"Matador", il disincanto della generazione post Franco

Abbecedario e poi rivista di culto, in Spagna e non solo. Da un’idea di Alberto Anaut, in cerca di uno spazio per la sua sconfinata curiosità
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“La Fábrica è un luogo da cui passano molte delle storie che hanno definito l’immaginario della Spagna contemporanea” (dal profilo Instagram de La Fàbrica)

Matador. Lo incontri dove non ti aspetti. Non lasciarti condizionare dal nome che schiocca secco ed evoca subito uno degli archetipi più radicati di Spagna. Il rito della tauromachia che attraversa da secoli lettere e arti: Goya, Picasso, Miquel Barceló, Ortega y Gasset, Manuel Chaves Nogales. E rimanda a quel verso in cui Federico García Lorca immortala la valentía dell’amico Ignacio Sánchez Mejías, torero e letterato, nell’istante in cui la vita e la morte si misurano nell’arena ed è la spada di Ignacio a soccombere. “Solo il toro ha il cuore in alto alle cinque della sera”.
Madrid ti consegna un Matador “altro”. Che è materia editoriale. Un magazine nato nel 1995 con un’ambizione dichiarata: essere il migliore. Per intercettare, nei contenuti e nella forma, il meglio delle idee in circolazione. Tendenze, autori, connessioni culturali, sincronicità significative. Una trama aperta, costruita per associazioni e rimandi, una “struttura a schidionata”, direbbero i critici togati. E’ lo schema per cui le storie si susseguono “infilzate” nello spiedo della narrazione principale. In Spagna è tecnica collaudata. Basti pensare al Don Chisciotte, universalmente considerato il primo romanzo della letteratura moderna.
Un magazine nato nel 1995 con un’ambizione dichiarata: essere il migliore. Per intercettare il meglio delle idee in circolazione
Matador fu progettato come un abbecedario. Ventotto numeri aveva in mente il suo fondatore, Alberto Anaut, classe 1955, giornalista e imprenditore en marcha, un uomo che come pochi ha contribuito a plasmare la cultura spagnola contemporanea. Una lettera all’anno, secondo l’alfabeto spagnolo. E una fine già prevista. Anaut aveva fissato l’ultimo numero nel 2023. “Prima che il tempo ne corrompesse l’identità”. Come se avesse intuito el desencanto di una generazione, la sua, che aveva aperto le frontiere, dopo aver seppellito il Caudillo Franco e con lui l’ultima dittatura dell’Europa occidentale. Come se avesse intravisto il destino dell’Europa nella quale la Spagna era entrata solo nel 1986, trasformandosi nel giro di pochi anni da paese rurale a potenza industriale. L’Europa del 1995, quando nacque Matador, ancora discuteva di moneta unica. E Anaut pensava già alla data di scadenza di Matador. Come se fosse un prodotto alimentare. O come se la cultura europea fosse in via di estinzione.
Anaut aveva fissato l’ultimo numero nel 2023, “prima che il tempo ne corrompesse l’identità”. Ma Matador aveva troppi estimatori
Poi le cose andarono diversamente. L’abbecedario era finito. Matador aveva troppi estimatori che lo reclamavano. Dal 2024 ogni volume è dedicato a un nome, invece che a un’idea. Prima il regista messicano Alejandro González Iñárritu. Poi, nel 2025, la drammaturga francese Yasmina Reza, ebrea cosmopolita di famiglia iraniana e ungherese. L’edizione oggi in lavorazione è dedicata allo stilista britannico Paul Smith. Attraverso fotografie, saggi inediti e opere commissionate su misura per Matador, la redazione costruisce una mappa di immagini, testi e incontri inattesi. Intorno all’ospite prende forma un sistema di corrispondenze, echi e connessioni tra artisti, autori e discipline differenti. In fondo, lo stesso metodo “a schidione” con cui Matador ha sempre raccontato il mondo.
Le testimonianze sono concordi. Matador fu il figlio prediletto di Anaut. Il quale non aveva avuto figli in carne e ossa, ma era un uomo appassionato. Instancabile nel lavoro. Uno che credeva nella cultura. “Nella capacità della cultura di costruire società più sane e più libere”, testimonia Óscar Becerra, giornalista anche lui e custode del lascito intellettuale di Anaut. “Come direttore di El País Semanal, supplemento domenicale dell’omonimo quotidiano, Alberto si occupava di approfondimenti, reportage, inchieste. Ma soffriva quando gli capitava per le mani materiale straordinario: l’opera di un artista, un portfolio fotografico d’eccezione, un testo stupendo ma fuori misura per una pubblicazione comunque commerciale, benché curata come poteva essere quella di El País Semanal. Creò Matador per rispondere in primo luogo a un’esigenza personale. Dedicare spazio e tempo alle sue inquietudini, alle sue curiosità, al suo desiderio di sapere e divulgare”.
Alberto Anaut faceva parte di quella specialissima categoria di giornalisti capaci di fare impresa. E di capire che il giornalismo e la gestione culturale hanno in comune la capacità di semplificare la complessità dell’esistente per renderla accessibile a un pubblico più vasto. Senza cadere nella banalità, che considerava il male assoluto. Nel 1994 aveva già fondato La Fábrica. In principio si occupava di editoria e oggi è un’industria culturale onnivora. Matador non fu solo il primo progetto de La Fábrica. Fu anche la magnifica ossessione di Anaut. “Alberto fece appena in tempo a vedere le bozze di quello che sarebbe stato il numero Zeta, l’ultimo Matador della serie alfabetica da lui concepita”, rivela Óscar Becerra, oggi amministratore delegato de La Fábrica e direttore di Matador. “Lui morì proprio nel 2023, quando il suo Matador era arrivato al capolinea. Volle essere sepolto con il primo volume della rivista, quello con il pugno fasciato di un pugile in copertina, stampato a sangre, senza margini, secondo il canone grafico della pubblicazione”.
Non era un caso la foto del pugno del boxeador in procinto di combattere, realizzata da Jimmy Fox della Agenzia Magnum. Come un manifesto di intenti segnava l’inizio dell’impresa. Intorno alla A di arte si aprivano scorci inediti sul Novecento agli sgoccioli. Non solo avanguardia, ma anche antiarte, arte falsa, arte creduta tale solo da colui/colei che l’aveva creata. Su questo filone si innestavano storie, come un dossier sulla boxe, un altro sull’identità cubana, una partitura di Paul Bowles per un poema di Tennessee Williams, una conversazione irregular tra due protagonisti del cinema statunitense più viscerale: lo sceneggiatore e scrittore Barry Gifford e il regista Oliver Stone.
Un lavoro immane per mescolare con leggerezza linguaggi e discipline, dalle arti visive alla fotografia, dal design all’architettura. Matador divenne subito oggetto di culto in Spagna e non solo. Proprio come aveva immaginato Alberto Anaut.
“A lui piaceva la corrida. Era un aficionado”, spiega Becerra. “Ma non battezzò la rivista solo in omaggio alla tradizione spagnola. Alberto era un uomo speciale, cosmopolita come pochi. Il nome Matador si riferiva alla sua visione del mondo. Alberto aveva lasciato un lavoro di successo a El País per affrontare el riesgo. Ecco, penso che Alberto dovesse sentirsi come un torero che entra nell’arena. Uno sa che il toro può travolgerlo e spazzarlo via. Alberto capiva che doveva essere valente. Che doveva seguire il proprio istinto. Poi, c’è nella vita di un uomo qualcosa che valga davvero la pena e sia esente dal rischio?”.
“Alberto aveva lasciato un lavoro di successo a El País per affrontare ‘el riesgo’. Si sentiva come un torero nell’arena”, racconta Óscar Becerra
Matador da sempre veste un abito confezionato su misura, taglio artigianale rifinito nei minimi dettagli, prezioso come el traje de luces che il torero indossa prima della lidia. Il formato è speciale, monumentale, pensato per dare alle foto lo stesso rilievo che avrebbero esposte in una galleria. La carta è bianchissima, corposa, composta da fibre pregiate. 150 euro a copia “e si vende, eccome se si vende”, afferma Becerra. Nessuna versione digitale, perché dalle parti di Matador non credono nella fine della carta stampata. Anzi. “A conti fatti, la stampa va male, ma internet va peggio”. Puntano su una pubblicazione concepita per essere letta da seduti, con calma, come si faceva in un’altra era. Non è oggetto da sfogliare in piedi, magari in metropolitana. Ogni numero è concepito come un pezzo unico, perfino nella scelta dei caratteri tipografici, sempre diversi. Il fatto che sia pubblicato semel in anno dà idea di come si lavori a La Fábrica, dove l’eccezione è la regola. La tiratura è limitata a 7000 copie, di cui 4.800 destinate agli abbonati. “Una base di fedelissimi”, sottolinea Becerra. “Tanto da fondare nel 2013 un Club Matador che conta oggi 2800 iscritti ed è considerata una delle grandi istituzioni della società civile madrilena”. Un club all’inglese “che si definisce più per ciò che non offre che per ciò che offre. Non ha golf, piscina, palestra, campi da tennis. In compenso i soci hanno una sede nel Barrio de Salamanca (considerato il più esclusivo di Madrid, ndr.), un posto dove conoscersi, organizzare mostre, proiezioni, eventi culturali e discuterne assieme. Nel nome di Matador”. Soci e abbonati hanno il privilegio di portarsi a casa anche il Cuaderno de artista, “opera d’arte in formato taccuino” da sempre collegato alla pubblicazione di Matador. Il Cuaderno da solo costa 60 euro. Sono edizioni progettate per durare nel tempo, per trasformarsi in oggetti da collezione. Matador è diventata pubblicazione di culto per scrittori, artisti, fotografi e per tutta la varia umanità che frequenta il mondo delle lettere e delle arti, soprattutto in Spagna e nei paesi di lingua spagnola, oltre 600 milioni di persone. Matador è lo specchio di questo universo. Ne riflette gusti, aspirazioni e trasformazioni forse meglio di molti trattati di sociologia o antropologia.
Un Matador così fuori dall’ordinario che, per trovarlo, devi sapere dove cercarlo. Perché sta dentro un sistema di segni, una geografia di indizi. Non basta aggirarsi per l’antico e fascinoso Barrio de las Letras, dove i classici della letteratura e del teatro di Spagna abitano ancora le strade, le piazze, perfino i marciapiedi. Dove puoi leggere brani del Don Chisciotte o liriche di Góngora nelle lettere d’ottone incastonate nel selciato. Puoi entrare nella casa di Lope de Vega, oggi museo, o nel monastero dove è sepolto Cervantes. Puoi sostare davanti alle statue di Lorca o Calderón de la Barca, immortalati a grandezza d’uomo a Plaza Santa Ana, proprio davanti al Teatro Español, e scattare la foto di rito. Come fanno i turisti e non soltanto loro.
Ma Matador non è un souvenir. Se ti lasci alle spalle il Guernica - con il suo toro di guerra e di orrore dipinto da Picasso e custodito al Museo Reina Sofía - e ti incammini verso il Prado, ti ritrovi come per caso davanti a La Fábrica. Da fuori sembra soltanto una libreria. Cinque vetrine affacciate sulla Calle de la Verónica. Anche il nome della strada è un indizio. Nomen omen, come sempre. Non solo per il retablo fatto affiggere secoli fa sulla facciata della propria dimora da un dignitario di corte. Veronica è la donna che, secondo i Vangeli apocrifi, asciugò il volto del Cristo sul Calvario con un panno di lino sul quale sarebbe rimasta impressa la “vera icona”. Quale migliore introibo per vedere Matador nel luogo in cui la rivista è ideata ed esposta?
Poi varchi la soglia de La Fábrica. E il luogo si dilata. Le sale si rincorrono sul retro fino ad arrivare al patio all’aperto. Un patio dell’Ottocento, all’epoca destinato alle carrozze. E’ un segno di tradizione. Qui diventa innovazione. Libri, fotografie, manifesti, cataloghi, incontri. Maestri e allievi che discutono per ore dei dettagli più minuscoli di un’idea, che si tratti del Master in gestione dei progetti culturali, del Madrid Design Festival, del cinema di Notodofilmfest o della letteratura del Festival Eñe, non a caso intitolato alla Ñ, la lettera più tipica dell’alfabeto spagnolo. Il fiore all’occhiello de La Fábrica, assieme a Matador, è PHotoESPAÑA un progetto che ha contribuito a fare di Madrid una delle capitali europee della fotografia e che, dalla sua nascita nel 1998, ha attirato oltre venti milioni di visitatori. In parallelo con il Festival della fotografia, PHotoESPAÑA cura la formazione sulla progettualità per immagini. I corsi richiamano a Madrid aspiranti fotografi e firme già affermate e si concludono con un’esposizione collettiva. Una fiesta. “Perché la cultura deve essere vissuta sempre come una festa”, commenta Óscar Becerra. “Noi non siamo per la cultura d’élite. La grande letteratura, il grande pensiero sono sempre stati accessibili a tutti. Fin dall’antichità. I processi di avvicinamento alla cultura devono essere attraenti, accessibili, comprensibili, affinché le persone perdano la paura di non essere all’altezza della cultura di qualità. La Fábrica vuole essere una vera e propria fabbrica del pensiero critico. Intanto è un luogo da cui, da oltre trent’anni, passano molte delle storie che hanno contribuito a definire l’immaginario della Spagna contemporanea”.
Matador è, infatti, un tassello non secondario del relato, il racconto di ciò che la Spagna è diventata nei cinquant’anni che la separano dalla morte di Francisco Franco nel 1975. Quella morte, celebrata con gli onori dovuti a un capo di stato in carica, non fu solo una cesura nella storia del paese. Fu l’inizio di una stagione formidabile. Valeva la pena vederla da vicino, come è successo a me.
Matador è un tassello non secondario del racconto di ciò che la Spagna è diventata nei cinquant’anni che la separano dalla morte di Franco
La Transizione politica stupì il mondo per la rapidità con cui la Spagna passò dal franchismo alla democrazia costituzionale. Con sé portò un’esplosione di talento creativo, troppo a lungo compresso sotto il regime. La Spagna si trovò a “transitare” verso la postmodernità senza avere mai davvero attraversato la modernità.
Madrid, cuore amministrativo dello stato, si trasformò in un genere narrativo. Dismise i panni grigi dell’apparato e della burocrazia e si vestì di colori. A partire dagli anni Ottanta la sperimentazione si chiamò Movida. Fu un incalzare di stili di vita nuovi e di nuovi linguaggi che non ebbe eguali in Europa. La vita notturna era così frenetica e gli appuntamenti così pressanti che si coniarono nuovi motti per definire la città “che non dorme mai” come: Madrid me mata. Si ripescarono, insieme, antichi modi di dire come De Madrid al cielo. Erano slogan. Ma anche manifesti. Dichiarazioni di un modo di essere che, forse, non avrebbe voluto avere debiti col passato. Il lessico della libertà.
C’è un’avvertenza ben in vista sul vetro della porta di ingresso de La Fábrica: Nada da igual. Significa che “nulla è indifferente”, “niente è uguale a qualcos’altro”. Si riferisce, certo, alla ricerca della perfezione che è il marchio di fabbrica di Matador e degli altri progetti aziendali. Ma è un monito per chi abita il terzo millennio, per i pasotas, i ragazzi di Madrid e non solo. I quali invariabilmente rispondono che a loro qualsiasi scelta, fosse anche carne o pesce a colazione, da igual. Lo specifica Óscar Becerra: “Oggi più che mai bisogna aver il coraggio delle scelte, attenzione ai dettagli, cercare un senso in ciò che si fa”.