Non solo sindaci, ora sui social è il tempo degli assessori
Il comune senso del TikTok
Onorato e Alfonsi a Roma, ma il più gettonato è Pacini con la sua "rivoluzione milanese". Piccoli Mamdani crescono, tra buche, aiuole e campi di bocce
18 LUG 26

Lorenzo Pacini - foto dal suo profilo Instagram
Ove mai vi capitasse di presenziare a un qualunque evento, pubblico o privato, di massa e inclusivo o invece tremendamente esclusivo, e vi imbatteste in qualche influencer, giovane o attempato/a, che sta parlando in camera (del telefono), agitando le braccia oppure rivolgendosi a una pianta, sempre guardando nell’obiettivo, e vi ricorda però tanto il sindaco o la sindaca della città dove abitate, tranquillizzatevi, e soprattutto siate gentili con lui/lei: non è una somiglianza, è proprio il sindaco della città in cui abitate, e sta combattendo una battaglia di cui non siete a conoscenza. Sta facendo un reel.
Ormai succede sempre più spesso, infatti: la storia dei sindaci sui social è antica. L’ultimo e più glorioso è ovviamente quello di New York Mamdani, che deve forse il suo successo all’uso impeccabile e fantasioso di Instagram e TikTok: si butta (vestito, nei suoi famosi completi SuitSupply) in una piscina comunale per annunciare la stagione di balneazione pubblica; il congelamento degli affitti viene invece annunciato dalla celletta del freezer, e poi tante altre trovate e trovatine che funzionano benissimo. Ma prima di Mamdani già c’era Gualtieri (quando voi stavate ancora sugli alberi noi a Roma avevamo già i sindaci creator).
Se non l’ha inventato ha perfezionato un format originalissimo, in cui inaugura qualunque aiuola, tombino, sotto e soprapassaggio, sempre con caschetto giallo in testa, innaffiando i rari alberelli che sopravviveranno alla canicola, tanto da aver prodotto memizzazioni a raffica, con gli account “Gualtieri che indica cose”, e poi l’imitazione che ne fa l’ex deputato di Forza Italia Simone Baldelli, col format “i cantieri di Gualtieri”. E a Milano Beppesala, tutto attaccato? E’ stato uno dei primi a intuire la forza dei social, coi suoi tormentoni “Buongiornomilano!” e le calzette arcobaleno. E a Genova spopola Silvia Salis, ma già prima avemmo Antonio Decaro a Bari, con “le bimbe di Antonio Decaro”, e poi Benevento feudo dei Mastellas e Salerno dei De Lucas, e poi che dire del Bandecchi ducesco?
I sindaci, e le sindache, sono ormai figure di casa del nostro piccolo schermo telefonico, come Pippo Baudo e Enza Sampò delle nostre mamme nella vetusta tv. Li portiamo nel cuore e nel telefonino, ci spuntano coi loro reel nei momenti più impensati, e i più nostalgici si potranno chiedere quando una figura generalmente anonima come quella del primo cittadino è diventata una superstar mediatica, più popolare spesso anche di politici di profilo nazionale. Per decenni il sindaco era infatti una figura quasi notarile, punto di partenza per una carriera politica che un tempo era lunga e accidentata. E analogica. Certo c’erano i sindaci diventati celebrità o le celebrità diventate sindaco come Fiorello La Guardia a New York, o il sindaco-santo Giorgio La Pira a Firenze, che viveva in convento ma parlava coi potenti della terra, oppure Clint Eastwood, primo cittadino salutista di Carmel-by-the-Sea in California (poi evocato a Roma, in funzione anti McDonald’s). Come si è passati da La Pira in convento a Mamdani nel freezer non lo sapremo mai, ma va bene così.
La mutazione, è chiaro, arriva da lontano, in Italia forse già negli anni Novanta con l’elezione diretta del sindaco che diventa celebrity: a Roma Rutelli sgomma sul suo SH color crema, a Milano Albertini coi mutandoni Dolce e Gabbana. Oggi però è un’altra cosa, e qui diamo la colpa di tutti i mali, da boomer quali si è, ai malefici social e all’orrido telefonino. Lo schermo verticale favorisce il sindaco e la sua trasformazione in performer: l’amministratore locale ha infatti una serie di selfie opportunity che al politico nazionale sono precluse. Il reel avvicina, personalizza, il sindaco “ti porta con sé” come gli influencer immobiliari nel bagno “en suite”, sembra che si rivolga proprio a te! “Ti porta” al grande evento, o a innaffiare la pianticella, o a riparare la buca, quasi sempre “in esterna”, come direbbe Maria De Filippi, e tu sei tutto contento, hai un fior di spettacolo, gratis, senza neanche pagare il canone (c’è solo la Tari, vabbè).
Ma se siamo tutti abituati e forse già annoiati dal sindaco-creator, c’è un livello che è ancora abbastanza inesplorato, quello degli assessori. Grandi succedanei dei loro principali, gli assessori sono protagonisti di un interessantissimo palinsesto social, che si affida alla loro fantasia ed estro. Alla loro creatività. L’altra sera per esempio stavo a un fondamentale evento romano, in una “splendida cornice”, quando improvvisamente vedo l’inconfondibile sagoma di Alessandro Onorato, assessore al Turismo, allo Sport e ai Grandi eventi di Roma. E anche fondatore di Progetto civico Italia: una “cosa” civica centrista di enorme interesse.
Come lui: onnipresente, belloccione, ciuffo ribelle e vocione cavernoso alla Giuseppe Conte. Stava, quella sera, tutto in nero, abito e camicia, elegantissimo come uno stilista, sulla scalinata della Galleria d’Arte moderna, poi non l’ho più visto, perso nella folla. Dopo qualche ora torno a casa e il telefono mi sputa fuori il vocione cavernoso. “Vi porto con me alla sfilata di Fendi”, ed ecco che parte, sullo sfondo musicale di Blondie (“Heart Of Glass”) tra ralenti e altri effetti molto sofisticati, un reel della sfilata di Fendi commentata appunto dall’assessore. E lì, con la forza additiva dell’Instagram, vengo risucchiato nel palinsesto onoratiano. Ecco qualche settimana fa, sempre lui, questa volta casual, polo chiara traforata a manica corta, bracciali, aria giustamente eccitata, e ciuffo che stormisce nella splendida cornice di Tor Vergata: “vi porto al concerto di Ultimo”; e con concitata ma sicura camminata “ci porta” sottopalco, ringraziando le forze dell’ordine “Vigili del Fuoco e ogni singolo operatore della sicurezza”, ma soprattutto: “Fabrizio Moro ha appena iniziato a cantare. Sarà lui ad aprire questo evento storico”, annuncia, con mestiere, un po’ Cecchetto ai Festivalbar della nostra infanzia. E poi: “siamo qui tra i duecentocinquanta mila cuori che stanno pulsando per il concerto di Ultimo!”.
Il ragazzo è un fuoriclasse, e del resto è assessore ai grandi eventi, mica ai piccoli o medi, però al boomer analogico in noi fa un po’ strano che l’assessore sia ormai anche un reporter-entertainer e pure regista, (e pure produttore, direbbe Valeria Marini). Con un suo format alla “Nonsolomoda”, il celebre programma di lifestyle anni Ottanta. Non è che non è bravo: è troppo bravo. E un moralista potrebbe dire: ma invece di “condurre”, riconduci semmai a casa le genti che dal concerto sono rimaste poi bloccate nelle splendide cornici di Tor Vergata (forse non sono ancora riuscite a tornare a casa, stanno ancora vagando tipo Odissea con regia non di Nolan ma di Onorato). Ma basta con l’etica da quattro soldi, rimaniamo piuttosto sull’estetica. Ogni assessore ha appunto il suo format. Io da Onorato sono ipnotizzato, dal vocione cavernoso, dal ciuffo, e anche dal gesto delle mani, a taglio, ad accompagnare le parole. Vorrei tantissimo (forse c’è) un’analisi della comunicazione e postura di Onorato da parte di un altro grandissimo personaggio dell’oggi, l’esperto appunto di comunicazione Patrick Facciolo, uno che va da Chiambretti, nel programma sul barcone nel Tevere, e analizza come si esprimono queste celebrità, assessori e non. Per esempio questo Facciolo valuta i “ganci” dei personaggi sui social, cioè da quel che capisco il “lancio” o quel che si fa o si dice nei primi secondi della performance. Sostiene Facciolo per esempio che quando Vannacci va da Lilli Gruber gli parte tutta una “respirazione clavicolare”, niente a che vedere con quel tipaccio americano, appunto il “Clavicular”, ma questa respirazione sarebbe segnale di forte stress e di paura nel generale. Sostiene Facciolo poi che la sindaca di Genova Salis quando parla in pubblico compie invece gesti “oggetto-manipolatori”, cioè si aggrappa tipo al leggio, mostrando così insicurezza, al posto di quei “gesti batonici” che invece sono giusti, con le mani a taglio dall’alto verso il basso (insomma Onorato è molto batonico, l’ho capito pure io).
Alla sfilata Fendi non c’era Facciolo ma era presente anche l’assessore alla Cultura milanese, Tommaso Sacchi, anche lui abbastanza mondano e instagrammatico, ma forse fa pochi gesti batonici, dovrei studiarlo meglio o chiedere a Facciolo. Non ho invece visto la mia preferita, la mitica Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma. Sessant’anni, laurea in antropologia, col tempo si è saputa trasformare in una specie di Licia Colò comunale. Sul suo “canale”, forse anche per contrastare le molte polemiche circa i tagli di alberature secolari della capitale, je dà giù col verde. Inaugura un numero di aiuole che neanche Giulia Maria Crespi in acido; che in confronto Gualtieri è un inauguratore scarso. In un reel eccola alle prese con le “floribunde bianche”, “quelle rose che in un unico stelo fanno tanti fiori”, inaugurando l’84ª edizione del Premio Roma, “un appuntamento che ogni anno rende il nostro Roseto Comunale un luogo di incontro tra cultura del verde, ricerca florovivaistica e partecipazione cittadina”. Intervistata in uno sketch, variatio delle belve fagnanesche, le chiedono: assessora, che pianta si sente? Risposta: “Una mimosa romana”. Mentre posa una mattonella declama: “questo potrebbe sembrare peperino, ma in realtà è una betonella fotocatalitica! Stiamo parlando di masselli autobloccanti di biossido di titanio” (qui siamo a metà tra Quark e le televendite da “protagonisti del Novecento”). Il clou lo raggiunge in un sofisticato meta-reel: “Abbiamo piantato cento tigli in viale Europa, andiamo a vedere” (eterna variante del “ti porto nel bagno en suite”). E ci porta in una aiuola dove sono “stati dati degli stimolanti per la crescita” (forse stimolanti come le famigerate vernici verdi segnalate a Roma in aiuole pittate per sembrare più in salute di quanto siano effettivamente). Ma quando pensi di aver raggiunto il culmine narrativo, l’assessora-regista-protagonista ecco che esclama: “colleghiamoci ora con il vivaio UmbriaFlor. Buonasera. Ecco il direttore di Umbriaflor”. Vediamo quindi il direttore di Umbriaflor collegato, cioè è in videochiamata sul telefonino dell’assessora, in una mise en abyme che neanche Enrico Ghezzi nei Blob più ispirati; neanche il Mixer di Gianni Minoli, neanche il Kubrick più cerebrale avrebbe concepito. Il direttore di Umbriaflor ci spiega tutta la questione degli stimolanti. Alfonsi muove le mani piuttosto aperte, un po’ a stella marina, direi, in un gesto che non so se si potrebbe definire batonico.
Però insomma si è capito, ce n’è per tutti i gusti. Se Onorato potrebbe far parte di una boy band, Alfonsi sembra una cantante un po’ hippy, alla Joan Baez, con le sue collane etniche e i caftani e il cerchietto tra i capelli grigi. Poi va detto che anche gli assessori come i sindaci migliorano col tempo, davanti alla telecamera. E di nuovo, siate gentili con loro: ogni volta che vedete un assessore che fa un reel, sappiate che quell’assessore sta combattendo, contro l’iPhone, contro il ridicolo, contro questo mondo ormai che è tutto una gag alla Mamdani (magari uno ha studiato tanto, ha faticato, e ora gli tocca passare la vita a fare le scenette). Però Onorato ha il vantaggio generazionale, come un altro assessore addirittura nativo digitale, il fenomeno del momento: è Lorenzo Pacini, il baby Mamdani milanese. Trentenne, PD, si pone come stella nascente della sinistra-sinistra. Ottantamila follower, attualmente assessore al Verde e Arredo urbano del primo municipio del capoluogo lombardo, corre per le primarie del comune. In questo periodo è attivo con le “anguriate di quartiere”, con riferimento anche all’anguria che significa sostegno alla causa palestinese. Pacini è il sindaco o aspirante sindaco che piace alla gente che piace. Belloccio, erre moscia, maturità classica al Manzoni e laurea in Legge in Statale, un lavoro nel campo della comunicazione, è sempre elegante, in completo solaro o spezzato, e sembra per una strana nemesi un figlio ideale (ma ribelle) del “Parods” – il fratello di Cristina e Benedetta Parodi che sui social sfotte da destra i radical chic. Il Pacini proclama slogan semplici ed efficaci, “con la gente per la gente”, è bravissimo a comunicare, ha lanciato la sua candidatura da un campetto di bocce, è a suo agio anche nella “vecchia” radio-televisione: “Ora e sempre resistenza”, proclama ospite alla Zanzara, dove si scalda, “Noi i fascisti li combattiamo alle urne e poi a un certo punto se serve, se servirà, coi fucili”. Quando Enrico Letta ha postato per il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione di indipendenza americana una foto degli ultimi presidenti (Trump escluso) parlando di “America che amiamo” Pacini è sbottato: ma che cazzo stai dicendo! Non siamo una colonia!
Un po’ Clark Gable della Bovisa, un po’ Taricone dell’Area C, fa sospirare signore e signori all’ombra del Duomo. Il suo forte è la cacciata da Milano dei miliardari: la figura, il totem che unisce tutti i Mamdani e sotto-Mamdani del mondo. “I miliardari non portano ricchezza”, proclama, con indosso una magliettina bianca che valorizza il pettorale guizzante, con la scritta ricamata rossa: “Non è invidia, è lotta di classe”. “I miliardari sono il fottuto problema”, dice, come un attore americano (doppiato). Ha gioco facile con Leonardo Maria Del Vecchio e la “lectio magistralis” in cui l’erede Luxottica, insignito della laurea ad honorem, lamenta il peso del nascere col “peccato originale” dei dobloni di famiglia (e qui Pacini si filma mentre accende un cero, in lacrime, “al nostro fratello Leonardo Maria, che non ha scelto lui di essere miliardario!”). Il programma di Pacini è “La rivoluzione di Milano”, e il logo (molto ben disegnato, siam pur sempre a Milano) è il classico biscione già dei Visconti e poi di Berlusconi e dell’Alfa Romeo e dell’Inter e di tante altre cose milanesi, e qui però “el bisson” caro ai lombardi che nasceva con un fanciullo in bocca, sgranocchia invece un pingue signore con baffi e cilindro: insomma di nuovo un miliardario. Una delle apparizioni più igonighe del Pacini è quando, sotto la pioggia, e dinanzi al ditone medio di Cattelan rivolto alla Borsa Valori, chiama a raccolta tutti per “tassare l’1 per cento”, e poi fa, pure lui, un gran ditone medio sempre a loro, ai miliardari, non si sa se milanesi, newyorchesi, o generici. Sotto il post, a commentare entusiasta, l’avrete indovinato, è Patrick Facciolo. “Che gancio glorioso”, sentenzia l’esperto. Questo assessore, si è capito che non lo batte nessuno. Almeno per quanto riguarda i gesti batonici, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
