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Delon di delitto e mistero in un intrigo di amanti, ladri e spie
Chi ha ucciso Stevan Markovic? Il giallo mai risolto nell’irripetibile Parigi degli anni Sessanta. Non solo il divo del cinema francese, c'entrano anche Charles de Gaulle e Georges Pompidou
22 GIU 26

Alain Delon era il simbolo maschile dello Zeitgeist: bello e impossibile, seduttore seriale di donne e uomini senza distinzione (foto Getty)
Il corpo di Stevan Markovic fu trovato casualmente da un vagabondo il 1° ottobre 1968, in una discarica pubblica nel villaggio di Elancourt, alla periferia sudovest di Parigi. Era chiuso in un sacco di plastica nero. Aveva indosso dei vestiti molto costosi, di marca inglese. La causa della morte, secondo la polizia di Versailles incaricata delle prime indagini, era stato un colpo di pistola ravvicinato che gli aveva fracassato la testa. Ci misero un giorno a identificare l’identità del giovane rifugiato jugoslavo, allora trentunenne, grazie alle impronte digitali. Arrivato in Francia dieci anni prima, Markovic le aveva lasciate quando aveva richiesto asilo a Parigi. Ma le stesse impronte erano nel casellario di ben tre prigioni francesi: Chambery nel 1962, la parigina Santé nel 1965, Annecy nel 1967. I reati erano sempre gli stessi: scommesse illegali, furti d’appartamento, truffe e gioco d’azzardo.
A lasciare interdetti gli investigatori fu però il suo ultimo domicilio dichiarato: 22 Avenue de Messine, nel prestigioso 8° Arrondissement sulla Riva destra. Ai poliziotti di Versailles non diceva nulla, ma quelli della Mondaine, la buoncostume parigina cui venne chiesto di fare una verifica, lo conoscevano benissimo: era lo stesso appartamento in cui abitava l’attore Alain Delon, “il più bello del mondo”, l’homme fatal della Nouvelle Vague, il divo francese in quel momento all’apice della carriera.
Inizia così “Murder in Paris ‘68. A True Story of Death and Glamour”, il libro di Edward Chisholm che ricostruisce il caso mai risolto dell’Affaire Markovic, un mistero fatto di orge, ricatti e tradimenti, dove accanto a Delon si muovono gangsters, spie della Guerra fredda, ministri, la moglie del futuro capo dello Stato e perfino il generale De Gaulle, al tempo presidente della Repubblica. Per raccontarlo, lo scrittore ha passato anni a spulciare migliaia di pagine di archivi della polizia e dell’intelligence francesi: deposizioni, intercettazioni, rapporti di sorveglianza, articoli di giornali e interviste con personaggi direttamente coinvolti nello scandalo: “L’Affaire Markovic – racconta Chisholm – occupò le prime pagine per sei o sette anni, fu una cosa enorme e al centro di tutto ci furono sempre Alain Delon, un mito, e questo giovane immigrato venuto dal nulla e entrato nel suo mondo fino a diventarne l’alter ego”. Lo sfondo è la Francia degli Anni Sessanta, da Parigi a Saint Tropez, un luogo di spettacolo e glamour, vita mondana e auto veloci, donne e uomini dal fascino irresistibile, ambiguo e soprattutto insofferenti alla morale bacchettona d’antan. Una società che voleva tornare a respirare dopo gli anni bui della guerra, segnata dalla vergogna del regime di Vichy asservito ai nazisti. Come Brigitte Bardot lo fu al femminile, Alain Delon era il simbolo maschile dello Zeitgeist: bello e impossibile, seduttore seriale di donne e uomini senza distinzione, amico dei malacarne che interpretava sullo schermo in modo così convincente che nessuno poteva dire se stesse recitando o semplicemente si comportasse in modo naturale.
Quando ricevette la telefonata di George Beaume, il suo impresario che gli annunciava la morte di Markovic, Delon stava girando insieme a Romy Schneider, sua ex fiamma, “La Piscina”, il film di Jacques Deray, dove impersonava uno scrittore che uccide l’ex amante della moglie e con grande freddezza riesce all’inizio a non farsi incastrare dalla polizia. L’anno prima era stato il protagonista di Le Samurai, distribuito in Italia con il titolo “Frank Costello, faccia d’angelo”, sotto la regia di Jean Pierre Melville: anche lì Delon era un assassinio, un killer su commissione, glaciale e imperturbabile nel negare ogni responsabilità negli interrogatori. L’arte stava imitando la vita? Di certo, tre giorni dopo aver girato la scena in “La Piscina” dove veniva sottoposto a un terzo grado, Alain Delon mostrò lo stesso sangue freddo dei suoi personaggi sullo schermo ai due ispettori parigini che si presentarono al cancello de La Capilla, la villa sulla Baia di Saint Tropez che aveva affittato a poche centinaia di metri dal set. “Stevan – disse imperturbabile – era un amico, viveva a casa mia da quando era uscito di prigione. Ma non eravamo più vicini da quando io avevo lasciato Avenue de Messine. La casa è mia ma non abito più lì da tempo”. Preciso, composto, senza esitazioni, l’attore raccontò di non sapere come si guadagnasse da vivere. Stevan non lavorava veramente per lui. Gli faceva occasionalmente da bodyguard, autista, controfigura in qualche film. Una specie di famiglio senza stipendio fisso, tranne quando era pagato dalle produzioni o quando Alain gli allungava una mancia, per lui umiliante. Raccontò di averlo visto l’ultima volta a Parigi in agosto. Ma aggiunse che qualche settimana prima un amico di Markovic, un tale Uros, era venuto in Costa Azzurra per dirgli che Stevan era scomparso, che era diventato paranoico e aveva bisogno di denaro a causa di un traffico di droga nel quale era coinvolto. Quando poi gli agenti gli avevano mostrato le foto del cadavere, Delon aveva notato con distacco: “Quei vestiti che ha addosso sono miei”.
Le cose si misero subito peggio per l’attore, quando uscirono fuori le lettere che Markovic aveva scritto a suo fratello Aleksander a Belgrado, dove il giovane appariva terrorizzato, temeva di essere ucciso e diceva che qualsiasi cosa gli fosse successo, Delon era “responsabile al 10 mila per cento”. Di più, nella corrispondenza Markovic faceva il nome del gangster Francois Marcantoni, indicandolo come amico d’infanzia di Delon. All’epoca 48 anni, nato in Corsica, Marcantoni si sarebbe rivelato figura centrale della vicenda. Aveva combattuto nella resistenza contro il nazismo e la Francia di Vichy, diventando una celebrità per i furti clamorosi di tutto, documenti, armi, automobili, perfino un camion carico di munizioni. Dopo la guerra, ancora furti: era diventato uno specialista del braquage, le rapine in banca, ma non erano mai riusciti a prenderlo con le mani nel sacco. Si diceva che grazie al suo passato da resistente, fosse protetto da alcuni poliziotti e politici in alto loco.
Delon e Marcantoni si erano conosciuti nel 1955 a Tolone, dove il giovane Alain era sbarcato dopo due anni passati da volontario nella Marina francese in Vietnam. Indisciplinato, responsabile del furto di una jeep e di varie armi, violento, un terzo del tempo lo aveva speso in prigione a Saigon: “Un cattivo elemento sotto ogni punto di vista”, diceva il suo stato di servizio. Francois, già un grosso nome nel mondo di sotto francese, era il fratello di Charles, che insieme alla moglie Rita era stato un surrogato di famiglia per Delon, dopo che i suoi genitori lo avevano dato in affidamento. Tra Alain e Francois l’affinità era elettiva, l’intesa fu immediata, sarebbero rimasti amici per sempre. Fu Marcantoni a instradarlo verso Parigi, dove all’inizio Delon si arrangiò a Pigalle. Piccoli imbrogli, a volte gigolò per donne e uomini. Fin quando sedusse l’attrice Brigitte Auber, appena ventenne, reduce da una parte in Caccia al Ladro di Hitchcock. Delon era androgino, magnetico, intelligente, perfetto per la Nouvelle Vague. E il resto è storia.
Quella di Stevan Markovic era una storia parallela, ma senza talento e senza lieto fine. Anche lui era bello, ambizioso, con una vena criminale, stessa età e altezza di Delon. Anche lui era sbarcato a Parigi, in fuga dalla Jugoslavia di Tito e attratto dalle mille falene della Ville Lumière. Anche lui viveva di espedienti. A introdurlo a Delon fu Milos, un amico di Belgrado emigrato in Francia prima di lui e anch’egli entrato nelle grazie e nella cerchia dell’attore. Dettaglio importante ai fini dell’Affaire: all’inizio osteggiato da Natalie, la giovane moglie di Alain che non vedeva bene quella corte dei miracoli di cui amava circondarsi il marito, Stevan ne sarebbe diventato amico, confidente, tuttofare e per un breve periodo perfino amante. Per la sua rilevanza e le sue implicazioni, il caso Markovic fu presto affidato alla Mondaine, molto più di una classica buoncostume. Divisa in gruppi – cabaret, omosessuali, hotel, prostitute, maitresse d’alto bordo, papponi, droghe e quant’altro – era una polizia molto speciale: non doveva tanto reprimere quanto sorvegliare, non perseguire ma raccogliere informazioni, soprattutto sui ricchi, i famosi e non ultimi i politici.
L’affaire era ormai fuori controllo, ogni tipo di voce si rincorreva, i media facevano a gara nel tirar fuori voci, rumori, sospetti e calunnie. Stevan andava in giro sempre con una macchina fotografica, una polaroid con la quale fotografava tutto e tutti. Aveva immortalato qualcuno in pose compromettenti e poi aveva deciso di ricattarlo perché aveva bisogno di denaro? Era stato ucciso per questo? Ma il gossip più clamoroso e contundente era politico, conduceva direttamente a Georges Pompidou, barone gollista, primo ministro fino al luglio del 1968, ma soprattutto delfino designato di Charles de Gaulle. Markovic sarebbe stato in possesso di foto di sua moglie Claude scattate durante un’orgia. Non solo. Interrogato dalla polizia dopo la scoperta del cadavere, Aleksander Markovic disse di aver cenato “una sera del 1967 o forse del 1968” a casa Delon con l’attore e la moglie Natalie, suo fratello Stevan, i coniugi Pompidou e “un uomo di nome Francois di cui non conosco il nome”. Naturalmente il riferimento era a Marcantoni. Quando fece questa deposizione, Aleksander era accompagnato dal suo avvocato: non un legale qualsiasi ma Roland Dumas, eroe della resistenza, deputato della sinistra e futuro ministro degli Esteri di Francois Mitterrand. I Pompidou non verranno mai interrogati dalla polizia. Nella campagna presidenziale dell’anno successivo, seguita alla morte di de Gaulle, Georges Pompidou, poi eletto all’Eliseo, avrebbe respinto con forza gli addebiti, accusando invece la Sdece, il servizio segreto, di aver montato una macchinazione per danneggiarlo.
Chi invece sembrò per quasi un anno nei grossi guai fu Francois Marcantoni. Interrogato più volte, venne accusato dell’omicidio e arrestato nel gennaio 1969. Ma l’indizio più forte non bastò a inchiodarlo: il sacco in cui era stato messo il cadavere di Markovic era dello stesso tipo di quello in cui era avvolto al momento dell’acquisto un materasso rinvenuto in casa del gangster. Ne erano stati venduti altri sei, e per il giudice non c’era modo di dimostrare che fosse proprio quello. Marcantoni venne rilasciato a dicembre su cauzione e, ca va san dire, fu Alain Delon a pagarla. Pochi mesi dopo l’accusa venne lasciata cadere. Più di mezzo secolo dopo, il mistero non è risolto. Markovic fu vittima di una cospirazione politica, orchestrata per bruciare Pompidou? O fu Alain Delon a ordinare l’omicidio, geloso e deciso a dargli una lezione, dopo aver scoperto che Natalie aveva avuto una tresca con Stevan? Lo aveva spedito lui a Saint Tropez, per starle accanto e convincerla a tornare quando lei dopo l’ennesima lite era fuggita da Avenue de Messine. Ma il ragazzo era andato ben oltre il suo mandato. E chi era stato l’esecutore materiale se non Marcantoni, cosa di cui si dice convinto Chisholm?
La tesi dello scrittore è che Markovic stesse ricattando Delon. Non erano stati solo amici, o legati da un rapporto tra servo e padrone. Probabilmente furono anche amanti. Forse quest’ultimo non diede mai un ordine esplicito, forse espresse fastidio e insofferenza, mandando un messaggio implicito, ma il gangster avrebbe capito, agendo per lealtà al vecchio amico. Interrogato per tre volte come persona informata dei fatti, Delon mostrò sempre la stessa freddezza, anche nel lungo faccia a faccia con il fratello di Markovic, nel quale smentì senza esitazione la circostanza della presunta cena con i Pompidou. Il suo alibi (al momento dell’omicidio si trovava sul set de La Piscina in Costa Azzurra) resse, nonostante ci fosse il forte sospetto che avesse abbandonato Saint Tropez nel fine settimana, quando non si girava, per recarsi segretamente a Parigi.
Ma l’attore non venne mai indagato come presunto colpevole e non parlò mai in pubblico. Almeno fino all’arresto di Marcantoni nel gennaio 1969. Poi passò all’offensiva, e in tre interviste (a L’Express, Le Nouvel Observateur e Sunday Times) sparò a zero sul nonsense di tutta l’indagine. Per la cronaca, in quelle settimane stava girando Il Clan dei Siciliani con Jean Gabin e Lino Ventura. Ma allora chi uccise Stevan Markovic? A quasi sessant’anni dal delitto, la risposta soffia ancora nel vento. Rimane scolpita nel marmo la frase di Francois Marcantoni, pronunciata con un sogghigno dopo il rilascio, il suo amato sigaro Havana tra le dita: “Solo tre persone conoscono la verità: Delon, io e Dio. E Dio non fa mai la spia”. Marcantoni è morto nel suo letto nel 2010 all’età di 90 anni. Ormai un mito in Francia e in tutto il mondo, Alain Delon ne aveva due di meno, il 18 agosto 2024, quando si è spento a causa di un linfoma. Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, lo definì “un monumento francese”. E aggiunse: “Era melanconico, popolare, segreto”.