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L’ultima estate di Pollock
Settant’anni fa moriva un genio infelice, convinto che la sua rivoluzione fosse finita. Un addio violento come la sua vita

Nel maggio scorso da Christie’s “Number 7A”, 1948, è stato venduto a 181 milioni di dollari, record d’asta per Pollock (foto Getty)
E’il tardo mattino dell’11 agosto 1956, un sabato. Siamo a Springs, negli Hamptons, la punta più estrema di Long Island, luogo di vacanze per newyorchesi benestanti ed enclave di artisti a due ore e mezzo d’auto dai grattacieli di Manhattan. Jackson Pollock è seduto su un grande masso di granito nel prato di casa: maglietta da marinaio, barba incolta, pantaloni trasandati, la schiena curva, un sorriso forzato stampato sul volto gonfio da alcolizzato. Seduta sulle sue gambe c’è l’amante Ruth Kligman, in costume da bagno. Lei è avvinghiata al suo braccio sinistro, in un gesto di possesso, con la gamba destra allungata sul grembo di Jackson. Lui le afferra con entrambe le mani la coscia nuda. Lui ha 44 anni, lei 26, si conoscono e si amano da quattro mesi. Con loro c’è Edith Metzger, un’amica di Ruth, che scatta la foto.
E’ l’ultima immagine esistente di Pollock. Poche ore dopo i tre saranno ritrovati accanto ai rottami della Oldsmobile 88 decappottabile del pittore, rovesciata in un fossato lungo la Springs Fireplace Road, non lontano dalla casa. Jackson e Edith sono morti, Ruth è ferita gravemente, ma sopravviverà per raccontare la storia e avrà una lunga vita segnata dal fantasma di Pollock. E’ l’epilogo di un’estate di follia, alcol, sesso e solitudine. L’ultima estate di Jackson Pollock, settanta anni fa. Moriva uno dei più grandi geni del Novecento, che non sapeva più cosa fare della propria arte. E nasceva il mito, oggi indistruttibile e in continua ascesa.
L’incidente fu l’epilogo di un’estate di follia, alcol e solitudine. Ruth Kligman sopravvisse, ed ebbe una lunga vita segnata dal fantasma di Pollock
Un addio violento come la sua vita, sul quale resta da sempre l’ombra di un gesto deliberato, un suicidio spettacolare, quasi un gesto cinematografico ispirato a James Dean, che era morto meno di un anno prima in un incidente stradale. Un fine corsa che arriva non a caso nel momento in cui al suo fianco, da alcune settimane, non c’è la moglie artista e angelo custode Lee Krasner, volata in Europa per cercare di curare le ferite dei continui tradimenti di Jackson. La figura decisiva della sua vita e anche della sua arte, come cercherà di dimostrare dal 4 ottobre prossimo la mostra “Krasner and Pollock: Past Continuous” al Metropolitan Museum di New York. La prima grande esposizione da venti anni che Manhattan dedicherà al più celebre degli espressionisti astratti che conquistarono la città negli anni Cinquanta e a sua moglie. Ed è significativo che il cognome di Lee compaia stavolta prima di quello di Jackson, a conferma del cresciuto apprezzamento della critica per le opere di lei, oltre che del riconoscimento dell’importanza che ha avuto nella carriera artistica di lui.
Senza Lee, Jackson era perduto e lo dimostra quell’ultima, tragica estate di settanta anni fa, nella quale fece di tutto con perfidia per allontanarla, salvo pagarne le conseguenze con la totale perdita di controllo di sé. Ma l’epilogo non fu che l’apice di un anno, il 1956, che era cominciato subito male per Pollock. Time Magazine a gennaio lo aveva ribattezzato “Jack the Dripper” (Jack lo sgocciolato), con un gioco di parole che gli rimase addosso come un’etichetta e che scherzava sul soprannome del celebre serial killer “Jack the Ripper” (Jack lo squartatore). Per l’allora potentissimo giornale americano, l’ultima opera presentata da Pollock alla fine del 1955, Scent, era la dimostrazione che l’artista non aveva più niente da dire se non ripetere sé stesso. “Frutto più della pennellata che della celebre tecnica del ‘dripping’ – scriveva Time – l’opera mira tuttavia a non richiamare alla mente dell’osservatore nient’altro se non i precedenti lavori dell’artista, riuscendo perfettamente in questo modesto intento. In sostanza, ciò che comunica è semplicemente che Jack the Dripper, a quarantaquattro anni, continua a stare in piedi basandosi solo sui lavori precedenti”.
Nel gennaio ’56 il Time lo aveva ribattezzato “Jack the Dripper” (“lo sgocciolato”). Con quel pezzo si chiuse un periodo d’oro
Se Pollock era già in crisi prima di quell’articolo, dopo non riuscì proprio a sollevare il pennello. Non dipinse più fino alla morte. Il celebre studio nel capanno di fronte alla casa di Springs si riempì di polvere e ragnatele. Il picco della creatività era ormai lontano nel tempo. L’articolo di Time chiudeva un periodo d’oro che si era aperto con i capolavori degli anni del dripping dal 1947 in poi. Un momento consacrato da un altro articolo, quello di Life Magazine dell’agosto 1949, che aveva reso Pollock celebre nel mondo con un servizio fotografico straordinario e un titolo con il punto interrogativo: “E’ questo il più grande pittore vivente degli Stati Uniti?”. Ma già nell’autunno 1950, quando Hans Namuth filma Pollock al lavoro nella casa di Springs e stupisce il mondo con le riprese della sua tecnica, per l’artista si era aperta una crisi. Nel 1951-52 c’era stata la svolta al nero su tele grezze, poi il ritorno al colore con Blue Poles e Convergence, quindi l’ultima grande serie nel 1953: The Deep, Ocean Greyness, Portrait and a Dream. Dal 1954 la grande vena creativa sembra esaurirsi, realizza White Light, poi Scent e Search. Poi il vuoto. Come racconterà Lee, Jackson era in un vicolo cieco, la sua rivoluzione era arrivata fino a dove poteva spingersi e lui non sapeva come proseguire.
A rendere tutto più pesante c’era la consapevolezza che, mentre lui era paralizzato, la Scuola di New York, di cui era uno dei più grandi esponenti, in quel 1956 era al culmine: con de Kooning, Rothko, Kline, Newman, Still, Motherwell, l’America dell’espressionismo astratto aveva rubato per la prima volta la scena a Parigi. I grandi critici che avevano “inventato” il movimento, Clement Greenberg e Harold Rosenberg, erano a loro volta all’apice, ma non risparmiavano critiche a Pollock. Ed erano già in vista i giovani che sgomitavano per affermarsi, la Pop art in arrivo, i Rauschenberg, Johns, Warhol e Lichtenstein pronti a chiedere spazio nelle gallerie del Village e in quella di Leo Castelli nell’Upper East. Mentre a Springs, lontano da Manhattan, nel silenzio degli Hamptons, Jackson Pollock non sembrava trovare più ispirazione nel paesaggio bucolico, nell’oceano, nella solitudine.
L’alcol era sempre stata la sua grande tentazione e il suo rifugio, ma nel 1956 era diventato un nemico non più controllabile. Ogni lunedì andava a New York dall’analista che cercava di fargli affrontare i suoi demoni, ma appena finita la seduta correva alla Cedar Tavern nel Village, il suo regno e la sua rovina. Il locale dove la gente arrivava fin dal New Jersey solo per vederlo andar fuori di testa. Fielding Dawson, un allievo di Franz Kline, raccontò una scena emblematica che risale al giugno 1956, all’inizio di quell’ultima estate. I proprietari del Cedar avevano vietato a Jackson di entrare nel locale, dopo che l’ultima volta aveva strappato dai cardini la porta del bagno degli uomini. “Ero seduto al bancone a bere una birra - scrisse Dawson - quando sentii John, il barista, mormorare: ‘Oh, no’. Attraverso la piccola finestrella quadrata della porta d’ingresso rossa vidi una parte del viso di Jackson; un occhio, vivido e inquieto, stava spiando all’interno. John percorse la pedana di legno fino all’estremità del bancone vicino alla porta, si fermò, si mise il pugno sinistro sul fianco e puntò l’indice destro verso la finestrella. Scosse la testa. L’occhio sembrava ferito. John teneva le labbra serrate. Io ridevo. L’occhio sparì. John borbottò tra i denti: ‘Tornerà’. Restammo a guardare la finestrella quadrata. L’occhio di Jackson tornò a sbirciare dentro. ‘No!’, urlò John. ‘Sei bandito, Jackson!’ L’occhio appariva triste e perplesso”. Alla fine John fece entrare Pollock (“Che ci vuoi fare? Non so dire di no a quel figlio di puttana”, sospirò). L’artista entrò, chiese uno Scotch, poi si mise a sedere al tavolo di una coppia di sconosciuti, un uomo con la fidanzata venuti apposta per vederlo, come fosse un’attrazione del circo. E pochi secondi dopo rovesciò per terra la loro cena.
Era diventato un fenomeno da baraccone, in quello stesso locale dove due mesi prima aveva incontrato una giovane artista, Ruth Kligman, venuta anche in questo caso alla Cedar solo per conoscere quel pittore mezzo matto di cui tutti parlavano. Ne era nata una storia d’amore, l’ultimo tra i tanti tradimenti a Lee. E con Ruth aveva trascorso tra New York e Springs quell’estate finale e drammatica di cui ci restano i racconti (di parte) di chi l’aveva in qualche modo subita: Lee, Ruth, Greenberg, il vicino di casa Conrad “Corrado” Marca-Relli, un pittore italoamericano che ne raccoglieva le confidenze e le sfuriate.
C’è anche il racconto dello scrittore Selden Rodman, che andò a intervistarlo a giugno per il suo libro Conversations with Artists. Jackson lo portò a visitare il suo studio, ma non trovava più neppure le chiavi, tanto era il tempo passato dall’ultima volta che c’era entrato. Sfondò la finestra con un gomito, entrò come un ladro e Rodman si trovò in mezzo a opere d’arte abbandonate, ma meravigliose, che non guardava più nessuno. In mezzo allo studio pieno di polvere, Pollock scoppiò in lacrime, urlando: “Credi che avrei dipinto questa robaccia se sapessi disegnare una mano?”. Poi si lanciò in una critica a tutti i suoi colleghi, dicendo che non si riconosceva più neppure nell’etichetta di espressionista astratto.
Selden Rodman visitò il suo studio per intervistarlo. Lui scoppiò in lacrime: “Credi che avrei dipinto questa robaccia se sapessi disegnare una mano?”
Con Lee era diventato crudele. Il 5 luglio Jackson aveva passato la notte con Ruth nello studio nel fienile, mentre la moglie dormiva in casa. L’amante raccontò in seguito che si erano rifugiati lì dopo aver avuto un incidente d’auto, perché Jackson aveva perso il controllo alla guida: una premonizione. La mattina dopo Lee li sorprese: “Porta via quella donna dalla mia proprietà, prima che chiami la polizia!”, urlò, mentre i due amanti fuggirono – raccontò crudelmente Ruth – “ridendo come due bambini sgridati dalla mamma cattiva”.
Per Lee fu l’ultima goccia. Fece le valigie e partì per l’Europa, cercando di trovare un balsamo al suo dolore nell’arte, nei musei e nella Biennale di Venezia. Ruth si trasferì nella casa di Springs, lasciando Pollock solo di tanto in tanto per tornare a lavorare a New York. Con la moglie lontana, Jackson prese a trascorrere intere giornate a bere. La sera ogni tanto portava Ruth nelle stesse case degli amici dove di solito lo accoglievano con Lee. In una di queste cene, a casa di Clement Greenberg, il grande critico che lo aveva scoperto e reso celebre non si limitò ad attaccarlo, come faceva sempre, per aver rinunciato a evolvere la sua arte: lo mise con le spalle al muro perché scegliesse tra Ruth e Lee. Pollock incassò in silenzio, poi si alzò, prese per un braccio l’amante e se ne andò senza dire una parola, un atteggiamento per lui inusuale.
La mattina dell’11 agosto Ruth arrivò in treno da Manhattan con un’amica tedesca, Edith. Quando Pollock arrivò a prenderle in auto alla stazione era già ubriaco. Passarono una giornata in cui lui sembrava assente. Continuando a bere, incessantemente. La sera ordinò alle due ragazze di vestirsi per portarle a una festa, ma in auto – racconterà poi Ruth – era come inebetito. Ogni tanto si fermava e guardava nel vuoto. Impaurita, Edith cercò di farsi lasciare al Cottage Inn, un locale frequentato da neri. Ma Pollock, dopo qualche battuta razzista, costrinse le ragazze a risalire in auto e partì a velocità folle. Edith urlava, Ruth cercava di convincere Jackson a rallentare. Ma aveva gli occhi persi. Continuò ad accelerare fino a quando la Oldsmobile non volò fuori strada, tra due piccoli olmi.
La moglie Lee, anche lei artista, fu il suo angelo custode. La mostra “Krasner and Pollock” al Metropolitan di New York dedicata alla coppia
Il giorno dopo, era già cominciato il mito. Lee, distrutta, si rimise in viaggio verso l’America da Parigi dove si trovava in quel momento. I giornali fecero grandi necrologi. Le sue opere iniziarono subito a salire di prezzo: non si sarebbero più fermate. Nel maggio scorso da Christie’s Number 7A, 1948, per anni custodito nella collezione privata del magnate dei media S.I. Newhouse, è stato venduto a 181 milioni di dollari, record d’asta per Pollock. In una vendita privata del 2015 un altro quadro del 1948, Number 17A, era passato dalle mani di David Geffen a quelle del magnate degli hedge fund Ken Griffin per circa 200 milioni di dollari, allora record mondiale per qualsiasi dipinto. Sempre Geffen nel 2006 ha venduto a un acquirente sconosciuto No. 5, 1948 per 140 milioni. Tutti i più grandi musei del mondo si contendono le opere di Pollock e spesso non possono permettersele: Number 17A, 1948 è stato brevemente esposto in prestito all’Art Institute di Chicago, prima di tornare nella collezione di Griffin.
Toccò a Ruth, da sopravvissuta, raccontare l’ultima estate di Pollock. Lei continuò a essere una presenza fissa al Village: divenne la compagna di de Kooning, poi l’amante di altri artisti, infine aprì una galleria dove esponeva Andy Warhol, con cui nacque un lungo sodalizio. Alla Cedar Tavern, la sera dopo lo schianto di Springs, gli amici si riunirono per bere alla memoria di Pollock. Franz Kline, accasciato su uno sgabello, ne pronunciò l’epitaffio: “Ha dipinto tutto il cielo, ha riordinato le stelle... Ma il motivo per cui mi mancherà è che non entrerà mai più da quella porta”.