nelle tribù.
Siamo in una nuova èra tribale, e non abbiamo niente da metterci. Le nuove tribù sono caratterizzate da nuovi simboli, che sono ovunque: se sul tuo profilo social hai la fetta di anguria sei pro-pal, e di solito non ti parlerai con quello con la bandiera ucraina; quello con un certo simbolo non parla con nessuno; quello con dieci follower è un bot russo e dunque sarà contro i fascisti ucraini. Poi i social si fanno realtà: Trump coi suoi cappelli, Mamdani con le spillette, ma pure a Milano c’è un candidato, Lorenzo Pacini, che predica il “socialismo municipale” e fa le “anguriate di quartiere”; e un altro che davano per candidabile a destra, Roberto Parodi aka il Parods, che gira con una vecchia Range Rover azzurra a gasolio detta “il naftone”, a simboleggiare l’odio per le robe green di sinistra. Il naftone è il motorino Simson versione Yuppies (nostalgia di Vanzina più che di DDR).
Ma i due candidati, che non so se si candideranno, potrebbero benissimo essere intercambiabili, potrebbero essere parenti, esteticamente, due con le camicie giuste e le scarpe giuste, e Pacini potrebbe un giorno cacciare un Suv euro zero, così de botto senza senso, dicendo, invento, che è contro la lobby dei tecnofascisti di Elon Musk, e Parodi presentarsi invece in monopattino elettrico, simbolo dell’odiato green, sostenendo (inserisci motivazione a caso). Il fatto è che tutto è indefinito e assomiglia a qualcosa d’altro, e allo stesso tempo nessuno cerca più di convincere l’altro (se non è già convinto).
Altri esperimenti scientifici sul neo-tribalismo: uno psicologo di nome Geoffrey Cohen ha fatto leggere a un po’ di americani due riforme del welfare opposte: una generosissima, ottocento dollari al mese, e una pitocca, duecentocinquanta. Cambiava solo l’etichetta: questa la propongono i democratici, quest’altra i repubblicani. Risultato: i democratici approvano entrambe, purché “di area”. I repubblicani il contrario. Nessuno però lo ammette, tutti spiegano invece che hanno valutato “i dettagli della misura” e “la propria filosofia personale”.
Il problema non è insomma la comunicazione (quando le cose vanno male, sempre mettere in mezzo “’aaa comunicazione”, detto alla romana). Non è il mezzo, né il messaggio: è il mittente. Conta chi lo dice, non cosa dice; anche se tutti siamo convintissimi del contrario. Di nuovo, non serviva andare a Yale, bastava arrivare a Monteverde, Roma. È il metodo Ranucci. Da non confondersi col metodo Report, attenzione: quello lo sappiamo, quello che per anni ci ha tenuti incollati al divano con la musica thriller di sottofondo, a vedere dei malcapitati che ancora ci cascavano a raccontare un sacco di cose “off the record”, a un tizio al telefono, oppure ripresi al bar da cento metri con lo zoom, e poi tutto finiva in seconda serata con un montaggio à la Kubrick.
Il metodo Ranucci invece è tutt’altra cosa, l’ho sperimentato io sul campo, parlando con persone che evidentemente hanno altri algoritmi. Mentre montava la storia, con Lavitola, il Cefalù Bistrò , e tutta la vicenda da Alberto Sordi, vicenda che tra le persone della mia bolla professionale si commentava soprattutto sorridendo, del lato da commedia all’italiana venuto fuori da quel covo di moralizzatori; ma quando cambiavi tribù e parlavi a persone anche intelligenti, ma con un simbolo diverso nel profilo, Ranucci, immediatamente, ti dicevano tutti seri, “è chiaramente vittima di un complotto”. E te lo dicevano preoccupati per te, ma come, non lo sapevi? Ti facevo tanto intelligente. E allora tu potevi stare lì, spiegare, ricordare, mostrare articoli, ma niente, loro erano sempre più convinti.
Poi, uno, davanti al complotto, come davanti al bucatino, s’arrende. Il complotto è la terza gamba dopo la fine del relativismo e il nuovo assolutismo che viviamo. Il complotto entra in scena quando la realtà non si riesca a piegare proprio in nessun modo: incappi in un fatto noiosamente solido, che ti dà torto e basta. Ed è lì che arriva il pensiero magico, il quale non serve mica a negare il fatto — anzi, il complotto il fatto se lo tiene stretto, ci va a nozze, ce marcia! — serve a cambiargli il mandante. Non “non è successo”, ma “è successo perché qualcuno voleva che succedesse”. Più cose non tornano, meglio è. Il contrario del rasoio di Occam. Se il giornale dice che non è vero, è ovvio che lo dica. Se non lo dice nessuno, è perché lo stanno nascondendo. Noncelodikono!
Così le Torri Gemelle se le è buttate giù l’America da sola, ovvio; in Ucraina i russi in fondo non c’entrano, è tutta una provocazione della Nato; il 7 ottobre lo sapevano benissimo e hanno lasciato fare. I vaccini? Non ne parliamo. Ed è bipartisan, ognuno ha il suo, e soprattutto nessuno riconosce mai il proprio: il complottista è sempre l’altro.
Il complottismo è un mondo variegato e meraviglioso, che passa dal globale al particulare, nessuno riuscirà a convincere per esempio chi ritiene che a Roma ci siano tantissimi alberi nuovi, mentre lui vede solo abbattimenti con motoseghe, anche di alberi sanissimi, e non se ne spiega la ragione. E a chi ama Claudia Conte, la mitologica amica di Piantedosi scampata indenne a tutto, sembrerà logico e naturale che Claudia Conte si sia ripresentata al festival di Venezia sul red carpet (a presentare una neonata Mostra del Cinema di Conegliano -“Colline del Prosecco”, Alberto Sordi dove sei). Quanto agli alberi, del resto, una spiegazione c’è già: e non è che, come io ritengo, chi dovrebbe gestirli non sa tanto fare il suo lavoro; ma invece: come, non lo sai? Li tolgono perché danno fastidio al 5G! Il complotto, nel nuovo tribalismo, è fondamentale. Riflettere infatti costa fatica; cambiare idea ti aliena la tribù; il complotto invece non costa niente, e in più ti restituisce un premio, il saperla lunga.
Certo contano anche i giornali – e qui la professoressa democratica che è in me vorrebbe tantissimo dare la colpa alla crisi, alla fine di quei manufatti dove in una pagina leggevi una cosa che ti aspettavi e nell’altra una cosa diversa, e poi addirittura una su cui non eri d’accordo. Non c’era un “tab” che ti chiedeva: questo articolo ti interessa? Stai vedendo troppi annunci di questo tipo? Né un algoritmo per cui, se ti cadeva il telefono e per sbaglio Instagram si apriva su una roba di pitoni, per i mesi successivi avresti visto solo pitoni.
Solo che pure qui la ricerca ci rovina l’effetto nostalgia. Uno studio (un altro!) di Oxford ha calcolato che chi arriva alle notizie passando dai social, dai motori di ricerca, dagli aggregatori, ha una dieta informativa più varia di chi va dritto sul sito del suo giornale. Il che vuol dire che il signore serissimo, milanese o sassone, che ogni mattina, dalla Range Rover o dal monopattino, apre soltanto la home page della sua testata di riferimento è più “in bolla” di quello a cui è caduto il telefono sui pitoni. E nel 2023 tre studi usciti su “Science” e su “Nature” hanno provato a togliere l’algoritmo a un gruppo di americani per tre mesi, durante una campagna elettorale: feed in ordine cronologico, niente contenuti rilanciati, meno amici che la pensano uguale. Non è successo niente, sono cambiate le cose che vedevano, non le cose che pensavano. Insomma la tribù è la struttura, l’algoritmo è la sovrastruttura. La tribù c’era già, il feed ce la impiatta, fa la mise en place. Ci siamo seduti a tavola già scemi.
Forse era già così ai tempi di Sordi, e anche all’epoca c’era sicuramente chi lo odiava: a parte che io non ne ho mai conosciuti, forse stavano zitti, non commentavano sui social. E poi non c’era molto altro da fare se non ti piaceva Sordi che non andare a vedere i suoi film. Non potevi ascoltare un podcast sulla sordofobia.
Uno che non lo amava era Nanni Moretti — “ve lo meritate Alberto Sordi”, dice appunto Michele Apicella in “Ecce bombo”, 1978 — che è stato uno dei primi capitribù senza algoritmo. Nanni Moretti che è tornato in questi giorni a Venezia con un film di cui dalle recensioni non si capisce se sia bellissimo o una ciofeca, perché come ha scritto Andrea Minuz qui sul Foglio il suo vero capolavoro è aver terrorizzato la critica, tutti spaventati che se scrivi male arrivi proprio, lui, sbucando dalla pellicola tipo “Rosa purpurea del Cairo”, a bastonarti (ma intanto è successo: un signore col cellulare è stato sgridato, in sala, a proiezione in corso, dal vero Moretti). Ma anche qui, a chi piace Moretti lo troverà stupendo, mitico, sempre uguale e sempre nuovo; e anche farsi sgridare da Nanni equivarrà a un’experience straordinaria, altro che Imax. As Nanni intended.
E Jasmine Trinca che si dichiara anticapitalista nella già celebre maglietta Prada da 1.100 euro? Rumore di fondo, che non arriverà neanche alle orecchie dei suoi. L’urlo di battaglia dei jasmintrinchisti lo sovrasta. La professoressa democratica in me insiste. Colpa della crisi dei giornali! Perché i giornalisti, intanto, sono usciti dai giornali e sono ormai sempre più impegnati su palcoscenici, sempre più guru, santoni; e il pubblico, che mai andrebbe in edicola (parlandone da viva), accorre, per abbeverarsi alla sapienza del cronista impalcato (lo dico con invidia, è ovvio). Travaglio è in tournée dal 2009, meglio di Taylor Swift, quest’anno venticinque repliche in larga parte esaurite; Stefano Nazzi e Pablo Trincia stanno sulle sessanta date l’anno, e Trincia il proprio mestiere lo definisce ormai un “crossover”. E Ranucci? Date fino ad aprile. Intanto in Italia la fiducia nelle notizie è al 32 per cento, minimo storico, e la quota di chi dichiara un forte interesse per le notizie è scesa al 34, che nel 2016 era il 74. Quaranta punti in dieci anni: notizia, spostati, fammi vedere il giornalista!
Ma non bisogna stupirsi, le tribù d’oggi hanno una cultura orale. E l’oralità presuppone una durata e una tenuta, che non sono infinite. Se il supporto della cultura scritta da cui arriviamo era il libro, ora siamo al podcast. Il nuovo guerriero contemporaneo lo ascolta soprattutto in palestra, infatti in giro si nota gente sempre più muscolosa e sempre più padrona di opinioni inscalfibili. Non è che finiti gli addominali ascoltando un podcast pro-Ucraina ti fai altri quaranta minuti magari di cardio ascoltandone uno sulle meraviglie di Putin. La par condicio podcastica causerebbe un coccolone.
Il nuovo guerriero contemporaneo poi ha dei temi che lo entusiasmano. Il guerriero trenta-quarantenne maschio eterosessuale è ossessionato dagli Etf. Gli Etf sono la nuova fica (forse anche per questo ci estingueremo). Se esci a cena con dei maschi eterosessuali, parleranno un po’ di calcio (poco), un po’ di macchine (poco), poi a salire di podcast, infine di Etf. E’ una mutazione interessante, un tempo i fondi d’investimento non erano conversation piece se non ai raduni dei bancari e degli aspiranti Car Carlo Pravettoni. Anche qui, impossibile un dialogo, se gli parli di Jasmine Trinca, al guerriero dell’Etf, non ti capisce. E il woke? Metà mondo pensa che ne siamo dominati, l’altra metà pensa che non sia mai esistito. Il dibattito tra wokisti e professionisti dell’antiwoke è peggio che impossibile, è inutile.
E mentre capiremo se quest’epoca tribale finirà presto, facendoci fare la fine dei dinosauri, per una causa epocale come il cambiamento climatico, o per l’AI impazzita, o per i maschi che si accoppiano solo con gli Etf, il grande imperatore dell’èra tribale, Trump, va avanti annunciando che se vincerà le elezioni regalerà cinquemila ossi, pardon dollari, a ogni americano. Tutti adesso cercano di spiegargli che è illegale, e che se anche si potesse fare costerebbe 1.200 miliardi, ma è fatica sprecata. I cinquemila non sono mica un’informazione, sono un grido di battaglia, un “augh”. Trump è proprio il capo aborigeno, Trump secondo cui gli avversari sono tutti estremisti, tutti “comunisti” (tranne il suo amico nordcoreano, in quel caso va bene). Altro studio, ultimo, lo giuro: c’è un istituto americano che ha misurato come repubblicani e democratici stimino che più della metà degli avversari abbia posizioni estreme, quando sono in realtà meno di un terzo. Ne usciremo? Riusciremo a parlarci di nuovo? Ma poi, come diceva quel genio: io e te, aborigeno, ma che se dovemo dì?