Un Report di fede e di fuffa

Da Enzo Biagi e Joe Marrazzo alla strana coppia Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola: storia del giornalismo di inchiesta. L’adorante popolo dei reportisti, i nemici di sempre e la costruzione dei santoni televisivi
18 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 08:28
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Sigfrido Ranucci alla Manifestazione in sostegno della libertà di stampa organizzata dal M5s, a ottobre 2025 (foto LaPresse)

Comunque vada, questo Temptation-Report è la storia dell’estate: flusso di falò, trolley per il Camerun, lettere anonime, attovagliamenti pericolosi e sottopancia meravigliosi che sfilano nei talk – “era una fonte e un amico fraterno”. Un format che starebbe benissimo nel nuovo palinsesto Rai, se solo si osasse: l’inchiesta e il reality finalmente insieme, com’è giusto che sia. La liaison Lavitola-Ranucci come Totti e Ilary qualche estate fa o gli audio rubati di Raoul Bova, ma con grande affollamento di personaggi e cameo, un “terzo uomo” di Giletti, una pista che risale a Rita De Crescenzo, l’influencer del “sacco di Roccaraso”, altro che sceneggiature fatte con ChatGPT! Anche qui tormentoni che si fanno subito meme: la “bomba d’amore” come “gli occhi spaccanti” o quell’immortale “sarò il tuo Gianni Letta”, che prima o poi vorrei in versione “salsa-latino” cantato da Malgioglio. C’è il faccendiere dalle mille vite che giura amicizia eterna, ci sono tre telefoni, due pen drive, sette manoscritti, Signal coi messaggi che si autodistruggono. E’ American Tabloid riscritto da Age&Scarpelli, col sogno di una leadership nel Campo largo al posto di quello americano. E poi il coro: De Magistris che evoca “ambienti massonici e poteri occulti” con Ranucci “entrato in un gioco più grande di lui”, come nel doppiaggese dei thriller americani. Fratelli d’Italia che festeggia a colpi di screenshot… “Report non va in vacanza”, “e invece sì”, tiè. Storia insomma molto istruttiva che squaderna grandi temi nazionali: l’amicizia, la fedeltà, il giornalismo e la scalata politica, il vittimismo, la mitomania, le teleinchieste col tifo da stadio e naturalmente la ristorazione (di pesce), senza la quale, si sa, l’abbiamo detto sempre, in Italia non si muove niente.
Ma prima che si gridi all’ennesimo e vile attacco a Report di questo “Foglio neolibberista pagato coi soldi pubblici”, diciamo come stanno le cose: ora che si scavano frequentazioni, amicizie, ora che si processano fonti, carte, scatti rubati; ora che si ripescano dal libro di Ranucci tremende scene di sesso – col simbolo dell’inchiesta scomoda preso dal demone di Philip Roth che s’infogna in tristi descrizioni di accoppiamenti con stagiste e membri turgidi – ecco, ora uno dovrebbe anche un po’ intenerirsi. A noi che siamo contro il metodo Report sempre, anche quando è contro Report, interessa casomai la figura del reportista, il fedele, quello col credo dell’“inchiesta”, finché l’inchiesta serve a smerdare i nemici. Mai sfiorato dal dubbio, il popolo di Report si è subito stretto attorno al conduttore: trattasi di macchinazione. Una trappola. Un pretesto per affossare l’ultimo baluardo dell’informazione libera “che non fa sconti a nessuno”. Hashtag, cartelli, slide, petizioni su Instagram: #IostoconRanucci, #Iopure, #GiùlemanidaReport. Quando la Rai ha sospeso le repliche estive “a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico” (censura!), i reportisti sono andati in massa su RaiPlay, dove le vecchie puntate restano disponibili, spingendole in trend topic: “51.000 accessi dalle 21:15, l’orario in cui era prevista la messa in onda di Report, per guardare la trasmissione d’inchiesta su Raiplay”. Ecco, io per esempio, invidio questa ferma convinzione che guardarsi una replica su RaiPlay sia un atto di resistenza civile, schiena dritta, opposizione al Potere, no pasaran. Ce devi crede, come si dice a Roma. Ma in effetti ho conosciuto negli anni persone che guardavano Report la sera con lo stesso zelo con cui mia nonna andava a messa la mattina. La stessa convinzione di essere parte di un disegno più grande. Persone che tenevano sempre a precisare di “non guardare la televisione” facendo un’eccezione solo per Report. Le riconosci subito dal frigorifero: un memoriale delle inchieste passate. Da Gabanelli a Ranucci aboliti negli anni il salmone scozzese (pieno di pidocchi), il tonno, il pollo, poi tutta la carne, le uova, la frittata, il pancarré dell’Esselunga, gli spaghetti con le vongole (facendo un’eccezione solo da Lavitola), l’olio del supermercato, tutte le bibite gasate, i datteri israeliani sottratti ai palestinesi, la cioccolata perché ha “una filiera eticamente problematica” e ora anche i cornetti del bar, perché “quando addentiamo un cornetto, pensiamo di mangiare un prodotto fresco, invece è un cibo ultraprocessato” (La colazione grassa, puntata del 31 maggio, disponibile su RaiPlay). Come si può vivere così?
Lo spettatore di Report è un indignato old-fashioned, convinto di vivere nella parte più ingiusta, corrotta e cattiva del mondo
E’ chiaro che uno esce di casa al mattino già incazzato col mondo, le multinazionali dei lieviti e il barista che ti nasconde tutto, complice di cornettopoli. Lo spettatore di Report però è un indignato old-fashioned, tarato sul target televisivo, quindi anziano o giovane vecchio. Genealogia classica: Paese Sera, sinistra extraparlamentare, movimentismi, poi l’infilata di “popoli” – dei fax, “viola”, della rete – poi girotondi, grillismo, complottismo, trattativismo, Antimafia 2000, Francesca Albanese, Gelli e il Piano di Rinascita sempre realizzato, a ogni referendum costituzionale, chiunque lo proponga, qualunque cosa contenga. Il reportista non è woke. La fine del patriarcato lo lascia tiepido. Il gender gap non lo smuove più di tanto, peggio ancora la schwa. Le polemiche sull’attrice nera che fa Elena di Troia nell’Odissea di Nolan non lo appassionano neanche un po’, come le tirate sul colonialismo – a meno che non sia americano, mussoliniano o dei coloni israeliani. I suoi nemici sono quelli di sempre: tutte le destre del mondo, le multinazionali di ieri, col fatturato e la ciminiera, le aziende farmaceutiche, i “colossi digitali”. Il reportista è una figura decisiva del panorama italiano di questi ultimi trent’anni: tutti ne conosciamo almeno uno e sappiamo quant’è difficile. Dovendo per esempio discutere con un terrapiattista e un fedele di Report sceglierei sempre il secondo, se non altro perché mi diverto. Perciò, quando Ranucci dice “sono felice di rappresentare l’italiano qualunque”, rispondendo per le rime a Tommaso Cerno che lo sbeffeggiava sui social, andrebbe preso alla lettera. Ha ragione. L’italiano qualunque è anche quello di Report. Arcigno, incazzato, convinto di vivere nella parte più ingiusta, corrotta e cattiva del mondo. Intrappolato in un paese che solo il binomio giudici-giornalisti d’inchiesta può redimere, o almeno purificare a rate.
Il problema non è la faziosità, ma il metodo da tribunale della tv di stato. La citofonata come notifica di garanzia, il montaggio che costruisce la sentenza
E’ questo il presupposto narrativo, il patto Report-spettatore, a monte di ogni singola puntata. E qualunque sia l’argomento – l’acqua, gli appalti, Renzi, il fotovoltaico, i biscotti al cioccolato – il finale è sempre lo stesso: il paese guasto, le destre cattive, l’orribile profitto, la redenzione rimandata a non si sa quando, certo non con questo Pd, signora mia. Il servizio può essere impeccabile o sgangherato, ma il finale si conosce già. Report si guarda per riconoscersi. Il problema non è certo la faziosità, come dicono i fratelli d’Italia o i vari detrattori. Il giornalismo italiano nasce fazioso, cresce fazioso, prospera fazioso: giornali di partito, megafoni di battaglie personali, terze pagine schierate, poi adesso – dopo vent’anni di social – tifo da stadio, striscioni da curva nei titoli. Il problema è il metodo. Perché Report si presenta come un tribunale della Tv di Stato che arriva lì dove la politica non riesce. C’è il pubblico ministero in studio, la citofonata che vale una notifica di garanzia, il montaggio che costruisce la sentenza – la musichetta cupa, gli ammiccamenti, la pausa prima della domanda fatale, quindi il contraddittorio: “abbiamo provato a contattarlo, non ci ha risposto”. Forum o Le Iene o Striscia la Notizia o Report non sono la stessa cosa, però non si dovrebbe dimenticare che fanno tutti parte di quella cosa chiamata televisione – e la televisione anche quando si fa seriosa, plumbea, indignata, segue sempre le leggi della televisione: semplificare, aggiustare, inventare.
Marrazzo non aveva un fandom, nessuno gli chiese mai di guidare un Campo largo. E’ con Santoro che l’inchiesta inizia la mutazione liturgica
Ma ora che si trova a frequentare assiduamente RaiPlay, il reportista potrebbe farsi un ripassino di cosa è stata l’inchiesta nella tv italiana prima di diventare affare di fede e di tifo. Si può iniziare dal bianco e nero pedagogico: TV7, poi AZ, un fatto come e perché – il programma di Enzo Biagi, un titolo che era già una promessa di misura: un fatto, un come, un perché, arrivederci a giovedì. Niente sermoni, niente gogne, niente presìdi. Oppure i “dossier camorra” di Joe Marrazzo, che rivisti oggi fanno davvero impressione per la precisione chirurgica del linguaggio e delle immagini: Marrazzo che entra nelle carceri con la faccia stropicciata e esce con Raffaele Cutolo. Da quei colloqui verrà fuori Il camorrista, 1984 – capolavoro di non-fiction, il nostro Cold Blood. Cutolo che a bordo della nave che lo porta all’Asinara ripercorre la sua lunga odissea malavitosa, poi diventato film di Tornatore con Ben Gazzara e start-up di ogni Gomorra. Saviano ha confessato di aver preso quasi tutto da lì (e quello che non ha preso da lì viene da Scorsese, Coppola, De Palma). A Marrazzo bruciarono tre automobili, poi una scorta quando ai giornalisti non la davano. Non aveva un fandom. Nessuno gli chiese mai di guidare un Campo largo, sondaggi alla mano. Altri tempi, d’accordo. E’ con Santoro e Samarcanda che l’inchiesta inizia la sua lenta ma inarrestabile mutazione liturgica. Diventa culto religioso, posizionamento identitario, liturgia coi suoi fedeli. Perché ogni tanto andrebbe ricordato: il contropotere italiano nasce lottizzato, con la “questione morale” infilata nell’organigramma di viale Mazzini, e l’odiata lottizzazione che regala la rete oggi rimpianta da tutti. Ed è lì dentro che avviene la mutazione. L’inchiesta non è più solo racconto e analisi, ma comunione, indignazione, veglia per il paese che sprofonda. Turning point: la serata per Libero Grassi, settembre 1991, in staffetta col Costanzo Show. Da quel momento chi guarda non è più un pubblico: è la parte migliore del paese, certificata ogni settimana, contro l’altra metà che non vuole vedere o è complice. L’inchiesta smette di chiedere solo attenzione e comincia a chiedere fedeltà. Santoro è il Giovanni Battista di tutto quello che verrà, giù giù fino alla “brigata repliche” di Ranucci.
Alla metà degli anni Novanta, le prime video 8, le handycam leggere che sostituiscono i vecchi telecameroni col treppiede, proiettano l’inchiesta nel nuovo mondo dei blog e dei freelance: l’inseguimento sul marciapiede come nuova unità di misura della verità, la telecamerina nascosta, la confessione rubata, il frame sbilenco. Per questa nuova era Milena Gabanelli era perfetta: Dams di Bologna, tesi in storia del cinema, Nouvelle Vague. Quando nelle prime puntate di “Professione Reporter”, incubatore di Report ideato da Minoli, dice che la video 8 è come una penna, che la teleinchiesta si scriverà in prima persona come un articolo, sta recitando a memoria la caméra-stylo di Alexandre Astruc, ideologo dei “Cahiers du Cinéma”.
Preso anche io dal demone di RaiPlay, mi sono rivisto qualche puntata di Professione Reporter. Che tenerezza! Ecco per esempio un’inchiesta di Paolo Barnard sull’hashish a Christiania, 1994: Jimi Hendrix in sottofondo, una sfilata di fattoni per la cittadella utopica danese raccontata come alternativa all’infernale produttività occidentale. Cofondatore di Report, nel 2001 Barnard firma Little Pharma & Big Pharma, poi la causa di un informatore farmaceutico, la clausola di manleva, la rottura fragorosa con la Rai e con Gabanelli accusata di averlo mollato, e via verso la seconda vita – il complotto settantennale delle élite, il summit Mmt del 2012 allo stadio di Rimini, duemila paganti ad ascoltare economisti del Missouri. Dall’inchiesta alla cosmologia senza fermate intermedie. Report è sempre stato una startup per carriere da santoni, più o meno politiche, anche prima dei sondaggi di Valter gianniletta Lavitola. Come dimenticare il M5s che nel 2013 votò in massa Milena Gabanelli alle Quirinarie per il Colle? Lei però era una firma senza volto: voce piatta, understatement calvinista, una non-conduzione à la Maria De Filippi. Con Ranucci cambia la grammatica promozionale: teaser, anticipazioni, la “bomba” (ahimè), il conduttore-brand che diventa lui notizia.
Dall’investitura al martirio alla rimozione, la carriera del giornalista d’inchiesta segue ormai un protocollo fisso, collaudato da trent’anni
Ma la carriera del giornalista d’inchiesta segue ormai un protocollo fisso, collaudato da trent’anni. Può scattare come folgorazione, subito, tra una militanza e l’altra, o dopo il tesserino da pubblicista: ma poi le fasi sono cinque, sempre quelle. Fase uno: l’investitura. Serve un integerrimo – giornalista o magistrato – che “non guarda in faccia nessuno”, e serve naturalmente un nemico che lo consacra e che incarnerà di volta in volta il Potere, il Sistema, il “malaffare”, il governo però solo se a Palazzo Chigi c’è la destra. Fase due: il martirio. Querele, editti, scorte, tantissime scorte e sospensioni: ogni atto amministrativo sarà riletto come stazione di una via crucis. L’editto bulgaro è il Golgota di Santoro. Da allora ogni notina di viale Mazzini eredita quella luce. Il martirio non si può saltare né simulare: Giletti ci ha provato con la chiusura di Non è l’Arena, ma senza investitura a monte il martirio è solo un contratto non rinnovato. Fase tre: la tentazione. I sondaggi, le sirene, i pranzi, il sarò-il-tuo-Gianni-Letta di turno: prima o poi arriva sempre la proposta di trasformare il seguito in consenso, l’indignazione in collegio elettorale. E’ la fase più delicata. Resistono in pochi. Si finisce così alla fase quattro: la caduta, improvvisa e rovinosa o lenta e indolore, ma che quasi sempre coincide con l’aver ceduto alla “tre”. Santoro, eletto a Strasburgo con una valanga di preferenze, dunque il santo che si rivela umano, cioè politico, cioè uguale a tutti gli altri. Fase cinque: la rimozione, il casting, avanti un altro. Un cimitero affollato. Le seconde file che scalpitano per entrare in scena. Eccoci qui. Oggi però magari anche con qualche chance in più di rinascita: ripartire per esempio come podcaster e ristoratore di pesce, fritture, cuffia e inchieste.