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Notti di Roma
La capitale è una macchina di sorprese, di luoghi che si nascondono per non esser cancellati. Sceneggiati di culto, vagabondaggi e inseguimenti
10 AGO 26

Non c’è mese migliore di agosto per interrogare la “psicogeografia” di Roma, quando il suo doppiofondo si presenta più tangibile alla serendipity (foto Getty)
“Spiegherete mille fatti, fin allora indecifrabili”. (G. Vigolo, “La Virgilia”)
Qualcuno leggerà proprio il 9 agosto quest’articolo, che comincia citando una morte misteriosa nel Tevere immaginata nella stessa data ma del 1994: alle indagini sul caso, di cui non si venne a capo, furono dedicate cinque puntate messe in onda l’anno dopo su Rai 1 con una infelicissima programmazione, sicché Voci notturne, miniserie concepita e scritta da Pupi Avati, diretta da Fabrizio Laurenti, sembrava destinata alla dimenticanza. Sotto l’oblio apparente fermentarono però il passaparola e gli scambi di file amatoriali riversati su YouTube da migliaia di utenti.
“Dove finisce la ragione comincia un territorio che non ci appartiene, nel quale siamo intrusi” recitava la frase di chiusura della fiction ispirata all’esoterismo dell’antica Roma: “Una terra che ha regole che non conosciamo, dove si parla una lingua misteriosa e dove le nostre logiche non sono utilizzabili in alcun modo”. Il tempo riscattò l’onore di Voci notturne, promossa a pieni voti dal critico Davide Pulici su Nocturno e poi oggetto di due saggi a firma di Gianlorenzo Franzì nel 2015 e di Andrea Scarabelli nel 2025, ma ormai gli appassionati possono finalmente consumarsi gli occhi e rivedere tutto. Replicata una prima volta su Rai Premium ad agosto 2013, la miniserie è disponibile su RaiPlay dove se ne trova anche un’altra più vecchia ma che fu subito di culto: Il Segno del comando del 1971, regia di Daniele D’Anza, frutto di una squadra di sceneggiatori tra cui spiccò Giuseppe D’Agata, che ne ricavò una versione romanzata nel 1987. Celeberrima la canzone della sigla, Cento campane di Fiorenzo Fiorentini e Romolo Grano, che assurse grazie a Lando Fiorini tra i brani classici romani.
C’è più di un elemento in comune tra gli sceneggiati, e non è un caso che nella primavera scorsa i gruppi rock genovesi ExpiatoriA e Il Segno del comando (band attiva dal 1995 proprio con questo nome) abbiano confezionato un album intitolato Voci notturne. Quando certe opere producono un impatto duraturo, con una suggestione che si presta a molteplici livelli di comprensione, vuol dire che nascondono potenti contenuti. I temi del paranormale, proposti con raffinatezza, furono cucinati in modo diversissimo: c’è una sovrabbondanza di ingredienti in Voci notturne, che scontò i tagli reclamati dalla Società Teosofica, mentre Il Segno del comando rivendica un irripetibile equilibrio tra la spy story e l’occultismo, con un finale che può essere interpretato sia con la chiave della reincarnazione sia con quella della razionalità (esclusa invece dalla sceneggiatura di Avati). Chi vive a Roma gode di un ulteriore privilegio, perché entrambe le serie occhieggiano alla sua più sottile dimensione sacrificata dalla fretta quotidiana, per cui vicende secolari giacciono inerti tra strade e palazzi a causa di uno sguardo che si sofferma sulle pietre senza penetrarle.
Sia “Voci notturne” che “Il Segno del comando” occhieggiano alla dimensione più sottile di Roma, sacrificata dalla fretta quotidiana
Per aprirsi a quei piani immaginali bisogna vagabondare come Marco Lodoli racconta in Isole: scantonare, squartierarsi (il verbo è suo), corteggiare disposti allo stupore “luoghi che quasi si nascondono per non essere cancellati” nel “grande mare” della città. Fu il procedimento esperito con intenti metafisici da un altro autore romano, Giorgio Vigolo, poeta, traduttore, musicologo morto nel 1983 e oggi quasi dimenticato. Il Segno del comando gli fu debitore perché lui spiegò, facendo sperare anche a noi di riuscirci, che si può attingere a un altro tempo attraverso certi spazi. La sua Roma magica è tra i rioni Ponte e Regola, è a Trastevere, dove nel Segno del comando il professore inglese Lancelot Edward Forster, giunto a Roma per cercare una piazza descritta da Lord Byron, insegue l’elusiva modella Lucia ma si ritrova avvinto in una storia di reincarnazioni che cercherà di dipanare decifrando una partitura del musicista settecentesco Baldassarre Vitali.
In diversi racconti e nel romanzo La Virgilia, secretato in un cassetto per sessant’anni, Vigolo vagheggiò qualcosa di simile: “Cercare l’ignoto nel noto; immaginare che accanto alle strade, dove avevo tante volte passeggiato fin dall’infanzia, potessero esisterne altre così diverse e maravigliose”. E’ l’intima aspirazione di chi non s’accontenta della solidità dei luoghi, di chi crede che Roma oltre ai caotici rumori offra qualcosa in più di un minerale silenzio travertino. Il poeta Byron con le sue esperienze spiritiche e l’enigmatico Norberto Sinisgalli, che riesumava i rituali del Ponte Sublicio in Voci notturne, riemergono dal passato e accomunano D’Agata, Avati, Vigolo nella lusinga dell’inaspettato, quel vago desiderio di sorpresa che dettò un libro singolare pure al catanese Ercole Patti, romano d’adozione. Gli ospiti di quel castello, con cui vinse il Premio Brancati, uscì tre anni dopo Il Segno del comando ma retrodatava gli eventi al 1926. Varcando un portoncino dietro piazza San Silvestro, il protagonista si ritrova “di colpo in un grande parco sparso di alberi enormi; in fondo a un prato verde disteso come un immenso tappeto si scorgeva un castello solitario”. Riuscirà a evadere con difficoltà da questa bolla spazio-temporale che non rintraccerà mai più: “In seguito tornando sul posto non mi fu più possibile ritrovare quel vicoletto che pure quella mattina era visibilissimo, tangibile, mi ricordavo pure le porte delle bottegucce che lo fiancheggiavano”. Il “gran prato insospettabile in quel punto centralissimo di Roma a due passi dalla Rinascente” è svanito per sempre (chi non è giovanissimo forse ricorderà la leggenda metropolitana di una botola nei pressi della Rinascente dove si diceva che le ragazze scomparissero).
Sugli smartphone le indicazioni stradali non contemplano una “guida psicogeografica”, perché forse “solo nel sonno abbiamo l’impressione di poterci orientare su mappe instabili, attraverso varchi inaspettati e percorsi che risalgono la linea del tempo”: lo sostiene il mentalista torinese Mariano Tomatis, che una guida del genere ha pubblicato per Il Segno del comando nel 2023, mentre altri cultori hanno censito sul web quei luoghi com’erano nel 1971 e come sono adesso, a partire dal domicilio della modella Lucia e del pittore Marco Tagliaferri (precedente incarnazione del professor Forster) in via Margutta 33. Tomatis si è concentrato sul percorso verso la “casa di Oberon”, dove la trama colloca l’esperienza necromantica vissuta da Byron e che corrisponde al palazzo Mazzei-Emo, tra via dei Coronari e l’omonima piazza con ingresso in via dei Vecchiarelli 38. E’ curioso notare che all’epoca dello sceneggiato l’illustre residente di quella magione, il filosofo Andrea Emo, teneva un cenacolo frequentato da Elémire Zolla e Cristina Campo, “né serve troppa fantasia”, prosegue Tomatis, per immaginare gli altri ospiti: lo junghiano Ernst Bernhard, Roberto Calasso, Guido Ceronetti, Federico Fellini e Luciano Emmer, “regista dello sceneggiato ambientato a Roma Geminus (1969) che, seppur con poco successo, anticipò di due anni le atmosfere magiche de Il Segno del comando”. Realtà e immaginazione, se non combaciano, perlomeno si baciano: non è azzardato ipotizzare che i discorsi di casa Emo fossero compatibili con le trame sceneggiate da D’Agata assieme a Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà.
Viene voglia di cercare nella sterminata mole di scritti lasciati da Emo, morto nello stesso anno di Vigolo, qualche definizione sul Tempo che confermi la frangibilità della sua linea grazie a quelle “mappe instabili”. Interpellato, così risponde il misterioso filosofo (aggettivo applicabile a chi non pubblicò mai un rigo in vita): “Forse la nostra vera patria è il passato. Ciò che non è più, e che non è mai stato come attualmente crediamo che fosse.” (Quaderno 355, 1973); l’anno prima aveva annotato: “La sopravvivenza del passato anche in un presente spettrale come quello della memoria, è un segno, una coscienza di immortalità, è la continuità di un infinito. Il ricordo ha un occhio occulto che guarda il futuro”. (Quaderno 351, 1972).
Andrea Emo suggerisce che “forse la nostra vera patria è il passato. Ciò che non è più, e che non è mai stato come attualmente crediamo che fosse”
Ripassare il ponte a ritroso, scoprire un castello nascosto in pieno centro, inseguire un’improbabile Lucia o riportare gli orologi indietro mica è detto sia soltanto immaginazione. Ugo Pagliai, che interpretò il professor Forster, ci conferma un episodio di cui aveva parlato anni addietro in una intervista a Paola Amadesi: “Quando l’orchestra eseguì, nella Basilica di Massenzio, il Salmo XVII della ‘Doppia Morte’ di Baldassarre Vitali, il regista D’Anza chiese alla segretaria di edizione di misurare la durata del brano. Al termine la vedemmo impallidire perché la lancetta del cronometro, anziché andare avanti, s’era mossa al contrario per 36 secondi. Il tempo non era trascorso. Era stato sottratto”. Pagliai rivive, tantissimi anni dopo, “nei flash della memoria quel fondo magico, bello e inquietante delle riprese notturne per i vicoli di Roma”. Credeva a quelle cose? “Ci credevo eccome, perché non mi spogliavo mai del personaggio: portavo il professor Forster a dormire con me e dormivo con il copione sul comodino. Credo che provasse uno stato d’animo analogo Carla Gravina, che interpretava Lucia. Mentre giravamo un dialogo in Trastevere era talmente presa che mi rispose come se non fossimo davanti alla macchina da presa, o come se davvero fosse Lucia. C’era qualcosa che andava al di là della recitazione e fu così per tutti gli attori. Ogni inquadratura era come stregata: ricordo che nella scena di una seduta spiritica gli uccelli cominciarono all’improvviso ad agitarsi e a fare baccano”. Pagliai ripensa all’esperienza con affetto: “Certo, parlando adesso di chi eravamo allora bisogna interrogarsi con un po’ di profondità per potersi raccontare, ma l’importanza di ciò che avevamo fatto l’ho recepita nel corso della vita”.
Ugo Pagliai racconta della segretaria di edizione che, durante le riprese del “Segno del comando”, impallidì perché la lancetta del cronometro s’era mossa al contrario
Paola Tedesco aveva appena diciott’anni quando fu scelta per il ruolo di Barbara, la segretaria di George Powell (Massimo Girotti), addetto culturale dell’ambasciata britannica a Roma. Sarà lei ad aiutare Forster a scoprire l’arcano della storia prima della fatidica data del 28 marzo, quando un destino di reincarnazioni ne aveva prefissato la morte. Oggi l’attrice vive sul lago Trasimeno dopo una biografia di danza, teatro, belle amicizie intellettuali e macchine sportive. Capitò nel Segno del comando quasi per caso: “Quando partecipai al provino in Rai, Daniele D’Anza mi chiese di avvicinarmi al leggìo. Gli dissi che non c’era bisogno e rimase sbigottito, perché ero l’unica ad avere imparato un brano a memoria. Così mi prese subito. Fui la più giovane del cast e mi trattavano tutti con affetto”. Per diverso tempo la troupe si spostò a Napoli, dove negli studi Rai venivano allestite le scenografie di Nicola Rubertelli e furono girati tutti gli interni. Paola Tedesco ricorda perfettamente l’episodio del cronometro citato da Pagliai e giura che “non fu suggestione”. Quando la fiction andò in onda (cinque puntate tra il 16 maggio e il 13 giugno 1971) si rese subito conto del successo, “perché per strada sentivo tanta gente canticchiare ‘din don, din don…’, il ritornello di Cento campane”.
Sarà un’altra combinazione ma Paola è nata proprio il giorno su cui ruotava la trama, il 28 marzo: “Non ci avevo mai pensato, però voglio confidare un’altra cosa: ho per secondo nome Barbara, come il mio personaggio. Nessuno lo sapeva”.
Nel suo “La Virgilia”, Vigolo immagina “che accanto alle strade dove avevo passeggiato fin dall’infanzia, potessero esisterne altre così diverse e maravigliose”
Su un piano generale, alcune coincidenze riflettono i grandi mutamenti della società italiana: Voci notturne sovrappose alla trama esoterica uno dei tanti processi per corruzione che avevano appena sancito la fine della Prima Repubblica. Il Segno del comando, nota Fabio Camilletti nel saggio Italia lunare, apriva invece il decennio più drammatico del dopoguerra, quello degli anni di piombo. Dopo i Sessanta, quando era fiorita la voga per l’occulto, lo sceneggiato “segna il momento in cui l’‘Italia dei misteri’ delle ‘Guide’ Sugar e dei vagabondaggi di Buzzati e Fellini lascia il posto a ‘misteri d’Italia’ di natura ben diversa, sullo sfondo della Guerra Fredda e di quella che si sarebbe chiamata ‘strategia della tensione’”.
Non c’è mese migliore di agosto per interrogare la “psicogeografia” di Roma, quando il suo doppiofondo si presenta più tangibile alla serendipity. Volendo visitare gli oratori di San Gregorio al Celio (Sant’Onorio al Monte nel Segno del comando), dove il professor Forster cercò le partiture dell’immaginario Baldassarre Vitali, ci siamo ritrovati su una “isola” che Lodoli definisce “una piccola baia”, accanto alla maestosa abbazia in cui furono officiate le esequie di Vittorio Gassman. Bussando, scopriamo che ospita le Suore di Madre Teresa di Calcutta. Mostrano la stanzetta della santa e la cappella in cui pregava. Tutto è come quando c’era.
Roma è una macchina delle sorprese.