Cien años de Fidel Castro. Dalle origini alla sua eredità avvelenata

Cuba al collasso festeggia il centenario del Lider Máximo con celebrazioni sottotono, per il momento difficilissimo del paese
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Quest’anno ricorrono sia i cento anni dalla nascita di Fidel Castro (13 agosto 1926), sia i dieci anni dalla morte (26 novembre 2016). Foto Getty

Un secolo fa, il 13 agosto 1926, Fidel Alejandro Castro Ruz nasce nel piccolo villaggio di Biran, nella parte orientale di Cuba. Il futuro gran profeta della “seconda indipendenza” e della “rivoluzione agraria” in America Latina è figlio di un latifondista, venuto nell’isola come soldato dell’esercito spagnolo a combattere contro i guerriglieri indipendentisti, e arricchitosi poi con traffici di vario tipo. Sua madre è invece una cameriera di venticinque anni più giovane del padre, che la sposerà dopo la morte presunta della moglie legittima. E in queste oscure vicende familiari qualche biografo ha intravisto le origini della precocissima vocazione di ribelle di Fidel, che a nove anni minaccia di dare fuoco alla casa, da adolescente cerca di convincere i contadini a scioperare contro il padre e, a rivoluzione iniziata, manda i suoi barbudos a incendiare le piantagioni di famiglia.
L’odiato padre lo influenza però in profondità, e non solo con un robusto patrimonio cromosomico di testardaggine e autoritarismo. Dopo aver combattuto contro gli yankee da soldato spagnolo nel 1898, infatti, da latifondista il genitore ha avuto abbondanti occasioni di litigio con altri americani le cui proprietà confinavano con le sue, e dunque gli ha trasmesso una profonda avversione contro gli Stati Uniti. E antipatia per la cultura anglosassone gliela trasmettono anche i gesuiti filofalangisti del liceo di Belén dell’Avana, dove va a studiare dopo essere stato cacciato da un collegio di fratelli dell’ordine di Giovanni Battista de la Salle, accusato di teppismo. Sono però i severi metodi dei discepoli di Sant’Ignazio di Loyola a trasmettergli infine amore per lo studio, oltre alla passione per lo sport e per l’oratoria. Alla prima dovrà un fisico atletico e alcune comparsate giovanili nei film acquatici di Esther Williams. Alla seconda, l’iscrizione nel 1945 alla facoltà di Legge dell’Avana: una sorta di Far West, dove per farsi valere la pistolettata è considerata un mezzo altrettanto legittimo del voto. Fidel si segnala su entrambi i fronti: è eletto come delegato il primo anno del corso di Legge, ed è accusato di duplice omicidio.
Nelle sue oscure vicende familiari qualcuno ha intravisto le origini della precocissima vocazione ribelle. L’odiato padre lo influenzò profondamente
Ma già a vent’anni la semplice ribalta cubana gli va stretta. Nel 1947 si arruola in una spedizione per rovesciare il dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo; nel 1948, mentre è a Bogotá per un congresso studentesco, si unisce alla sommossa che i liberali colombiani scatenano quando il loro leader carismatico Jorge Eliécer Gaitán è assassinato. Entrambe le esperienze hanno un finale nel grottesco: dalla retata con cui la polizia blocca l’impresa dominicana, si salva squagliandosela di soppiatto su una barchetta che ha tenuto pronta per ogni evenienza; e da Bogotá è rimpatriato d’urgenza su un aereo stalla carico di tori muggenti che “non gli fanno chiudere occhio”. Ma alla stampa racconta avventure che iniziano a costruire la sua leggenda. Dagli sbirri cubani si è salvato, dice, buttandosi in mare e nuotando per un tratto infestato da pescecani. E nella rivolta di Bogotá inventa di aver “ammazzato tre preti”.
In quello stesso 1948 partecipa alla campagna elettorale come militante del Partito ortodosso di Eduardo Chibás: una sorta di grillismo caraibico, il cui simbolo è una scopa. Ma il leader arriva solo terzo, e poi il 5 agosto 1951 si spara alla pancia in diretta radiofonica. Fidel nel frattempo ha provato a mettere la testa a posto: si sposa, fa un figlio, recupera in sei mesi gli esami che non ha fatto in due anni, si laurea e, nel 1950, apre un ufficio legale. Ma in tre anni di esercizio sono solo due i clienti in grado di pagargli una parcella.
Dopo il suicidio di Chibás si ributta dunque in politica, annunciando la propria candidatura con gli ortodossi. Le elezioni però non si terranno mai, per il golpe che il generale Fulgencio Batista fa il 10 marzo 1952. Alla testa di centoventicinque militanti della Gioventù ortodossa, il 26 luglio 1953 il ventisettenne Fidel tenta allora di scatenare la rivoluzione, con un assalto contro la caserma Moncada di Santiago. E’ un disastro, con dieci ribelli uccisi in combattimento e altri cinquantanove massacrati dopo essere stati presi prigionieri. Lui stesso finisce in carcere, dopo aver tentato il suicidio. Ma l’opinione pubblica e la Chiesa chiedono clemenza, e Fidel ha l’occasione di trasformare il suo processo in uno show che consacra definitivamente la sua popolarità. “La storia mi assolverà!” grida al termine di una requisitoria di due ore. Condannato a quindici anni, è amnistiato dopo appena diciotto mesi, e il 7 luglio si imbarca per il Messico.
In esilio si consuma il definitivo distacco dal Partito ortodosso, con la costituzione formale del Movimento 26 Luglio. E al divorzio politico segue il divorzio familiare dalla moglie Mirta Díaz-Balart, di cui in carcere ha scoperto l’attività come agente del ministero dell’Interno. Una vicenda penosa, anche per il litigio che segue intorno all’assegnazione del figlio Fidelito.
Il 25 novembre 1956 una piccola armata di 82 uomini salpa per Cuba dal porto messicano di Tuxpan, a bordo del battello Granma. Che Guevara dirà che è stato “più un naufragio che un approdo”, e degli 82 sbarcati 3 cadono in battaglia, 22 sono giustiziati dopo la cattura, 22 finiscono in carcere, altri 19 scompaiono senza lasciare traccia. Ma attorno ai 16 superstiti nelle accidentate montagne della Sierra Maestra si forma in breve un piccolo esercito. Non a ritmi irresistibili, in realtà: 50 uomini nei primi mesi del 1957; 80 a maggio; 200 a dicembre; 300 nell’aprile 1958; non più di 2000 a fine ‘58. Ma bastano contro un regime corrotto e un esercito regolare che non ha voglia di combattere, mentre il grosso dei cubani sta a guardare e gli americani giocano le due carte contemporaneamente. Se l’aviazione americana aiuta Batista, infatti, la Cia spedisce a Fidel aiuti per 50 mila dollari. Il primo gennaio 1959, mentre Batista scappa in aereo, l’avanguardia dell’Esercito Ribelle entra all’Avana guidata da Ernesto Che Guevara: un medico argentino giramondo che ha fatto amicizia con Fidel in Messico. Il più sorpreso è lo stesso Fidel, che arriverà solo sei giorni dopo.
Assieme ai 2000 di Fidel, però, c’è anche un altro migliaio di guerriglieri appartenenti a formazioni armate distinte, e la stessa composizione del Movimento 26 Luglio è eterogenea. Il fratello minore Raúl Castro e il Che si dichiarano marxisti, ma Fidel parla invece di una rivoluzione “non rossa ma verde come le foglie delle palme”, per mediare con comandanti guerriglieri apertamente anticomunisti del calibro di Huber Matos o Humberto Sori-Marín, e dopo la fuga di Batista sono gli Stati Uniti il primo paese a riconoscere il nuovo governo rivoluzionario. Su quindici membri del governo provvisorio, solo tre vengono dalla guerriglia. Ma in capo a due anni, sei di loro saranno in esilio e uno sarà stato fucilato. La svolta simbolica è il 21 ottobre 1959, quando Fidel fa arrestare per “tradimento” Huber Matos, che ha scritto una lettera di protesta contro la “infiltrazione dei comunisti”.
Il 4 febbraio 1960 il vicepresidente sovietico Anastas Mikoyan va in visita a Cuba e stende le basi per l’alleanza tra i due paesi. In quello stesso 1960 Fidel nazionalizza le proprietà statunitensi, gesto cui Washington risponde con aiuti ai gruppi armati anticastristi che si sono ribellati sui monti Escambray e con l’embargo commerciale. Il 31 gennaio 1961 sono rotte le relazioni diplomatiche. Il 17 aprile 1961, infine, 1500 anticastristi armati dalla Cia sbarcano a Playa Girón. L’impresa sarà un disastro, e del successivo disimpegno americano saranno vittime anche i ribelli dell’Escambray, sterminati dopo spietati rastrellamenti. Quel 17 aprile Fidel chiama per la prima volta alla difesa della “Repubblica socialista”. Il 3 luglio 1962 venne creato il partito unico, che assorbe i comunisti cubani storici, e che assumerà il nome di Partito Comunista di Cuba a partire dal 3 ottobre 1965. La nuova Costituzione, adottata nel 1976, è ricalcata su quella bulgara, sull’assunto che i due paesi hanno più o meno la stessa superficie, la stessa popolazione e anche lo stesso tipo di predominanza dell’agricoltura nell’economia.
Da allora, il partito unico e il sistema comunista non si sono più modificati, anche se c’è stata qualche evoluzione nel sistema di alleanze internazionali di Cuba, e da ultimo anche un’apertura economica ispirata ai modelli di Cina e Vietnam. All’inizio, infatti, l’allineamento con l’Urss arriva al punto che Fidel offre l’isola ai missili nucleari sovietici, per minacciare direttamente gli Stati Uniti. Ma quando il blocco navale deciso da Kennedy costringe Kruscev a ritirare gli ordigni a un passo dalla Terza guerra mondiale i rapporti per un po’ si allentano: i comunisti cubani ortodossi sono colpiti da una purga, il Che attacca pubblicamente Mosca, e Fidel tenta di fomentare in tutta l’America Latina movimenti di guerriglia concorrenziali ai partiti comunisti locali. Simbolicamente, questa seconda fase termina però con la morte del Che in Bolivia nel 1967, proprio in un tentativo del genere. Tra l’altro gestito talmente male da far sospettare a qualcuno che l’argentino fosse stato mandato al macello apposta per togliere di mezzo il principale ostacolo a un riavvicinamento con l’Urss.
Da quel momento l’allineamento torna totale, e Cuba fornisce in gran quantità soldati e consiglieri militari per le guerre sovietiche nel Terzo Mondo, in cambio di petrolio e altre sovvenzioni per un ammontare pari a 10 miliardi di dollari in 32 anni. Più di quanto non abbiano ricevuto l’Europa occidentale con tutto il piano Marshall e tutti i paesi latino-americani con l’Alleanza per il Progresso - c’è chi individua in questo micidiale salasso la causa del collasso sovietico. Grazie a questo aiuto Fidel ha potuto crearsi una base di consenso di massa trasformando tutti i cubani in dipendenti statali e riempiendoli di beni e servizi gratuiti o sussidiati, pur con un’economia a rotoli e in un clima di autoritarismo che spinge comunque almeno un decimo della popolazione ad abbandonare il paese. Dopo la fine dell’Urss per l’isola inizia un “periodo speciale” di razionamenti che porta il regime a un passo dal crollo. Ma Fidel a sorpresa sopravvive, così come in Spagna Franco è sopravvissuto a sorpresa alla caduta dei suoi alleati fascisti dopo la Seconda guerra mondiale. Una sua risorsa sono gli antichi risentimenti anti Usa delle opinioni pubbliche latino-americane, che spesso considerano Fidel un eroe, e che dunque spingono i governi della regione a non premere più di troppo per la transizione.
Con la fine dell’Urss per Cuba inizia un “periodo speciale”, il regime arriva a un passo dal crollo. Fidel sopravvive anche grazie ai risentimenti antiamericani
A un certo punto Fidel trova anche un erede nel presidente venezuelano Hugo Chávez, che riprende in suo favore una politica di somministrazione di petrolio simile a quella sovietica. Dopo la fine dell’Urss Fidel riesce anche a richiamare capitali stranieri che trasformano l’isola in un paradiso turistico, sia pure al prezzo di far rinascere una prostituzione di massa la cui estirpazione era stata un vanto del regime. E all’inizio del millennio, con la “Marea Rosa” che riempie la regione di governi di sinistra, Fidel recupera influenza e alleati, e anche Barack Obama inizia un “Disgelo”. Nel frattempo, però, la vecchiaia ha iniziato a farsi sentire. Dal 2006 Fidel inizia a cedere i poteri al fratello Raúl, anche se il processo non si concluderà formalmente che dopo un paio di anni. Ed è Raúl che inizia il processo di apertura economica e passaggio al mercato su cui Fidel mantiene un ruolo ambiguo: indirettamente critico nei molti scritti che continua a pubblicare, ma senza mai attaccarlo direttamente. Un tono usato anche per la visita di Obama: vertice di questo processo che però non contempla aperture politiche. Anche l’Ondata a Sinistra in America Latina passa, Chávez muore, i governi alleati cadono o sono in difficoltà.
Il 19 aprile 2016 Fidel Castro parla ancora nel corso della cerimonia di chiusura del VII Congresso nazionale del Partito Comunista. Dice che potrebbe essere “l’ultima volta” che prende la parola nell’assemblea, invita a mantenere vivi gli ideali comunisti. La morte arriva il 26 novembre: lo stesso giorno, 26, del suo anno di nascita e dell’attacco alla caserma Moncada. Dopo il fratello ai vertici va Miguel Díaz-Canel, nato un anno dopo che Fidel aveva preso il potere. Ma Raúl continuerebbe a operare dietro le quinte, pure ormai a 95 anni. L’economia continua comunque a precipitare, l’isola passa da un blackout altro e si spopola per la gente che se ne va, le proteste aumentano, la repressione pure, la proporzione di popolazione carceraria è la seconda al mondo. Adesso Trump ha iniziato una nuova offensiva che alterna nuove durissime sanzioni a offerte. Perfino un direttore della Cia è venuto nell’isola a parlare, e un nipote di Raúl è uno degli esponenti del regime con cui Washington sta trattando.
L’economia cubana precipita, l’isola si spopola, le proteste aumentano e la repressione pure. Ora Trump ha iniziato una nuova offensiva
Come avevamo scritto nel “coccodrillo” per la sua morte, “Fidel Castro è stato un gigante del XX secolo, un personaggio che ha messo al centro dell’attenzione mondiale un piccolo paese del quale senza di lui ci si sarebbe ricordati semplicemente come di un posto per vacanze. Ma, appunto, è lo stesso discorso che mutatis mutandis si può fare per Alessandro Magno con la Macedonia, o per Napoleone con la Francia, o per Mussolini con la nostra Italia. Quello di un fantino che per voler ottenere risultati superiori alle possibilità del suo cavallo finisce col farlo scoppiare”.
A cento anni dalla nascita e a dieci dalla morte, il regime cubano celebra un “I Coloquio Internacional Fidel Castro, legado y futuro” con 1500 delegati da 63 Paesi, ai quali Miguel Díaz-Canel dice che “Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Non basta amministrarlo, bisogna emularlo”. Ma, tutto sommato, sono celebrazioni in tono minore, per il momento difficilissimo del paese. Molto più pomposa è l’enorme statua metallica di Fidel eretta sulla Avenida Bolívar di Managua a un costo che non è stato reso pubblico ma viene stimato ingente, poco dopo l’annuncio di Daniel Ortega che in Nicaragua non si voterà più. A proposito dell’invito a “emulare Fidel”, in molti temono che la dichiarazione significhi l’intenzione di impiantare un partito unico alla cubana, anche se forse alla fine si finirà semplicemente per escludere dal voto qualunque opposizione non fittizia: come peraltro già avvenuto. Tra tante analisi, si può forse ricordare “Crisi. Come rinascono le nazioni”: il libro del 2019 in cui Jared Diamond osserva come il golpe in Cile nel 1973 in particolare, ma anche tutta l’ondata di golpe che sconvolse l’America Latina tra anni Sessanta e Settanta in generale, si spiega con la gran paura delle borghesie locali di fare la fine della borghesia cubana, che la rivoluzione castrista aveva costretto all’esilio in massa.
Il regime cubano celebra il primo “Coloquio Internacional Fidel Castro”: “Non è patrimonio esclusivo dei cubani. Bisogna emularlo”
Di quest’anno è invece “L’internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra”; un libro di Donato Di Santo, già responsabile per l’America Latina in Pci, Pds e Ds, poi sottosegretario agli Esteri con la delega per l’America Latina nel governo Prodi II e segretario dell’Istituto Italo Latino-Americano. Con una enorme esperienza di contatti tra le sinistre della regione, a Cuba gli capitò però di essere arrestato, per contatti con dissidenti. Questa sua analisi si occupa principalmente dell’ondata a destra in America Latina, da lui attribuita in primo luogo a strategie di penetrazione intellettuale di tipo quasi gramsciano da parte di certi ambienti statunitensi. Però fotografa appunto anche la contemporanea deriva autoritaria di sinistra in Venezuela e Nicaragua, in una spirale in cui i due estremi si alimentano a vicenda, e in cui il virus che continua troppo spesso a compromettere l’affidabilità democratica della sinistra latino-americana è, appunto, l’eredità avvelenata di Fidel. E di chi lo ha “emulato”.