Tutte le stelle del Plaza

Il grand hotel romano non è famoso come quello newyorchese ma ha la sua storia. Oggi è della famiglia Paladino, della compagna di "Giuseppi" Conti, e fa gola a Zampolli, il plenipotenziario di Trump. In passato vi soggiornarono Mascagni, Enzo Tortora, De Michelis. Il grande banchiere J.P. Morgan vi morì. 

15 AGO 26
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Il Grand Hotel Plaza si chiama così dal 1902. Prima era il Grande Albergo Roma (foto via Facebook)

Certo non è famoso come il suo gemello diverso, il Plaza più famoso, anzi igonigo, quello newyorchese, quello dove 60 anni fa si tenne il celebre ballo in bianco e nero di Truman Capote, quello che per qualche anno è stato di proprietà di Trump, che proprio lì interpreta sé stesso in un breve cameo in “Mamma ho riperso l’aereo… Mi sono smarrito a New York”.
Ma il Plaza di Roma oggi fa gola piuttosto a un grande sodale di Trump, il leggendario Paolo Zampolli della famiglia del Dolceforno, suo “rappresentante speciale per le partnership globali” che sta mediando con “Giuseppi” per impossessarsene. La vicenda, immobiliare e umana, e forse pure un po’ politica, è appassionante e forse va riassunta. Si sa che appunto il Plaza di Roma, l’albergone di via del Corso, appartiene alla famiglia Paladino, cioè della compagna dell’ex premier Giuseppe Conte, con cui Zampolli intrattiene un simpatico rapportino. Si sa pure che l’hotel – pentastellato come il genero - non versa in ottime condizioni: la società è indebitata; il Paladino suocero è stato inguaiato perché non versava la tassa di soggiorno (reato poi depenalizzato nel Conte II – graduidamende). Ma l’hotel è ora in vendita. I Paladinos vorrebbero 325 milioni di euro, e Zampolli, che fa da tramite per un suo cliente misterioso, arriva solo a 299 – “perché ne servono almeno 100 per ristrutturarlo”, ha detto, con expertise di immobiliarista (magari arriva un bel superbonus!).
Rispetto al Plaza originale il Plaza romano ha sempre avuto un po’ un karma succedaneo, sta infatti all’americano come l’uovo di lompo al caviale, o il caffè Kimbo all’Illy (il primo che tutti mettiamo nel metallico contenitore del secondo); per carità, non siamo ai livelli dell’imitazione trash, dell’hotel “Cala di Volpe” recentemente visto in un sobborgo calabrese, che strizza evidentemente l’occhio all’originale in Costa Smeralda. Il Plaza italiano è piuttosto come l’Harry’s bar romano che non ha niente a che vedere col veneziano; ma non è mai assurto neanche allo status leggendario e all’allure dei grand hotel di via Veneto, né ha il fascino decadente di quelli legati non alla loro funzione bensì alle vicende patrie che vi si sono svolte: il non lontano Raphaël delle monetine a Craxi, il remoto Ergife dei congressoni socialisti…
Eppure anche il succedaneo ha una storia comunque gloriosa, gloriosissima, come tutti questi avamposti di umanità che sono gli alberghi, di lusso e no. Qualche anno fa riuscii a parlare con l’antico concierge, il signor Luigi Esposito, che aveva lavorato lì, al succedaneo, dal 1943 per una vita. Raccontò di aver servito nientemeno che Pietro Mascagni, quello della “Cavalleria rusticana”. Abitava fisso nella camera 114, al primo piano. “Molto bianco di capelli, con una moglie che si dava la cipria sul cranio forse a seguito di una operazione che l’aveva lasciata menomata”. Il maestro soleva dirigere in camicia nera, altro che Beatrice Venezi. Così alla sua morte, nel 1945 a fascismo avvenuto, e in un paese improvvisamente tutto antifa, si era svolta una cerimonia sobria anzi soberrima nella antistante chiesa di San Carlo. Il presidente del Consiglio, Ferruccio Parri, gli negò i funerali di Stato. Beniamino Gigli, altra star musicale che pure abitava al Plaza, mosso a compassione, fece allora eseguire una “Cavalleria” in quattro e quattr’otto radunando giovani suonatori. Insomma, anche qui, non siamo ai fasti di Verdi all’Hotel et de Milan, col funerale con 300 mila persone e il “Va’ Pensiero” diretto da Toscanini e prima la paglia sul pavé milanese per attutire i decibel del traffico al maestro agonizzante. Nessuna grandeur funeralizia per Mascagni. Solo “Abitò, visse e operò e passò alla immortalità”, dice una targa, in facciata, col suo testone.
Ben altri funerali però erano toccati a un altro cliente d’eccezione dell’hotel. A John Pierpont Morgan, meglio noto come J. P., il più celebre banchiere di tutti i tempi, che qui era morto il 31 marzo 1913 (del resto il genius loci del Plaza nasce proprio bancario: il palazzo infatti era sorto nel 1837, come residenza di un tal conte Antonio Lozano, ma presto diventò sportello. Solo nel 1860 verrà trasformato in Grande Albergo Roma, prima d’essere per sempre Plaza).
Ma tornando a Morgan: nella capitale italiana ci veniva spesso, a curarsi certe depressioni (molto nevrotico, era, come si vede mi pare anche nella serie “The Gilded Age” sui neoricchi americani della fine dell’Ottocento), e stavolta aveva pure mal di panza. Arriva nella primavera del ‘13 venendo via anzitempo dall’Egitto dove chissà cosa aveva mangiato. Prende come al solito la suite reale, 500 dollari al giorno, e come di consueto nella hall si crea una ressa di antiquari e piazzisti (Morgan come tutti gli americani liquidi dell’epoca era collezionista-maniaco di robe europee: si calcola che in vent’anni avesse comprato 20.000 reperti antichi, oltre ad aver messo su la celebre biblioteca che porta ancor oggi il suo nome a New York). Questo billionaire, una specie di Elon Musk dei suoi tempi, se a Musk interessasse collezionare alcunché, era pure dotato come Musk di un padronale culo ad assisterlo: era sopravvissuto infatti all’affondamento del Titanic (di sua proprietà) un anno prima, decidendo di non imbarcarsi all’ultimo, generando così una delle prime succulente teorie del complotto tipo gli ebrei che non andarono in ufficio l’11 settembre.
Ma troverà la morte ugualmente nella capitale italiana, come poi capiterà ad altri illustri viaggiatori, forse dopo gran mangiate, come il James Gandolfini alias Tony Soprano che a Roma perisce cent’anni dopo nell’estate 2013, o come nel film “Il ventre dell’architetto” (1987) di Peter Greenaway con un ennesimo americano con problemi intestinali a Roma.
Al Plaza succedaneo J. P. Morgan è assistito dal professor Giuseppe Bastianelli, eminente gastroenterologo locale, e dal dottor Allen Starr, specialista di nervi newyorchese. Quando la faccenda si aggrava, i cerusici progettano di organizzare un treno privato per portarlo a Parigi o Londra ma non c’è ancora il Freccia, i ritardi forse erano peggiori che oggi con Salvini, e il paziente comunque non è trasportabile. Muore così il 31 marzo: al decesso illustre arrivano al Plaza 4 mila lettere di condoglianze, la Borsa di New York chiude due ore per lutto. Picchetto militare davanti a via del Corso; poi la salma in treno parte finalmente per Parigi, poi a Le Havre da cui si imbarca sul transatlantico France, sempre della flotta di famiglia. A Ny, davanti alla Morgan Library, da poco costruita, vengono deposte cinquemila rose scarlatte. Decreta Le Figaro: “Nessun americano ha ricevuto dall’Europa altrettanti segni di rispetto, nessuno avrebbe meritato simile omaggio”.
Nell’hotel non rimane traccia oggi di tutta questa vicenda, nel salone enorme, muscoso, cupo, con vezzose lunette, che fu creato dall’archistar Armando Brasini, l’inventore del barocchetto anni Trenta; di nuovo, succedaneo: colui che voleva essere il prediletto del Duce, il quale gli preferì invece sempre Piacentini. Autore del ponte Flaminio, dell’ingresso dello zoo (ed è subito “Marisol”), della chiesa di piazza Euclide capitozzata ai Parioli. Poi arrivò il decoratore delle classi abbienti, Lorenzo Mongiardino o come dicevan tutti Renzo. Il risultato, il salone, sempre con quell’effetto cappella di famiglia della sua produzione, e poi broccati pesanti, legni lucidi di parquet scricchiolanti, orologi da stazione, lampadarioni, e un leone marmoreo candido che accoglie il visitatore ai piedi dello scalone d’onore, opera attribuita nientemeno che a Canova. Non manca il contrappunto dei restauri stratificati negli anni, i gadget d’epoca, l’occasionale doccia Teuco col suo calcare nelle camere. Recensioni basse, 3,3 stelle su cinque di media su TripAdvisor, commenti talvolta indignati, si lamenta la vetustà degli apparati. Aria di decadenza, di quegli hotel un tempo gloriosi, a fine corsa, tipo Miramonti di Cortina.
Zampolli insomma non ci andrebbe mai a dormire, è chiaro: lui “scende” sempre invece al rutilante Bulgari lì vicino, nella piazza Augusto Imperatore, tutto marmi e pulsanti tra i negozi di mutande e limoncelli della ztl (ma la mutandizzazione della città, delle città, è inesorabile: il ristorante sul “roof” del Plaza guarda sul cupolone dell’Unione Militare, trasformata in futuribile prestigioso palazzo della mutanda H&M. Mentre nel palazzo Verospi vicino, prima sede del circolo della Caccia, ecco oggi un lussuoso Zara Man).
Mutatis mutandis (e mutande), aggrappato disperatamente a questo status pentastellato (come si attribuiscano le stelle alberghiere è un mistero italiano più che Ustica o se si dica arancini o arancine), nel suo essere un po’ misterioso soprattutto ai romani, il romano Plaza per anni fu anche uno strategico avamposto segreto per molti viaggiatori snob o semplicemente attenti al dinero. Soprattutto milanesi che con poca spesa facevano una gran figura con l’occasionale interlocutore, c’era infatti una tariffa speciale a meno di 100 euro per la doppia uso singola. Tariffa oggi credo svanita, in quella grande moltiplicazione dei prezzi alberghieri e stravolgimento di classe conseguente avvenuti in Italia dopo il Covid, che vide gli alberghi chiusi per più di due anni, per poi riaprire a una nuova clientela ormai tutta di cinesi e arabi e americani.
Ma prima, al succedaneo Plaza romano scendeva anche una categoria precisa di viaggiatori, gli agenti letterari, che beneficiavano dello sconto. Come al Locarno, altro epicentro di hotellerie riflessiva romana, con un ché di editoriale (Alain Elkann ci ha ambientato un romanzo; sulla terrazza si svolgono pure delle festicciole editoriali la sera del premio Strega): ma i prezzi son saliti talmente che quasi nessun indigeno ci può più alloggiare. In compenso – genio italico – nelle immediate vicinanze di questi avamposti, Locarno in primis, sono sorti B&B che permettono la mattina ai loro clienti, letterari e no, di sgattaiolare lì per la prima colazione, e di fingere di averci grandiosamente dormito, con gli eventuali ospiti ignari (poi si torna sgattaiolando nel B&B).
In altre epoche per certi versi più gloriose si sgattaiolava, certo, ma con tutt’altri problemi e budget: altre memorie dell’hotel Plaza sono legate a Gianni De Michelis, che qui visse, lavorò e amò (senza morirci, a differenza di Mascagni). Il politico italiano con più tentativi di imitazione e più soprannomi (“Il Doge”, “Falstaff”, “Big Gianni”, “Ciccio Ballerino”, “L’Onto”), stava al 409-10, “due stanze unite, una con salotto e una singola” diceva sempre Esposito. Doppia camera, doppio disordine socialista, come Craxi al vicino e più famoso o famigerato Raphaël.
Altre voci, altre danze. Se a New York c’era il “Black and White Ball”, dell’autore di “A sangue fredddo”, qui c’era l’autore discotecaro di “Dove andiamo a ballare questa sera”. Se là c’erano Babe Paley e Marella Agnelli, qui c’erano la segretaria di De Michelis Barbara Ceolin e il segretario Giorgio Casadei (“Ma chi, quello del liscio?”, chiese una volta Andreotti), e poi questuanti vari, e ragazze in fiore. Anche Lory Del Santo stava al Plaza. Mentre Cossiga era habitué, in quanto frequentatore di San Carlo, e delle sue messe. Nominò a un certo punto Gigino Esposito commendatore della Repubblica (“e quando te la vieni a prendere, questa commenda?”, diceva nella linea riservata collegata all’hotel).
Ma Esposito era diventato soprattutto valletto-tuttofare di De Michelis, come quegli assistenti dei film inglesi che son stati magari attendenti del lord in guerra, e seguono il loro lord poi anche in tempo di pace. Gigino fu visto ai congressi, alle feste, alle riunioni del Psi, sempre appresso a lord De Michelis. Per cui smistava visite, smazzava corrispondenze, incombenze, barbieri, prove da Caraceni. Talmente intimo e consustanziato al cliente che a un certo punto fu arrestato anche lui, per la proprietà transitiva, in quell’epoca gioiosa delle manette, in quel Pride dell’avviso di Garanzia che fu Tangentopoli. L’accusa: aver custodito le “agende di De Michelis”, prima delle agende rosse di Borsellino & co. “Sì, le avevo, quelle agende, ma non c’era scritto niente. Solo cazzate”, mi disse. Ma, cazzate o no, finì comunque tre mesi ai domiciliari, e gli andò pure bene, “grazie a un problema alla prostata”.
Ma la più tragica e nota manifestazione del karma manettaro del Plaza si ebbe il 17 giugno 1983 quando Enzo Tortora viene prelevato alle 4 di mattina dalla sua camera. “La 224, una singola, piccola. A volte prendeva anche una stanza senza bagno privato”. Tortora dal Plaza finì – in favore di telecamera, e ai ceppi – alla caserma di via in Selci, rione Monti, accusato d’essere spacciatore e camorrista dai tre tenori del pentitismo, Giovanni Pandico, Pasquale Barra detto ” ‘o animale”, e Gianni Melluso, “il bello”. Poi si sa com’è finita. Solo nel 2024 una targa è stata apposta all’albergo, ricordando l’ingiusto arresto del presentatore tv. E recentemente la Camera dei Deputati ha approvato proprio per il 17 giugno una “Giornata nazionale Enzo Tortora in memoria delle vittime di errori giudiziari”. Astenuti Cinquestelle, Pd e Avs. Mentre di camorristi o mafiosi veri, volendo, ce n’erano nell’albergo, a km zero. Don Vito Ciancimino “stava ai domiciliari nella stanza 401, al quarto piano, e aveva l’interdizione di scendere nella hall, ma talvolta sgattaiolava da qualche corridoio”. Vi furono poi anche mafiosi cinematografici, con Francesco Rosi che vi girò alcune scene di “Dimenticare Palermo”. Ultimamente invece si è tenuta la presentazione del “Gattopardo” Netflix.
Ma soprattutto non possono mancare, nella storia e nella cronaca del Plaza succedaneo, le presentazioni di libri. Che possono essere sia di “prima fascia”, oppure, di nuovo, di succedanei, quella sottocategoria di volumi che non esistono nel mercato reale, ma che vengono comunque stampati, acquistati da parenti e amici, e soprattutto presentati (il vero mercato è quello delle presentazioni, non certo della lettura). Ecco così che al Plaza coesistevano gli happening dei libri bestseller di Bruno Vespa con altri manufatti ed eventi soprattutto premiali. I giornali nel 2019 parlarono di un “patto del Plaza” che doveva servire a blindare le nomine dei direttori dei Tg Rai in vista delle elezioni europee. Il suddetto patto, reale o leggendario, sarebbe stato siglato in occasione della presentazione del volume “Sua maestà il Tg1. 10 direttori svelano 30 anni di segreti” scritto dalla giornalista Ida Peritore, con prefazione di Vincenzo Mollica. Dopo quasi 10 anni, controllo su Amazon: nessuna recensione. Zero. Neanche dell’autrice, o del prefatore, o di Sigfrido Ranucci in incognito. Chissà se al Plaza avrà mai presentato o avrà intenzione di presentare i suoi libri un’altra Conte, che non c’entra con Giuseppi: la leggendaria Claudia, abile fanciulla legata al mondo delle presentazioni, di quei premi romani sconosciuti nel resto della penisola, o anche nel resto del quartiere, come il “Margutta La via delle Arti”, che si tiene proprio al Plaza; e legata pure un tempo si disse al ministro dell’Interno Piantedosi, e che ora ha il suo programma in Rai (sua maestà Rai).
Ma intanto al Plaza originale, quello newyorchese, venne firmato il fondamentale “Plaza Accord” del 22 settembre 1985 con cui gli Stati Uniti accettarono di svalutare il dollaro divenuto troppo costoso nel commercio internazionale, in particolare per i partner asiatici. Qui da noi, bisogna accontentarsi del patto dei Tg Rai. E se a corredo del “Plaza Accord” rimangono foto dell’allora segretario del Tesoro James Baker, in una sala piena di emissari giapponesi, per l’accordo del Plaza romano resta un’istantanea del senatore Antonio Razzi, in mezzo a degli asiatici. Razzi quello dalla folta capigliatura, come De Michelis. Quello che ballava, come De Michelis. Ma lui non ci abitava, al Plaza, era lì solo di passaggio, per il libro. Di nuovo, niente Black & White Ball. E gli asiatici attorno a lui, avevano l’aria piuttosto di turisti, di quella sottocategoria specifica dei turisti congressuali. Al Plaza romano, il Plaza succedaneo, vabbè.