Mazzini blues
In vendita lo storico residence Prati, dove passarono da Fellini a Zalone
Chiunque è stato qualcuno alla Rai vi ha soggiornato (o vissuto). I ricordi di Carlo Freccero, Carlo Verdelli e Antonio Ricci
31 AGO 26

Il residence fu costruito nel 1938, opera dell’arch. Piccinato con l’ing. Landi (foto Prati House)
A viale Mazzini non c’è ansia. Non per la fine di “Rai scuola” sostituita da “Italiana”, fondamentale antologia di borghi, e piazze, del nostro bel paese anzi nazione, o per quella che faranno Ranucci e il suo “Report”: non c’è traccia di ansia, né di altri sentimenti nell’assolato e deserto rione Prati-Delle Vittorie, dove dal 1965 vive e vegeta la Rai, Radiotelevisione italiana.
Una sera di fine agosto, in preda alla settima o ottava ondata di caldo (e chi le conta più), il quartiere è semideserto, e tropicale. Il palazzone di viale Mazzini è lì, specchiante, imballato, eterno: si sa che è sotto restauri, girano le più ampie leggende metropolitane, che verrà un giorno trasformato in hotel, che non riaprirà mai più, non si sa. Intanto chi può, alla Rai, come si era raccontato qui sul Foglio, cerca di evitare la deportazione a Roma Sud, a “Severo”, nel nome della via sulla deep Cristoforo Colombo dove c’è la nuova sede centrale, in un palazzone tutto vetro e acciaio. Modernissimo.
Ma lontano. E con modernità tecnologiche che non tutti amano; un’app per prenotarsi le postazioni di lavoro negli open space, perché non ci sono scrivanie per tutti. Così, chi riesce resiste, si aggrappa con tutte le forze: al cambiamento, al futuro, all’Eur, al caldo. I pezzi grossi si sono piazzati a via Asiago, sede della radio, anche in sovrannumero, anche stipati. Lo Spin Time dell’okkupazione radiotelevisiva: tanti riscoprono via Teulada (pare che anche una banca sia stata requisita e trasformata in uffici, per chi proprio non ce la fa a esser spedito verso l’Eur). Ci si stringe. Si combatte.
Ma adesso è presto, c’è tempo, c’è ancora un’ondata di calore, forse l’ultima o la penultima, e le vie, non solo Mazzini, ma anche le altre avenide dell’universo Rai, i boulevard con le insegne anni Cinquanta mai cambiate, tra altre nuove e fighette, le profumerie e le vinerie, sono abbandonate a quel dolce e un po’ inquietante abbandono estivo romano, tra Verdone e Simonetta Cesaroni. I palazzoni ricchi di targhe di notai e avvocati sono lì con le loro belle facciate. I balconcini liberty sono sbarrati, le strisce blu miracolosamente vuote. Miraggi del caldo: una palestra aperta, “Push up”, per gli irriducibili del o della fitness.
Targhe sui muri: qui abitò Umberto Nobile, conquistatore del Polo Nord. Scritte: Prati antifa ritoccato in Prati antifroci (il woke 1 è finito anche qui, assai dolcemente). Tombini antichi ancora con la scritta EIAR, la prima Rai fascistissima (l’Italia, il paese dove la cancel culture è venuta a morire). Su via Settembrini, l’omonimo bar, per anni bivacco dei manipoli Rai, per apericene con gossip e contrattini, è chiuso da tempo. L’avamposto Vanni resiste invece a tutto e a tutti. L’avamposto Vanni è pura storia della tv di Stato, si compone di un bar-pasticceria, un ristorante tavola calda al piano terra (“Arcipelago”) e al primo piano un ristorantone-sala eventi dal nome ancora più altisonante (“Il peristilio”). Il Peristilio (una specie di ballroom trumpiana, con colonnati e stucchi, ha ospitato un affollato brunch elettorale di Vannacci nel ‘24) sembra chiuso, mentre il bar a piano terra è aperto, popolato di famigliole e singoli che non si capisce se siano già rientrati dalle ferie o mai partiti, e hanno un’aria parecchio disorientata.
La famiglia Vanni, narra la leggenda, è qui dal 1956, dunque prima della Rai, e presto da questa incaricata di esternalizzare il bar inizialmente interno all’azienda, dove i dipendenti si attardavano. Così la Rai è cresciuta attorno a Vanni, o Vanni attorno alla Rai, non si capisce più quale l’albero e quale l’infestante. Tra le porte del Peristilio e quella dell’Arcipelago c’è un’entrata che non avevo mai notato, della Rai, “Rai teche”, con le teche tra le cucine (ma forse sottoterra ci sono dei cunicoli segreti che collegano tutte le sedi Rai di Prati, di Roma, del mondo: tranne che dell’Eur). In quelle cucine, di Vanni, Mina chiedeva di mangiare per sfuggire ai fotografi, e da Vanni Papa Wojtyla si trovò una festa di compleanno a sorpresa. Cose che solo a Roma.
Adesso Vanni ha messo tutti i tavolini fuori, in una stradina pedonalizzata, c’è un festival in corso, “Il mondo nuovo”, musiche e libri: forse al ritiro della Rai reagisce riciclandosi astutamente in epicentro di eventi e presentazioni di libri e musiche – forse l’intero quartiere è pronto a riposizionarsi. E allora perché non farne proprio un parco a tema Rai? Non serve cambiare niente. È ancora chiuso Dante, trattoria a via Monte Santo anche qui tra scritte di negozi puro stile anni Cinquanta, mai cambiate, e Dante è tappa fondamentale per il parco a tema: ristorante preferito di Milly Carlucci, che qui viene dopo “Ballando con le stelle”; l’unica volta che ci sono stato a pranzo, qualche mese fa, sono quasi sicuro di averci visto seduta Maria Giovanna Elmi (la fatina!) e delle ex presentatrici, tutte bionde, benissimo conservate, mitiche appartenenti a un’altra epoca, tra gli arredi e le posaterie originali: forse era un’allucinazione, ma se fossimo in America ci avrebbero già fatto una Raiwood, come Dollywood, il regno di Dolly Parton nel Tennessee.
Ma proseguo, nel Sunset Boulevard Rai, arrivo a via Nicotera per il vero obiettivo di questa gita estiva, il residence Prati. Via Nicotera intanto è una delle vie più belle del quartiere, con tanta architettura del Novecento, c’è l’incredibile palazzina di Venturino Ventura coi balconi rotondi come astronavi, un bosco verticale anni Sessanta, e poi ecco il residence Prati. Fu costruito nel ‘38 da Luigi Piccinato, prima razionalista di grido e poi tra i maggiori urbanisti del dopoguerra; nacque come “Casa-Albergo o Casa per Artisti”, si compone di due belle palazzine separate, con terrazzini e attici arretrati in cima, e scale che a zig zag fanno da collegamento tra i due corpi, dietro a una grande magnolia che ancora c’è.
Il residence Prati ha ospitato negli anni qualunque presentatore, attore, regista, direttore generale, che fosse qualcuno oppure nessuno, nella storia di viale Mazzini. Il primo abitante notevole, negli anni Quaranta, fu Federico Fellini. “Lo si può trovare a via Nicotera 26, il telefono è 32834” diceva un vecchio articolo (senza prefisso, un tempo non serviva). La notizia però è che il residence Prati è oggi in vendita. La mia ossessione per gli annunci immobiliari, e un algoritmo che sopravvaluta decisamente le mie entrate, mi recapita infatti un giorno questo annuncio: “Nel cuore del quartiere Prati, a pochi passi da Piazza Mazzini, proponiamo la vendita in esclusiva di un prestigioso edificio cielo-terra di COMPLESSIVI 1.050 MQ, recentemente e finemente RISTRUTTURATO, attualmente organizzato per attività ricettiva e caratterizzato da un’elevata capacità reddituale”. Prezzo, 8 milioni e mezzo. Chissà se è mutuabile.
Guardando l'annuncio la foto però mi dice qualcosa. Ci penso un po’ e poi eureka: è proprio lui, il vecchio residence Prati, quello su cui ognuno ha una storia (altro che Cefalu bistrò). Checco Zalone stava lì nei primi anni e ai primi film, e in un’intervista a Repubblica disse che era perfetto perché “aveva bisogno di un posto triste per scrivere”. Il Prati era infatti pure un’involontaria factory di talenti. Casa e ufficio, Pieraccioni ci scriveva sceneggiature e riceveva attori (“Il ciclone” è nato lì, ha raccontato). Giovanni Veronesi ebbe l’idea per la sceneggiatura di “Tutta colpa del Paradiso” su quei terrazzini, mentre Francesco Nuti, che lì abitava, fumava una sigaretta e gli raccontava un sogno, il sogno di avere un figlio, “un nutino”. Un po’ Pensione Maria, un po’ Chelsea Hotel de noantri, il Prati ha lasciato tracce su carta e su pellicola. Pure Troisi era lì stanziale. Federico Moccia ci ha ambientato un pezzo di “Ho voglia di te”.
Un giovane Bibi Ballandi, prima di diventare il re dei produttori televisivi, vi teneva ufficio, se così si può chiamare. “A fine anni ‘80 con Bibi avevamo uno scantinato lì nell’edificio”, racconta al Foglio Giovanni Benincasa, autore tv di grandi successi. “Il nostro ufficio consisteva in un’asse di legno poggiata su due cavalletti da pittore. Ci facevamo i casting, preparammo ‘Fantastico’, con Jovanotti che arrivava in Vespa. Bibi aveva anche una camera, per quando arrivava da Bologna. La stanza confinava con quella di Memo Remigi, e noi sentivamo proprio tutto. A un certo punto lo sentimmo piangere, disperato, al telefono. Invocava ‘la sua piccolina’ che non c’era più. Allora dopo un po’ non resisto, preoccupatissimo, e gli suono. E lui: non sai, mi hanno rubato la 500! La mia piccolina!’. Era una macchina”.
In questi giorni il residence pare deserto, ancora però funzionante e in ottimo stato. Non si chiama più residence ma più modernamente “Prati Home”, come indica la targa dorata. Chiamo l’agenzia immobiliare, mi dicono che non è possibile visitarlo, e i proprietari sono ancora in vacanza. Si può prenotare online, una stanza viene sui 300 euro. Nell’atrio si intravedono dei grandi cactus. Non c’è citofono ma solo un tastierino elettronico per i residenti. Un residente illustre a un certo punto fu Carlo Freccero. “Era comodissimo”, mi racconta. “A cinquanta metri dalla Rai, ci passavano tutti. Dirigenti, attori, registi. Era il posto anche delle avventure, ci ho visto in situazioni galanti registi e mogli di calciatori, e simmetricamente era anche una specie di stazione della via crucis del post avventure galanti. Attori e attrici in via di separazione, mariti cacciati di casa. Un posto per espiare”. Un convento? “Sì, ma nella sua duplice accezione, pensiamo alla monaca di Monza. Era anche austero. C’erano dei fornelletti. Non un bar, niente bevande, niente. La proprietaria, una signora bionda, temeva la dissoluzione morale”. La bionda proprietaria, la Dolly Parton del Prati, mi raccontano, è figlia di storici esercenti del quartiere, e di un commercialista pure a km zero. Nella via, avamposti strategici: lo studio dell’avvocato di cinema Assumma, case di produzione. Bar.
Tutto il popolo del Prati era accomunato da usi e abitudini, come azionare le tapparelle elettriche “lentissime”, e la sera la transumanza al vicino ristorante-trattoria La nuova fiorentina. Ognuno aveva il suo motivo per stare lì. “Ci passava gente in cerca di fortuna, gente nei guai, gente che aveva i muratori a casa e si rifugiava lì per qualche tempo”, sempre Freccero. E magari non se ne andava più.
Un’autrice che c’è stata per qualche settimana mi racconta che c’era un’abitante fissa, una signora elegantissima, milanese, che aveva proprio trasformato il residence in casa sua, arredando la sua camera con quadri e suppellettili, perché si era semplicemente stufata di tenere in piedi una abitazione con tutto ciò che ne deriva. Quando tutto si bloccò, col Covid, e il residence venne chiuso, la signora passò direttamente, e volontariamente, in casa di riposo. Già, perché poi anche gli stravolgimenti della storia cascavano in testa a “quelli del Prati”: come col terremoto di Amatrice, alle 3 e mezza del mattino del 24 agosto 2016, quando le scosse si sentirono assai anche a Roma, e “quelli del Prati” si ritrovarono tutti in pigiama sulla via, scalzi, giovani e vecchi, Rai e non Rai, in attesa degli eventi, in una scena da commedia all’italiana.
E io da sempre vorrei scrivere una storia d’Italia passando dai residence. A Milano c’è Antonio Ricci. A Roma l’altro residence fatale è l’Aldrovandi, ai Parioli di fronte allo zoo, ci abitò gli ultimi trent’anni della sua vita Dino Risi, che si era spostato lì, pensava, “solo per qualche giorno”, in seguito alla separazione. Si andò in pellegrinaggio anni fa, per cercare una traccia di quel grande, tra i fornelletti elettrici (non la vetroceramica, proprio il vecchio fornelletto elettrico, apice della tristezza) e quella speciale malinconia che solo i residence procurano.
Il residence offre infatti la comodità dell’albergo, ma senza il suo bello: la provvisorietà senza però i bar, i ristoranti, il passaggio, insomma: la vita. C’è chi ama la vita di residence e chi la detesta. “Io ho sempre vissuto nei residence, adoro quella sensazione di protezione, è come stare in collegio, niente di brutto può accaderti”, sostiene Freccero. Anche Ricci, altra leggenda televisiva, è fan. “Amo i residence perché sono anaffettivi. Li uso per svenire. Dormo con la valigia a portata di mano per scappare”, mi dice. Lei è stato mai al Prati? “No, a Roma i primi tempi in uno a Monte Mario, poi al residence Ripetta”. E poi mi sciorina il suo curriculum abitativo milanese: “prima un appartamento in affitto dalla suocera di Memo Remigi” (ancora Memo Remigi! Forse occorre una storia d’Italia sulle tracce di Memo Remigi). “Poi Residence De Angeli. Uno in Viale Abruzzi. Infine Jolly Residence (ora NH)”.
Uno che ci soffrì, invece, al Prati, fu Carlo Verdelli, il giornalista milanese già direttore di Vanity Fair, e di Repubblica, e di tanti altri giornali, che prima, dieci anni fa, fu per breve tempo un pezzo grossissimo della Rai e poi se ne andò molto amareggiato, e parte di quell’amarezza mi sembrò derivata anche dal suo abitare in questo residence. Ritrovo il libro che scrisse su quell’infelice avventura. “Forse intuendo che non sarebbe durata a lungo, non ho preso casa a Roma”, scrive in Roma non perdona. Come la politica si è ripresa la Rai (titolo già programmatico, Feltrinelli). “Mi hanno consigliato dei buoni affitti (...). Alla fine si è deciso: Mazzini. E allora residence, almeno per i primi mesi. Stanza 45, in una palazzina color acqua, genere vacanza al mare per turisti con famiglia”.
Lo chiamo subito. “Ah, il residence Prati”, risata amara. “Arrivavo in ufficio alle sette e mezza di mattina e me ne andavo alle undici di sera, quindi lo usavo come dormitorio. Mi ricordo la tristezza di quel posto, in camera c’erano un lettino, un salottino. E poi un bagnetto. La moquette, rossa”. Adesso, almeno dalle foto, la moquette non c’è più. Incontrava qualcuno? “Mi ricordo che ci abitava Freccero, anche se lo vedevo poco. E poi Flavio Insinna”. Verdelli alla Rai era stato chiamato come “direttore per il coordinamento dell’offerta informativa”. “Un bizantinismo tipico Rai per non dire in maniera diretta che ero il direttore dell’informazione. Cioè dei tre canali principali e RaiNews, Rai Sport, più i giornali radio, più l’informazione digitale”, raccontò. Il suo piano era di raddrizzare il mammozzone informativo di viale Mazzini. Lavorava un sacco. “Volevo lasciare un segno”, mi dice. Solo a un lombardo poteva venire in mente di “lasciare un segno” alla Rai, a Roma, ribatto. “Solo a un lombardo scemo”, risponde lui. Il mammozzone reagì al corpo estraneo, e il marziano lombardo fu espulso.
In quel breve anno (dal novembre 2015 al gennaio 2017) Verdelli fece una scelta precisa. “Avevo la ferma intenzione di evitare i salotti e le feste romane, quindi me ne stavo per conto mio però, ecco, riuscire a fare un posto così triste in una città come Roma è veramente difficile”, racconta oggi. E così: “Salivo al quarto piano, camera con uno scaldavivande incassato nel corridoio, un salotto con tavolo in vetro e divano rosso su cui non sedevo volentieri perché c’erano un paio di bruciature di sigarette, un letto a una piazza e mezzo, due quadri improbabili. L’unico vantaggio era che da lì a bottega ci mettevo un minuto a piedi, il tempo di mezza sigaretta”. Però il Prati non è così brutto, a vederlo oggi, dopo la ristrutturazione. Piccinato in fondo era un grande architetto. “Avrà avuto le migliori intenzioni”, mi dice Verdelli. Un po’ come voi. “Un po’ come noi, sì”. Il suo dante causa, di Verdelli, era infatti un altro nordico pieno di intraprendenza e che ebbe vita breve, è Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale sempre dal 2015 al 2017. Un altro che abitava in residence, però all’Aldrovandi, quello di Risi. “Ogni tanto Antonio mi diceva: Carlo, non è che vuoi cambiare residence?”.