gli inserti del weekend
Facce d'angelo su TikTok. L'esercito dei baby opinionisti
Nati sui social, arrivano in tv. Parlantina e aria perbene, figli del Covid e dei meme. Da Edoardo Prati a Raffaele Giuliani. E poi ci sono quelli di destra

Sono tanti, son giovani e forti. Sono i baby opinionisti. Tra la canicola e i monsoni, l’estate 2026 verrà ricordata anche per il consolidamento di un palinsesto nuovissimo di ragazzini, spuntati (dai social) ma ormai tracimati anche in tv. Divulgatori, poeti, filosofi, esperti di qualunque branca del sapere, che fuoriescono dai telefoni e a volte arrivano in home-page sui quotidiani. Giovani, freschi, bellocci, convinti, di età bassissima (vent’anni, quasi-normale in Occidente, sconvolgente nel paese della scarsa natalità e della terza età in piena libertà); quasi sempre maschi, figli del Covid, cugini di Charlie Kirk, di sinistra o di destra, nipotini di facce forse già viste della televisione, probabilmente collegati a remoti archetipi. Sono fra noi, e non possiamo farci niente.
AM: Il più celebre è Edoardo Prati, uno che imparava a camminare mentre al cinema usciva “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino. Già creatura del Fazioverso, idolo della “Repubblica delle Idee”, Edoardo Prati è riccioluto e gioviale come un putto di Guido Reni ma con un intercalare un po’ fastidioso che ricorda i “Me contro Te” nei tutorial degli slime. Tutto faccine, occhi sgranati, gesti da diva del muto: si tende, si flette, si accartoccia, si tocca spesso i capelli, ammicca e dice “occhei?” ogni tre secondi.
MM: A me è simpatico! Anche se i detrattori lo accusano: è solo un Raffaello Tonon 2.0 (vi ricordate, il giovane vecchio col vocione del Maurizio Costanzo Show?).
AM: No! Piuttosto, dopo un po’ che lo osservavosu Instagram e da Fazio ho capito perché lo conoscevo già, ecco dove l’avevo visto! Edoardo Prati è identico a Gianni – l’intellettuale logorroico e un po’ rachitico di “Sapore di mare”, quello che ci provava con Virna Lisi. Un aggiornamento di sistema. Gianni con TikTok. Perché su certe maschere che ci perseguitano, Vanzina aveva capito tutto, si sa.
MM: Da mo. Prati sciorina spiegoni di letteratura, poesia, filosofia, teatro del V secolo – ma sempre con aperture sul presente, i ragazzi di oggi, TikTok: i versi di Terenzio ma anche quelli di Madame, Saffo ma anche i trapper che lui difende a spada tratta. Si veste anche da Harry Potter, col cravattino, il maglione a V, mentre spiega l’Adone – Venere arrabbiatissima con Amore, quello col sederino di fuori, avete presente? Allora pensi tiri fuori la bacchetta del maghetto.
AM: Invece fa apparire Paola Iezzi, quella di Paola e Chiara, che legge Giovan Battista Marino sul divano. è il metodo Fazio: Orietta Berti e David Grossman, tutto insieme, ma con garbo, rassicurazione, pacatezza. Così finisce nei videoclip di Michele Bravi, ma spiega anchePortnoy o Middlesex in cucina, la mattina, mentre beve il caffè. Gli ambienti di quei video domestici hanno una loro coerenza, tutta un’estetica: cucine con la piastrella triste, saloncini con lampadari in ferro battuto, carte da parati à la “Backrooms”, camerette con mobili componibili e quella piantina appesa alla parete – il planisfero con le nazioni colorate, i bordi ingialliti, quella che fa immediatamente “seconda B” e interrogazione domani mattina.
MM: Edoardo Prati è il Barbero dei bambini. AM:Quando invece va in tv, si trasforma: la scarpetta col tacco, il gilet sopra la camicia svolazzante, un piccolo Syd Barrett classicista della Swinging London. A un certo punto si era fatto crescere un pizzetto alla Italo Balbo. Non funzionava: sembrava invecchiato di colpo, come uno che abbandona di scatto la fase “giovane promessa” senza avere ancora la fase successiva pronta. L’ha tolto subito. Naturalmente Prati parla di tutto. Anche della “mia coscienza che singhiozza per Crans Montana”. Ha sempre una parola giusta, buona, ponderata – su qualsiasi cosa, in qualsiasi formato, a qualsiasi ora, soprattutto la mattina presto. Edoardo Prati è piccolo ma molto saggio: lo Yoda dei talk show.
MM: Che però adesso il baby Barbero della Nove è stato sorpassato a sinistra da un nuovo mini-pensatore, Raffaele Giuliani, che spopola su La7.
AM: Un esperimento genetico di Lilli Gruber e Urbano Cairo.
MM: Ventenne da Terni, faccia pulita, eloquio veloce, occhialetti, doppio orecchino, tatuaggi con moderazione, è il volto nuovo della sinistra. “Mi chiamo Raffaele Giuliani, e se stai leggendo queste parole sarà per curiositas verso la mia persona”. Spiega lui. La
curiositas sulla sua persona in questi giorni è alta, è attaccato dalla destra, perché, lui, deciso sostenitore di Gaza e delle sue ragioni, appare a “Basement Cafè Society - By Lavazza”, un talk sui social dove i gggiovani si scontrano su tematiche “calde” – dall’AI all’immigrazione. Lì Giuliani modera, ispira, istiga, due ospiti con due opposte visioni, seduto su una seggiolina.
AM: un po’ young Arbasino di “Match”, un po’ Charlie Kirk decaffeinato e comunista.
MM: Ma insomma Lavazza è inserita nella lista nera delle aziende da boicottare in quanto esportatrici anche in Israele. Lo accusano di avere il cuore a sinistra e il portafoglio nella caffettiera. “La sinistra riparta da @raffagiulians”, scrive Repubblica (ma Raffagiulians sembra anche un giovane Sgarbi, pelle candida e aria attenta, logorrea, i suoi video sono molto lunghi per il mezzo e i tempi d’oggi, anche sette-otto minuti, pare lo “Sgarbi quotidiani” delle nostre infanzie. Camera fissa, parte e non si ferma più. Anche un po’ Cacciari teen).
AM: “Non ho mai fatto corsi, non sono stato arruolato in una factory per influencer”, dice: “ho cominciato da piccolo su YouTube parlando di videogiochi. Quando è uscito TikTok mi ci sono fiondato: all’inizio mi divertivo, facevo meme cazzari come tutti”, dice a Rep. “Poi all’università mi è venuta voglia di esprimere quello che stavo studiando, e ho cominciato con brevi video a tema psicologico. La passione per la politica – che poi è anche psicologia sociale, no? – mi è nata nell’ultimo paio d’anni. Credo di aver intercettato una brama di informazione lunga, di approfondimento, che resiste all’ansia da scroll e da clickbait e alla disabitudine alla lettura che purtroppo colpisce tutti, anche me”. I suoi temi sono molteplici, oltre a Gaza il referendum e l’immancabile “salute mentale”. Pagelle del baby Cacciari: “Elly Schlein competente, anche se ha avuto difficoltà comunicative. Può migliorare”. Silvia Salis: “Forte, credibile. Efficace nella comunicazione”. Giorgia Meloni? “Ha fatto bene ad andare al podcast di Fedez e Mr. Marra, ma ha sbagliato approccio. Era come in tv. Parlava come se davanti avesse Bruno Vespa. Quegli spazi vanno conquistati in modo diverso”.
MM: Adesso contro Giuliani ci sono i teen di destra. Uno scontro tra baby gang di opinionisti!
AM: Il centro di gravità di questo mondo è Esperia Italia – factory di approfondimento politico, dibattiti, confronti all’americana, tutto costruito sui social. Conduce Xhino-Gino Zavalani, content creator italo-albanese che si presenta come “direttore editoriale”. Agenda un po’ MAGA ma all’italiana, ospitate ad Atreju, pacchetti di abbonamento che si chiamano “Difensore della civiltà”, “Custode dei valori”, “Guardiano dell’Occidente”, come in uno di quei giochi di ruolo fantasy coi cavalieri e i draghi.
MM: Con baffo. Un po’ un Marcello Veneziani d’antan.
AM: Zavalani l’ho incontrato in un talk dove eravamo entrambi ospiti: mi è sembrato simpatico, tra i più attrezzati nel panorama dei bambini prodigio, senza i vezzi, gli orecchini, le faccine di Prati e Giuliani. Ma la cosa più interessante di questo universo sono le ragazze. Perché se la sinistra giovanile social è quasi interamente maschile, la destra ha metabolizzato la lezione di Giorgia e le giovani donne scardinano lo stereotipo, vanno dritte al punto, senza schwa e Santa Michela da Murgia. Federica Ciampa, per esempio – accento romano, intercalare meloniano, più LUISS che Garbatella e Tolkien; capello ondulato biondo cenere, nei video guarda fisso e non ammicca… “ma quante perzonecomuni si sono inginocchiate per Floyd e perché nessuna per Henry Nowack?”. Eccola tra i corazzieri e frecce tricolori alla parata del 2 giugno o a Fregene per lo spago alle vongole e la caption “quando mi chiedono il mio orientamento politico ma di rosso ho solo il rossetto”.
MM: Esperia è la Will Media di destra. Tutta diversa come estetica, più romana e dunque più brutta, con quel look statale da Spid: se Will (progetto di comunicazione online invece molto fighetto fondato dai “vecchi” Imen Jane e Ale Tommasi) sono i fuorisede di Milano, Esperia sono i fuorisede romani. E oggi a Will è arrivata la seconda generazione, ecco Pietro Forti, folta capigliatura (i baby hanno sempre un sacco di capelli), doppio orecchino, una specie di nipote di Francesco Costa, un Fulminacci dell’informazione, parla nel telefono-telecamera – tutti i baby parlano, la cultura orale è l’unica rilevante per queste generazioni, per quella scritta ci si rivedrà se va bene tra qualche centinaio d’anni – mentre si aggira nei dintorni del Parlamento, in un classico “walk and talk” versione Chicco (un po’ Artsana, un po’ Mentana). Diverso il caso di baby Francesco Bechis, figlio d’arte, cherubino del Messaggero, che però sembra di una generazione precedente, decisamente più vecchio stile, più a suo agio in tv che sui social, accasato con Giorgia Cardinaletti del Tg1 (old media).
AM: A destra c’è pure Marco Gaetani, deejay di “Radio Atreju”.
MM: un po’ il Jerry Calà in versione “Billo” della kermessona meloniana di Natale, che mette la musica e intervista gli illustri ospiti. Anche responsabile delle giovanili di Fratelli d’Italia di Lecce, ha un faccione riccioluto, e degli occhiali azzurrati. Nativo meloniano oltre che digitale, è insieme a Zavalani il meno “classico” dei baby, come estetica, quello che meno sembra uscito da un ritratto di gentiluomo manierista. E’ soprattutto noto per aver fatto la celebre intervista a Claudia Conte, la signora che svelò, in diretta, la sua relazione col ministro dell’Interno Piantedosi. E lì, si scatenarono ipotesi di complotto, retroscena, il baby ricciolone sapeva o non sapeva? Era un burattino nelle mani di qualcuno?
AM: Di sicuro Claudia Conte ha tenuto duro, e va avanti per la sua strada, ieri per esempio era a Sperlonga a presentare il suo romanzo, “Dove nascono i silenzi”, insieme a Annalisa Minetti, e al sottosegretario al Lavoro (in quota Salvini) Durigon. Ma poi non va dimenticato l’apripista dei baby di destra, quello straordinario personaggio di Francesco Giubilei, editore- saggista, sovranista junior, con l’accento romagnolo, le occhiaie, la cravatta, l’aria trasognato- depressa, sembra Leopoldo Trieste nei “Vitelloni” di Fellini.
MM: Sì perché questi baby in realtà hanno posture anziane, sono un po’ dei giovani vecchi. Bambini ideali in un mondo di nonni. Facce da Collodi, da De Amicis. Del resto è tipico delle epoche di basso impero e decadenza: il puernell’antica Roma agonizzante insomma. Lì spesso salivano al trono dei ragazzini, ed era segno della fine incombente. I bambini ascendono in alto perché i grandi non sanno più cosa fare, il consenso si sfalda, le élite sono logore – ecco allora che appare il puer. E cosa c’è di più agonizzante oggi del vecchio giornalismo e dei vecchi media? Ecco tanti new baby che spuntano qui e là nei talk show, bambini naturalmente in senso simbolico – figure cioè di giovanissimi, almeno per gli standard italiani, che il sistema televisivo ha adottato come igone, coscienze, specchi deformanti.
AM: Un grande rito di purificazione. MM:Naturalmente qui parliamo anche per invidia di boomer: ci avevano spiegato che basta aspettare, in Italia la vita vera arriva a 70 anni, poi a 80 e 90 è tutto in discesa. Basta resistere, tenere le transaminasi e il colesterolo sotto controllo, fare esercizio, uscire nelle ore più fresche, e ti ritrovi allora classe dirigente, e venerato maestro. Invece ora che abbiamo appena scavallato i 50 eccoci spacciati con l’arrivo dei bambini prodigio, che spiegano la vita su TikTok. Al Lavazza cafè! Manco Illy! Lavazza!
AM: Che poi i bambini prodigio sono sempre esistiti, ma di solito nello spettacolo. In Italia invece prevalgono la politica e i libri. Lo scolaretto.
MM: “Politics is show business for ugly people”, lo diceva il saggio Gore Vidal. In Italia la politica èlo spettacolo, da sempre… AM: In Italia non abbiamo il Mickey Mouse Club. Abbiamo Fazio, Gruber, la Repubblica delle Idee. Là l’industria del pop, lo show, il talento, Shirley Temple, Britney Spears, Justin Timberlake e Ryan Gosling allevati sin da piccoli. Qui la poesia, i secchioni, l’impegno civile, i temi della maturità, la sinistra e il teatro greco.
MM: Ci saranno scuderie di baby intellettuali? Si potrebbero fare dei “Non è la Rai” non di ninfette ma di giovani Baricco in fasce. Non dimentichiamoci anche Riccardo Pedicone in arte RickyPedi, che “a ventidue anni ha già scritto tre libri”, e di libri parla, anche e soprattutto come oggetti fisici: bibliofilo, pallido, aria trasognata da giovane Leopardi, ha un podcast letterario, “Felici pochi”. Da lui va ospite Giorgio Maria Cornelio, altro letterato, di Macerata, classe ’97, baffetto (molti baffetti). Invece che portarli allo Studio Palatino, si potrebbe metterli su un pulmino e vedere cosa succede, tipo “Quattro ristoranti”, in un viaggio parallelo a quello dei finalisti dello Strega, tutti i baby letterati coi loro baby baffetti. Ci vorrebbe Boncompagni.
AM: In America si cercano soprattutto bambini prodigio popstar. Qui intellettuali presentabili, i Cacciari catodici di domani, forse i futuri leader del campo largo. Il risultato è una forma di accelerazione biografica che ha qualcosa di inquietante: si diventa simboli prima di diventare persone, si rappresenta una generazione prima di aver finito di capire cosa si è. Britney Spears a sedici anni rappresentava la giovinezza americana – e sappiamo com’è andata. I nostri bambini prodigio rappresentano la cultura italiana, la sinistra giovane e colta, il futuro del pensiero critico. E sappiamo come andrà.
MM: Non sia così negativo! Dipende dal punto di vista. Anche da noi abbiamo le piccole star del cinema. Inteso però proprio come l’edificio. Ecco Valerio Carocci, il Mozart delle occupazioni romane, lo Chalamet del tax credit. Carocci, anche lui baby face, anche lui sotto i riflettori in questi giorni, è in lotta col comune di Roma, i nemici gli contestano che prende un sacco di finanziamenti, e se la comanda a Roma. Nato nel 1991, è l’inventore del Cinema America, del Troisi, di tutto quel sistema insomma che mischia celebrity global e impegno local, sale studio e happening, che riesce a mettere insieme Ken Loach e Giuseppe Conte seduti per terra a Testaccio.
AM: Il Giuliani del 2019 invece era Mattia Santori. Per circa tre settimane, in quell’anno ormai lontanissimo, le “sardine” furono la cosa più importante del mondo nei giornali italiani, in cima nelle home dei quotidiani. Quanti ricordi! Santori, trentenne all’epoca, capello voluminoso, pullover, bellezza civica da ragazzo più bravo della classe che sceglie Scienze politiche perché “vuole fare qualcosa di concreto”, custodiva il mistero della rinascita del Pd.
MM: La sinistra italiana, ogni cinque-sei anni, sente il bisogno ancestrale di affidarsi a un bambino. E’ un rito di purificazione, come nelle feste del mondo contadino. Un bambino puro che evochi il mitico “ritorno alla base”. Uno che non sia ancora stato contaminato dalla macchina, dai corridoi, dal gioco delle correnti, delle presentazioni di libri di Veltroni, da Bettini. Il bambino indica la via.
AM: Gli adulti lo seguono commossi per qualche mese. Poi riprendono il comando e il bambino viene sistemato da qualche parte. La ricreazione è finita.
MM: Così Mattia Santori finisce consigliere comunale a Bologna, delega “eventi sportivi”, mica male. Ma ora l’ha imparato anche il centro- destra. Speriamo vada meglio al ventenne Simone Leoni, pure lui puttino, ma versione giacca e cravatta e sole in tasca, capo dei giovani di Forza Italia.
AM: E Greta Thunberg, la bambinona versione globale, svedese, e senza delega al Comune? Stesso meccanismo: il bambino che indica la via agli adulti smarriti, mostra il destino infelice che incombe su di noi. Il puer che sale sul palco e grida “how dare you!” mentre i leader mondiali annuiscono colpevoli come scolari ripresi dalla maestra e per un po’ ci credono, anche.
MM: Ma i bambini prodigio spesso invecchiano malissimo o fanno una brutta fine. Tipo Macaulay Culkin di “Mamma ho perso l’aereo”, o Greta appunto (ma perché ci sono così poche ragazze-prodigio oggi? Colpa del baby patriarcato?). Io il primo baby che mi ricordo è Luis Miguel. Un quindicenne ancora bambino, ma vestito da anziano, un mostruoso Julio Iglesias bonsai che sbarcò a Sanremo nel 1985 con il suo “Noi ragazzi di oggi” e sbancò le classifiche e i cuori soprattutto delle mamme e nonne. Nel paese che di lì a pochi mesi sarebbe stato sconvolto dal dirottamento dell’Achille Lauro (da non confondere con l’altro cantante) che portò all’incidente diplomatico di Sigonella. Corsi e ricorsi. Già allora si discuteva molto di basi americane. Non c’erano ancora opinionisti bambini però. I bambini al massimo si limitavano a cantare, vabbè.