Odiata big tech: la campagna elettorale per le midterm è una gara a chi urla più forte contro l’AI

Dai  data center ai predatori imprenditori della Silicon Valley, la crociata bipartisan contro "l'uomo nero" di queste elezioni
10 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 09:40
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L’opposizione all’AI, nei comizi e negli spot, sta diventando un jolly per mostrarsi lontani dai poco empatici uomini della Valley (foto LaPresse)

Nella circense campagna elettorale statunitense del 2024, piena di colpi di scena, ci eravamo tutti preoccupati che si abusasse dell’intelligenza artificiale per piegare la realtà, falsificare eventi, creare filmati compromettenti dei candidati dello schieramento avverso. Oggi, che l’AI è diventato il vero talk of the town, almeno al di là dell’Atlantico, non ci preoccupiamo più tanto per il prodotto, per i deepfake – forse siamo meno citrulli di quanto si pensasse, o nell’èra della post verità niente ha importanza. Ci si preoccupa invece per la macchina che c’è dietro e a come questa possa impattare sull’economia, la socialità, l’istruzione, gli affetti, insomma a come cambi la vita dei cittadini. A distanza di due anni dal funambolico ritorno di Donald Trump, l’AI è diventata il vero tema elettorale che tocca l’America delle contee e delle main street, i club di Capitol Hill e i campus futuristici della Silicon Valley. E’ la vera novità nel gioco della politica nazionale e locale. Mancano meno di novanta giorni alle elezioni di metà mandato, che rinnoveranno il Congresso ed eleggeranno 39 governatori. Sono elezioni che potrebbero disturbare il totalizzante potere trumpiano, che controlla da tempo sia il Senato che la Camera. E nei comizi e sui social si parla molto, oltre che di Israele, di politica estera, di costo della benzina (due anni fa era il costo delle uova), di come l’esplosione dell’AI tocchi lavoro ed energia, informazione e sorveglianza, grandi capitali e paura di robot assassini. Ma la cosa veramente interessante e che crea più di un cortocircuito è come questo grande, spaventoso tema venga cavalcato da entrambe le parti. Sia tra i progressisti che tra i conservatori, tra i socialisti e i nazionalisti, tra i Maga e i pro Pal, l’esplosione del machine learning crea dubbi, paure e populismi antisistema. Si litiga su due punti in particolare: sui data center e sul grado di controllo che dovrebbe avere il governo federale sulle Big tech, le varie OpenAI, Meta, Anthropic e compagnia.
Partiamo dai data center, questi grossi edifici necessari affinché ci si diverta sui social a postare una versione manga di sé stessi o un video di John Lennon che balla “Despacito”, oppure per scrivere con ChatGPT una noiosa mail di lavoro o, chissà quando, curare il cancro. Servono server raffreddati e storage per la memoria e questi server da qualche parte bisogna pur metterli, soprattutto da quando è svanito il sogno di conquistare la Groenlandia e trasformarla in una colonia di hardware. Nessuno li vuole a casa propria, e così sia tra i repubblicani che tra i democratici si fa la gara per distanziarsi dal mondo del tech, ci si incolpa di essersi venduti alle aziende, ci si accusa di aver votato le leggi per permettere la costruzione delle cattedrali di server nel proprio stato. I data center consumano tantissima acqua e quindi ci si infila dentro anche il tema ecologista, ingrediente sempre utile soprattutto a sinistra, per far avvicinare i giovani alle urne (e pure l’attivista Erin Brockovich è tornata a farsi sentire, chissà se si farà un sequel del film con Julia Roberts con i robot).
Nessuno vuole i data center a casa propria, e così tra repubblicani e democratici ci si incolpa di aver votato le leggi per permetterne la costruzione
L’altro è il classico tema di quando arriva una grande novità: quanto deve essere coinvolto il governo nel controllarne azioni e sviluppi? Trump a lungo ha mantenuto una posizione libertaria. “L’AI è più grossa di quanto non sia mai stato internet”, ha detto. “Quindi non voglio limitarla. Conosco molte di queste persone. E non voglio limitarle dal fare un ottimo lavoro”. Con persone intende molti suoi donatori. Il presidente poi, dentro lo Studio Ovale, ha da tempo degli agenti della Silicon Valley, come l’investitore David Sacks, già nominato in passato “zar dell’AI”. Quello della regolamentazione è stato un tema di scollamento tra Trump e, dall’altra parte, la base Maga e molti politici col cappellino rosso, che vorrebbero invece più controlli. La parola chiave per Trump è: Cina. Lui farebbe di tutto pur di battere i cinesi in questa corsa, che viene paragonata a quella per il nucleare e per lo spazio durante la Guerra fredda (e non dimentichiamoci che Trump è nato nel ‘46, è un uomo di quell’epoca). “Stiamo battendo la Cina, di parecchio”, ha ripetuto di recente. E si sa quanto al presidente piaccia vincere. Si dice però, nei corridoi di Washington, che dopo il caso di ammutinamento di un modello di AI a luglio Trump sia un po’ più scettico sul lasciare via libera agli Altman e agli Zuckerberg senza mettere freni governativi. Quest’estate un modello avanzato di intelligenza artificiale di OpenAI, durante un test di sicurezza, è sfuggito al controllo, ha attaccato autonomamente una piattaforma esterna per sviluppatori – ed è sembrato l’inizio di un disaster movie. “Stiamo guardando all’AI”, ha detto Trump, per tranquillizzare.
Da tempo alcuni governatori, come il kennediano Gavin Newsom, dem californiano da soap opera, si impegna a integrare con dei freni le nuove tecnologie, soprattutto rispetto al mondo del lavoro, creando intanto paracadute per chi resta a casa sostituito dai supercomputer. Un po’ come avrebbe voluto il founding father Thomas Jefferson, Newsom vuole che i singoli stati si occupino di gestire l’AI e che la decisione non avvenga a Washington, almeno finché non è lui il Potus. Newsom ha anche organizzato un programma per fare in modo che i cittadini possano dire la loro, dare input su come accogliere questo inevitabile tsunami tech. Ed è soprattutto su questo che uomini e donne desiderose di farsi eleggere a novembre stanno giocando le loro cartucce, anche nelle primarie di questa caldissima estate. In Kansas, sia per i dem che per il GoP, il dibattito è stato tutto un prendere le distanze dal mondo tech, un accusarsi a vicenda di essersi venduti ai triliardari della Bay Area. In Wyoming il candidato deputato repubblicano Chuck Gray si definisce “l’unico protettore dello stato contro i miliardari del tech”. Tom Tiffany, candidato governatore repubblicano in Wisconsin, ha fatto uno spot stando in piedi accanto a una mucca, su un campo, dicendo che promette di proteggere “le nostre fattorie dai bulldozer dei big data”. In Ohio, dove stanno sorgendo data center come funghi, il candidato democratico al Senato Sherrod Brown sta giocando tutta la sua campagna sull’AI, dipingendo l’avversario repubblicano come “il volto dei data center dell’Ohio”, calcando sui prezzi dell’elettricità in aumento per far funzionare i server. Nei video elettorali chiede retoricamente: “Per chi sta davvero lavorando quest’uomo?”.
Un consulente anonimo della Silicon Valley ha parlato con il sito Politico dicendo che “ogni ciclo elettorale ha il suo uomo nero. E il tech è l’uomo nero di questo momento”. Clifford Young, professore che guida i sondaggi politici di Ipsos, parlando con Bloomberg dei data center ha usato la stessa espressione: “Sono come l’uomo nero. Nella mente delle persone i data center rappresentano una élite che agisce senza restrizioni e che fa quello che vuole, manipolando il sistema a suo beneficio”. Follow the money, e infatti vediamo quanto questo tema stia facendo investire in questo ciclo elettorale, a livelli superiori a quelli che abbiamo visto due anni fa con i crypto bros, che volevano mantenere una totale liberalizzazione delle cryptomonete (con cui la famiglia Trump si è notevolmente arricchita). Le lobby investono, e così vediamo l’ingresso a gamba tesa dei super Pac pro Tech per resistere all’ondata luddista di terrore. In uno di questi super Pac, cioè i comitati per raccogliere fondi e finanziare i politici, Meta e Google hanno messo 10 milioni di dollari per far avanzare candidati moderati, e quindi non nostalgici anti machine learning, nelle primarie californiane. Uno di questi super Pac, “Leading the Future”, nato l’estate scorsa, ha raccolto oltre 140 milioni per spingere politiche AI friendly, grazie all’interesse e al portafogli di figure come Joe Lonsdale, cofondatore di Palantir, e Greg Bockman, cofondatore di OpenAI, oltre che di Andreessen Horowitz, azienda di venture capital con sede a Menlo Park, tra i principali fondi di investimento della Silicon Valley.
In questa stagione Leading the Future sta appoggiando sia candidati dem che candidati repubblicani. Se l’opposizione ai data center è iniziata con le manifestazioni anti oligarchia del compagno Bernie Sanders e della bolscevica di Brooklyn, Alexandria Ocasio-Cortez, ora anche i Wasp del midwest, buoni evangelici padri di famiglia a cui manca Reagan, si trovano d’accordo. Un esempio perfetto è quello di Josh Hawley, che guida la lotta conservatrice anti AI. Il senatore quarantaseienne del Missouri, avvocato, ha studiato a Stanford e a Yale, ed era lì il 6 gennaio ad aizzare i rivoltosi col pugno alzato. Nei comizi parla come se fosse in una delle chiese che frequenta con costanza, parla come se facesse sempre un sermone. “L’America è uno stato cristiano”, ripete, considerandosi “in missione per conto di Dio”, come Jake e Elwood Blues. E cosa c’è di più lontano da Dio di quella banda di tecnoentusiasti atei e fluidi che vivono nella libertina San Francisco? “Il partito Repubblicano ha una scelta da fare”, ha detto Hawley ai suoi elettori e ai suoi colleghi, “forse la scelta che definirà i prossimi cinquant’anni. Possiamo essere il partito dei grandi donatori e della finanza. Oppure il partito dell’alleanza: con gli operai, con le famiglie, con le piccole città”. Ha scritto un saggio intitolato La tirannia del big tech dove spiega che l’evoluzione tecnologica porterà tutto nelle mani di pochi e si arriverà a vivere in una situazione distopica dove varrà solo “la legge della giungla”. Da bravo repubblicano realista e puritano mette la questione sul piano degli appetiti e sulla difesa dei bambini. I chatbot, dice, rovinano le vite dei minori. La finta empatia delle chat porta ai suicidi – “stanno usando i nostri figli come cavie!”, “abbiamo un dovere morale nel creare una legislazione che fermi queste aziende!”.
“L’America è uno stato cristiano”, ripete il conservatore Josh Hawley, e cosa c’è di più anticristiano di quei tecnoentusiasti di San Francisco?
E così nella sua crociata per la difesa dei figli, Hawley ha tirato dentro anche il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, candidato al senato. Paxton, da procuratore, ha fatto partire nel suo stato diverse investigazioni sulle aziende tech, su come toccano la vita dei minori. Un’investigazione riguarda le capacità terapeutiche dei chatbot, che spesso danno consigli medici e psicologici basati su materiale accumulato da Wikipedia e dai blog. Si è poi lanciato contro gli occhiali smart di Meta, portando avanti un’investigazione sui limiti della privacy e della raccolta non autorizzata di dati biometrici. E poi contro l’azienda cinese DeepSeek per i suoi legami col partito comunista. E’ ironico che lo stesso Paxton, che sta facendo dell’AI la sua arma elettorale, per la campagna abbia usato dei video deepfake per attaccare e screditare gli avversari. Ma è parte del gioco. Paxton e Hawley poi hanno un alleato potente. Storico oppositore interno di Trump, che desidererebbe prendersi l’eredità Maga dopo il 2028, il governatore della Florida Ron De Santis si sta avvicinando, populisticamente, a posizioni anti AI. Il mese scorso la Florida, per prima, ha fatto causa a OpenAI e al suo ceo, Sam Altman, accusandoli di mettere il profitto davanti alla sicurezza dei bambini. Questa battaglia si sta espandendo in altri stati conservatori, come Utah e Tennessee, una confederazione di tecnofobi puritani, di neo-amish difensori del secondo emendamento.
Ken Paxton, che sta facendo dell’AI la sua arma propagandistica, ha usato dei video deepfake per attaccare e screditare gli avversari
Ovviamente anche i dem hanno i loro paladini anti machine learning. La veterana deputata Elizabeth Warren spinge da tempo per una vera trasparenza finanziaria delle aziende. Il deputato Frank Pallone guida la resistenza contro la costruzione dei data center in New Jersey. Il dem Alex Bores è diventato il paladino della lotta anti AI proponendo rigide legislazioni per stabilire standard di sicurezza e valutazioni dei rischi, oltre che per proteggere gli artisti e gli scrittori che vedono le proprie opere usate dalle macchine senza ricevere nulla in cambio. A giugno ha perso le primarie di New York per candidarsi come deputato e i giornali hanno titolato: “ha vinto Big tech”. E poi c’è James Talarico, su cui molti pongono speranze, visto come è messo il partito che ancora si lecca le ferite dal 2024. Talarico, giovane, volto pulito, cristiano, è un ex prof delle medie con una laurea ad Harvard. Il 37enne si candida in Texas e la sua campagna inizia a prendere di mira l’intelligenza artificiale, dopo aver attaccato i social. “Gli algoritmi predatori sollevano le voci più estreme da ogni parte per provocare la nostra indignazione, per ottenere più clic, per fare più soldi”, diceva. Ora sull’AI però non vuole essere così radicale, certo “l’AI deve lavorare per noi, non contro di noi, alzando ad esempio i costi della bolletta”, ha detto, ma si rifiuta di fare una campagna che sia “o pro-crescita o pro-cittadini”, perché si oppone a questa dicotomia.
James Talarico, giovane dem candidato in Texas, parla di “algoritmi predatori”, ma dice anche che “l’AI deve lavorare per noi”
L’AI è diventata, oltre che lo spauracchio, un modo elettorale per riavvicinarsi “al popolo”, alla cosiddetta “pancia del paese”, creando una divisione noi vs. loro, dove noi siamo i cittadini e loro sono i grandi del tech che plasmano il paese con i loro miliardi e la loro visione libertaria del mondo. L’opposizione all’AI, nei comizi e negli spot, che tocchi ecologia o bambini, diritti dei lavoratori o diritto d’autore, sta diventando un jolly per mostrarsi lontani dai poco empatici uomini della Valley, quei nerd pallidi in t-shirt prima paladini e ora spauracchi. Un modo per non mostrarsi complici della presa di potere delle macchine asimoviane che potrebbero portarci via l’impiego o distruggere tutto con i loro raggi laser. Si chiama “ansia da AI”, e ogni tanto sembra avvicinarsi a una psicosi che potrebbe decidere chi controlla le camere a novembre.