magazine
La sensuale morte di Cuba
Pedro Juan Gutiérrez si è rimesso a scrivere. I racconti di un Casanova dell’Avana e della sua isola stropicciata
15 AGO 26

Pedro Juan Gutiérrez ha fatto mille mestieri, tra cui il gelataio e lo zappatore (foto Getty)
Ed eccomi qui. Senza un cazzo da fare. Tranquillo sulla mia terrazza. A bere rum nel crepuscolo. Non voglio più saperne di relazioni intime. Ferito al punto che un altro tentativo potrebbe essermi fatale. Ho deciso di vivere in solitaria. La mia vita normale, ma solo. E’ ovvio, di tanto in tanto una donna mi affascina. Una che riesce a brillare. Mi piace così. Niente di eterno. Ma l’uomo non vive solo di amori e solitudine. Bisogna pur fare qualcosa per procurarsi i soldi, mangiare a pagarsi una birra verso sera. Ormai il lavoro al mattatoio, quello del trito di soia, l’ho perso, e non c’è nient’altro in vista. Siamo nel 1995 e la crisi si è fatta incandescente. Tutto è in crisi: idee, tasche, presente. Quanto al futuro, nemmeno parlarne”. Sono passati trentun anni da quando Pedro Juan Gutiérrez scriveva queste righe nel suo Trilogia sporca dell’Avana, il romanzo in forma di racconti che rivelò lo scrittore cubano al resto del mondo. In Italia se lo assicurò l’editore e/o con la traduzione di Stefania Cherchi e fu l’inizio di una febbre che si ripresentava ogni volta che appariva un nuovo titolo dello scrittore, all’epoca oggetto alquanto misterioso, del quale si conosceva solo una fotografia vagamente vampiresca (una specie di Nosferatu col sigaro, in canottiera) sulla copertina di Animal tropical; e poi vennero Il Re dell’Avana, Carne di cane e Malinconia dei leoni. Ci si immaginava, davanti a quelle pagine sboccate, grondanti sesso e turpiloquio, una specie di Bukowski tropicale, un Henry Miller senza alcuna voglia di andare a Parigi. Era la vulgata giornalistica a vendercelo così, faceva comodo. Poi si scoprì che Gutiérrez non amava per niente Bukowski e di Miller aveva letto poco, quasi nulla. Semmai, quello che li accomunava – oltre una devozione tutta letteraria al resoconto puntiglioso delle scopate – era una mostruosa capacità di farsi leggere. Gutiérrez è, parafrasandolo, un vero “animal narrativo”. Qualsiasi cosa racconti, che sia vera, falsa, ingigantita, banale, surreale, la racconta benissimo; il suo stile va giù come un bicchiere d’acqua. Trilogia sporca dell’Avana era accompagnato da un significativo sottotitolo: Senza un cazzo da fare. Una necessaria esegesi? Un avvertimento? Un manifesto? Una boutade? A trentun anni da quelle righe Pedro Juan Gutiérrez è ancora, con ogni probabilità, senza un cazzo da fare. E meno male. Perché è da questo vuoto – da questa cubana assenza cronica di futuro – che nasce la sua scrittura.
Davanti alle sue pagine sboccate ci si immaginava un Bukowski tropicale. Ma in comune hanno solo una mostruosa capacità di farsi leggere
Interessante vicenda, di cui non sapevamo nulla, a parte ciò che ci tramandavano le scarse cronache, venate di leggenda.
Pedro Juan Gutiérrez aveva fatto mille mestieri, tra cui il gelataio e lo zappatore. Negli anni Novanta, durante il cosiddetto “período especial”, la prima grande crisi economica della rivoluzione castrista – l’Unione Sovietica nel 1989 va in pezzi e il sostegno all’isola considerata come paese satellite vacilla parecchio – si ritrova disoccupato in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel “Centro Habana”.
Chi è stato nella capitale cubana sa di cosa si tratta: è la parte più randagia, affascinante e mal illuminata della città. In una qualsiasi altra città del mondo sarebbe un posto orrendo, da evitare, ma qui no, perché da un lato c’è il lungomare Malecón, dall’altro c’è una schiera di casermoni il cui cemento brutalista fa a pugni con un cielo dai colori mutanti e la strillante vegetazione caraibica. E sotto le finestre c’è un brulicare di vita, maneggi, storie, vecchie auto americane scassate, altoparlanti che diffondono salsa e boleri. Per tre anni Gutiérrez, in canottiera e sigaro, scrive le vicende di un certo Pedro Juan – suo omonimo – che ama il rum, le donne e, ça va sans dire, non fare un cazzo. Il manoscritto, battuto a macchina, gira per editori cubani, che lo rifiutano. E’ un testo disfattista e osceno, non passerebbe la censura del regime. Ricordiamo che al potere c’è Fidel Castro e il suo clan, migliaia di dissidenti sono in carcere, più di un milione di persone da tre decenni si è buttato su barche e canotti cercando di raggiungere la Florida, il cibo è razionato, le farmacie hanno gli scaffali vuoti, con la tessera ogni mattina si può ritirare una pagnotta e le piantagioni di canna da zucchero, non si capisce bene per quale motivo, producono sempre meno. Ma è iniziato un altro business: il turismo. La città è piena di russi, italiani, francesi, canadesi in cerca di divertimento. Insomma, ci sono due Cube: quella ufficiale, rigorosa, ideologica, che resiste all’attacco dell’imperialismo e al devastante bloqueio degli Stati Uniti – per esempio incarcerando gli omosessuali e gli studenti che scendono in piazza; e poi c’è quella che nessuno vede, che mette fuori le zampe quando calano le luci, e della quale Gutiérrez si fa cronista. Da un lato un libertinaggio disperato: “Non so perché ma le infermiere sono tutte spudorate. Te lo succhiamo spudoratamente, si spogliano davanti a te, bevono rum, si masturbano, ti raccontano storielle porno all’orecchio. Storielle autobiografiche, intendo”. Dall’altro la lotta quotidiana per la sopravvivenza: “Passo alcuni giorni in campagna e ne torno carico: aragoste, carne di manzo e dodici litri di rum. La polizia perquisisce l’autobus due volte. Entrambe le volte mi schizzano le palle in gola. Mi salva la mia faccia da persona perbene. I taxi pirata chiedono sessanta pesos per il breve tragitto fino all’Avana Centro. E se cerco di fargli abbassare il prezzo rispondono sempre con lo stesso ritornello: ‘Devo perlomeno ricavarne il prezzo della benzina. Ed è cara… sempre più cara’”.
Negli anni 90 Gutiérrez si fa cronista di una Cuba che non si vede: da un lato il libertinaggio disperato, dall’altro la lotta per la sopravvivenza
Una giornalista francese si porta il manoscritto a Parigi, lo consegna all’editore Seuil che però lo rifiuta: non è pubblicabile. Troppo forte. Cosa vuol dire? Troppe masturbazioni e troppe vagine? O troppo poco ricevibile dalla gauche caviar che, con la fotografia di Che Guevara dietro la scrivania, vive tuttora il sogno della revolución sbarcata dal panfilo Granma nel 1959? Non si è mai saputo. Quel che si sa è che un agente spagnolo si porta il manoscritto a Madrid che finisce sulla scrivania dell’editore di Editorial Anagrama, il quale letto il libro alza il telefono, che squilla sulla terrazza all’Avana. Morale: nel 1998 il libro esce in venti paesi e il fancazzista di Cuba è costretto a tirare giù la maschera. Non è il perdigiorno che la leggenda aveva dipinto, ma un raffinato intellettuale con ventisei anni di professione giornalistica sul gobbo, persino un tantino snob. Quando gli chiedono quale sia il suo autore preferito risponde Grace Paley, autrice di racconti statunitense di stra-nicchia, e poi cita Cechov, Rilke, Carver e Colazione da Tiffany di Truman Capote. La Trilogia è frutto di una mega sedimentazione, è un esercizio di stile clamoroso, poiché pur lavoratissimo non rinuncia all’autentico, al naturalismo più toccante. Strano che Gutiérrez non abbia mai citato Émile Zola. A tal proposito ha dichiarato: “La scrittura è come l’alta sartoria: non si devono vedere le cuciture”. Il giornalismo, dice, è stata la sua grande scuola. Come? “Scegliere i temi e lottare con i miei capi per pubblicarli”. Per anni, Gutiérrez ha scritto sulla rivista Bohemia occupandosi di argomenti poco graditi: il razzismo, la violenza, la prostituzione. Niente panflettismo, ma il ritratto crudo degli esseri umani.
Nel ’98 “Trilogia sporca dell’Avana” esce in venti paesi e il fancazzista di Cuba si rivela un raffinato intellettuale, pure un po’ snob
La confusione tra autore e personaggio prosegue nei libri successivi, Animal tropical in primis, con le avventure di uno scrittore cubano che, colto di sorpresa dalla popolarità internazionale, seduce una professoressa svedese. Pedro Juan e Agneta, un amore improbabile, sesso sfrenato, un romanzo bellissimo: un grande romanzo sulla vita, la libertà (“che è come la felicità, non si raggiunge mai”), sul mondo e gli equivoci culturali. “Sono arrivato a Stoccolma con un aspetto dignitoso. Un paio di jeans consumati, una camicia beige piuttosto pesante e un blazer marrone, da tipico intellettuale liberal. E ho sfoggiato i miei modi migliori. Venti ore di volo dall’Avana. E cacandomi addosso dalla paura ogni volta che si decollava e atterrava”.
Il successo di Pedro Juan Gutiérrez? Aveva trasformato in Casanova l’uomo della strada latino-americano, un eroe né pessimista né ottimista che, tal quale il seduttore veneziano, non era solo un libertino ma un osservatore della sua epoca, sfuggente, eversivo. Gutiérrez ha sempre tenuto a chiarire la sua distanza dalla politica, ma è poi vero che la sua scrittura non è politica? In fondo, anche le Memorie del veneziano sono leggibili come un trattato di politica del Settecento.
In ogni modo, il fenomeno Gutiérrez, con gli anni Duemila, si è sgonfiato – come tutte le mode letterarie. Nel frattempo, l’isola stava messa sempre peggio. A inizio del nuovo millennio, tutti ricordano la brutale ondata repressiva del regime in difficoltà, l’emigrazione sempre più massiccia di giovani, le divisioni interne alla dissidenza in esilio a Miami, le fluviali raccolte di firme degli intellettuali di sinistra europei risvegliati alla realtà. Nel 2016 la morte a novant’anni del líder maximo più volte annunciata (quest’anno sono cent’anni della nascita), anche se il potere era già in mano dal 2008 allo sbiadito fratello Raúl. Arrivano tentativi di riforme sul piano economico, con timide concessioni all’iniziativa privata e sul fronte dei diritti civili, quindi il passaggio dello scettro nel 2018 a Miguel Diaz-Canel, caporione del partito, recentemente riconfermato per un secondo mandato alla presidenza. Poi due sciagure: la pandemia – che ha stroncato la voce più solida di entrate, cioè il turismo – e il secondo mandato di Donald Trump, che dallo scorso gennaio ha inasprito ancora di più l’embargo, specialmente sul fronte dell’approvvigionamento energetico. La crisi economica attuale è forse la più devastante di sempre. Solo questo luglio e agosto ci sono stati tre blackout quasi totali durati giorni e ormai l’intermittenza della rete elettrica è un’abitudine. Il turismo si era ripreso, ma adesso è di nuovo in crisi nera: senza gasolio le centrali non vanno, gli aerei non atterrano e gli alberghi sono vuoti. Si parla di oltre ventimila addetti senza prospettive. Le proteste di piazza si sono fatte negli ultimi mesi sempre più frequenti e il regime teme un’iniziativa dei servizi americani sul modello venezuelano. Suonano ancora tristemente valide le parole di Gutiérrez: “Quanto al futuro, neanche parlarne”.
Ebbene avevamo perso le tracce del nostro Don Giovanni all’Avana. E invece, sorpresa, qualche anno fa si è rimesso a scrivere dei racconti, riuniti poi sotto il titolo curioso di Meccanica popolare, e che ora stanno per uscire in Italia da Castelvecchi per la cura di Gino Tramontana.
I racconti, riuniti sotto il titolo di “Meccanica popolare”, stanno per uscire in Italia per Castelvecchi, a cura di Gino Tramontana
Di nuovo Gutiérrez sorprende, perché, pur abitando sempre nel suo smandrappato attico di Centro Avana, ha scelto di tornare indietro nel tempo e raccontare la sua storia di ragazzo nato nel 1950. Utilizza un nuovo alterego, Carlitos (che qua e là era già stato nominato in altri libri), ma questa volta siamo quasi in zona memoir, e senza troppi travestimenti. L’avvertenza ce lo segnala: “Questi racconti fanno riferimento a situazioni realmente esistite. I luoghi, ormai, si sono trasformati e le persone non ci sono più. Il tutto si svolge tra le città di Matanzas, Pinar del Río e La Habana (Cuba) negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. I cambiamenti radicali e vertiginosi che in quegli anni si sono prodotti a Cuba hanno sconvolto la vita di tutti, nel bene e nel male”.
Quelle citate, sono proprio le città della sua vita. Matanzas dove è nato, Pinar dove ha vissuto molto tempo (faceva il tecnico edile, il redattore radiofonico e il giornalista) e La Habana, dove ha deciso poi di rifugiarsi verso i quarantaquattro anni, “senza un cazzo da fare”. Qui nasce la scrittura, che ora, in questi racconti della maturità, va alla ricerca del figlio della Cuba pre e post rivoluzione, il padre proprietario di bar e una madre ossessiva e amatissima. Meccanica popolare era una rivista che giungeva dall’estero e che la gente modesta leggeva per imparare mestieri con cui sbarcare il lunario, tipo il cercatore d’uranio o d’oro. Il ragazzino, solitario, trascorre lunghi periodi dalla nonna, abbandonata dal marito scopatore incallito, che vive con l’altro figlio, lo zio di Carlitos, che lo inizia alla pesca dei granchi, alle camminate nel fango, al rapporto con la natura dell’isola. Poi il servizio militare, quando la rivoluzione disbosca intere colline di alberi con la dinamite per fare campi di esercitazione. E quindi i primi amori, il sesso vissuto come un miraggio e poi come una dipendenza. Gutiérrez fruga nella memoria e riporta in vita una varietà umana scarsamente raccontata, i vicini di casa con le loro storie, mezzi libanesi, marinai, soldati, gente che arrivava e poi spariva, donne sole, spesso le migliori amiche degli uomini – i quali con gli altri uomini si prendono invece a coltellate, si rubano fra loro, si tradiscono. “Quando aveva settantadue anni, cioè cinquant’anni dopo, si sedette a scrivere questo racconto. Pensò di intitolarlo La donna che mi ha cambiato la vita. Ma gli parve troppo drammatico. Carlitos aveva settantadue anni, ma a volte aveva come l’impressione di averne vissuti in realtà centocinquanta. O più. La vita non è questione di cronologia ma di chilometri”.