potere felino
L'iconico Larry e gli altri gatti padroni del mondo
Andy Burnham non porterà il suo cane a Downing Street per non infastidire il Chief Mouser to the Cabinet Office. Una breve storia politica dell'unico animale "che sia riuscito ad addomesticare l’uomo"
8 AGO 26

Larry all'ingresso di Downing Street 10
Chief Mouser to the Cabinet Office, “capo cacciatore di topi dell’ufficio di gabinetto”, già il gatto Larry era ormai considerato la figura istituzionale più stabile del Regno Unito, dal momento che da quando è arrivato lui a Downing Street, nel 2011, si sono succeduti ben sette primi ministri, e due sovrani. “Larry dà al pubblico una continuità indispensabile e apartitica”, ha detto al Guardian il professore dell’università di Cambridge Philip Howell. Adesso ha definitivamente dimostrato che nella sede del premier è lui che comanda, dal momento che il nuovo capo del governo Andy Burnham, per non contrariarlo, ha rinunciato a portarsi il cane che aveva nella sua casa di Manchester. C’era il precedente di Boris Johnson e Rishi Sunak, che avevano traslocato a Downing Street l’uno con un Jack Russell e l’altro con un Labrador retriever. Ma entrambi erano stati traumatizzati dal felino. “Un teppista” lo aveva definito in particolare Johnson, spiegando che il cane era stato aggredito quando aveva provato ad avvicinarsi al cibo di Larry, e che avendo lo stesso Larry “la costituzione di un lottatore di sumo e gli artigli di un velociraptor”, da allora in poi aveva cercato di evitare i punti della residenza “dove avrebbe potuto imbattersi in Catzilla”.
Il prestigio del Chief Mouser è ovviamente aiutato dalla stampa, dal momento che giornalisti e fotografi stazionanti per ore ad aspettare l’arrivo di un leader straniero, un discorso o le dichiarazioni del governo se utilizzano quel tempo morto a fotografare e filmare il felino non solo ingannano l’attesa, ma fanno anche record di visualizzazioni. E già la Cnn ha dimostrato che per “intervistare” Larry basta attirarlo al microfono con una crocchetta. Epiche, in particolari, le sue foto agghindato da un fiocco con la bandiera britannica nei giorni del matrimonio tra il principe William e Kate Middleton. Larry Bridges, come lo chiamano echeggiando il London Bridge, ha perfino un profilo non ufficiale su X con più di 900 mila follower, che finge di essere scritto da lui. Oltre alle sue foto e video, ci sono commenti ironici sui disastri combinati dagli umani che abitano con lui, cioè i primi ministri. E di recente ha iniziato anche a criticare Trump. Ma anche quando i social non c’erano, quattordici secoli fa, Maometto era talmente affezionato alla gatta Muezza che, una volta in cui lei si era addormentata sotto la sua veste e lui doveva andarsene, tagliò la manica pur di non disturbarla. La leggenda aggiunge che, da quando Maometto accarezzò Muezza sulla schiena, i gatti hanno acquisito la capacità di cadere sempre in piedi. Altri dodici secoli prima di Maometto, il Gran re di Persia Cambise nel 525 a.C. conquistò l’Egitto semplicemente mettendo un gatto in braccio a ogni soldato del suo esercito, durante la Battaglia di Peluso. Per non rischiare di fare del male a quello che per loro era un animale sacro, gli uomini dell’armata del Faraone preferirono arrendersi senza combattere.
Di Larry Bridges c’è un profilo X, su cui commenta i disastri degli umani che abitano con lui, cioè i primi ministri. Ora ha iniziato a criticare Trump
“Il gatto è l’unico animale che sia riuscito ad addomesticare l’uomo”, è la famosa battuta di Marcel Mauss che Robert Delort pone all’inizio del capitolo sul gatto nel suo classico L’uomo e gli animali dall’età della pietra a oggi. Ma aggiunge subito: “In compenso, il gatto non è assolutamente addomesticato: a dispetto della stretta promiscuità in cui vive con il proprio padrone, esso resta un selvaggio ammansito”. In realtà non senza periodi difficili: il gatto sacro dell’antico Egitto viene spesso visto come demoniaco nel Medioevo, fino alla generale rivalutazione come distruttore di topi portatori di contagio, che nasce dopo la peste nera. Il gatto nero, dunque, porta jella, ma il gatto dagli stivali protegge il padrone, pur con metodi non troppo ortodossi. Dall’800 in poi il gatto diventa un amico privilegiato, proprio quando la sua utilità come protettore di raccolti e da malattie diventa meno importante. Nell’epoca dei pc, spiegano gli psicologi felini, ha ormai imparato a sdraiarsi sulla tastiera, per contendere al padrone quello che sembra un insidioso rivale di affetto. Ma ultimissimi studi fotografano il paradosso. Il vertice di attenzione per i gatti coincide infatti con un animalismo sempre più estremo e estremista, che vuole evitare agli animali ogni possibile danno, anche indiretto. Ma imporre poi anche al gatto una dieta vegana, avvertono, rappresenterebbe appunto un tipo di crudeltà sugli animali. E un’altra ricerca attesta come il micio sarebbe però una delle più famigerate cause di estinzione di specie in circolazione.
“Un animale filosofico, educato, tranquillo, affezionato alle proprie abitudini, amante dell’ordine e della pulizia, e che non ripone avventatamente il proprio affetto: desidera essere vostro amico se ne siete degno, ma non vuole essere il vostro schiavo”, avvertiva Théophile Gautier. “Nella sua tenerezza conserva il proprio libero arbitrio e non farà mai per voi qualcosa che consideri irragionevole; ma una volta che si sia dato interamente a voi, quale assoluta fiducia, quale fedeltà di affetti!”. “Quel carattere, indipendente e quasi ingrato, che gli impedisce di legarsi a chiunque e l’indifferenza con cui passa dai salotti ai tetti”, colpiva Chateaubriand. “Lo si accarezza e fa le fusa, ma quello che prova è un piacere fisico e non, come il cane, l’ingenua soddisfazione di amare ed essere fedele a un padrone che lo ringrazia a suon di calcioni. Il gatto vive solo, non ha nessun bisogno di compagnia; obbedisce solo quando ne ha voglia”. “Attraverso il suo silenzio irradia una qualità di vita equilibrata e piena di calore”, spiegava il grande folklorista André Varagnac.
Vilfredo Pareto, addirittura, dopo aver applicato le sue competenze da ingegnere all’economia per renderla più precisa, ma aver poi inventato una sociologia come logica delle azioni non logiche – per il fatto che l’homo oeconomicus presuppone una razionalità che in realtà nell’essere umano è applicata poco – alla fine si convinse che gli unici interlocutori validi potevano essere i gatti. Il diario del 1918 che Settecolori ha appena ripubblicato, con il titolo “Guerra e propaganda. Piccolo manuale di controinformazione” e a cura di Alberto Mingardi fu scritto in una Villa Angora sul Lago di Ginevra, che Pareto aveva così chiamato in omaggio alla razza dei due gatti Mirrina e Timoteo. A differenza degli uomini, spiegava, i felini non si autoingannano nel giustificare questa o quella azione. Per questo Pareto immaginava di dialogare con loro, per spiegare come chi governa ha tutto l’interesse a coprire il militarismo, e a censurare chi osa criticarlo.
Secondo Vilfredo Pareto gli unici interlocutori validi erano i gatti. A differenza degli uomini, non si autoingannano nel giustificare le azioni
Certo, c’è stato pure Ernesto Nathan, e il memorabile “non c’è trippa per gatti” con cui una volta diventato sindaco di Roma toglie lo stanziamento con cui i felini venivano attirati per ripulire il Campidoglio dai topi. Gatto con gli stivali a parte, la letteratura è piena di gatti poco raccomandabili: da quello che si associa con la Volpe per truffare Pinocchio, al gatto nero che nel racconto di Edgar Allan Poe denuncia l’uxoricida ubriacone che, dopo avergli cavato un occhio, lo ha seppellito per sbaglio assieme al cadavere della moglie. Ed è un gatto nero anche Behemot, in cui nel Maestro e Margherita di Michail Bulgakov si è trasfigurato uno dei demoni al seguito di Satana, a sua volta sotto le spoglie di Woland. Anche i proverbi e modi di dire italiani non è che tradiscano particolari simpatie. “La puttana è una gatta che dinanzi ti lecca e di dietro ti gratta”; “chi di gatta nasce, sorci piglia e graffia”; “una brutta gatta da pelare”; “gattamorta”; “fare come il gatto, che mangia e miagola”; “a gatto che lecca spiedo non gli fidare arrosto”; “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”; “la gatta frettolosa fece i gattini ciechi”. Un po’ meglio va per le canzoni. “Quarantaquattro gatti/ in fila per sei col resto di due”, descriveva la canzone vincitrice dello Zecchino d’Oro nel fatidico 1968, su un gruppo di felini che si erano messi a loro volta a manifestare per fare rivendicazioni. “Loro chiedevano a tutti i bambini/ Che sono amici di tutti i gattini/ Un pasto al giorno e all’occasione/ Poter dormire sulle poltrone”.
La letteratura è piena di gatti poco raccomandabili: da quello che si associa con la Volpe al gatto nero del racconto di Edgar Allan Poe
“Volevo un gatto nero” reclamava invece la bambina protagonista della canzone che sempre un anno dopo arrivò solo sesta, ma ebbe un successo mondiale strabordante soprattutto in una traduzione giapponese. Anche il paese del Sol Levante, dove il gatto era arrivato dalla Cina nel VI secolo, divenne una nazione straordinariamente gattara dall’XI secolo. “C’era una volta una gatta/ che aveva una macchia nera sul muso/ e una vecchia soffitta vicino al mare/ con una finestra a un passo dal cielo blu”, ricordava Gino Paoli nella canzone del 1960 in cui la felina evocava la nostalgia del passato. “Maramao perché sei morto?/ pan e vin non ti mancava/ l’insalata era nell’orto/ e una casa avevi tu”, chiedeva la canzone del 1939, rifacimento di un canto popolare abruzzese, e forse derivato dal nome del Maramaldo che uccise Francesco Ferrucci. Non solo quelli sullo Zecchino d’Oro sono brani popolari tra i bambini, e la fascinazione dell’infanzia potrebbe essere confermata da personaggi dei fumetti come Krazy Kat o Felix. Ma nella Disney l’eroe è invece un topo, e Pietro Gambadilegno è il cattivo. E sono cattive anche le due gatte siamesi che nel 1955 appaiono in “Lilli e il vagabondo”. Insomma, per rivalutare i felini nel mondo disneyano bisogna aspettare il 1970 e “Gli aristogatti”. Non parliamo poi di una criminale come Catwoman, che però è al tempo stesso affascinante.
Una immagine di ambiguità è d’altronde anche il gatto che nel 1935 Erwin Schrödinger fece protagonista di un famoso esperimento mentale ideato per mostrare i paradossi della meccanica quantistica applicata al mondo macroscopico, e che è vivo e morto allo stesso tempo. Molto semplicemente, ci spiega Delort, questa immagine duplice deriva dal fatto che i gatti domestici discendono dai gatti egiziani, che appunto la civiltà faraonica venerava come protettori dei raccolti fino a considerarli divinità, e che esportò in tutto il mondo. Ma in Europa c’era già un tipo di gatto selvatico particolarmente aggressivo e pestifero che per gli animali domestici era invece un flagello, e poteva essere pericoloso anche per l’uomo. E’ il suo ricordo che è rimasto a lungo nel folklore, scontrandosi con l’immagine positiva del gatto venuto dal Nilo. Non a caso, il finale trionfo dei gattari ha coinciso con la fine della civiltà contadina, e il definitivo affermarsi del micio da salotto nutrito a crocchette e scatolame.
Probabilmente questi gatti urbani non sono responsabili dei danni di cui ora riferisce una ricerca che ha raccolto oltre 533 articoli scientifici, e secondo cui i felini con accesso all’esterno rappresentano una minaccia per la biodiversità in gran parte del mondo. Ma, appunto, non ci sono solo loro. Per oltre due decenni, la dieta dei gatti “ruspanti” in tutto il mondo è stata analizzata da un team guidato da Christopher A. Lepczyk, professore di Biologia e Conservazione della Fauna Selvatica presso l’Università di Auburn; Daniel Rubinoff, professore di entomologia all’Università delle Hawaii; e Jean E. Fantle-Lepczyk, ricercatrice presso il College of Forestry. Il loro studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications, costruisce un database globale che consente ai ricercatori di misurare l’impatto dei gatti al di fuori dell’ambiente domestico, sia negli ecosistemi urbani che in quelli selvatici. Lo studio conclude che i gatti domestici, quando vivono in libertà o hanno accesso all’esterno, costituiscono una specie invasiva presente in tutti gli ecosistemi del pianeta, a eccezione dell’Antartide. E i gatti randagi consumano quasi 2.100 specie animali diverse in tutto il mondo. La maggior parte sono vertebrati, principalmente uccelli, seguiti da mammiferi e rettili. Delle specie consumate, 347 sono elencate nella Lista Rossa delle Specie Minacciate dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, classificate come “quasi minacciate”, “vulnerabili”, “in pericolo”, “in pericolo critico” o addirittura “estinte”. In termini di impatto ecologico, le prove raccolte dimostrano che la pressione predatoria dei gatti randagi può influenzare le popolazioni di specie in pericolo, amplificando la minaccia per la fauna selvatica già sotto pressione a causa della frammentazione dell’habitat e di altri disturbi ambientali. Sebbene l’immagine più comune associ i gatti alla caccia di uccelli e piccoli mammiferi, le ricerche indicano che almeno il sette per cento delle specie consumate da questi felini è costituito da insetti e altri invertebrati. I coleotteri sono tra le prede più frequenti di questo tipo, ma sono stati registrati anche crostacei, aracnidi, centopiedi, lumache, limacce e millepiedi. In tutto, sono state identificate 148 specie di questo gruppo nella dieta del felino. Tra queste, due sono classificate come “in pericolo”: la cavalletta di Aldabra e il gambero gigante della Tasmania. Altre due specie sono classificate come “vulnerabili”: il wētāpunga, un insetto nativo della Nuova Zelanda delle dimensioni di un topo, e il gambero di fiume comune, nativo dell’Australia sudorientale. Inoltre, il coleottero cornuto delle Isole Canarie è classificato come “quasi minacciato”.
Uno studio pubblicato su Nature conclude che i gatti domestici costituiscono una specie invasiva in tutti gli ecosistemi del pianeta
Insomma, meglio se ai gatti danno da mangiare padroni e gattare. Ma a Roma è stato lanciato un appello a non lasciare più in giro le crocchette per i gatti, perché stanno favorendo l’invasione della fastidiosissima vespa orientalis, che su quel tipo di cibo banchetta. Mentre la Association of American Feed Control Officials e l’organizzazione britannica Cats Protection UK hanno appena lanciato un allarme sulle diete vegane o vegetariane per gatti, che a animali che la natura ha fatto carnivori può creare problemi gravi. A parte avere un elevato fabbisogno proteico, hanno infatti bisogno di aminoacidi essenziali come taurina, arginina, metionina e cisteina, che si ottengono esclusivamente da alimenti di origine animale. E hanno anche bisogno di assumere vitamine, come la A e la D, che altre specie animali possono produrre a partire da precursori presenti nelle piante, ma i gatti non possono. Inoltre il gatto ha un tratto intestinale corto, appunto perché carnivoro. Un gatto che non mangia carne può sviluppare cecità, problemi cardiaci, neurologici, urinari, immunologici ed epatici.
Insomma, umanizzare troppo i gatti alla fine diventa inumano. E alla fine la trippa ai gatti sarebbe proprio il caso di darla!