Magazine
Eppur si muove. Dieci anni dal terremoto del Centro Italia
L’attesa, la ricostruzione, lo spopolamento. E una resistenza che dice: c’è vita nel cratere
22 AGO 26

La Civitas Appenninica è candidata a Capitale europea della Cultura 2033, una candidatura “diffusa” con Norcia come capofila (foto Getty)
Poche settimane fa, una gigantesca gru è comparsa sulla rupe da cui la Rocca medioevale di Arquata veglia sul paese demolito e su tutta l’alta valle del Tronto. Lo fa da più di ottocento anni e le auguriamo di farlo almeno per altri mille, ora che il suo restauro sembra avviato dopo una lunghissima attesa. Poco più sotto, nella frazione di Borgo, il complesso costituito dalla chiesa di San Francesco e dall’annesso convento, il nucleo da cui otto secoli fa è nata Arquata come comunità, è ancora puntellato e invaso dalle erbacce, fermo al terremoto del 2016. Un progetto di recupero c’è, ma nulla accade. Misteri dolorosi della ricostruzione.
Parlo di Arquata del Tronto perché, alle 3 e 36 del 24 agosto di dieci anni fa, quando il risveglio della faglia dei Sibillini cambiò i connotati dell’Appennino centrale, io ero lì, in vacanza nel paese d’origine di mia madre, testimone di una distruzione che non avrebbe riguardato solo le vite perdute, le case, la vita materiale, ma l’intero tessuto sociale e culturale di quella parte d’Italia.
Dieci interminabili anni sono trascorsi dall’esordio della “sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso”, che uccise 237 persone ad Amatrice e undici ad Accumoli, nel Lazio, mentre ad Arquata, nelle Marche, ci furono quarantotto morti nella frazione di Pescara del Tronto e tre nel capoluogo, dov’era la mia casa. Era solo l’inizio. Il 26 e il 30 ottobre, nuove scosse avrebbero esteso la rovina al lato umbro-marchigiano dei Sibillini, accanendosi anche sui paesi rinati dopo il terremoto del 1997 in Valnerina: Norcia, San Pellegrino, Preci, Ussita, Visso, Camerino, Castelsantangelo sul Nera, Castelluccio, Pieve Torina, Fiastra, Muccia, Montegallo, Amandola, Tolentino, Montefortino, San Ginesio, Montemonaco e altri ancora si aggiunsero all’elenco dei paesi feriti e svuotati, qualcuno lo è tuttora. Sembrò un colpo di grazia quando, il 18 gennaio del 2017, durante uno degli inverni più crudeli e nevosi degli ultimi quarant’anni, il sisma toccò all’Abruzzo, dove si soffrivano ancora i danni del terremoto che nel 2009 aveva distrutto L’Aquila. Fu quella scossa ad attivare la valanga di Rigopiano, in cui morirono 29 persone.
C’è stato il tempo dell’emergenza e dei soccorsi, dell’eccezionale macchina della Protezione Civile, della messa al riparo degli sfollati, del recupero di tesori culturali, dell’inventario dei danni che non era mai definitivo, perché le 92.000 scosse di assestamento della sequenza Amatrice-Norcia-Visso hanno a lungo impedito di considerarlo tale.
Poi è cominciata l’attesa. Fino a metà 2020, di fatti ne vedemmo pochi, a parte la nascita dei villaggi di moduli prefabbricati per i residenti che avevano scelto di rimanere vicini ai loro paesi crollati, a ciò che rimaneva delle loro comunità, delle loro attività, del loro mondo. Altri erano andati altrove, usando il Contributo di autonoma sistemazione. Un cratere di ottomila chilometri quadrati, quarantamila sfollati, ventotto miliardi complessivi di danni, l’obbligo di regole antisismiche stringenti, si misuravano con una frammentazione delle competenze senza precedenti: quattro Regioni (Marche, il 65 per cento del cratere, Lazio, Abruzzo e Umbria), 138 Comuni, una miriade di enti di gestione di acque, strade, suolo, attività produttive, comunità montane e altre comunità locali, uffici speciali per la ricostruzione. Si dovettero riscrivere le regole, perché in un paese così esposto alle emergenze sismiche come il nostro non è mai esistito un codice univoco per affrontarle. A ogni terremoto si ricomincia daccapo e si cambia tutto, e il sisma del 2016 non ha fatto eccezione, ma l’inerzia dei primi anni fu così esasperante da farci dubitare, più che della possibilità, della reale volontà di ricostruire.
Fino a metà 2020 di fatti ne vedemmo pochi, a parte villaggi di moduli prefabbricati per i residenti che volevano restare vicini alle loro comunità
L’istituzione di un Commissario straordinario con funzioni di indirizzo e coordinamento di quella miriade di soggetti fu un passo obbligato, ma la paralisi si è protratta almeno fino ai primi mesi 2020, nonostante a poche ore dal sisma, di fronte alle bare raccolte ad Amatrice, fosse stata pronunciata l’incauta promessa che tutto sarebbe tornato “dov’era e com’era”. A ogni 24 agosto, quando si rinnova il lutto nei paesi che ancora portano i segni della distruzione radicale, ce ne ricordiamo. Se ne ricorda soprattutto chi vive ancora nelle Sae: ad Arquata, a Pescara del Tronto, ad Accumoli, ad Amatrice, a San Pellegrino di Norcia e ovunque la ricostruzione segni ancora il passo. Sae sta per Soluzioni abitative di emergenza, garantite per quattro anni ma abitate ormai da nove, inclini a produrre muffa e infiltrazioni, ad arroventarsi per il caldo, ad allagarsi o a bucarsi per la grandine, come è successo a giugno a Ussita, nel Maceratese. Nelle Sae vivono ancora circa duemila nuclei famigliari. L’emergenza normalizzata e il provvisorio tendente all’eterno incentivano l’abbandono e lo scoraggiamento, che però nemmeno in questi anni desolati l’hanno avuta vinta. L’ho imparato nella mia esperienza in un’associazione di terremotati: si piange, ci si infuria, si pensa di mollare tutto ma poi si rimane. Oppure, appena si può, si ritorna.
A sperare nella ricostruzione eravamo rimasti in pochi, quando, nel febbraio del 2020, la svolta arrivò con la nomina di Giovanni Legnini a Commissario straordinario Ricostruzione Sisma 2016. Legnini, ex senatore del Pd e oggi sindaco di Chieti, capì che certe norme non avrebbero mai consentito la ricostruzione dei centri storici – e i paesi distrutti erano tutti centri storici – perché nel labirinto di più di cinquecento tra disposizioni e testi di legge ogni vincolo diventava un vicolo cieco. Bisognava correggere alcune regole e coordinarne altre, e si cominciò finalmente a lavorare in quella direzione. Gli anni persi nessuno li ha più recuperati, ma la nascita del Testo unico della ricostruzione privata per il sisma 2016 fu l’inizio dell’uscita dalla paralisi. Dal gennaio 2023, a capo della Struttura commissariale e a lavorare costantemente all’adeguamento normativo c’è il senatore di FdI Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno all’epoca del terremoto.
Dieci anni dopo, si può dire che la ricostruzione va. Va soprattutto nel recupero e rafforzamento antisismico degli edifici scolastici e degli ospedali, nel restauro di edifici di culto, di palazzi storici, di beni culturali, nella riparazione delle infrastrutture e nelle scelte di prevenzione, come l’avvio dei lavori per il primo acquedotto europeo concepito con criteri antisismici, la cosiddetta “Variante del Pescara”, che al confine tra Lazio e Marche dovrà garantire sicurezza e continuità dell’approvvigionamento idrico in quell’area di elevata vulnerabilità sismica. Nella ricostruzione pubblica, tra lavori in corso e opere terminate, si è raggiunto il 40 per cento dell’intera programmazione, ma a essere stato sbloccato, stando ai dati della Struttura commissariale, è il 98 per cento delle opere previste. Ci sono stati traguardi anche simbolicamente importanti, come il completamento del restauro della Basilica di San Benedetto a Norcia. A Visso, che nel suo Museo Diocesano custodiva il manoscritto dell’Infinito di Giacomo Leopardi e un’imponente collezione di arte sacra, è appena partito il primo restauro nel centro storico, quello del Palazzo dei Priori, mentre fuori dalle mura la ricostruzione privata sta provando a recuperare i ritardi.
La strada però è ancora lunga. Lo dice lo stesso rapporto del Commissario straordinario, aggiornato a giugno. Ci sono paesi già rinati, altri nel pieno dei lavori in corso, altri ai primi passi. Otto i miliardi già liquidati per la ricostruzione privata, quasi il 70 per cento dei quali erogato dal 2023 a oggi. I cantieri autorizzati sono 23.361 e quelli conclusi 14.968, è stato cioè avviato il 64 per cento degli interventi previsti. Nell’ultimo anno, si legge nel rapporto, più di 1.300 nuclei familiari hanno fatto rientro nelle loro case, per un totale di circa 2.800 beneficiari (il 13,5% di rientri in più rispetto al 2025), ma negli ultimi tre anni “sono stati circa 5.500 i nuclei familiari che hanno potuto ritrovare la loro casa riparata o ricostruita”. Ne rimangono in attesa 8.700: “ancora troppi”, ammette il rapporto.
Nell’ultimo anno più di 1.300 nuclei familiari hanno fatto rientro nelle loro case. Ne rimangono in attesa 8.700: ancora troppi
Troppi, decisamente. E se i cantieri che si moltiplicano in giro per il cratere smentiscono i profeti di sventura, non ci si può nascondere che solo ora la ricostruzione comincia a riguardare le aree colpite da danni gravi. Aree dove la progettazione ha avuto bisogno di indagini geologiche complesse e soluzioni tecnologiche che garantissero più sicurezza, pena l’impossibilità di tornare a viverci. Per le sette frazioni più distrutte di Arquata, i Piani urbanistici attuativi hanno richiesto sei anni di lavoro tra studi preliminari e progetti veri e propri, e a Pescara del Tronto, la frazione dei quarantotto morti sotto le macerie, oggetto di parziale delocalizzazione, al Comune ce ne sono voluti altri due solo per elaborare una variante al progetto principale. Tante le false partenze sperimentate anche ad Amatrice e ad Accumoli, che con Arquata condividono la triste qualifica di “primo cratere”, quello dei morti e degli abitati rasi al suolo. Ma ci sono anche casi felici come quello di Tufo, la piccola frazione di Arquata che, grazie alla coesione e alla determinazione dei suoi abitanti e al comitato che li rappresenta, vede ormai arrivata a buon punto la ricostruzione, nella parte pubblica come in quella privata. Un faro per tutti noi.
Ora l’emergenza, almeno sulla carta, si sta avviando alla fine. Lo scorso 5 agosto, il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci, ha deciso che dal 31 dicembre i territori colpiti del sisma 2016 passeranno dallo “stato di emergenza nazionale” allo “stato di ricostruzione”. Nome nuovo per una fase che si spera lo sia altrettanto, e in cui non si dovrà solo completare la riedificazione delle case ma puntare alla ricostruzione sociale, economica e demografica dell’Appennino centrale, attraverso una programmazione di lungo periodo e risorse dedicate a imprese, servizi, occupazione, innovazione, e con specifiche misure di sostegno previste proprio per i comuni del “primo cratere”. L’obiettivo è sia quello di garantire il “diritto a restare” nei territori del sisma, sia di favorire condizioni che rendano attrattiva per nuovi abitanti e famiglie quella parte di Appennino.
La vicenda della ricostruzione si è intrecciata, in questi anni, con una più vasta “questione appenninica”, facendola emergere in tutta la sua urgenza. Si dice giustamente che a poco serve ricostruire i paesi se poi rimangono deserti o popolati da anziani o da turisti, per pochi mesi l’anno. Lo spopolamento è, non da ora, il primo nemico dell’Appennino, che è invece strategico per il sistema idrogeologico del paese, perché dalla sua salute – cioè dalla cura dei suoi boschi, dei suoi corsi d’acqua, del suo suolo – dipende quella del suolo, dell’acqua, dell’aria che respiriamo in tutta Italia. E come è possibile garantire la manutenzione di un territorio così vitale se ci si arrende alla desertificazione, se non si sostengono e incentivano le attività agricole e pastorali che garantiscono la cura del territorio, se non si lavora sul serio a quel “neopopolamento” su cui da anni insiste la Fondazione Symbola, che non ha mai distolto l’attenzione dalle terre ferite dal sisma?
Come è possibile garantire la manutenzione di un territorio vitale se ci si arrende alla desertificazione, se non si lavora sul “neopopolamento”?
E’ successo, mentre aspettavamo la ricostruzione, che il bosco si sia mangiato il settanta per cento del cratere. Non l’ha fatto all’improvviso, è ovvio, ma il fenomeno accelera. Pessima notizia, perché l’espandersi incontrollato di un bosco brado, favorito dall’abbandono di campi coltivati e pascoli, è il motivo per cui gli eventi climatici estremi sempre più trascinano con sé dissesti, frane, inondazioni, con gli ingenti costi di riparazione che ne conseguono.
A credere fortemente a un’inversione di tendenza e nella valorizzazione di una filiera bosco-legno-energia nell’area del cratere, che insieme protegga il territorio e favorisca un ritorno economico e occupazionale significativo, è stata ancora una volta la Fondazione Symbola. Dal suo lavoro, in sinergia con la Struttura commissariale Sisma 2016 e con il Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, è nata nel 2024 l’ordinanza commissariale che incentiva l’utilizzo del legno nella ricostruzione e individua nell’area del cratere un modello di gestione territoriale – il laboratorio Appennino centrale – per lo sviluppo di un’economia circolare basata sulla gestione, la trasformazione e la commercializzazione delle risorse naturali locali, come appunto le filiere del legno dell’Appennino, dotate di una potenzialità immensa e finora totalmente sottoutilizzata. Buone idee che già trovano seguito perché, grazie al programma Next Appennino, nell’area del cratere del sisma 2016 sono già state avviate, tra Arquata e Acquasanta, piattaforme di trasformazione e valorizzazione del legno locale, insieme con attività di recupero di antichi sentieri forestali che consentiranno una gestione controllata del bosco. E’ la strada giusta.
La consapevolezza di far parte di una storia da onorare. E’ lo spirito dei tanti artigiani, commercianti, coltivatori, che non si sono fatti mettere in fuga
In questi dieci anni, a sostenere la resistenza delle persone che hanno subito il sisma c’è stata anche la consapevolezza di far parte di una storia che parte da lontano e che in tanti sentono di dover onorare. E’ lo spirito che anima la pastora Silvia Bonomi, che nel 2016 aveva appena avviato il recupero della nobile razza di pecore sopravissane (la cui lana riscaldava i nostri antenati nei gelidi inverni sibillini), quando il terremoto ha provato a dissuaderla. Non c’è riuscito, e oggi la sua è una vera eccellenza produttiva. E’ lo spirito dei tanti artigiani, commercianti, coltivatori, allevatori che non si sono fatti mettere in fuga, ad Arquata come a Castelluccio di Norcia, ad Acquasanta come ad Amatrice o a Montegallo, dove si coltiva la lavanda dei Sibillini. E’ lo spirito che anima la candidatura della Civitas Appenninica a Capitale della cultura nel 2033, una candidatura “diffusa”, con Norcia come capofila, che parla dei legami millenari che uniscono centinaia di Comuni tra Umbria, Marche, Abruzzo e Lazio, gli stessi del cratere 2016, portatori di un patrimonio storico e culturale condiviso e inestimabile. E’ lo stesso spirito che animò le comunità che diedero vita, tra XVII e XVIII secolo, ai magnifici “teatri condominiali” del Centro Italia, da poco diventati patrimonio Unesco dell’umanità, sei dei quali sono nel cratere 2016. Ai profeti di sventura diciamo che c’è vita nel cratere e sempre più ce ne sarà.
