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Non solo Vannacci. Generali d’Italia. Belle storie, imprese, eroi e velleità
Scendendo in campo, il generalissimo ha rotto un tabù che risale all’Unità d’Italia. Ma c’è un’intera classe dirigente militare ben più preparata di quella politica. Da Miceli a De Lorenzo, tutte le contraddizioni dell’Italia si riflettono nei generali che indossarono le “barbe finte”, avrebbe detto Cossiga. Ritratti e dilemmi
8 AGO 26

Nel 1967 il generale De Lorenzo viene destituito per le “deviazioni” negli anni del Sifar, quando – aveva complottato per un colpo di stato (foto Getty)
C’è sempre una prima volta e quella di Roberto Vannacci è proprio una primizia. Si è messo proprio lui al contrario, non il mondo che con tanta veemenza ha voluto crocifiggere. Non era mai successo nell’Italia unita che un alto ufficiale in servizio permanente effettivo si candidasse a leader di un nuovo movimento pronto a diventare partito. Il libro lanciato su Amazon non è il grande sfogo di un generale frustrato, ma un vero manifesto per una discesa in campo (politico, non militare). Passando in rassegna la storia dal 1860 in poi, il confine tra vertici delle forze armate e governo dello stato si è dimostrato poroso - e ci sono esempi clamorosi. Tuttavia, il salto nella politica avveniva una volta lasciata l’uniforme o con un incarico da parte delle istituzioni democratiche; in tempi più recenti come figure indipendenti, alla stregua di manager o economisti, i “professori” tanto odiati dai populisti, ma tanto utili e spesso efficaci. Silvio Berlusconi, con una delle sue trovate estemporanee, nel 2017 aveva indicato quale capo di un futuro governo il Generale dei carabinieri Leonardo Gallitelli il quale, in ogni caso, aveva già lasciato il comando della Benemerita per occuparsi di antidoping. Il generale Domenico Corcione e l’ammiraglio Giampaolo Di Paola sono stati ministri della difesa come tecnici in governi tecnici, il primo con Lamberto Dini, l’altro con Mario Monti presidente del Consiglio. Questa volta no, questa volta è proprio la tradizione costituzionale a essere capovolta. Non è di arte della guerra che Vannacci si sta occupando, ma di arte della propaganda, è diventato il personaggio di uno show che può trasformarsi in terremoto politico. Con lui i generali potrebbero uscire dalle truppe per creare loro truppe. Per fortuna è ancora soltanto un’eccezione, anche se suona come un campanello d’allarme. Allora, diamo un’occhiata a chi veglia sulla nostra sicurezza esterna e su quella interna.
Vannacci non si occupa di arte della guerra ma di arte della propaganda. Con lui i generali potrebbero uscire dalle truppe per creare le loro
La nuova arte della guerra
Sun Tzu o Clausewitz? Rommel o Georgij Zukov, Colin Powell o Mychajlo Fedorov? Strategia e tattica, uomini e mezzi, dottrina e prassi, tutto cambia di continuo, la nostra sicurezza non è mai garantita del tutto. Sulla difesa, sul riarmo dell’Italia o, meglio, sul suo adeguamento al nuovo scenario internazionale ed europeo, si discute a non finire, ma lo schema è sempre quello: burro o cannoni. Lasciamo da parte questo approccio economicistico (pur importante) e chiediamoci se le forze armate sono pronte. Così facendo si aprono subito due porte: la prima ci introduce al che fare, la seconda a chi lo fa e come.
Potremmo dividere il secondo dopoguerra in quattro fasi - più una quinta, che però sta solo prendendo forma. La prima, quella della ricostruzione, è ancora eredità del sanguinoso passato, tra la sconfitta contro gli alleati angloamericani e la Resistenza interna. Da lì provengono gli alti ufficiali che saranno protagonisti fino agli anni Sessanta. La seconda fase è segnata dai “cavalieri oscuri”, quelli che controllano servizi segreti esteri e interni sempre più potenti con l’acuirsi della guerra fredda: il generale De Lorenzo per tutti. La terza è dominata dalla sicurezza interna, dalla lotta al terrorismo e alla mafia, e qui l’eroe è senza dubbio Dalla Chiesa. La quarta fase è cominciata negli anni Ottanta, sotto la presidenza Pertini con la prima missione estera importante delle forze armate italiane, in Libano. Da allora tutta la classe dirigente militare si internazionalizza sempre più, e si fonde mano a mano con la Nato, sia nella dottrina sia nella prassi. I comandanti elaborano strategia, tattica, organizzazione, insieme ai colleghi dell’Alleanza atlantica, sotto una dominante influenza americana. Le forze armate si professionalizzano e finisce anche la leva obbligatoria. Adesso è il momento di un doppio salto, tecnologico e strategico.
L’impiego nei fronti caldi, anzi roventi, si dilata, dalla Bosnia all’Afghanistan, dall’Africa centrale all’Oceano Indiano, nell’Europa nord-orientale, anche in Arabia Saudita con 400 uomini, così le missioni e le operazioni internazionali salgono a 40 e costano finora un miliardo e mezzo di euro l’anno. I generali non studiano più l’arte della guerra solo sui libri, ne diventano protagonisti, sotto forma di mantenimento della pace o anche di “imposizione” della pace. La quinta fase è quella del nuovo squilibrio mondiale che s’accompagna alla rivoluzione digitale, una fase che si sta forgiando con il sangue dell’Ucraina o le stragi del medio oriente. Le forze armate italiane non sono ancora pronte, hanno bisogno di un profondo adattamento al nuovo scenario e seguire il modello americano non aiuta, al contrario.
Il modo di combattere degli Stati Uniti è ancora quello di un tempo: impiegare il massimo di forza disponibile per attaccare il centro di gravità dello schieramento e annientarlo. Il generale Colin Powell lo ha applicato nella prima guerra del Golfo, con la liberazione del Kuwait invaso da Saddam Hussein. Molto più complicato è stato il suo utilizzo nell’invasione dell’Iraq, soprattutto quando si è scatenata la guerriglia urbana. Contro l’Iran il Pentagono ha seguito di nuovo la stessa dottrina e non è andata bene. Perché? Lo spiega sull’ultimo numero di Foreign Affairs Paul Scharre, vice direttore esecutivo al Center for New American Security: “Gli Stati Uniti hanno ancora l’esercito più potente del mondo, ma non è preparato alla nuova èra bellica, un’èra dei droni che hanno trasformato sia la dinamica del combattimento sia quella economica” scrive Scharre. E’ già chiaro che l’esercito americano deve produrre i propri droni a basso costo e i propri intercettori, adattandoli agli imperativi dell’intelligenza artificiale”. Il complesso militar-industriale americano è stato preso alla sprovvista e fatica ad adattarsi, ancor più quello europeo e quello italiano, in gran parte formatisi sotto l’egida americana e adottando la sua dottrina. Ma prima di addentrarci nei mezzi, diamo uno sguardo a chi li guida.
I guardiani della sicurezza
Il Capo di stato maggiore è la carica introdotta nel 1985 da Giovanni Spadolini allora ministro della Difesa per razionalizzare gli alti comandi, mediare, fare la sintesi ed evitare il più possibile le tradizionali rivalità tra le armi. E’ prassi che al vertice ci sia una rotazione. Dal 2024 il compito tocca al generale Luciano Antonio Portolano. Siciliano di Agrigento, 66 anni, bersagliere, ha ricoperto ruoli diversi dal comando operativo ad addetto militare all’ambasciata italiana a Londra. Comandante della missione Unifil in Libano dal 2014 al 2016, nell’agosto 2021 ha diretto l’operazione Aquila Omnia, che ha consentito di trasferire in Italia oltre cinquemila persone, soprattutto afgane. L’Esercito è guidato dal generale di corpo d’armata Carmine Masiello, nato nel 1963 in provincia di Caserta, artigliere, liceo in Belgio (il padre era assegnato al comando Nato), tre lauree (a Bologna, Torino e Trieste) oltre all’accademia di Modena. Paracadutista della Folgore, battesimo del fuoco in Bosnia, poi il Libano, la Somalia, l’Afghanistan e qui ha messo sotto tiro l’operato dell’Aise (servizi segreti esteri) rivolgendosi all’allora capo di stato maggiore della difesa Biagio Abrate. Insomma, Masiello è uno tosto. A Gianni Alemanno che ha definito la Folgore “quintessenza della destra italiana” ha replicato: “Noi siamo la quintessenza della patria”. La Marina è comandata dall’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, accademia a Livorno, imbarchi e missioni le più varie, ha anche insegnato ad Annapolis, l’accademia della US Navy. Al vertice dell’Aeronautica da un anno c’è Antonio Conserva, generale di squadra aerea, tarantino, 63 anni, si fa le ossa sugli F-104 Starfighter, tre anni negli Stati Uniti, rientra in Italia, prima al 61° e poi al 36° stormo. Cominciano poi gli incarichi “burocratici” e organizzativi, fino allo Stato Maggiore. Dal 2021 è capo di gabinetto prima del ministro Lorenzo Guerini poi di Guido Crosetto. Alla quarta forza, cioè l’arma dei Carabinieri, è arrivato nel 2024 il napoletano Salvatore Luongo, uno dei ragazzi della Nunziatella. Ha comandato i reparti territoriali più importanti come Roma e Milano, dal 2006 al 2011 è stato al Quirinale con Giorgio Napolitano, ha una lunga esperienza anche come capo legislativo del ministero della Difesa.
Quanto sono diversi dal passato i generalissimi odierni? L’immediato dopoguerra aveva solo due bacini dai quali estrarre i propri quadri militari: le regie forze armate e la Resistenza antifascista e contro l’occupazione tedesca. Figure spesso opposte, ma che negli anni più duri della guerra fredda mostrarono una notevole convergenza. Dopo la parentesi del generale Raffaele Cadorna, a guidare l’esercito viene chiamato, nel 1947, Efisio Marras, imprigionato dai tedeschi e consegnato nel 1944 al regime di Salò che lo rinchiuse nel carcere di Verona e a Gazi Ligure da dove riuscì a scappare in Svizzera. Fu imprigionato dai nazisti anche Alberto Briganti, pioniere dell’aviazione al quale venne affidata la ricostruzione dell’Aeronautica. La Marina dal 1947 è stata sotto il comando di Francesco Maugeri, che da Roma organizzava l’attività clandestina dopo l’8 settembre.
Personaggio singolare di quell’epoca tragica resta il baffuto ammiraglio Gino Birindelli, eroe di guerra (per essere riuscito a penetrare a Gibilterra), prigioniero degli inglesi liberato nel 1943, fedele al re, con la Repubblica diventa contrammiraglio, ricopre incarichi importanti anche alla Nato. Nel 1972, completato il servizio, è presidente del Movimento sociale e deputato. Monarchico convinto, con il suo “caratterino” non si adegua nemmeno qui, arriva ai ferri corti con Giorgio Almirante e finisce anche nelle liste della P2. Giovanni De Lorenzo fa la campagna di Russia come artigliere, dopo l’8 settembre 1943 diventa partigiano prima sulle Alpi e poi a Roma. Stringe rapporti con il Comitato di liberazione nazionale, viene apprezzato anche dalla sinistra, decorato, promosso, nel 1952 gli viene affidato il Sifar, il servizio informazioni, e qui diventa potentissimo. Sostenuto dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi e dal suo protetto Enrico Mattei, il gran capo dell’Eni, comincia un’opera di sistematica schedatura in pieno stile Fbi di Edgar J. Hoover. Circa duemila fascicoli verranno fatti distruggere da Giulio Andreotti nel 1974. De Lorenzo gioca da burattinaio anche nelle fiere battaglie per il Quirinale tra i maggiorenti democristiani. Organizza il piano Solo, ma nel 1962 diventa comandante dei Carabinieri grazie al voto decisivo del Pci. Quattro anni dopo è nominato capo di stato maggiore dell’esercito, con il sostegno delle sinistre, a cominciare da Nenni e Saragat. Nel 1967 viene destituito per le “deviazioni” negli anni del Sifar quando – venne fuori poi sull’Espresso diretto da Eugenio Scalfari – aveva complottato per un colpo di stato militar-politico. Tutte le contraddizioni dell’Italia, quella regia e quella repubblicana, sembrano concentrarsi nelle figure dei “cavalieri oscuri” o nei generali che indossarono le “barbe finte” come diceva Francesco Cossiga, che di spioni se ne intendeva. Tra questi spicca Vito Miceli, diventato anch’egli deputato del Msi una volta appesa al chiodo la mimetica.
L’ammiraglio Gino Birindelli fu eroe di guerra e ricoprì incarichi nella Nato. Missino, arrivò ai ferri corti con Almirante e finì anche nelle liste della P2
Ha raggiunto la vetta del mito Carlo Alberto Dalla Chiesa, protagonista della lotta al terrorismo e alla mafia che lo uccide a Palermo nel 1982, insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Carabiniere figlio di un carabiniere, prende parte anche lui alla resistenza e dal 1947 si dedica a combattere banditismo e malavita organizzata, prima in Campania e poi in Sicilia, fino al 1973 quando viene spostato a Torino, promosso generale di brigata e incaricato di sconfiggere le Brigate Rosse. Crea un nucleo antiterrorismo, nel 1978 ottiene poteri speciali - non senza conflitti esterni e interni. Nel 1982 viene nominato prefetto di Palermo, si insedia il 30 aprile e in quello stesso giorno viene ucciso Pio La Torre, segretario del Pci siciliano, il deputato che aveva presentato la legge per il reato di associazione mafiosa. Decisionista, imperioso, Dalla Chiesa ottiene margini d’azione prima impossibili, con successi e sconfitte come con il delitto Moro. Il suo assassinio per mano di Totò Riina e Beppe Provenzano apre l’ascesa di Cosa Nostra.
E’ stata la Nato a fissare le norme per la sicurezza esterna, ma da quando il nemico numero uno - l’Unione sovietica - è imploso, i nemici hanno cominciato a moltiplicarsi. Guerre tradizionali nei boschi della Bosnia e oggi sulle pianure dell’Ucraina, ma anche conflitti asimmetrici, terrorismo diffuso. La dottrina e la prassi della difesa dovevano cambiare. E sono emersi i generali-intellettuali che hanno introdotto visioni nuove o rinnovate. Un esempio per tutti è Carlo Jean, generale, già consigliere di Cossiga, che ha fatto rinascere in Italia la geopolitica, dottrina nordica (nata in Svezia, praticata in Germania come Lebensraum, spazio vitale) eclissata dallo scontro politico-ideologico tra l’impero americano e quello sovietico. I generali hanno avuto ruoli importanti come consiglieri del presidente della Repubblica, che presiede il Consiglio supremo della difesa e detiene il comando delle Forze armate.
Sono ormai molte le leve di ufficiali fortemente integrati e formati dalla Nato con esperienza anche negli Stati Uniti e pericolose missioni in diversi scacchieri. Va ricordato Franco Angioni, morto un anno fa. Era colonnello quando nel 1982, subito dopo il massacro dei palestinesi a Sabra e Shatila per mano delle Falangi libanesi, sotto gli occhi distratti dell’esercito israeliano, gli fu affidata la guida della Forza multinazionale in Libano. Fu un vero battesimo del fuoco, anche se il loro compito era di “interposizione”, un cuscinetto tra i combattenti. Nominato nel 1989 consigliere da Ciriaco De Mita, allora presidente del Consiglio, dopo il congedo è stato eletto deputato nel 2001 con i Democratici di sinistra. I tempi di Birindelli erano finiti.
Come si diventa generali
Il cursus honorum comincia già appena usciti dalla scuola dell’obbligo. Tra i 15 e 17 anni, dopo aver frequentato un biennio in una scuola civile, è possibile partecipare a un concorso pubblico per entrare in una istituzione militare come la Nunziatella a Napoli o la scuola navale Francesco Morosini a Venezia. Al termine, chi sceglie di continuare deve superare un altro concorso per entrare all’accademia. Ce ne sono tre, ma solo quella di Modena prepara alla carriera che potrà portare fino alle mostrine con le quattro stelle. Si studiano diverse discipline come un normale percorso universitario, in più viene impartita la preparazione militare. Dopo due anni, gli allievi e le allieve acquisiscono il grado di sottotenente e alternano lo studio teorico a periodi di attività pratica presso i reparti operativi. Il passaggio al grado di tenente è possibile al conseguimento del diploma di laurea, mentre la nomina a capitano o capitana avviene solo dai sette ai nove anni dopo la laurea; a questi seguono cinque anni nel ruolo per chi desidera fare domanda per diventare maggiore e, in seguito, tenente colonnello. La maggior parte dei generali vanta decenni di esperienza militare.
La conoscenza di più lingue è fondamentale, a cominciare quanto meno dall’inglese. Un prontuario per chi vuol imboccare il lungo e difficile percorso mette insieme gli attributi fondamentali che bisogna possedere o acquisire: studio, dedizione, valore, esperienza, forte capacità di comunicazione, ascolto attivo, dedizione, cultura, perspicacia, capacità di risolvere problemi complessi, forte senso dell’organizzazione e della disciplina, ma anche adattabilità. Con tutto questo si può raggiungere un buon livello di leadership, ma affinché diventi ottimo occorre quel quid che non tutti posseggono. Un giovane, leggendo tutte quelle indicazioni, non può che spaventarsi, ma il segreto, in fondo, è la capacità di salire un gradino dopo l’altro.
Anche Vannacci li ha scalati da Modena in poi, fino a raggiungere il grado intermedio di generale di divisione (due stelle, più che generale di brigata e meno che generale di corpo d’armata) e solo nel 2023 al ritorno da Mosca. Ha svolto missioni sul campo, in Afghanistan ad esempio, e in ambasciate, ha comandato i parà del Col Moschin e della Folgore, ha diretto l’ufficio relazioni internazionali allo Stato maggiore della Difesa. Proprio questa sua esposizione gli ha fruttato una rete di relazioni che ora vuol mettere a frutto per la Internazionale della nuova destra.
Da questa breve rassegna si capisce che la classe dirigente militare, in particolare quella forgiata a partire dagli anni Novanta, ha una preparazione a vasto raggio superiore a quella media di una classe politica fondamentalmente domestica. C’è un gap di competenza, di esperienza e di visione rispetto alla stragrande maggioranza dei parlamentari e dei ministri; una differenza che va usata con lealtà rispetto della Costituzione e alle istituzioni.
Vannacci ha diretto l’ufficio relazioni internazionali allo Stato maggiore della Difesa. Ora vuole far fruttare la sua rete per l’Internazionale della destra
Le forze in campo
Non lo si dice per prudenza o per pudicizia, ma l’Italia è una delle potenze militari più forti al mondo, al decimo posto nella classifica globale del Global Firepower Index e al secondo posto all’interno dell’Unione Europea (subito dopo la Francia). Ci sono 165 mila soldati in servizio a tutti i livelli, su un personale totale di 288.800 unità, compresi riservisti e forze di sicurezza. Il budget della difesa ammonta a circa 37,3 miliardi di dollari. L’Aeronautica possiede quasi mille velivoli, inclusi caccia bombardieri avanzati di quinta generazione (come gli F-35). La Marina militare ha una flotta moderna che comprende portaerei (Cavour e Trieste) e sommergibili avanzati. L’ Esercito è dotato di mezzi corazzati, artiglieria e fanteria altamente specializzata per missioni internazionali. Finita la Guerra fredda, durante la carica di ministro della Difesa, il generale Domenico Corcione ha avviato una trasformazione, ma senza cambiare modello di esercito. Dopo l’ attentato di Nassiriya del 2003, sotto l’egida della missione “Antica Babilonia”, varie indagini hanno messo in luce i limiti del sistema di reclutamento basato sulla leva obbligatoria. Le forze armate sono state colte alla sprovvista dalla crescita di altri piccoli fuochi, come Iraq e Bosnia. Nel 2005, sotto il ministro Antonio Martino venne sospesa la naja (che può essere ripristinata in caso di necessità, basta un decreto). Fu adottato, così, un esercito professionale con un addestramento ritagliato sullo schema Nato e Onu (peace keeping e peace enforcing).
Questi i punti di forza, le debolezze cominciano dalle risorse finanziarie insufficienti a rendere la difesa italiana adatta alle nuove minacce e allo scenario geopolitico aperto in Europa soprattutto dall’invasione dell’Ucraina e nel mondo delle nuove “tempeste perfette” che spazzano il medio oriente dal Mediterraneo al Golfo Persico. L’esercito italiano dal Libano in poi ha dimostrato la sua capacità di gestire le missioni di pace, ma non è stato impiegato in operazioni di combattimento aperto. La marina è efficace nel pattugliamento dei mari e nel contrasto alla pirateria al largo del Corno d’Africa. L’aeronautica ha avuto il suo battesimo del fuoco nella prima guerra del Golfo nel 1991 e poi nella campagna del Kosovo otto anni dopo. Ma in ogni caso si è aperto un dilemma da risolvere. L’impiego nelle missioni internazionali assorbe la maggior parte delle risorse e lascia scoperte le spalle per così dire. E questo chiama in causa soprattutto l’esercito di terra.
La Marina è tra le migliori e l’Aeronautica non sfigura, anche se c’è bisogno del salto verso i superjet per rimpiazzare i 115 F-35 americani. La guerra sottomarina è un punto focale. Noi abbiamo mezzi sommergibili, ma una debolezza nei sottomarini colmata dall’accordo con la Germania per gli U-212 che non sono a propulsione nucleare, ma possono restare immersi dai 15 ai 20 giorni senza bisogno di risalire per prendere aria. Davvero vitale è il controllo del mondo subacqueo, un reticolo di cavi, tubi, oleodotti, dove passano sia le risorse energetiche sia i dati è fondamentale.
I nuovi mezzi tecnologici non sostituiscono quelli del passato, si aggiungono e li trasformano.E’ nell’apparato meccanizzato che l’Italia si rivela in svantaggio rispetto ad altre potenze, con soli 200 carri da battaglia di produzione italiana, gli Ariete C1, progettati nel 1984 ed entrati in servizio effettivo nel 1995. Il ministro della Difesa ha lanciato un piano per acquistare i carri tedeschi Panther, costruiti in Italia da una joint venture tra Leonardo e la franco-tedesca Knds. L’accordo con il gruppo tedesco Rheinmetall fornirà i Lynx, cingolati per la fanteria. Entro il 2040 dovrebbero esserci 271 pantere e oltre mille linci. Se parliamo di uomini e non di macchine, non c’è solo bisogno di compiere il salto tecnologico in base a quel che abbiamo imparato dall’Ucraina, ma occorre anche rafforzare chi fa la manovra, quella fascia intermedia che non ha di per sé una mentalità combattente. Il generale Masiello ne è consapevole e ci sta lavorando, dicono gli esperti, ma c’è bisogno di tempo e risorse per l’addestramento.
Il reclutamento è diventato più difficile per ragioni demografiche e culturali. In marina è arduo dire “m’imbarco” e stare via per mesi mentre la moglie accende la lampada sull’uscio. La leggenda di una fidanzata in ogni porto s’addice più al marinaio mercante che al combattente. Ricostruire e mantenere una riserva adeguata di uomini è uno dei problemi principali e anche questo richiede anni e mezzi, è un tasto che il ministro Guido Crosetto non smette di battere. Con due disegni di legge si prevede un aumento di 40 mila uomini entro il 2033 e la costituzione di una riserva suddivisa in “operativa di mobilitazione” composta da personale richiamabile in servizio fino a 5 anni dopo il congedo e una riserva volontaria specialistica.
Il reclutamento è diventato più difficile per ragioni demografiche e culturali. Ricostruire una riserva adeguata di uomini richiede anni e mezzi
A destra c’è un baco
Torniamo a Vannacci. C’è sempre una prima volta, chissà se sarà l’ultima. Di tutto ha scritto e parlato, ma tra tanto sfoggio di parole e immagini, tra vestagliette e tuniche romane non sappiamo quale “dottrina” segua e cosa farebbe il generalissimo per difendere il suo paese dai nemici esterni. Qui incontriamo subito il più grande punto debole. A Mosca, nei tre anni da addetto militare presso l’ambasciata italiana, ha trovato la Grande Madre Russia e il Grande Padre Vlad. Un innamoramento tanto palese da suscitare sospetti che per un esponente delle Forze armate italiane portano molto, molto lontano. Quando Vannacci ha pubblicato il suo libro, nell’agosto del 2023, Crosetto ha parlato di “farneticazioni personali” e l’intero stato maggiore dell’esercito è caduto dalle nuvole. Nel febbraio 2024 il generale è stato sospeso per 11 mesi, poi Matteo Salvini l’ha fatto eleggere parlamentare europeo, prima di capire che s’era messo in casa un baco velenoso. Ora la “sporca dozzina” di Futuro Nazionale sta addentando la Lega, rosicchia Fratelli d’Italia e pilucca qua e là i chicchi sparsi della politica italiana.
Secondo una scuola di pensiero nemmeno lui sa bene dove andare; la scuola opposta si chiede se davvero sia un lampo nel cielo o annunci una ben più vasta bufera; una terza scuola pensa al complotto interno e molto più probabilmente internazionale guardando a Mosca. Colpisce che tra tutte le esternazioni in tv e attraverso la rete, non ci sia nulla su quello che un generale dovrebbe sapere e del quale si deve occupare. Le nuove minacce che arrivano da Est, dall’estremo oriente e da quello vicino a noi? Bisogna affidarsi a Zar Vlad e non mandare né soldi né armi a Zelensky. Pace giusta? No, l’unica pace è quella dei vincitori, il più comune dei luoghi comuni. Che cosa pensa il generale della “ditta” che gli ha dato una carriera e uno stipendio niente male (come generale di divisione, ultimo grado raggiunto, guadagnava circa 5 mila euro netti mensili)? Per il momento s’arrabatta tra Junio Valerio Borghese e Beppe Grillo, sognando magari Charles de Gaulle, o forse Augusto Pinochet. Tutta farina del suo sacco? Ah, saperlo, saperlo…