In America, ma pure a Milano e a Roma
Quelli del trilione. Musk e i suoi derivati
Ricchi, ricchissimi, i trilionari sono le nuove divinità. Sotto di loro i "poveri" miliardari, che tutti amano odiare (e fuggono dalle tasse di NY)
20 GIU 26

Foto Lapresse
I ricchi sono diversi sai da me e te, scriveva quel tale. Pensa un po’ i trilionari. Espressione un tempo astratta e ora divenuta sangue e carne, con la Ipo, cioè quotazione di borsa, di Elon Musk e tutto il suo caravanserraglio di razzi, auto elettriche e parco giochi completo di un bambino prodigio che ha trasformato le sue ossessioni in realtà (anzi le ha messe a terra, come direbbe un trilionario milanese).
Il trilionario insomma è tra noi. Il trilionario è una categoria dello spirito, il trilionario è il superuomo, è pensiero magico (non avendo le reali attività di Musk, come sa qualunque analista finanziario da Forlì a Indianapolis, nessun legame col loro valore percepito: ma tutto ciò che fa il re dei trilionari produce quello che un agente immobiliare milanese chiamerebbe “effetto wow”. Insomma, perché rovinare una bella storia di Borsa con la verità?).
Vi ricordate i treni a levitazione che avrebbero dovuto collegare ogni città del mondo, e non ne è stato costruito mai un km (saranno contenti i no TAV)? Ma è chiaro che ci piace credere in questa figura di capoccione, un Howard Hughes dei tempi nostri, un folle di successo, forse anche consolatorio in un mondo folle e di insuccesso. Tipo quegli imperatori romani mattacchioni alla Eliogabalo, nelle epoche di basso impero. Il trilionario dunque come straordinario “character”, come il bambino prodigio (da Greta Thunberg ai nuovi Edoardo Prati e quel Giuliani baby Cacciari), figure magiche e salvifiche in un secolo che ha perso la razionalità, tipo la Santa della “Grande bellezza”.
Il trilionario si pone come figura mitologica, dell’irreale, per cui si sprecano le statistiche: quante volte potrebbe sfamare tutti i poveri del mondo (ma i Cinquestelle già non ci avevano pensato loro?); quanto di questo, quanto di quello, e spendendo 1 milione al giorno quanto ci metterebbe a diventare povero? Impossibile: 2.700 anni. E una famigliola normale americana ce ne metterebbe 11 milioni, invece, di anni, per raggiungere la ricchezza muskiana – figuriamoci una famiglia italiana, coi nostri 740 e Isee. Un tassista italiano ci metterebbe trilioni di anni, farebbe prima uno del 3570 a fare il giro della galassia che Elon Musk a regredire a semplice milionario.
Non so se Warren Buffett, il leggendario investitore dalla vita spartana, sia trilionario, sicuro poco ci manca. Ma ieri mi è apparso uno di quelle migliaia di video podcast dove dei maschi intervistano altri maschi su come fare soldi (ormai in ogni famiglia i maschi ascoltano podcast di altri maschi sulla finanza, un giorno ho ascoltato quello del fondatore della catena di gelaterie La Romana, durava tipo più di uno spettacolo di Ronconi). Ma tornando ai miliardari, c’era in questo podcast un erede Moratti che raccontava del suo incontro con Warren Buffett, che a un certo punto gli aveva proposto di fargli tipo da assistente, senza pagarlo, e l’erede Moratti era tutto contento, e raccontava di questo incontro e questa proposta, estasiato, e anche i podcaster maschi erano estasiati, e stupiti, e dicevano: ah, e non ti sei fatto pagare davvero! Wow! (Si dicono molti wow oggi). Nessuno ha detto: vabbè grazie, sei Moratti, sarai meno ricco, non sarai trilionario, forse neanche miliardario, avrai un aereo privato più piccolo, ma non è che dovrai andare a fare la stagione al Twiga. Ma niente. Il trilionario è leggenda, il trilionario non si discute.
Il trilionario (ma non c’è solo Musk, dovrebbero presto entrare in questo Rotary cosmogonico anche Jeff Bezos di Amazon, Larry Ellison di Oracle, Mark Zuckerberg di Meta e Bernard Arnault di Lvmh, per quanto queste classifiche siano ondeggianti e traballanti); il trilionario, si diceva, salta fuori proprio nel momento in cui si è aperta la caccia a quell’altro animale che ormai occupa una posizione molto più bassa nella scala sociale, il semplice miliardario, che finora invece era a capo della catena alimentare e che oggi improvvisamente si ritrova a essere se non un poraccio, un travet: che vuoi che sia, un miliardo? Improvvisamente, “un miliardo” sembra d’essere tornato quello in lire, quello delle lotterie di capodanno, dei ricchi premi e cotillons, o quello, togliendo ancora tre zeri, del “milione” del signor Bonaventura, del Corriere dei Piccoli dei primi del Novecento, un omino che ogni volta veniva ricompensato con un enorme assegnone, da un milione appunto, roba grossa nel secolo scorso. Ma i miliardari ormai sono come dicono “the new normal”, nascono a gruppi, groppuscoli, sciami, tipo nidiata del cavalluccio marino, a volte dal grembo fecondo degli stessi trilionari. Buona parte della leggenda del trilionario Musk è che farà tanti piccoli trilionarini, cioè dei miliardari bebè, che aveva pagato in azioni, dunque dei muskini, dal portinaio all’elettricista delle sue aziende! Todos milionarios! Todos caballeros!
A parte il grembo muskiano, i miliardari escono dai settori più disparati, non c’è giorno che non ne nascano di nuovi. Ecco la nidiata dei bitcoin, per esempio: la cosa più simile al signor Bonaventura che ci sia, trafficano con ‘ste robe che nessuno ha mai capito veramente come funzionino, qualcuno non diventa né miliardario e nemmanco milionario perché li ha, questi bitcoin, su delle chiavette, poi perdute, maledizione, poi i bitcoin oscillano molto, insomma un guaio. Quello da bitcoin è un miliardario sfuggente, di risulta, come i fratelli Winklevoss, i mascelloni a cui Zuckerberg almeno nel mitico film “The social network” aveva rubato l’idea del Facebook, e ora si sono rifatti con le monetine misteriose; ma è un criptovalutaro pure il mejo miliardario italiano, tale Giancarlo Devasini, coi suoi 89,3 miliardi di dollari, surclassando tutti i Giovanni Ferrero delle Nutelle e tutti i Del Vecchio degli occhiali.
Ma la classifica dei miliardari italiani è oggi abbastanza come le classifiche dei libri, uno un tempo aveva dei Moravia e delle Sveve Casati Modignani, buoni o cattivi avevano la faccia da scrittori, li si conosceva, oggi abbiamo invece i romance e le autofiction e i fumetti, non ci si capisce più niente. Così dopo Devasini ecco Andrea Pignataro, col suo ciuffo un po’ alla Bernard-Henri Lévy, altro sconosciuto (i più anziani ricorderanno il miliardario playboy Baby Pignatari semmai). Insomma dove stanno gli Agnelli i Barilla i Benetton di un tempo, che fanno cose che noi boomer sappiamo cosa siano, che si possono comprare guidare masticare?
Al quarto posto sta un tal Paolo Ardoino, di nuovo criptovalutaro, ma presto arriveranno i nuovissimi miliardari italiani, anzi milanesi, di “Bending spoons”, cioè “cucchiai che si piegano”, la startappona lombarda che si chiama così in omaggio alla scena di Matrix in cui un bambino in abito da monaco piega un cucchiaio col pensiero, dice. Anche qui, non si capisce una mazza. L’azienda tecnologica milanese pare sia specializzata nel rilevare vecchie carcasse di tecnologie, e rimetterle a nuovo, han preso per esempio America Online, Vimeo, WeTransfer, Evernote, le hanno rigirate come un calzino e rimesse in sesto, tipo quelli che trasformano le vecchie 500 e gli mettono il motore elettrico e così possono di nuovo circolare. Un giorno sono passato a Milano in zona Porta Nuova, e ho scoperto che quelli di Bending Spoons, che potremmo dunque tradurre come gli spumoni, insomma i miliardari spumoni, stanno in questo grattacielone molto sanfranciscano, bello, con dentro le piante e il ristorante, di tale studio Nomade Architettura, “realtà tutta al femminile guidata da Selina Bertola”. Vabbè.
Però vorremmo sapere di più, chi sono, cosa fanno, i miliardari spumoni milanesi. Dove abiteranno, si comporteranno come dei cumenda di sempre o avranno altri usi e consumi? Si faranno il villone in Brianza, protetti da “gorilla” tipo Alberto Sordi in “Di che segno sei”? Del resto Monza è in grande spolvero, e piace molto agli americani ricchi di stanza a Milano anche per le sue scuole internazionali; la scuola internazionale è un must per il nuovo riccone, che avrà prole che parla perfetto inglese, da non confondere col “milanenglish” – quella lingua invece parlata dalle classi basse, che si ascolta sui treni di poracci che frequentiamo noi, non son né trilio ne bilio né milionari, e che parlano con quello slang tragico aziendale... “lato nostro, aspetto un feedback… lato vostro scheduliamo una call”. I nuovi Fantozzi della neolingua. Ma invece, ‘sti spumoni? Andranno nei club per ricchi che spopolano a Milano (e che a una certa ora si riempiono di signorine non disinteressate, come un tempo sul Settebello)?
Si faranno le piscine? Con acqua salata? O il famigerato biolago? Di certo faranno meglio di Trump col laghetto del Lincoln Memorial, prima rifatto, ridipinto di blu, adesso riempito di cloro ad cazzum, col risultato che è tutto virato come un Rothko: neanche l’ultimo cumenda di Cinisello Balsamo con la sua piscina di quelle monoscocca prefabbricate, o addirittura soprelevate, quelle che si appoggiano sul giardino. Molli.
Riusciranno, i nuovi miliardari milanesi, a trovare posto alla Langosteria, la nuova catena di ristoranti (crasi di langouste-aragosta con osteria) partecipata da Remo Ruffini di Moncler (altro miliardario di nuovissima razza)? O “Da Vittorio” (sempre by Ruffini) a mangiare il pacchero al sugo di pomodoro protetti dal grembiulone, in una regressione all’infanzia tipo quei cumenda un po’ bambinoni da film sempre di Sordi. Il pacchero (anche in Langosteria) è il nuovo cibo prediletto delle élite, è il simbolo del nuovo milio-miliardario milanese, è insomma il nuovo risotto foglia-oro aggiornato agli anni Duemilaventi.
Insomma non si capisce più niente. Noi poveri siam rimasti uguali, ma i ricchi son tutti diversi. Un tempo c’erano delle regole. Di solito i soldi nuovi cercavano vecchi blasoni, il burino si nobilitava, il consunto ceppo aristocratico tirava avanti ancora per qualche decennio, come gli Agnelli che in due secoli hanno impalmato chiunque avesse un "de" minuscolo da Terracina a Innsbruck, meglio del Fai e del Pnrr per manieri e ville pericolanti. Adesso il ricco sposa la ricca e basta, e questo, oltre a far crollare molti manieri, che neanche il Fai riuscirà a sostenere, porta a un imburinimento generale. La figlia del ricco non ha più bisogno di sposarsi il nobile con problemi cognitivi e la gotta ereditaria dovuti a secoli di endogamia. Poi non serve più comportarsi come i nobili, se si vuole lo si può fare online, ma a casa si sta in ciabatte.
Così sui social spopolano gli autoproclamati insegnanti di buone maniere che ti spiegano come essere “old money”, ci sono migliaia di profili su Instagram e TikTok che insegnano “un po’ di contesto” su come apparire ricchi di famiglia – ovviamente è tutto sbagliato, ma il ragazzino texano che ti dice che il mocassino da 37 dollari Uniqlo ti farà apparire come se fossi sempre stato a Gstaad è comunque tenero, mentre un altro fondamentale trend è la scoperta che “le unghie corte” e non in colori da sex worker di Torre Del Greco sono la vera manicure “aristocratica, che parla di lusso ma sottovoce”, ricopio un titolo di Vogue, insomma si è scoperto che se avete quegli artigli di mezzo metro di apertura alare, arricciolati su se stessi come le puntarelle, magari neri, e con diamantini incastonati, avrete poche probabilità di essere accolti al Garrick Club (sempre ammesso che con quelle protesi riusciate ad afferrare la maniglia per entrare).
E anche in questi giorni, l’internet è invasa da tizi che arrivano ad Ascot travestiti da gentiluomini inglesi, poi da domani saranno di nuovo in mutande e coi loro ciabattoni Balenciaga. A proposito, c’è anche tutta una generazione di nuovi milionari o miliardari delle scarpe. Scordatevi i Ferragamo artigiani delle dive, o Della Valle coi suoi scarponcini che divennero il non plus ultra ai piedi di elegantoni come Agnelli o Montezemolo. Mutatis (s) mutandis qualcuno mi ha fatto notare le scarpe ai piedi del generalissimo Vannacci, una specie di mocassinoni però di pezza, un po’ sformati coi laccetti aperti, e un po’ anche scarpa ortopedica, insomma siamo tra la Sebago e il dottor Scholl. Scopro che costano poco, sui 70 euro, si chiamano “Heydude”, e sono un marchio italiano fondato da tal Alessandro Rosano, un toscano misteriosissimo che ha fondato questa azienda nel 2008 dopo un viaggio in Cina, ha fatto il botto, e nel 2021 ha rivenduto tutto alla Spectre dei ciabattoni, la Crocs, per 2.5 miliardi di dollari. Oggi vive a Hong Kong nella più totale privacy. Altro che Casette d’Ete!
E quegli altri miliardari scarpari delle sneakers finte ciancicate? Le Golden Goose, da non confondere con la vodka Grey Goose (forse però hanno la stessa utenza discotecara) sono famose per lo stellone e per l’aria ciancicatissima, paiono scarpe usatissime, le nostre mamme e nonne le avrebbero buttate direttamente nel cassonetto sostituendole con delle Tepa nuove di zecca. Tapine: le Golden Goose, tutte rovinate di proposito, costano almeno 300 euro: “ispirate allo streetwear”, come tutto, l’anno scorso il marchio è stato rilevato pure lui per 2,5 miliardi da un fondo cinese e uno di Singapore. Insomma il mocassino povero che vuol sembrare ricco e la scarpa da tennis ricca che vuol sembrare povera sono nuove trovate con cui gli italiani dettano legge.
Poi c’è qualcosa che non cambia mai. Ho passato il ponte del 2 giugno a Milano, nel monsone tropicale, e ho potuto constatare che molto è cambiato negli anni (ci sono molti più miliardari) ma c’è una cosa che proprio è rimasta identica, e cioè che nel weekend la città pare essere stata sempre colpita da una bomba nucleare. Ristoranti deserti, strade vuote, amici che non rispondono al telefono. Mi è sembrato di incontrare qualcuno che però al mio saluto ha finto di non conoscermi, e mi è venuto il dubbio che l’antico uso milanese degli anni Ottanta, quello di fingersi partiti, come status symbol, abbia resistito negli anni. Perché a Milano, rimanere in città nel fine settimana (non parliamo delle vacanze) è un’onta, uno stigma sociale. Chi può fugge nelle case in Engadina, a Courma, a Santa Margherita, i più pazzi verso Capalbio. Gli altri si barricano in casa. Non so se come negli anni Ottanta ci sia ancora qualcuno che va all’aeroporto affidando cartoline già affrancate e firmate dalle Maldive, a chi parte davvero, per poi asserragliarsi. Ma comunque: a CityLlife tra quei miliardari durante il ponte del 2 giugno sono andato al cinema all’Anteo, meraviglioso cortocircuito tra il cinema caro ai radical chic (qualunque cosa questa parola voglia ormai dire) milanesi e le folle di giovani cinesi che scrivono, progettano, “programmano”, sui loro computerini, come in un bar di Palo Alto, ma qui tra negozi di “La vera Tigella” e grill “tex mex” (e tantissimi coniglietti che scorrazzano tra il verde, forse scaricati nottetempo da camion come gli scoiattoli di Central Park), erba soffice. Insomma consiglio a tutti, un weekend o magari anche le vacanze estive, a CityLife. Si può passeggiare tra i coniglietti, alzando lo sguardo agli appartamenti e agli attici, e a tutti quei milionari.
Che poi, oltre a CityLife, dove abitano? Spesso Musk viene paragonato a J.P. Getty, l’uomo più ricco del suo tempo, e forse si somigliano per la tirchieria: uno, Musk, pare dorma per terra, l’altro notoriamente aveva il telefono a gettone per gli ospiti nelle proprie residenze, però Getty era facitore di sublimi magioni poi talvolta divenute musei (come la villa Getty a Malibu), o hotel, come la Posta Vecchia sul litorale laziale.
Intanto a New York è panico per la tassa anti miliardari, e se vi capita di conoscerne è tutto un “ho appena venduto, sto vendendo, non venderò mai più”, per la tassa del nuovo sindaco Mamdani sulle seconde case da oltre cinque milioni di dollari, ma cinque milioni a New York sono come duecentomila euro a Santa Marinella. Verranno tutti a Milano con la legge Renzi? Tutti a CityLife? Oppure a Roma? Perché poi si parla molto dei prezzi a Milano, della gentrification, ma a Roma niente. Non esiste un filone narrativo, protestatario sul caro-casa romano, non esiste un Jonathan Bazzi del GRA, eppure nella capitale i prezzi probabilmente sono saliti pure di più. Certo, qui non ti costruiscono grattacieli in giardino dal giorno alla notte, però il contrasto è ancora maggiore: se infatti a Milano qualcuno, a parte i suddetti milionari, può pagare 5 mila al metro per un "basso" a NOLO (North of Loreto) con i cani e gli umani che ti fanno la pipì sul portone ogni giorno che dio manda in terra, magari a NOLO qualcuno cinquemila al mese li guadagnerà, ma a Roma? Chi mai potrà permettersi i seimila al metro dell’Esquilino, i millecinque di affitto per il monolocale in semicentro? Forse Carrère.
Intanto tanti milionari si son piazzati. Rolf Sachs figlio del playboy Gunther ed erede Opel (ma vive nella casa della moglie), Jean Pigozzi erede Simca (quante macchine!), poi i Rocca ex argentini dell’acciaio, poi ci sono milionari autoctoni come Paolo Barletta, geniale inventore dell’Orient Express de noantri, quello che vi porta che ne so, nel Piemonte del tartufo, o nel Montalcino del Brunello, tra i vagoni tirati a lucido, e i cuochi col cappello da cuochi e il tenore che canta “O sole mio”, e vi sentirete in un film di Poirot. A Roma poi non esistono i club milanesi costosi dove andare per farsi vedere, resistono invece i soliti circoli sul Tevere e quelli dei nobili come la Caccia. Dove Getty ai suoi tempi fece richiesta, e con grande scandalo non venne mai ammesso. Si sarà consolato: con l'arte, o col pacchero, o con quel che andava tra i miliardari dei tempi suoi, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
