Psicanalisi di un tramonto

Il fascino immortale che seduce e stordisce, a volte angoscia. Cosa si muove nella mente umana di fronte ai colori del cielo
15 AGO 26
Immagine di Psicanalisi di un tramonto

William Turner, “The Scarlet Sunset”, 1830-1840

Non vi sono lingue in cui il fenomeno del tramonto non viene nominato. Zakat in russo, Sunset in inglese, Ghrub in arabo, Atardacer in spagnolo, Riluò in cinese, Suryast in lingua indiana, Sonnenuntergang in tedesco, coucher de soleil in francese, jua linatua in lingua swahili e così via. In pratica qualcosa che ha a che fare con l’intera storia dell’umanità. Significa che esso non si può ignorare né pensare di non averlo mai visto, almeno una volta nella vita. Scenografia che la natura a cui si appartiene allestisce, sotto tutte le bandiere e in latitudini remote, ogni volta che il giorno si conclude. Il fascino immortale di questo momento di giornata è qualcosa che per gli occhi si erge a melodia visiva, la quale cattura e stordisce, attira e toglie la parola, stimola l’immaginazione e alimenta pensieri diversificati, ammorbidisce i cuori più duri e facilita l’incontro tra bocche innamorate, prelude alle ombre e ai misteri della notte, si lascia alle spalle la fatica del giorno andato via.
Per gli antichi greci il tramonto non era soltanto la fine del giorno ma il momento in cui il dio Helios lasciava il cielo occidentale a bordo di una coppa d’oro per sprofondare nell’oceano. In tempi recenti, invece, la glorificazione del tramonto si evidenzia nella moltiplicazione parossistica, attraverso i social, di fotografie che riprendono un tramonto in milioni d’immagini, come a voler condividere qualcosa di magico che il cielo, con il suo astro più splendente, regala alla vista degli umani, che sia dalla Terra del Fuoco, o da Pizzo Catarineci sulle Madonie, da Capo Sounion o Venezia, da Los Angeles a Istanbul, dalla spiaggia di Murlough in Irlanda all’Algarve, fino ai bastioni di Essaouira in Marocco il cui nome, Al-Maghreb, significa proprio dove il sole tramonta. E da lì milioni di like con altrettanti followers nella cieca corsa a valutare quello ritenuto più bello, più particolare, più eloquente al punto da condividerlo all’infinito o salvarlo sul proprio tablet come testimonianza di un’esperienza di altri fatta propria. Come se quel messaggio rappresentasse qualcosa di divino, bellissimo, effimero e irriproducibile. Allora a questo punto è giusto farsi una domanda a grande connotazione elementare: come mai il fascino del tramonto coinvolge moltitudini, fa sognare, immalinconire, evocare nostalgie, generare lacrime e produrre immaginazioni quiete, prive di aggressività e violenza?
Per gli antichi greci il tramonto era il momento in cui il dio Helios lasciava il cielo occidentale a bordo di una coppa d’oro, per sprofondare nell’oceano
E’ opportuno, quindi, comprendere, senza didascalie, quali sono i colori del tramonto che ci trafiggono cuore e occhi, fino ad entrare dentro le pieghe più remote dei sentimenti, nascosti dentro quella che in generale chiamiamo coscienza, determinando ologrammi emotivi e stupore, incantamento e straniato silenzio. Sappiamo che i colori del tramonto sono prodotti dalla luce solare quando essa attraversa uno strato di aria più lungo, lasciando passare i toni caldi come il rosso, il giallo, l’arancione, il rosa e il viola. Giallo e oro e quindi luce brillante all’orizzonte, arancione e rosso quando i raggi si tingono di fuoco. Colori dentro l’infinito cielo, oltre l’ordinaria percezione di un giardino, un fiore, un campo di grano, un arcobaleno, una finestra socchiusa o del balenio di un pesce che fugge sott’acqua. E’ il tramonto.
Nel 1947 uno psicologo di Basilea, Max Lüscher, avendo osservato i lavori di Michelangelo, Raffaello, Veronese, Brueghel, Van Eyck, Van der Weyden, Antonello da Messina, Durer, Turner, i tramonti in Engadina e tante altre cose, intuì che dentro i colori albergava una parte dell’animo umano con la sua annessa struttura di personalità. Pertanto a un congresso di psicologia mondiale tenutosi a Losanna nello stesso anno, mostrò ai partecipanti il ruolo dei colori per la psicologia degli esseri umani. Fu un successo e un lavoro che tutt’oggi viene usato, passando per “Test di Lüscher”. Egli sostenne che il colore rosso simboleggia l’energia vitale (vedi il dio Ares), la forza, l’impulso all’azione e il desiderio di conquista. Il colore giallo è invece legato all’ottimismo, l’attesa positiva, la creatività, il bisogno di cambiamento, la tensione verso il futuro. E’ inevitabile a questo punto pensare come la fine del giorno, con il suo ventaglio di colori, influenzi la mente umana. Così anche il verde, tenuissimo dentro il ventaglio del tramonto, significa, secondo Lüscher, calma e pazienza, capacità di ascoltare le persone, riconoscere i sentimenti di un gruppo e apprezzare l’armonia dell’insieme. Infine il colore blu, quello più rappresentato in natura, dal cielo al mare, dagli occhi cerulei, ai fiori di borragine e fiordaliso, della genziana e della cicoria selvatica, della campanula, dell’ortensia e dell’agapanto. Colore fondamentale che significa calma, appagamento affettivo, tranquillità, pace interiore che, senza medicine, riduce la pressione sanguigna, abbassando perfino il battito cardiaco.
Nel 1947 lo psicologo Max Lüscher, dopo aver osservato i dipinti dei più grandi, intuì che dentro i colori albergava parte dell’animo umano
Nel 1882 Jules Verne pubblicò un romanzo intitolato Il raggio verde in cui si narra la storia di una giovane scozzese, Helena Campbell, che rifiuta di sposarsi finché non avrà visto il raro fenomeno ottico del raggio verde al tramonto, capace di svelare la verità in amore. Cento anni dopo, nel 1986, uscì nelle sale cinematografiche un film del regista Eric Rohmer che si chiamava sempre Il raggio verde il quale vinse il Leone d’Oro al festival del cinema di Venezia. Cos’è allora questa luce così ispirativa, ineffabile e scaramanticamente misteriosa? In pratica è un raro fenomeno ottico e atmosferico che si manifesta come una sottile striatura o un lampo di luce verde brillante sulla sommità del disco solare, della durata di pochissimi secondi, durante il tramonto. Molti ne parlano, pochissimi l’hanno realmente veduto. Ma l’idea incanta e trascende qualsiasi reale razionalità. Tutto è emozione quando il tramonto costruisce la sua grandiosa sinfonia.
Tutto questo è il tramonto. Metafora di inenarrabile bellezza e scenografia dell’esistenza. Significato e significante, proprio come due mani che s’intrecciano senza sapere perché tutto questo accade, destinato agli occhi ed ai sentimenti, quando cielo e “stellazzo”, come si diceva una volta in Sicilia per indicare il sole, s’incontrano lottando per esistere e ritornare nel perenne ciclo della vita. Proprio come il serpente cosmico Ouroboros che sa di morire ma altresì di rinascere. Il serpente dell’eternità come ciclo continuo presente anche nella tomba di Tutankhamon in cui il sole sta a indicare la ciclicità della vita e del tempo dentro il cielo. Mitologia, simbologia, malattia e disturbo messi insieme. Come appunto si può rilevare in una delle frasi più famose sul tramonto di Saint-Exupéry nel Piccolo Principe: “Sai… quando si è molto tristi si amano i tramonti”.
A questo punto è inevitabile collegare questo straordinario fenomeno celeste alla psicologia del tramonto per gli esseri umani. Lo sviscerato amore per i tramonti cade sotto la dizione di Opacarofilia, che nella sua etimologia racchiude il verbo latino opacare (oscurare o ombreggiare) e il termine greco philia (amore o amicizia). In sostanza tutte le persone che amano il tramonto, con tutte le sue sfumature e in tutte le possibili latitudini, ricevono dall’osservazione del cielo una serie di effetti positivi, sulla propria mente, sul versante strettamente emotivo. Si potrebbe dire che questi individui sono consapevoli cultori del concetto di fine. La luce calda attiva aree cerebrali collegate alla condizione di calma e rilassamento e queste zone del cervello si possono individuare in un circuito che unisce la corteccia prefrontale (che calma i pensieri), l’ipotalamo (che spegne lo stress) e il sistema limbico. Questo stato emotivo si aggancia inoltre alla produzione di onde cerebrali molto lente, che vanno sotto il nome di onde alfa. In sostanza, vivendo questa dimensione emotiva, in cui si è cum sideribus, insieme agli astri, da cui deriva la parola italiana “considerare”, che vale per comprendere, ascoltare, includere, si esperisce una magnifica condizione di benessere interiore e di conquistata pace. Guardare il sole che cala, insieme ad altri favorisce altresì l’empatia, l’intimità e la condivisione, aiutando a vivere l’immanenza del momento, senza passato né futuro, avvolgendo i pensieri tra fine e rinascita associato al senso malinconico del tempo che passa e dell’incipiente domani. La contemplazione del crepuscolo inoltre produce una riduzione dell’ansia, permettendo alle tensioni del giorno andato via di scivolare altrove, riconquistando una pausa naturale in cui si possono accettare i vissuti interiori senza lo stress di dover per forza risolvere tutto e subito come accade nella generale ordinarietà del quotidiano. Al contrario di de sideros, da cui proviene il concetto di desiderio che non è uno stato di grazia. Possiamo allora ammettere che in chi ama il tramonto alberga veramente l’intramontabile sete di romanticismo. Ambito nel quale l’irrazionale, il mistero, il sogno, la fantasia, lo stupore verso la grandiosità della natura convivono dentro il medesimo contenitore dell’Io individuale. Sebbene in letteratura tipi come Marcel Proust abbiano ammesso “ho orrore dei tramonti, sono così romantici e melodrammatici”, oppure Roberto Bolaño, il quale descrisse il fenomeno dichiarando “il cielo, al tramonto, sembrava un fiore carnivoro”.
“Opacarofilia”, da “opacare” (oscurare) e “philia” (amore). Chi ama il tramonto è un consapevole cultore del concetto di fine
Tuttavia, accanto a individui attratti dal tramonto come api sul miele, ne esistono altri nei quali i suoi colori producono effetti avversi e nocivi. In queste persone si ha la cosiddetta “vulnerabilità serale”, a causa della quale il passaggio alla luce calante attiva un senso di vuoto e un aumento dell’angoscia legato all’imminenza del buio. Siamo di fronte alla Sindrome del Tramonto, o Sundowning. Un disturbo comportamentale che può causare confusione, ansia incontrollata, agitazione, disorientamento, sbalzi di umore improvvisi, irritabilità, false percezioni, fino ad allucinazioni uditive e visive, e che arriva a provocare una tendenza a vagabondare senza meta (wandering) e la ripetitività gestuale. Bisogna comunque specificare che tale condizione, rispetto alla moltitudine che apprezza i tramonti, è per fortuna minore. Si osserva con una certa frequenza in quelle persone con declino cognitivo, demenza o con incipiente Alzheimer nelle quali la stanchezza mentale accumulata nel corso della giornata, coniugata alla riduzione della luce naturale e alla scarsa visibilità del tramonto, può alterare i punti di riferimento familiari e modificare i ritmi circadiani dell’orologio biologico interno comune a tutti gli individui di questo sacro pianeta. In maniera più generica un’amplificazione del senso di vuoto e della non dichiarata percezione della fine imminente personale evocata dal mondo esteriore con i suoi provocanti colori. Non proprio l’ora che volge il disio, piuttosto ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole ed è subito sera.
La sindrome del tramonto, o “Sundowning”: un disturbo comportamentale che causa ansia, sbalzi di umore, persino allucinazioni
Il tramonto pertanto, per la stragrande maggioranza degli esseri umani, è un legame di intimità e di attesa, di trasformazione e di speranza. E’ un patto emotivo tra cielo e terra, fatto di silenzio e di un rito d’amore nei confronti di uno scenario che porta gli occhi a immaginare un altrove al di là di quell’orizzonte, che ingoia la moneta solare e che per millenni ha trasformato l’immaginazione di migliaia di generazioni transitate nei diversi continenti. Un mondo senza tramonti non è pensabile. Come non può essere pensabile, finché gli uomini abiteranno la terra, un cielo senza stelle e senza luna, senza notti di San Lorenzo e senza vie lattee, senza aurore boreali e senza emozioni solitarie. Ecco allora che attraverso una fotografia, non importa da quale angolo di mondo sia stata catturata, ognuno dalla propria intima periferia e con annessa solitudine di internet, condivide dentro la rete dei social quello che i suoi occhi hanno visto nel desiderio che tantissimi contemporanei possano mettere un like, una frase, una domanda da quale luogo quei colori di cielo siano stati presi, come per dire il mio tramonto, forse, sarà meglio del tuo che hai condiviso un minuto fa dall’altra parte della terra. Direi un assurdo concerto di attese dove l’estetica (aistesis in greco, che vale per “percezione” e “sensazione”) rialza la testa attraverso un telefonino tra Santa Fè in New Mexico e Izmir sulla costa dell’antica Ionia in Turchia.