José Tolentino de Mendonça, il cardinale che ha riportato l'arte contemporanea in Vaticano

Un religioso poeta, che ha riconosciuto negli artisti del presente degli interlocutori necessari per la Chiesa di oggi. Non a caso, per lui la parola è la più grande invenzione dell'essere umano
Immagine di José Tolentino de Mendonça, il cardinale che ha riportato l'arte contemporanea in Vaticano

José Tolentino de Mendonça è dal 2022 prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione. Papa Francesco l’ha creato cardinale nel 2019 (foto Getty)

Per molto tempo il dialogo tra la Chiesa cattolica e l’arte contemporanea è rimasto intermittente, spesso timido, raramente centrale. Il rapporto non si è mai realmente interrotto ma ha perso la posizione che aveva avuto per secoli, quando gli artisti erano tra i principali interpreti dell’immaginario cristiano. David Hockney faceva coincidere l’inizio di questa scollatura con l’avvento dei media. Negli ultimi anni questo dialogo ha ritrovato continuità e ambizioni nuove. Il Vaticano è tornato alla Biennale di Venezia con una presenza stabile e ha inaugurato un nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea lungo Via della Conciliazione. Ma la novità non è soltanto questo impegno che denota presenza e interesse. E’ il modo in cui il Vaticano ha scelto di tornare nella discussione contemporanea, non cercando artisti chiamati a rappresentare il sacro o a confermare una dottrina, bensì riconoscendo negli artisti contemporanei interlocutori necessari. Non perché parlino esplicitamente di Dio, ma perché parlano dell’uomo e del nostro tempo. Al centro di questo rinascimento c’è il cardinale José Tolentino de Mendonça.
Il Vaticano non cerca artisti che parlino esplicitamente di Dio, ma che parlino dell’uomo e del nostro tempo. All’origine di un nuovo rinascimento
E’ questo il presupposto del nostro incontro, il motivo invece è la curiosità di conoscere il percorso che porta a una scelta simile. Vorrei capire da dove nasca questo sguardo e che origini trova tale naturalezza nel considerare l’arte contemporanea non un linguaggio da orientare, ma una voce da ascoltare. Mi interessa quindi parlare di origini, di percorsi e di quelle immagini che gli sono rimaste fedeli nel tempo. La prima domanda che gli rivolgo riguarda il suo nome. E’ una domanda quasi formale, forse insolita per la sua apparente ovvietà ma serve per sottolineare l’intenzione di partire proprio dall’inizio. La sua risposta, invece, sposta subito il baricentro. “Ho ereditato il nome di un fratellino morto. E’ stata per me una lezione di vita, perché noi viviamo con gli altri, per gli altri, ma anche a nome degli altri. Porto questo nome con la consapevolezza che non porto soltanto me stesso, ma qualcosa di più grande, che è il fratello, ma che alla fine è anche la responsabilità per gli altri. Si vive con”. E’ difficile immaginare una definizione migliore della sua identità. Il nome, che normalmente distingue un individuo, diventa immediatamente una responsabilità condivisa. La biografia non comincia dall’io, ma da un altro, è un dettaglio che potrebbe sembrare marginale e che invece attraverserà tutta la conversazione. José Tolentino de Mendonça non parte mai davvero da se stesso, ogni ricordo individuale si apre spontaneamente verso qualcosa di più ampio, ogni esperienza personale diventa una riflessione sulla memoria, sull’educazione, sulla storia.
Nasce nel 1965 a Madeira, nell’arcipelago atlantico portoghese dove vi rimane soltanto pochi mesi. I genitori si trasferiscono presto in Angola, allora parte dell’impero coloniale portoghese. “Ho avuto la fortuna di vivere la mia infanzia in Africa”, la parola che sceglie è fortuna. Non parla di esilio, né di nostalgia. Parla di un dono. Quando gli chiedo quali siano i ricordi più vivi di quegli anni, mi aspettavo episodi, persone, luoghi. Lui risponde in un altro modo, “Non è perché io fossi particolarmente sensibile. Erano le cose ad avere in sé il potere di stupire”. Segue un silenzio, poi cominciano ad affiorare immagini. Una spiaggia ricoperta dai pesci appena scaricati dai pescatori. I mercati africani con l’intreccio di voci, di colori e di allegria. Il cinema all’aperto, quando il tramonto trasformava ogni proiezione in un’esperienza collettiva e il mondo sembra trasformarsi in un enorme schermo. Le architetture moderniste dell’Angola e del Mozambico, bianche, luminose, immerse in uno spazio che gli appare ancora oggi, tornatoci recentemente per la prima volta, come un’immensa promessa. Natura e architettura convivono nella sua memoria con la stessa intensità, non distingue mai ciò che è costruito da ciò che è naturale. Entrambi appartengono allo stesso paesaggio dello stupore. Non è ancora la memoria di un cardinale, è il vocabolario di un poeta.
Nasce nel 1965 a Madeira, i genitori si trasferiscono presto in Angola. “Ho avuto la fortuna di vivere la mia infanzia in Africa”
Se l’Africa gli insegna lo stupore, la voce che gli insegna ad abitare quello stupore è quella della nonna. “Era la nostra biblioteca”, dice sorridendo. In casa i libri erano pochi, le storie, invece, non mancavano mai. Sua nonna materna aveva portato con sé da Madeira un patrimonio di racconti popolari, leggende, superstizioni, miti dell’Atlantico portoghese. Ogni sera li ricominciava da capo, come se appartenessero meno alla memoria che al presente. Col tempo, però, capisce che ciò che rende straordinario quel ricordo non è soltanto il talento del racconto, “Lei aveva più capacità di creare una relazione con quel territorio. Non era basata sul colonialismo, ma sull’empatia”. E’ una frase pronunciata con naturalezza e che contiene, forse, una delle riflessioni più profonde dell’intera conversazione. Sua nonna viveva in Angola senza sentirsi depositaria di una superiorità culturale. Ascoltava, riconosceva, si lasciava trasformare. Per lui rappresentava “il centro letterario, immaginario, il centro magico dell’infanzia”. Mi racconta allora un episodio che non avevo previsto e che sembra uscito da un racconto di García Márquez. Da ragazza, a Madeira, sua nonna aveva delle visioni. Come molte persone cresciute nell’immaginario sebastianista, diceva di scorgere nel mare il ritorno del re Sebastiano. Trasferitasi in Angola, quelle visioni scomparvero improvvisamente. Fu un dolore autentico. Ricorda perfettamente il giorno in cui la vide prepararsi con cura per andare a parlarne con un sacerdote, nel tentativo di capire perché avesse smesso di vedere. Oggi, a distanza di molti anni, interpreta quell’episodio in modo completamente diverso, non parla di miracoli perduti. “Lei viveva in un mondo magico eppure non riusciva più a entrarci. Penso che fosse proprio la barriera del colonialismo”. Mi colpisce il modo in cui arriva sempre alle stesse parole senza mai cercarle: ascolto, relazione, fiducia. Anche quando racconta la propria infanzia, José Tolentino de Mendonça sembra interrogarsi meno su ciò che ha vissuto che sul modo in cui gli esseri umani abitano il mondo degli altri. Forse è qui che comincio a capire perché, parlando di arte contemporanea, usi così spesso il verbo ascoltare.
“La mia iniziazione alla poesia? L’incontro tra il mondo orale di mia nonna e dell’Africa con il rigore della storia naturale trovato in seminario”
Sorprendentemente, o semplicemente per eterogenesi dei fini, in una casa dove la tradizione era quasi interamente orale, il suo secondo grande desiderio diventa un libro. “Il primo oggetto del desiderio è naturalmente nostra madre. Ma direi che il secondo, nella mia vita, è stato un libro”. Non ricorda quale fosse, infatti poco importa. “Forse quel libro non è mai esistito. E’ un simbolo”. Quello che interessa non è il possesso del libro, ma il desiderio che esso rappresenta. “Con i libri è così: il desiderio non si soddisfa, si allarga”. Poco dopo la famiglia rientra definitivamente a Madeira. Per il bambino che ha conosciuto soltanto le due stagioni africane, l’autunno è una scoperta. Ricorda un esercizio assegnato dalla maestra: la classe esce nel giardino della scuola per raccogliere le foglie e scrivere un tema. Lui torna con una foglia sbagliata. “Era il mio primo autunno”, dice quasi divertito. Il ricordo non si consuma nell’episodio ma si sofferma sull’insegnante. “Ha valorizzato la mia scrittura”. Lo dice con una gratitudine semplice, quasi infantile. Ancora oggi sono rimasti amici. In tutta la conversazione non c’è mai l’idea del talento come fatto individuale. Ogni passaggio decisivo della sua vita porta il nome di qualcuno che ha saputo riconoscere una possibilità prima di lui. A undici anni entra in seminario. E’ qui che avviene l’incontro che, ascoltandolo, mi sembra decisivo. I sacerdoti tedeschi e austriaci che avevano fondato il seminario avevano anche dato vita al Museo di Storia Naturale dell’isola. Catalogavano piante, raccoglievano minerali, classificavano insetti. Il ragazzo che arrivava dall’Africa e dalle storie magiche della nonna si ritrova improvvisamente immerso in un universo completamente diverso. “Era come vivere dentro un archivio di storia naturale”. E’ forse la descrizione più precisa della sua formazione. Da una parte il racconto, il mito, l’oralità. Dall’altra il rigore dell’osservazione, l’inventario, la classificazione. Quando gli ricordo il mio incanto presso il Museo di Storia Naturale di Vienna, con le sue interminabili teche di legno ottocentesche, le coccinelle ordinate secondo il numero delle macchie, le foglie raccolte una accanto all’altra, la conversazione si illumina. “Era un’iniziazione all’arte di vedere”. Non dice “guardare”. Dice “vedere”. Eh si perché si fa un gran parlare di come guardare l’arte per capirla, studiarla minuziosamente imparando a cogliere ogni dettaglio, dimenticando che si può guardare per ore senza però vedere nulla. Poi aggiunge una frase che ricompone tutto ciò che mi ha raccontato fino a quel momento. “L’incontro tra quel mondo orale della mia nonna e dell’Africa con il rigore della storia naturale che ho trovato nel seminario... penso che sia stata la mia iniziazione alla poesia”. E’ la prima volta che il cardinale pronuncia la parola poesia. E, curiosamente, non la collega alla letteratura, la collega a un modo di ascoltare e di vedere.
A questo punto mi accorgo che, nella sua vita, gli incontri non sono mai semplici coincidenze ma un metodo di formazione. Quando gli domando come siano entrate le arti visive nel suo percorso, non mi parla di una mostra, di un’opera o di un artista scoperto da ragazzo. Mi risponde con una frase che potrebbe riassumere tutta la conversazione. “Noi siamo un’opera degli altri”. La ripete quasi con gratitudine. Dice che sono gli amici ad avergli insegnato a vedere, a viaggiare per una mostra, a fermarsi davanti a un’opera. “Conoscere”, ricorda, significa letteralmente nascere con. “La mia vita è una successione di nascite e questo lo devo agli altri, perché mi aprono porte”. Ripenso allora all’inizio della nostra conversazione. Il fratello da cui riceve il nome, la nonna che gli consegna l’immaginazione, la maestra che riconosce la sua scrittura, i sacerdoti del Museo di Storia Naturale. Nessuna tappa della sua formazione nasce in solitudine, ogni volta qualcuno gli apre una porta. Forse è per questo che, quando gli chiedo se esista una figura decisiva nel suo rapporto con l’arte, dopo una breve esitazione pronuncia un solo nome, Lourdes Castro. Ne parla con una tenerezza rara. “E’ stata un’allevatrice della mia anima”. E’ una definizione sorprendente. Non una maestra, non una guida, un’allevatrice. Qualcuno che si prende cura di qualcosa destinato a crescere. Lourdes Castro aveva vissuto a Parigi, fondato la rivista KWY, attraversato la scena internazionale, per poi scegliere di tornare a Madeira. Ma ciò che più lo colpisce non è la sua carriera ma la sua sublime incapacità di separare. “Per lei era naturale parlare di teologia, di botanica, di storia naturale, di arte”. José Tolentino de Mendonça racconta del suo giardino come parlerebbe di un’opera (o, forse, racconta dell’opera come parlerebbe di un giardino). Le ombre, gli erbari, i libri d’artista, le piante, i fili d’erba appartengono allo stesso universo. A un certo punto ricorda una frase che lei gli ripeteva spesso. “Forse ‘arte’ è un nome sbagliato. L’importante è fare bene”. Non aggiunge altro. Nemmeno io sento il bisogno di aggiungere qualcosa.
Da quel momento la conversazione cambia ancora. Mi aspettavo che parlasse di pittura. Comincia invece a parlare di cinema. Sorride. “La prima arte, per me, è stata il cinema”. Prima ancora dei libri, prima ancora dei musei, c’erano le arene all’aperto dell’Angola. “Il cinema era l’arte popolare del Novecento”. Poi aggiunge quasi sottovoce: “Ma nel cinema c’è già tutto. C’è la fotografia. C’è la letteratura. C’è la musica. E’ un’arte totale”. Capisco allora che anche il suo modo di guardare l’arte contemporanea nasce da qui. Non vede discipline. Non cerca categorie. Coglie linguaggi che continuano a parlarsi. Molti anni dopo arriva Roma e ne parla come si parla di una persona, non di una città. “Roma ci fa sentire mortali”, poi sorride ricordando Rilke che si lamentava perché a Roma nulla sembrava accadere davvero per la prima volta. E subito dopo cita Ovidio, Marziale, gli architetti portoghesi, Bernini. In José Tolentino de Mendonça le epoche convivono con naturalezza, come se appartenessero alla stessa conversazione. Ciò che Roma gli insegna non è la monumentalità ma il tempo. “E’ una città che ci aiuta a pensare ciò che rimane, ciò che scompare, la memoria, l’attesa”. Camminandoci dentro, dice, si comprende di essere “inquilini di passaggio”. Forse è anche per questo che, quando oggi parla dell’incontro fra la Chiesa e l’arte contemporanea, evita accuratamente parole come strategia, comunicazione o consenso. Parla quasi esclusivamente di ascolto. Gli chiedo quale sia oggi il compito del Vaticano nel rapporto con l’arte contemporanea. La risposta è sorprendentemente semplice. “Non cerchiamo artisti comodi. Cerchiamo artisti veri”, e ricorda il discorso di Paolo VI agli artisti. “La Chiesa ha chiesto perdono perché per troppo tempo ha imposto modelli e non ha riconosciuto loro la libertà della creazione”.
Roma gli insegna non la monumentalità, ma il tempo: “E’ una città che ci aiuta a pensare ciò che rimane, ciò che scompare, la memoria, l’attesa”
Ascoltandolo, mi accorgo che il percorso della nostra conversazione si è lentamente richiuso. L’uomo che considera gli artisti interlocutori necessari è lo stesso bambino che non attribuiva a sé la capacità di stupirsi, ma alle cose, lo stesso ragazzo che imparava a vedere classificando una foglia e lo stesso uomo che dice di essere diventato ciò che è grazie agli altri. Nulla, nel suo percorso, sembra nascere da una conquista individuale. Tutto nasce da un incontro. Quando ci salutiamo gli rivolgo un’ultima domanda. Quale sia, tra tutte, la più grande invenzione dell’uomo. Non cita il fuoco, la ruota o la stampa. Risponde senza esitazione, “La parola”, Ripensando al tempo trascorso insieme, la risposta non mi sorprende.
“E’ la più grande invenzione umana, che si accompagna sempre all’ascolto”. Parlando, non ha mai l’impressione di voler convincere qualcuno. La parola, per José Tolentino de Mendonça, non serve a spiegare il mondo. Serve ad abitarlo.