Dietro le quinte del Calendario edizione 2027, in India
I pavoni del Pirelli
Tra Delhi e Jaipur, seguendo gli scatti di "The Cal", tra fotografi, modelle, il mondo del giornalismo di ieri e quello di oggi
25 LUG 26

È ormai un mondo incerto, con Elena dalle bianche braccia dell’Odissea che è nera, i milionari inglesi che chiedono di pagare più tasse, e i poliziotti bolognesi che si pagano da sé le bodycam per non correre rischi, ma il calendario Pirelli rimane il calendario Pirelli. Già gadget per trucidi camionisti, poi simbolo femminista, comunque oggetto aspirazionale, negli anni ha visto succedersi modelle nere, modelli uomini, e poi foto di ignude, vestite, di grasse, magre, sconosciute e star, da Luisa Ranieri a Sophia Loren a Tilda Swinton.
E’ comunque l’ultimo sopravvissuto dell’èra cartacea, vi ricordate per esempio quello di Max, canto del cigno dell’età delle riviste, con Sabrina Ferilli o Alessandro Gassman tutti unti sullo scoglio (mi sembra di ricordare che nel calendario di Max si fosse sempre sullo scoglio, e unti). Questo invece si fa in location sempre nuove. Ci son addetti benemeriti che ogni anno infatti decidono dove ambientarlo, con immani organizzazioni di fotografi, modelle, elettricisti, truccatori, e poi soprattutto noi, lo stuolo di giornalisti sbafatori che da ogni angolo del globo terracqueo veniamo esfiltrati fin sui luoghi dello shooting. E’ anche un momento commovente per i giornalisti, che un tempo avevano autisti e status e si potevano permettere le seconde case, e per qualche giorno ogni anno adesso ritroviamo quel piacere, illudendoci che non siamo diventati come presentabilità sociale e rilevanza al pari di influencer di integratori di serie B, o bidelle itineranti sul Napoli-Milano, e qui riviviamo invece le glorie passate, trasportati verso mete esotiche, intervistando fotografi e modelle, trovando i pasti pronti, venendo trattati con gentilezza, sempre temendo però “questa è l’ultima volta”.
Eccoci dunque in India per quest’edizione 2027 di “The Cal”. Prima volta non solo in India ma mi sa che pure con due fotografi. Il fatto è che il titolare designato, Raghu Rai, una specie di Ferdinando Scianna indiano, ha esalato l’ultimo respiro subito prima delle riprese, dunque è subentrata la figlia, Avani Rai, pure lei fotografa, affiancata dal norvegese Sølve Sundsbø che aveva fatto l’edizione dell’anno scorso.
Quindi c’è Rai figlia che scatta una parte e per l’altra Sundsbø, che rispetto all’anno scorso ha fatto un sacco di palestra, viaggia infatti con una sua assistente o personal trainer fisicatissima e tatuata. Si parte per Delhi e poi arrivati nel colossale aeroporto indiano eccoci a Jaipur, in maggio. Il pòro cronista che non è mai stato in India prima di partire esclama: “wow, Jaipur, aggratis”, pensando, “e quando me ricapita”, ma viene subito redarguito dalle tribù giornalistiche che di calendari ne han fatti tanti, o semplicemente son state in India, e rispondono lapidarie: “prepàrati, maggio è il mese più caldo dell’anno in India”. Infatti, arrivati, ecco il termometro variare tra i 40 e i 42, mentre non si può uscire dalle pur lussuose stanze dell’hotel. Solo il fotografo si trascina in palestra con la tatuata personal trainer. Un altro rischio che piomba sul cronista temporaneamente viziato è l’assalto delle scimmie: nelle camere dell’hotel che mai potremmo permetterci insieme a tutte le amenity che ci porteremo via, tornati alla trista realtà, a testimonianza di questo viaggio, c’è infatti in dotazione un bastone per eventuali primati che invaderanno il giardinetto (tenete a mente questo dato, bastone per scimmie).
Segregati nell’albergo sibaritico, seguiamo gli scatti del fotografo e della fotografa e tampiniamo la modella protagonista di quest’anno, che al momento giace a bagnomaria in una piscina in posa un po’ pre-raffaellita, tra le ninfee, tenuta su da un addetto tutto vestito, con maschera e boccaglio che la regge da sotto, poi c’è uno che armeggia con quel disco che serve per puntare la luce giusta, e poi assistenti, truccatori, cameramen, fotografi che fotografano altri fotografi, tutti accomunati dall’odio verso noi giornalisti, che giustamente stiamo lì a ciondolargli intorno, sempre tra i piedi, mentre entriamo scaglionati a gruppetti, tra una delegazione indiana local, alcuni tedeschi, e il gruppone di noi italiani che si riconosce perché parliamo male l’inglese e chiediamo in continuazione cosa si mangia.
Poi conferenza stampa. Lei è riemersa dalla vasca, l’hanno riasciugata e ricomposta. E’ un personaggio. Padma Lakshmi, cinquantacinque anni, ganzissima, nata in India, ma emigrata in America, è una star televisiva, ha condotto tipo venti edizioni di Masterchef, o qualcosa di equivalente, ha scritto otto libri tra cucina e memoir e ha prodotto una figlia col signor Dell fratello di quello dei computer, oltre a essere stata sposata con Salman Rushdie quello della fatwa. Tutti le chiedono come fa a essere così bella, con questa vita intensa, anche se è evidente che qualcosa ha fatto, con delle tecnologie all’avanguardia, ma lei sa che bisogna negare sempre: “ah, no, nulla. Bevo solo tanta tanta acqua”. E non esce nelle ore più calde, immagino. Non solo. “Non prendo mai, per nessun motivo, un raggio di sole. A New York se devo fare un blocco a piedi cambio direzione anche sei volte, salto da una parte all’altra della strada inseguendo l’ombra”. Lei oltre a inseguire l’ombra e aver già fatto il Pirelli nel 2025 parla anche perfettamente italiano – “Mi ha scoperta la stilista Alberta Ferretti” e a Roma ha recitato nell’indimenticabile “Linda e il brigadiere”. E poi in “Il figlio di Sandokan”. Ricordi italiani? “Roma è dove sono diventata donna”, dichiara, e nessuno osa chiederle in che senso, temendo di violare intimità e diventare (retroattivamente) Marzullo con Fagnani anche se siamo a Jaipur e non a Minori (SA), la splendida cornice dove è avvenuto il noto e increscioso incidente tra quei due giganti dell’arte intervistatoria.
Poi per fortuna la butta sul cibo: “faccio una fantastica carbonara, ma senza formaggio”. Il cibo funziona sempre. “A New York, dove vivo, il ristorante più ambito è indiano, chiamano sempre me per trovare posto, pensano che siccome sono indiana abbia una scorciatoia”. Sì ma insomma ci dica il segreto della sua bellezza, insiste qualcun’altra, una marzulla indiana. “Vabbè, diciamo che, come sostiene Catherine Deneuve, a una certa età devi scegliere tra la faccia e il culo, io ho scelto la faccia”, dice lei, intendendo che andando avanti con gli anni se diventi troppo magra il viso ne risente; che simpatica, tra Roma e il brigadiere e Rushdie si vede che è una sveglia, però non sembrerebbe che il culo ne abbia risentito, scusate il sessismo o il culismo, non siamo a Minori ma a Jaipur.
“Padma in indiano significa fior di loto”, racconta poi lei, paziente con le nostre domande sceme, e subito però abbiamo l’illuminazione (a posteriori), lei, lei, era la perfetta Calipso per l’Odissea di Nolan, non la levigata Charlize Theron che sembra una signora di Capalbio con la pashmina sulle spalle per non prendere freddo la sera alla Macchia. Poi ci sono altre modelle, tutte indiane, tra cui anche la suddetta figlia del fotografo defunto, Avani Rai, che posa per qualche scatto, e nei giorni successivi ci porta su un altro set in un vecchio cinema di Delhi, il Delite, sala storica tutta velluti rossi, dove son passate le pellicole della meglio Bollywood, e non sembra per niente minacciata, non vogliono aprirci supermercati, non c’è un Valerio Carocci indiano pronto a okkuparla. Poi c’è Bhavitha Mandava, prima modella indiana volto di Chanel, l’attrice Freida Pinto e Anoushka Shankar, musicista figlia del sitarista Ravi Shankar, tutte celebrità megagalattiche in India e infatti la delegazione dei giornalisti indiani è entusiasta, noi meno perché non ne conosciamo nessuna.
Riacciuffiamo quindi il fotografo. Trova delle somiglianze tra l’India e l’Italia, chiedo tipo Banality Jane, e lui giustamente mi fredda, “Non saprei” (forse non è a conoscenza del fulgido acronimo “Melodi”, Meloni+Modi, per il feeling sviluppato tra i nostri due capi di governo) ma mi vengono in soccorso due giornaliste, una indiana e una inglese che dicono che si, ho assolutamente ragione, “non solo il paesaggio, ma il senso della storia, l’importanza della famiglia e delle tradizioni”. Anche il paesaggio urbano, a Jaipur, potrebbe essere benissimo Salento o Calabria o Sicilia (non Minori); magnifiche regge principesche e poi fuori il disastro e il calcestruzzo a due piani non finito.
Poi ricominciano gli shooting, e in questo tipo di reportage sei sempre in attesa degli eventi, di una conferenza stampa, di un’intervista, di un qualcosa, con tempi morti micidiali, mentre vieni rimpinzato di cibo insieme ai colleghi, tipo Scoop nella immaginaria repubblica di Ismaelia del romanzo di Evelyn Waugh. Anche un po’ terapia di gruppo. Ci si confronta, ci si apre. “Tu verrai l’anno prossimo?”. “Sì, sperando che ci invitino ancora”. “Hai caricato le miglia sulla carta?” (i veterani del Calendario si conoscono tra loro, hanno l’aria di chi ha combattuto delle battaglie in un tempo migliore, hanno un sacco di punti delle compagnie aeree, le carte fedeltà aeree sono le loro medaglie al valore).
A volte, pensieri paranoici: si teme anche di essere in un “White Lotus” in versione reporter dove ci faranno fuori tutti, attirati dal viaggio esotico, anche magari d’accordo con l’Inps e l’Inpgi e l’Ordine dei giornalisti, per riequilibrare le casse previdenziali e proprietarie. La sera, dei versi paurosi, sordi, strozzati. Non è un collega che è stato licenziato via email dal Kiriakou del caso. Saranno le scimmie sicuramente. Mi armo del bastone, faccio per uscire fuori, ma improvvisamente sono catapultato in una puntata di Unomattina. Infatti ci sono pavoni ovunque, è loro quel verso, che, abbiamo imparato, serve all’accoppiamento (“Ma come, non sai che maggio è il mese dell’accoppiamento dei pavoni”, fa un altro esperto di India e/o di calendario Pirelli). Insomma sembra di essere a Punta Marina, la frazione di Ravenna diventata celebre proprio in primavera a causa dell’attacco dei pavoni. Era di maggio e a Unomattina non si parlava d’altro, vi ricorderete. Era di maggio e non si parlava ancora del gioielliere pistolero, o di neri morti in operazioni di polizia (certo dall’America importiamo sempre e solo le robe più sceme e deleterie, non l’aria condizionata né la customer care, ecco qua, abbiamo avuto il nostro George Floyd e il nostro far west sparatorio, sempre con molti anni di ritardo).
Ma torniamo a noi: al terzo giorno facciamo la gita in una riserva naturale per vedere delle tigri, su delle jeep scoperte. Ci danno tutte delle istruzioni nel caso vediamo delle tigri. Vietatissimo soprattutto fotografarle, le tigri, anche da lontano, anche in selfie di gruppo (come se le tigri facessero photobombing, e non capiamo se tutta questa delicatezza fotografica verso le tigri è un trucco perché ci vogliono fare loro, i guardiani che ci accompagnano, le foto a pagamento, o se sono tigri fotosensibili o con altre patologie da benessere). Comunque giriamo per ore, ci ricopriamo completamente di polvere, ma di tigri neanche l’ombra. Invece ci sono tantissimi pavoni col loro verso ahhh-ahhh che, mi chiedo, ma se son tutti intenti sempre a fare ahh-ahh, quando mai si accoppieranno, ‘sti benedetti pavoni? Qualcuno ha mai visto un pavone accoppiarsi? E poi scimmie, tantissime, nere, grigie, con coda lunga e corta, sugli alberi, dritte e a testa in giù. Sono certamente quelle che non vengono nel nostro hotel. Mica sono sceme. Per farsi bastonare.
Facciamo poi tappa a Jaipur città, dove una delle attrattive è il maragià, ultimo della dinastia Singh che anche se in India come cognome è un po’ come Rossi, ci sono i Singh giusti e quelli generici. Il Singh giusto si chiama Pacho e ha meno di 30 anni e fa un po’ il campione di polo e un po’ l’influencer, dal suo Instagram si vede chiaramente che sta sempre tra New York e St. Moritz, e tornerà qui tipo fuorisede jonico solo quando ha finito tutti i giri tra Met Gala e feste e matrimoni in giro per il mondo, insieme alla sorella. Pare che non sia però alla canna del gas: avrebbe, dicono, un patrimonio di centinaia di milioni di dollari, anche se la dinastia non regna più dal ‘49. E chissà se anche qui, in questo ex regno che sembra il nostro Sud con le campagne con tutti i tipi di abusi edilizi e il casuale rogo della controra, i Singh (quelli giusti e quelli generici) daranno la colpa agli inglesi come da noi ai piemontesi, perché prima di loro si stava benissimo e c’erano i diamanti a Jaipur e sotto il Vesuvio. Comunque il maragià-influencer abita nell’ala ancora di proprietà della famiglia del palazzo reale che è visitabile al pubblico e infatti ci portano a visitarla. Una volta entrati, a parte il cliché di trovarsi un po’ in una puntata della Perla di Labuan e un po’ in Indiana Jones, con gli scherani con turbante che si prestano al selfie col turista, a differenza delle tigri, il palazzo reale non offre granché, a parte le foto di tutti i maragià (ma non delle maharani), e spade, cannoni, onorificenze e gran croci ancora di quando c’erano gli inglesi, e portantine dorate però già con lampione elettrico incorporato, e vecchi filmati Associated Press, insomma pare di capire che o si son venduti tutto, o i pezzi migliori se li tiene Pacho in casa, nell’ala confinante. La guardia zelante con turbante rosso dice che se ci sono le due bandiere sventolanti sul pennone del palazzo il maragià è in casa. Ci sono! E quando ci ricapita! Provo a scrivergli su Instagram, al maragià, visto che ci sono le bandiere sventolanti, e lo vedo online, forse Pacho ci invita per un caffè, ma niente, non risponde.
Andiamo allora al bazaar di Jaipur. Una collega veterana di India o calendario Pirelli entra, i venditori ci guardano quasi fregandosi le mani come per dire: mo vi sistemiamo noi, ma non sa cosa lo aspetta. La collega ha l’aria sicura, comincia a chiedere dei modelli di sari, poi gli chiede anche delle tovaglie e tovagliette, e dei pigiami, e prova tutto, varie volte, si fa fare il conto, poi chiede uno sconto mostruoso, negozia come neanche Kofi Annan nei suoi anni migliori all’Onu, poi quando la trattativa è quasi fatta, dice: ah, no, ma questo è in dollari, io pago in euro, e con carta, dunque gli leva altri soldi. I venditori di Jaipur a questo punto sarebbero pronti anche a regalarci tutto purché ce ne andiamo, lei indica me e dice “my husband”, i venditori mi guardano e pensano: poraccio.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
