Verdi incanti. Elogio sentimentale degli alberi

Presenze imponenti, misteriose e discrete, che ci obbligano al silenzio e all’osservazione
15 AGO 26
Immagine di Verdi incanti. Elogio sentimentale degli alberi

Claude Monet, “Poplars at Giverny”, 1891

"Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà”. Scritte nove secoli fa, le parole di Bernardo di Chiaravalle offrono, in una società che sempre di più perde la relazione con la natura, un suggerimento affascinante. Apparentemente immobili e inermi, gli alberi affiancano le strade che frettolosamente attraversiamo e accompagnano, come immagini di quiete e di attesa, le nostre esistenze con il loro maestoso silenzio. Custodi di una dimensione dimenticata che sembra mettere fine al dominio del fare e suggerire la supremazia dell’essere, gli alberi sono protagonisti – quasi a indagare arcani caratteri in essi racchiusi – di ricorrenti riferimenti nella pittura, nella poesia, nell’arte. “Un albero è una cosa primordiale, piena di mistero”, notava Romano Guardini, accennando a qualcosa di “chiaro, eloquente”, ma che al contempo “continua a ritrarsi nella sfera dell’indicibile”. E’ un invito a recuperare la capacità di fermarsi davanti alla natura, un’esortazione ad accorgersi che non vi è – come accade per le persone – un albero uguale a un altro, ma ciascuno di essi si pone davanti a noi nella sua irripetibilità, come sintesi di infinite variabili: “Più che d’uomini ho in cuore fisionomie d’alberi”, scriveva Camillo Sbarbaro. Come porte socchiuse su una sconosciuta possibilità di attenzione (quella tanto celebrata da Simone Weil, che la paragonava addirittura alla preghiera), gli alberi sembrano richiamare l’essere umano alla capacità di indugiare, di soffermare lo sguardo, per cogliere ciò che Mario Luzi magistralmente definì “l’immensità dell’attimo”. E’ infatti nella natura – in quegli spazi che in più frangenti dell’antichità furono considerati dimora del divino – che possiamo sperimentare un’inedita densità dell’istante, scorgere la creaturalità del reale, scoprire la vastità che si cela dietro ogni dettaglio. Ce lo insegna la poesia che, lungi dall’essere occasione di un allontanamento dalla realtà, nella natura coglie un sentiero verso l’epifania del quotidiano, una strada capace di condurre oltre la superficialità e l’apparenza. Un’attenzione amorevole per gli alberi riveste in modo particolare i versi di Giovanni Pascoli, nei quali significativamente non troviamo mai il termine generico, ma sempre il nome preciso: il mandorlo e il melo che paiono ergersi verso lo splendore dell’alba, gli albicocchi in fiore, i due peschi, i due meli e l’odorino amaro del prunalbo. Tutto diviene segno dell’atteggiamento che, rifuggendo la genericità, suggerisce la meraviglia per quello che c’è, quel thaumazein che la sapienza antica colloca all’origine stessa del pensiero. Con quale premurosa attenzione il poeta di San Mauro immortala la luce filtrare tra i pini, un raggio di sole guizzare sugli ulivi, la fragilità delle stecchite piante che “di nere trame segnano il sereno”. Si intuisce, allora, come soltanto nella “lentezza indicibile” descritta da Cardarelli l’essere umano può ritrovare i ritmi della contemplazione e recuperare quella consapevolezza che Umberto Saba ha enunciato in modo definitivo: “Sfuma il turchino in un azzurro tutto / stelle. Io siedo alla finestra, e guardo. / Guardo e ascolto; però che in questo è tutta / la mia forza: guardare ed ascoltare”.
L’atteggiamento paziente, privo di ogni fretta, di chi sosta davanti all’oggetto porta lo sguardo verso profondità altrimenti sconosciute, come accade in certi haiku della cultura giapponese nei quali l’osservatore sembra scomparire per lasciare spazio unicamente all’evento: “Il Grande Mattino: / tra i pini soffiano / venti antichi”, o ancora: “In mezzo al campo / il canto libero / dell’allodola”. Tutto pare fermarsi, in queste brevi parole scolpite, tutto diviene una sorta di muta contemplazione accompagnata solo da quella dolcezza inquieta – per dirla con Montale – dove “le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto”. Ciò che maggiormente sorprende, forse, è accorgersi che vi è nella natura una sorta di misteriosa, perenne attesa. Una tensione non contraddetta, anzi custodita da quell’immobilità che il romantico Henry David Thoreau annota nei suoi diari: “In questa stagione la quiete dei boschi e dei campi è sorprendente. (…) Gli alberi hanno l’aria di aspettare l’inverno. (…) Ogni cosa è ferma in silenziosa attesa”. E’ lì, assai meglio che altrove, che l’uomo può trovare qualcosa di cui percepisce chiaramente il bisogno, come dimostra anche nel nostro tempo la sempre più diffusa fuga dal rumore delle città, la ricerca dell’essenzialità, il tentativo di un ritorno verso sé stessi: “Alla tua casta ombra, quercia vecchia, / voglio scandagliare la fonte della mia vita”, scriveva García Lorca nel 1919.
In un’epoca, come la nostra, segnata dall’indebolirsi della percezione storica e dall’assolutizzazione del presente, ogni albero diviene anche un implicito invito a recuperare la prospettiva del tempo. Peter Wohlleben, nel suo libro intitolato La saggezza degli alberi (Garzanti, 2017), racconta che se fino a poco tempo fa il Pinus aristata del Nordamerica, con i suoi cinquemila anni, era considerato la specie più longeva, recentemente ha destato stupore un pino rosso svedese le cui radici sono state datate a più di novemila anni fa. “Ogni volta che incontro un albero lo incontro per la prima volta”, scrive Tiziano Fratus nel suo libro intitolato I giganti silenziosi (Bompiani, 2017), aggiungendo: “Gli alberi, i boschi, le foreste e le montagne, i deserti, le vastità remote hanno mantenuto un senso di sacralità. Suscitano in noi un anelito spirituale che ci porta a rispettarli (…). Entrando in contatto con loro entriamo in contatto con qualcosa di più grande, di vasto, di immenso, di cosmico. E anche con qualcosa che ci mantiene legati (…) al nucleo che ha partorito la vita”.
In un’epoca segnata dall’assolutizzazione del presente, ogni albero diviene un implicito invito a recuperare la prospettiva del tempo
L’autore ci conduce in un percorso tra gli esemplari più preziosi, dai platani di Villa Borghese a Roma alla palma legata al nome di Goethe a Padova (1585), fino al ficus millenario custodito nei pressi di Milano; e ancora, la robinia del 1601 che si innalza nei pressi della cattedrale di Nôtre-Dame a Parigi, l’olmo centenario – presso cui vennero uccisi i traditori della rivoluzione americana – in Washington Square a New York, il tasso millenario che si erge nei pressi della chiesa di Saint Andrew, a Londra. Cresce lo stupore, via via che ci si inoltra tra questi suggestivi primati, siano essi considerati sul piano dell’altezza (il record spetta ad una Sequoia sempervirens californiana che supera i 115 metri), su quello del volume (primato di un’altra sequoia americana denominata Sherman) o, ancora, della longevità. Ogni albero porta su di sé le tracce di una lunga storia che lo ha plasmato fino al presente e può raccontarcela. Basta saper osservare. Ed è appunto a osservare che gli alberi paiono invitarci, nel loro essere statico eppure continuamente in divenire. Ne troviamo molteplici testimonianze nella pittura, che degli alberi ha fatto il soggetto di celebri tele: si pensi a quel maestro dello sguardo che è Théodore Rousseau (Le querce di Apremont sono esempio di una relazione quasi mistica con la natura) o, con ancora maggior suggestione, in opere di Vincent Van Gogh come Il campo di grano con cipressi e I selciatori. Qui non vi è più imitazione, ma è la soggettività dell’osservatore a pervadere l’opera: “Non bisogna copiare la natura, ma conoscerla”, diceva il maestro olandese; “Vedo ovunque nella natura, ad esempio negli alberi, capacità d’espressione e, per così dire, un’anima”. Nel 1889, dal luogo in cui era ricoverato, Van Gogh dipinge anche la serie di tele Alberi di ulivo e in una lettera alla madre scrive: “Qui ci sono dei campi bellissimi con ulivi dalle foglie grigio-argento (…). Non mi stanco mai del cielo azzurro”. Al mistero insito nella natura sono dedicati anche I quattro alberi che, nell’ambito di un ciclo di ventiquattro tele, Claude Monet dipinse nel 1891 appostandosi su una barca, al fine di cogliere gli infiniti riflessi che la luce produceva sull’acqua. “Non ho fatto altro che guardare”: l’affermazione attribuita al pittore francese è suggestiva e sintetizza non solo la poetica impressionista ma in generale la radice più profonda del gesto pittorico. Un albero a tal punto maestoso da oltrepassare i limiti della cornice è quello dipinto da Gustave Courbet, intitolato La quercia di Flagey, mentre di impressionante impatto è il modo in cui Piet Mondrian, con Albero rosso, allontana la pittura dai dettami del linguaggio figurativo precedente. La pittura, impronta di un istante in cui l’essere svela il suo rilievo, apre i nostri occhi su ciò che normalmente ci sfugge. E’ qualcosa di analogo all’attenzione che Gabriele d’Annunzio pone nei versi de La pioggia nel pineto: attraverso l’assenza assoluta delle voci (Taci, è la prima parola del componimento), sorge l’ascolto della voce inafferrabile della natura, le parole più nuove che il poeta invita a cogliere mentre la pioggia produce un suono diverso a seconda degli alberi su cui cade (“E il pino / ha un suono, e il mirto / altro suono, e il ginepro / altro ancora”).
Nel 1889, dal luogo in cui è ricoverato, Van Gogh dipinge la serie di tele “Alberi di ulivo” e in una lettera alla madre scrive: “Non mi stanco mai”
Il filosofo Max Picard rievoca come uno dei momenti più intensi e ricchi di esperienza quello in cui si immerge nella quiete della natura e nota che lì le cose sembrano mostrarsi con maggiore intensità; scrive infatti: “La cosa più bella nel bosco è quando non succede assolutamente nulla. Allora non è che il nulla cresca in noi, ma capita appunto il contrario: le cose raggiungono la loro vera proporzione”. E’ la percezione religiosa della realtà: non anteporre il pensiero alla pura contemplazione diviene occasione di scoprire che – come ha notato Bertrand Russell – la felicità si trova più facilmente nelle piccole cose: “Ho fatto una strana scoperta. Ogni volta che parlo con un sapiente sono sicuro che la felicità non è possibile. Eppure, quando parlo con il mio giardiniere, sono convinto del contrario”.
“La cosa più bella nel bosco è quando non succede assolutamente nulla. Le cose raggiungono la loro vera proporzione”, scrive il filosofo Max Picard
Nei versi finali dell’Odissea, dopo aver compiuto la sua vendetta sugli arroganti pretendenti, Ulisse (che proprio ai piedi di un ulivo era stato adagiato dormiente dai feaci) si reca in campagna dove Laerte ora vive, avendo lasciando la reggia invasa dalla tracotanza dei Proci. Lì in lacrime si svela a suo padre e per convincerlo gli descrive dettagliatamente il giardino: “E anche i nomi degli alberi di questo frutteto ben coltivato io ti dirò che un giorno tu mi donasti (…): tredici peri mi desti, e dieci meli, e quaranta fichi, cinquanta filari di viti”. Testimoni di un passato ormai lontano, gli alberi diventano prova dell’identità dell’eroe. E un albero, ancora, è il punto culminante della trama omerica nel momento in cui, di fronte all’irrealizzabile proposito di portare fuori dal talamo un letto che è scolpito nel tronco d’ulivo, Penelope ottiene la dimostrazione della sincerità dell’ospite: “Chi ha spostato – domanda angustiato l’eroe – il mio letto? Tra gli uomini nessun vivente, neanche in pieno vigore, senza fatica lo sposterebbe, perché c’è un grande segreto nel letto ben fatto”. Il cuore del riconoscimento definitivo è un albero che, a ben vedere, costituisce l’inizio e il traguardo delle avventure dell’uomo: “La radice dell’Odissea è un albero d’olivo”, notò significativamente Paul Claudel.
Nell’Odissea il cuore del riconoscimento definitivo è un albero d’olivo, che costituisce l’inizio e il traguardo delle avventure dell’uomo
Nella loro presenza imponente e discreta a un tempo gli alberi perseverano nel silenzio come custodi di un segreto inattingibile e ci insegnano quella quiete in cui sembra potersi trovare la risposta alle attese più profonde dell’animo: “Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, percepisce la verità”, ha scritto Herman Hesse. Di quale verità si parla? Forse di qualcosa di non lontano dall’inaspettata meraviglia che si sperimenta quando, a un tratto, capita di osservare le cose come vedendole per la prima volta: “Ma sono / stupito se guardo il giardino…”, recita un passo di Guido Gozzano; “Stupito di che? Delle cose. / I fiori mi paiono strani: / ci sono pur sempre le rose, / ci sono pur sempre i gerani…”.