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Arcipelago rumeno. Le memorie del Nobel Herta Müller
“Sotto il comunismo anche le mucche erano tristi. Usavamo i giornali come carta igienica”. Il racconto della scrittrice che ha descritto in termini tattili cosa significasse il totalitarismo di Ceausescu per l’individuo e la vita interiore
6 LUG 26

Foto LaPresse
"Le persone avevano l’abbonamento al giornale solo perché serviva la carta: non per essere letta, ma per avvolgere le cose, per pulire, per coprire. Un passante per strada ha coperto il viso del morto con il giornale. La carta è leggera e tiene caldo, la si usava per foderare le scarpe. In tutto il paese non esisteva altro tipo di carta. Si parlava di crisi della carta, anche se era un pretesto per la censura. Negli ultimi anni del regime di Ceausescu, la miseria aveva raggiunto un livello tale che perfino nelle fabbriche di stato la gente usava i giornali come carta igienica. Nella scuola in cui insegnavo prima di lasciare il paese, i bambini dovevano ritagliare i giornali in pezzi della grandezza di una mano. Ma, dato tutto il culto del partito e della personalità, sarebbe stato fatale, alto tradimento, se l’immagine di Ceausescu fosse stata degradata venendo usata come carta igienica. I bambini incaricati della carta igienica dovevano esaminare i giornali con la massima attenzione e ritagliarli in modo tale che nessuna parte del corpo di Ceausescu finisse nel gabinetto. E non solo il viso: neppure un orecchio, una gamba dei pantaloni o una scarpa. Tutta l’operazione di ritagliare la carta igienica era complicata, ma inevitabile, perché da anni in tutto il paese non si trovava più carta igienica”.
Così racconta in “The Village on the Edge of the World” Herta Müller, insignita del Nobel per la letteratura per aver raccontato gli orrori del totalitarismo di Ceausescu. Se Hannah Arendt ne “Le origini del totalitarismo” ha analizzato le forze psicologiche e storiche che avevano portato ai regimi nazista e stalinista, la Müller in questo libro descrive in termini tattili cosa significasse il totalitarismo per l’individuo e la vita interiore. La fame. Una fame atavica segna le pagine di questo volume straordinario. “Mia madre pretendeva che la buccia fosse in un unico pezzo: sottilissima e circolare, come un nastro arrotolato”, scrive la Müller, nata nel 1953 nella regione del Banato, nella Romania occidentale, in una famiglia di lingua tedesca. “Mi urlava contro se il mio coltello penetrava troppo a fondo nella patata... La sua fame cronica, una volta tornata dal campo, fu la fonte della sua complicità perenne con la patata”. La sera era il momento peggiore. “La paura – soprattutto quella impalpabile – era legata alla notte: si avvicinava strisciando alle case, si appoggiava alle recinzioni e tutto diventava nero pece e mortalmente silenzioso. Avevo sempre paura del buio: l’aria era inchiostro nero o lana nera, fango spesso o una grande pelliccia animale. L’oscurità ti mostra come sarà la morte quando arriverà”. Anche la natura era un aspetto dell’oppressione comunista. “Il paesaggio dell’infanzia definisce il modo in cui guardiamo i paesaggi per il resto della nostra vita”. I suoi ricordi più antichi sono quegli “enormi campi di mais socialisti”, mentre la gente pativa la fame.
“La paura era legata alla notte: si avvicinava strisciando alle case, tutto diventava nero pece e mortalmente silenzioso”
Giganteschi campi di mais socialisti. “Quando ti trovavi in mezzo a uno, circondata dai fitti steli di mais, il campo era una foresta. Ti sovrastava e non potevi vedere fuori. Non c’era ombra, il sole ti batteva sulla testa tutto il giorno, tutta l’estate”. Il campo nutre le persone solo per poterle inghiottire dopo. “Vedi questo ciclo come aggressivo, non gentile o naturale, e in cui gli esseri umani non sono altro che candidati per il museo delle cere della morte”. I treni che passavano erano le uniche cose che davano un po’ di gioia alle sue giornate. “Dentro c’erano gente di città in bei vestiti estivi. La bambina si avvicinava il più possibile ai binari, vedeva luccicare i gioielli, un’altra vita sfrecciare via e salutava con la mano”. Anche gli occhi tristi delle mucche “brillavano come acqua in un pozzo profondo”. Il dolore consumava tutti nel villaggio in cui è cresciuta. La Müller ha subito una doppia oppressione. Mentre Ceausescu schiacciava la popolazione rumena, era particolarmente brutale verso i tedeschi etnici, considerati collaboratori dei nazisti. Nel 1945 la madre del futuro Nobel fu deportata dai sovietici in un campo di lavoro forzato nell’odierna Ucraina per cinque anni. Quando tornò aveva perso tutti i denti e, dopo che le avevano rasato i capelli, non li fece più crescere. Il danno psicologico del campo di lavoro, unito all’oppressione del regime comunista, si era infiltrato in casa, dove le continue pulizie e le altre fatiche della madre erano un modo per mantenere sanità mentale e ordine.
“La vita di mia madre era completamente assorbita da questi compiti. Puliva e spazzava, aveva un sacco di scope: una scopa da cucina, una da stalla delle mucche, una da porcile e una da pollaio, una da legnaia, una da affumicatoio e due scope da strada, una per il marciapiede e l’altra per l’erba”. Sotto Ceausescu “i negozi di vestiti sembravano discariche” e i vestiti stessi puzzavano di “fango” e “grasso per assi”. Anzi, “la bruttezza… era l’unica vera forma di uguaglianza sotto il socialismo”. Ed era intenzionale, faceva parte del programma della dittatura. “Gli oggetti prodotti sotto il socialismo ti facevano stancare della vita: palazzi di cemento, mobili, tende, stoviglie, aiuole nei parchi, manifesti, monumenti, vetrine. Come se ogni materia – cemento, legno, vetro, porcellana, persino i rami degli alberi – fosse di per sé brutale e volgare, come se non si potesse trasformarla in niente di più bello. Come se in questo paese la materia nascesse spontaneamente dalla volontà del regime. Questa uguaglianza brutta ti premeva addosso, ti rendeva apatico e poco esigente: era proprio quello che voleva lo stato”. C’erano solo due o tre modelli di abito, gonna, camicetta e giacca per stagione, tutti di colori polverosi. “Erano tagliati male, goffi e rigidi, non stavano bene a nessuno. Chi si comprava qualcosa di nuovo trovava i suoi vestiti cento volte per strada. Ogni volta che entravo in un negozio di vestiti mi coglieva un senso di dolore e repulsione. Tutto puzzava di vita rubata”. Anche la carne era avariata. “Invece della carne lo stato ci dava frattaglie: zampe di maiale con gli artigli lunghi, zampe di pollo con gli artigli, teste di pollo nell’acqua congelate in blocchi blu-rossi pesanti che si spaccavano con la scure prima di pesarle. La gente portava a casa le teste di pollo congelate a mani nude: in quello stato di miseria anche un fazzoletto non serviva a niente. Sulla via di casa il ghiaccio gocciolava piano, come se i cani segnassero il territorio con urina sanguinolenta. E tutti facevano la coda per ore per queste frattaglie”.
Sotto Ceausescu “i negozi di vestiti sembravano discariche” e “la bruttezza era l’unica vera forma di uguaglianza sotto il socialismo”
In un’occasione, la Müller fu portata via e interrogata per aver acquistato delle noci da un contadino al mercato. “Avevo pagato troppo per le noci, minando il prezzo standard stabilito dallo stato. Ma non c’era un prezzo standard: lo stato non aveva noci”. Eppure, quando la gente del villaggio andava in città, si metteva i vestiti della domenica. “In modo che la loro bruttezza fosse meno evidente”. Il comunismo intrappolava le persone nei loro istinti peggiori. Tutti “tramavano, ricattavano, denunciavano, dissimulavano” per sopravvivere. Gli unici “sentimenti che ti era permesso provare per la tua patria erano cliché, kitsch e prefabbricati”. Nel frattempo c’era carenza di tutto, compresa la carta igienica appunto. Mentre il padre aveva accettato implicitamente i crimini di Hitler, la Müller si disse che non avrebbe mai accettato i crimini di Ceausescu. Così iniziò la strada dell’emarginazione: scriveva ciò che vedeva e sentiva, nascondeva i manoscritti in buche nel terreno, rifiutava di collaborare con la Securitate, i servizi segreti romeni, che volevano costringerla a spiare amici e colleghi nella fabbrica di ingegneria dove lavorava come traduttrice. Sua madre l’accusava di mettere in pericolo le loro vite. Trovò un editore tedesco e il suo primo libro non censurato, “Nadirs” (1984), vinse premi letterari in Germania, ma le valse anche persecuzioni da parte delle autorità romene. Durante gli interrogatori non veniva interrogata o attaccata per i suoi scritti, ma accusata di essere una “puttana.” “In fabbrica mi misero sulla scala, come punizione. La gente fischiava quando scendevo in reparto. Io avevo rifiutato di collaborare e per questo attivarono gli informatori contro di me”.
L’interrogatore era sempre lo stesso. “A volte mi portava in una stanza senza finestre, con solo una sedia per me. Una volta l’interrogatore mi spaventò con una frase insolita: una minaccia di morte poetica. Disse: ‘Chi si veste pulito non può arrivare sporco in Paradiso’. Una frase così ti resta dentro per sempre”. Quando andava agli interrogatori, Herta si truccava con cura particolare. “Era importante: mi dimostrava che non mi ero ancora arresa a me stessa. Volevo che l’interrogatore vedesse che non mi lasciavo andare. Mi mettevo i vestiti più belli. Era strano: mi agghindavo mentre temevo di non poter tornare a casa la sera”. Intanto in Italia si fingeva che la Romania fosse il paradiso dei lavoratori: l’Unità riceveva un regalo da Ceausescu per pubblicare un supplemento sull’anniversario del Partito Comunista Rumeno, Elena Ceausescu veniva pubblicata dalla SugarCo con le prefazioni del presidente dei Lincei Antonio Carrelli e Nilde Iotti, la Fao a Roma ospitava libri encomiastici di Ceausescu e sulla Rai Giancarlo Vigorelli diffondeva le immagini felici della Romania comunista.
L’ordalia portò la Müller a emigrare a Berlino Ovest nel 1987. Nelle società totalitarie, scrive, “o vieni distrutto conformandoti al regime, o vieni distrutto attraverso la non-conformità”. Quando calava la notte, tutti venivano a tavola per cena. “Mangiavamo, e nessuno chiedeva all’altro come era andata la giornata. Ognuno di noi portava addosso i propri segreti. I pensieri erano proibiti. La paura politica rendeva i miei genitori servili, incorruttibili e codardi. La madre, per paura della mia vita, mi accusava di mettere in pericolo la famiglia. Diventava cattiva verso di me invece che verso la Securitate”. Sotto la dittatura, i due terzi della vita sono impossibili. “E l’ultimo terzo – quello privato – è infestato. L’intimità cerca di salvarsi, ma la sporcizia della politica si infiltra nelle relazioni e ti fa pagare un prezzo altissimo per le amicizie. L’amore crolla, i nervi vanno in tilt. L’unica scelta era tra distruzione per consenso o autodistruzione per non consenso”. Nessuno credeva davvero nella propaganda. “La domanda era solo se usarla per fare carriera. I più alti gerarchi del Partito e i loro figli si sposavano in segreto anche in chiesa, mentre pubblicamente predicavano l’ateismo”.
“Mangiavamo e nessuno chiedeva all’altro come era andata la giornata. I pensieri erano proibiti. La paura rendeva i miei servili e codardi”
L’arrivo in occidente è descritto come uno choc. “Quando andai in un ristorante la sera per la prima volta a Francoforte e vidi i tovaglioli, i fiori e le candele sui tavoli e guardai il menù, prima ancora di riuscire a ordinare qualcosa la prima cosa che feci fu piangere”. Stava sulla U-Bahn e fissava la gente come una bambina. “Avevano mani così pulite. C’era così tanto da vedere: il mondo era sgargiante, tutto era luminoso e i colori erano inquieti. I miei occhi facevano male. Venivo dal grigio silenzio della dittatura e della povertà. Ora gli annunci pubblicitari mi fissavano a ogni angolo, audaci e vivaci. Pensai: è così che appare la vita quando ti è permesso pensare e dire quello che vuoi. E questo era travolgente e quasi impossibile da sopportare. Mi rendeva felice, ma era anche doloroso. Non osavo riposare in questa felicità, mi sentivo straziata”. Come se la sua libertà non fosse stata autorizzata. Il comunismo di Ceausescu ha vaccinato la Müller contro il totalitarismo. Non a caso è stata l’unica grande scrittrice e premio Nobel ad aver difeso Israele dopo il 7 ottobre. Dopo il pogrom, mentre gran parte del mondo intellettuale occidentale indulgeva in equivoci morali, in sofismi sul “contesto” e in un antisemitismo ripulito sotto l’etichetta di “antisionismo”, la Nobel romeno-tedesca è stata tra le pochissime voci – forse l’unica tra i premiati per la Letteratura – a chiamare le cose con il loro nome. Müller sa che il totalitarismo parla sempre la stessa lingua: inverte vittima e carnefice, sacralizza il terrore, annienta la libertà. Lo ha imparato nei campi di mais socialisti, negli interrogatori della Securitate, nella bruttezza di stato. E’ il rifiuto istintivo di chi ha già visto l’abisso e non intende più fingere di non riconoscerlo.
Il comunismo ha vaccinato la Müller contro il totalitarismo. Non a caso è stata l’unica Nobel ad aver difeso Israele dopo il 7 ottobre
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
