Il paradiso delle sòle

Un fenomeno che si considera romano ma che ha fatto strada nel mondo. Un po' mitomane, un po' impostore, un po' vittima, il "sòla" non conosce confini 

24 AGO 26
Immagine di Il paradiso delle sòle
E’ un classico estivo italiano, come l’anguria e i pomodori al riso, il sòla: parola difficilmente traducibile, è qualcosa di più del cialtrone, è anche un mitomane, e un mitomane recidivo. Anche recentemente, per spiegare a un pubblico inglese il protagonista d’un mio romanzo tradotto, con appunto al centro l’affascinante figura di un sòla – i sòla sono sempre molto affascinanti – ho avuto serie difficoltà. Ma non preoccupatevi, non farò qui l’autorecensione del mio libro, firmandomi Emilio Cresci, come forse Ranucci al suo su Amazon; anche se, ammettiamolo, chiunque scriva libri ci ha pensato una volta nella vita. E però, non si è mai osato non perché si è irreprensibili tutti d’un pezzo, ma semmai per il sacro timore di essere sgamati (ma su questo torneremo in seguito).
Secondo la Treccani “sòla” è sostantivo femminile, e sta per “raggiro, imbroglio, truffa” ma ha anche un significato al maschile, “persona che ha l’abitudine di imbrogliare”. Il sòla è diverso dal cialtrone, è un cialtrone “on steroids”, un mitomane che ti dà sempre la fregatura, ossessivamente, è un impostore seriale. L’etimologia deriverebbe da suola (dal latino solea). “Nel gergo popolare di Roma, indicava la suola di scarpa vecchia o rammendata male dai calzolai per ingannare i clienti e costringerli a pagare un altro lavoro”.
E non c’è dubbio che Roma sia la Silicon Valley dei sòla, e l’estate è il grande loro momento, quando si percorrono l’Aurelia o i palinsesti estivi delle repliche ammirando il più gran sòla del cinema italiano, lo scatenato Bruno Cortona del Sorpasso, quello col cartello “Camera dei deputati” finto sull’auto. O il leggendario Manuel Fantoni, indimenticato sòla di Borotalco (che poi confessa di chiamarsi Cesare Cuticchia, ma “vuoi mettere come appoggia bene Manuel Fantoni”?).
Ma poi arrivano le cronache che superano la fiction. Ecco Ranucci, ancora lui, Sigfrido, col suo amico Lavitola, un sòla che te lo raccomando, e qui le cronache e la storia e la magistratura diranno com’è andata veramente, sòla magistra vitae, però certo è strano che uno che si costruisce un nome e una carriera come grande smascheratore di sòle poi finisce quantomeno solàto, da un sòla Doc come il Lavitola.
Il “metodo Report”, che ormai era come lo champenoise, metodo classico dell’inchiesta affinata in barrique, agiva forse sul suo protagonista dandogli una leggera sbornia. Bollicine millesimate di società civile. Chiaro che poi tanti volevano assaggiare quel nettare. Così non c’è solo Lavitola nell’estate del self-bomb: si vendemmia anche un vinello di pronta beva, un beaujolais Lavitola. I più anziani si ricorderanno il Nano ghiacciato, un tragico spumantino degli anni Ottanta che si erano inventati credo in Veneto, venduto in bottigliette mignon. Ecco il Nano del metodo Lavitola. Ecco un altro grande personaggio che sarebbe piaciuto a Dino Risi: un certo Adriano Cappellari, faccia pulita, ventunenne aspirante giornalista di Enego (Vicenza) che ha inscenato minacce e poi un attentato alla propria abitazione, per fingersi vittima della malavita e assurgere così al “successo” (qualunque cosa voglia dire): per un po’ è finito sotto scorta, e il sottosegretario all’Editoria di Palazzo Chigi gli ha dedicato un premio. Giorgia Meloni l’ha lodato. Poi lui ha confessato che aveva fatto tutto da solo, l’attentato e le finte lettere minatorie, una contro sé stesso, e poi, in un climax di mitomania, una proprio contro la Meloni, e già che c’era una contro il parroco anticamorra di Caivano don Maurizio Patriciello, che l’ha poi cazziato. La bonaria cazziata del prete di Caivano al giovane bombarolo veneto pentito (tipo Romolo Valli-padre Baldini con Sordi) sembra uscita direttamente dai Complessi, sempre per rimanere nella commedia all’italiana.
Ma poi le piste bombarol-giornalistiche si intrecciano: il giovin bombarolo aveva scritto anche a Report, denunciando inguacchi al paese, e Report, lì, al paese, aveva mandato una troupe. Ma non sapevano cosa li aspettava: il metodo Cappellari. Non contento della visita, il giovin bombarolo aveva fatto pervenire al fornaio del paese (il fornaio del paese!) un’altra lettera anonima in cui minacciava di far saltare proprio lui, Sigfrido Ranucci, che il 20 agosto avrebbe dovuto andare a presentare un suo libro lì sempre nel borgo. Incontro poi cancellato; il ragazzo si è scusato, e si è detto sollevato d’esser stato scoperto. Però certo essendo appassionati di business model del giornalismo, uno pensa all’AI, alle newsletter. All’immancabile podcast. Una volta si faceva il praticantato, lo stage, adesso l’auto (nel senso di sé stessi) bomba fa curriculum (meglio il tritolo di Substack?). Ma sarà stato interrogato sui fatti di Pomezia? Ha un alibi per il 16 ottobre 2025? Sarebbe una svolta.
Bomba o non bomba, sòla e non sòla, ci sono comunque varie gradazioni. C’è chi millanta, e chi ci rimane secco sul serio. Ecco il tragico caso del “professore nero più giovane mai assunto a Cambridge”, ovvero la vicenda tristissima di Jason Arday, il docente prima lodato e trasformato in simbolo, poi sputtanato anche molto violentemente, fino a convincersi, probabilmente, che era meglio farla finita. Anche qui si indaga, si capirà meglio, si dà la colpa ai giornalisti, da una parte sempre irrilevanti, dall’altra colpevoli sempre, di tutto, bombaroli & no; altri accusano un accademico che l’ha denunciato, razzista (e sòla, si vede benissimo). Altri ritengono colpevole l’accademia che mai si insospettì del curriculum non bombarolo ma ugualmente esplosivo del tizio: dei plagi, che però forse sarebbero piccoli, dei plagini; di lui prima autistico, non parlante, poi studiosissimo, dottore di ricerca. Infine corridore di sfrenate, impossibili maratone. Scampato alle verifiche e alle invidie, per soprappiù aveva voluto pure raccontarsi in un’autobiografia. Che naturalmente ha contribuito alla débâcle.
Siamo sempre a La scelta, il memoir ranucciano, con le confessioni anche hot sulle femmine. Siamo in Cancellazione -American Fiction di Percival Everett, il romanzo e poi film su uno scrittore nero che siccome non produceva storie abbastanza disgraziate e “da nero” non se lo filava nessuno, poi si inventa avventure miserrime e “nerissime” e finalmente fa il botto (non in senso esplosivo). Ma siamo anche un po’ dentro un generico Carrère, perché poi i sòla compiono sempre un gesto che li tradisce, dimenticano il dettaglio che li smaschera, come se alla fine volessero sotto sotto farsi smascherare, si ribellassero al mito da loro stessi costruito; come se ci fosse, nel sòla di ogni latitudine, un impulso alla confessione. Lascia tracce, scrive memorie, si autorecensisce… come il Don Draper di Mad Men, a un certo punto dimentica le chiavi del cassettino che custodisce la sua identità (tarocca).
Ora si dice, e forse è vero, che si stiano accanendo tutti troppo su Arday: in fondo anche per punire il woke. Il woke, si è capito, è stata una gran sòla, ha contribuito a far eleggere il sòla in chief, Donald Trump: ha diviso famiglie, scosso coscienze, sconquassato l’accademia: nella madrepatria. Da noi è arrivato molto timidamente, come molti fenomeni di importazione. Non si conoscono infatti professori neri, né maratoneti né sedentari, nell’accademia italiana (non parliamo di neri autistici!) dove semmai i concorsi sono ereditari come sempre sono stati. E se del resto il woke nasceva dalla “campus left”, qui da noi che campus ci saranno mai? Semmai ci sono le Pegaso e gli e-campus. Un po’ di woke all’amatriciana ha preso piede, questo sì, nell’editoria, col murgismo e post murgismo che ha prodotto un ricambio di classi dirigenti e poi anche ibridi letterari, innestandosi su moduli autoctoni, dando vita a un filone e un canone di realismo magico della lagnanza. Ma poi che altro?
Poca roba. Di trans non se ne vedono molti in giro, il discorso sui bagni uomo-donna non ha mai veramente preso piede, nel paese in cui la principale emergenza è trovare piuttosto il dispenser del sapone funzionante. Defund the police? Ma quelli già non hanno una lira. Ravanando il fondo del barile, è arrivato, coi soliti dieci anni di ritardo, un po’ di George Floyd, con la polizia che non sa bene come maneggiare i neri che talvolta rimangono soffocati. “Woke 1 was crazy” ha detto la deputata ex pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez, subito accusata di liquidare il fenomeno troppo facilmente. Ma quelli appunto vanno già verso il 2, il 3, il 4, da noi chissà quando arriveranno (e tu che woke hai? Come con l’iPhone). Però intanto in Italia è arrivata come sempre la reazione al fenomeno mai giunto, nel paese che non ha le star ma le antistar, non ha le rivoluzioni ma solo le controrivoluzioni. Dunque siamo in piena lotta contro il “wòk” – anche pronunciato con la o molto aperta, sentito l’altro giorno sul treno, “tutta colpa del wòk”, ma forse in realtà ce l’avevano con la pentola in cui si saltano le verdure.
Poi certo l’America ormai è esportatrice, più che di woke, di sòle e di sòla. Il capo del mondo è un Manuel Fantoni di prima categoria, uno che dice che farà terminare tutte le guerre del mondo, e ne inizia una al giorno. Uno che cambia nome del ministero della Difesa in ministero della Guerra, e poi si nasconde in un container.
Anche la Silicon Valley che prima era tutta woke e ora è muscolare e trumpiana ha sfornato un sòla nuovo di zecca. Leopold Aschenbrenner, ventiquattrenne – ma l’età è incerta – già soprannominato “il Nostradamus dell’AI”, era fino a qualche giorno fa un altro caso prodigioso. Faccia pulita, un puttino della finanza; natali germanici, già collaboratore di OpenAI, ha messo su un clamoroso fondo di investimento specializzato in intelligenza artificiale, che si chiama “Situational Awareness”. Entrato alla Columbia a 15 anni, ha rifiutato di proseguire gli studi a Yale ma invece è entrato a lavorare con Sam Bankman-Fried, ve lo ricordate, il ricciolone delle criptovalute, attualmente in carcere. Poi va a OpenAI, la società di Chat GPT, dove viene inizialmente licenziato perché fa uscire documenti riservati.
I grossi gruppi della finanza non se lo filano, questo ragazzo che propone investimenti troppo rischiosi, e a San Francisco abita in un monolocale in condivisione con uno studio di podcast (oggi Manuel Fantoni abiterebbe non nell’attico con la vasca trasparente, ma in uno studio di podcast, è chiaro). Poi scrive una specie di manifesto, che si chiama appunto “Situational awareness”, sul glorioso futuro che attende l’intelligenza artificiale, e da lì un sacco di sconosciuti cominciano a comprare quote del suo fondo. Da 100 milioni di dollari, in due anni arriva a 45 miliardi. Diventa la mascotte della Silicon Valley, è amico di tutti. Il crollo arriva come in un film, quando, il 30 luglio, mentre stanno arrivando anche gli ospiti al suo matrimonio in pompa magna a Carmel-by-the-Sea in California: il fondo sprofonda, crollo del 67 per cento.
Il matrimonio (con una pezza grossa di Anthropic) si è fatto lo stesso, e Aschenbrenner magari si riprenderà, ma per ora sembra candidarsi a far parte di quella eletta schiera dei sòla siliconvallici, su cui esiste una vasta cinematografia, dalla tizia delle analisi del sangue farlocche (le è stata dedicata una serie Disney+) alla falsaria Anna Delvey (Netflix) all’israeliano degli uffici condivisi di WeWork (AppleTv): in America, è evidente, sanno monetizzare anche i crolli, dei sòla.
E invece chissà da noi se si farà mai un film sul Cefalù Bistrò, il locale mezzo ristorante e mezzo pescheria di Lavitola. Io lo vedrei. Perché non riguarda solo la capitale, come ho sentito dire quest’estate da dei milanesi sopracciliosi. Hanno un bel pretendere che “è stata” (o ha stato) Roma: un posto come il Cefalù Bistrot poteva esistere solo nell’epicentro del magna-magna, dicono, ma su questo io ho molti dubbi. Certo un Lavitola a forma di Lavitola non potrebbe operare a Milano. A Milano, sarebbe vestito diverso, avrebbe un taglio di capelli diverso, e il il Cefalù si chiamerebbe almeno Cefalù Lab (a Porta Venezia), oppure quei participi passati di moda, “Sgusciato”, “Innescato”, o anche “Simposio Cefalù”, o semplicemente “Metodo” (a NoLo); e ci si terrebbero eventi, conversazioni, reading, partite di burraco col gentile sponsor. Ci sarebbe un podcast. Di sicuro offrirebbe “menu esperienziali” e il cameriere sussiegoso domanderebbe: “sapete già qual è il nostro concept?”. “Sul QR code trovate il nostro menu, e anche un sondaggio”.
Milano infatti di sòla ne ha attirati e creati tanti in questi anni, dagli influencer ai creatori di eventi ai vari sciabolatori di champagne, per non parlare di quei club dove si fanno affari e si convocano signorine, altro che a Roma. Ecco, forse a un Cefalù milanese non potresti stare tutte quelle ore a chiacchierare, perché ti chiederebbero “preferite lo slot delle 19 da liberare per le 21 o quello delle 22,30?”. Del resto una clamorosa “sòla” di inizio estate fu la storia del ristorante caro alle intellighenzie milanesi, che, si scoprì, permetteva di prenotare solo online e solo allo scoccare della mezzanotte, tipo “click day”, e a quei coraggiosi che superavano la faticosa selezione hanno pure tolto dal menu, sadicamente, i piatti preferiti dai clienti, perché venivano troppo instagrammati. E in tutto questo la gente continua ad andarci. E a cliccare.
Lavitola, dai retta a me, lascia stare gli esplosivi, assumi un social media manager, anche laureato alla Pegaso. Sbaracca da Roma, e apri a Milano. Lascia perdere la pescheria. Dev’essere metà ristorante e metà studio di podcast. Ti do anche il nome, anzi il concept. LavitoLab: senti come appoggia bene.