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L’immenso coro di Muti
“Cantare amantis est”, o dell’elogio dell’amore attraverso una moltitudine di voci. Il maestro torna a Ravenna
13 GIU 26

Foto ANSA
"Visto il successo straordinario, inatteso in questa misura, penso che nei prossimi anni valga la pena di continuare”. Così Riccardo Muti, al termine dell’intensa due giorni a cui avevamo partecipato l’anno scorso, aveva annunciato il proposito di riproporre anche quest’anno un analogo raduno: dal palco del Palazzo De André di Ravenna si era vista allora la vasta platea di 3116 persone lasciarsi andare, a conferma di quell’ipotesi, in uno scrosciante applauso. Come manifestazione di amore per la musica e, al contempo, espressione di unità e vicinanza tra persone giunte dai luoghi più distanti d’Italia, l’iniziativa aveva ricevuto una risposta inaspettata, con la presenza di migliaia di partecipanti: due giorni dedicati allo studio di alcuni brani corali nella guida di un illustre direttore d’orchestra che si offre agli altri con la generosità di chi sa che la bellezza si moltiplica quando viene condivisa, comunicata, trasmessa. Difficile dimenticare la suggestione del momento in cui, all’abbrivio della prima prova, il maestro aveva dato l’attacco del celeberrimo Va’, pensiero: nell’istante in cui migliaia voci si erano unite in un unico canto si era intuito che quell’esperienza sarebbe andata al di là di ogni aspettativa. Lo stesso Muti, alla vigilia dell’edizione di quest’anno, ha rievocato quell’istante: “Quando ripenso alle oltre tremila voci che di fronte a me, dopo poche semplici indicazioni, hanno saputo trovare insieme un unico modo di sentire, amalgamando naturalmente il suono nell’attacco del Va’, pensiero, ricordo di aver vissuto una magia che ancora non riesco a spiegarmi”. Anche questa volta il maestro ha permesso che prendessimo posto alle sue spalle, sul palco, potendo così partecipare da una postazione privilegiata a un’iniziativa semplice e al contempo eccezionale: una convocazione, un invito rivolto a tutti coloro che volessero prendere parte a un itinerario in alcune tra le pagine corali più celebri della storia della musica. E anche quest’anno la risposta al suo invito – tra professionisti, compagini corali e semplici appassionati – è stata immediata, decisa, gettando le basi per un’esperienza che merita – come faremo, in una sorta di reportage, nelle righe che seguono – di essere almeno in parte raccontata.
Il colpo d’occhio è estremamente suggestivo: più di 3500 persone, provenienti da ogni regione d’Italia (il cantore più giovane ha 6 anni, il più anziano 93) ordinatamente disposte per registro vocale a formare un unico, immenso coro. Cantare amantis est: nessun titolo poteva essere più adeguato a questa iniziativa di Ravenna Festival della celebre frase con cui Agostino d’Ippona individuò una dimensione che appartiene profondamente all’essere umano, risalendo per così dire alla fonte da cui ogni espressione artistica prende forma: quell’amore che si trova al fondo del soggetto come spinta verso l’altro, come anelito a una promessa di bene, come desiderio di felicità. Ecco come Muti stesso lo spiega: “Cantare, fare musica, è proprio di colui che ama. A tema c’è dunque qualcosa che ha a che fare con l’amore, dove con questo termine intendiamo proprio l’amor che move il sole e l’altre stelle (Dante, Paradiso, XXXIII, 145). Per questo il canto è l’espressione più alta dell’essere umano”. Si tratta, del resto, di una dimensione che le civiltà di ogni tempo hanno custodito e che il cristianesimo ha sommamente valorizzato in forza di una consapevolezza chiara: il fatto che, all’atto di rivolgersi all’infinitamente altro, la voce umana non basta più (lo stesso Agostino nelle Confessioni esprime meraviglia per lo jubilus, quel puro vocalizzo spiegato su un’unica parola con cui la voce si innalza verso ciò che non può dire) e deve in qualche modo mutarsi in qualcosa d’altro, cioè “fiorire” in canto. Prendeva forma così, fin dai primi secoli, il valore del canto cristiano: non appena un fenomeno fisico o esteriore, ma qualcosa che ha a che fare con la natura dell’essere umano, come spiegò Benedetto XVI in un passaggio del celebre discorso al Collège des Bernardins, accennando al fatto che Bernardo di Chiaravalle era molto esigente riguardo al cantare, in quanto per lui “un canto non ben eseguito era una caduta nella regio dissimilitudinis”, cioè un decadimento rispetto alla dignità propria e alla relazione con l’altro.
Coadiuvato da Davide Cavalli al pianoforte, il maestro accompagna l’assemblea nelle opere scelte: “State per cantare una delle pagine per così dire piovute dal cielo, un piccolo ma grande gioiello che Mozart scrisse nelle ultime settimane della sua vita: in quel momento viveva circostanze difficilissime, eppure proprio in quel periodo ha scritto le sue pagine più straordinarie”. E qui chi racconta si accorge di non poter esaustivamente descrivere l’emozione della prima invocazione contenuta nel mozartiano Ave Verum Corpus, intonato dalla vastissima platea con lo sguardo fisso sui gesti del maestro. Una pagina che nell’arco di sole 46 battute unisce in modo mirabile semplicità e bellezza, profondità e immediatezza espressiva: qui davvero la brevità si coniuga a una straordinaria intensità, ogni nota pare aderire meticolosamente al testo, una molteplicità di affetti nei toni più sommessi – sottovoce è l’unica indicazione dinamica messa per iscritto – fanno di questa composizione una delle opere mozartiane più cariche di mistero. Immediatamente, dopo la prima esecuzione, un intenso silenzio scende sulla platea e Muti dà inizio alla lezione: “L’avete cantato con amore, con espressività; ma c’è qualche aspetto ‘dentro le note’ che dobbiamo osservare insieme. E vedrete che poi sarà diverso”. Il maestro porta a illuminare ogni passaggio della breve partitura (davvero, viene da pensare, ogni nota può essere oggetto di una riscoperta sempre nuova) mostrando come sul pentagramma non vi sia nulla di casuale, come ogni scelta compositiva sia strettamente legata al significato del testo (la ripetizione della parola “Ave”, la dissonanza all’annuncio della morte, il lancinante grido al termine “crucem”): “Vedete? Ogni scelta musicale viene suggerita dal significato della parola: la parola crea il suono e il suono si appropria della parola”. Il lavoro prosegue sulla celeberrima Casta Diva di Vincenzo Bellini, tratta dal primo atto di Norma, che viene eseguita con la partecipazione del soprano Maria Grazia Schiavo e della flautista Isabella Lozzi. “Ricordo ancora – racconta Muti – il momento in cui al Conservatorio di Napoli il mio insegnante mi spiegò per la prima volta questa pagina: la cosa sorprendente è riuscire a comporre una melodia così malinconica in una tonalità maggiore”. Una pagina tratta dal Requiem di Giuseppe Verdi è la terza sezione di studio: Muti ripercorre la sua genesi e il lavoro procede – così come nel quarto coro, tratto da Mefistofele di Arrigo Boito – per passi graduali verso il rispetto delle indicazioni dell’autore, verso le profondità del significato, verso l’espressività. Il maestro invita ciascuno, con dolcezza ma fermamente, a riscoprire ogni dettaglio della partitura, soffermando l’attenzione sulla musicalità della lingua italiana, sulla necessità di una pronuncia legata (“Non frantumare, ma condurre la frase con nobiltà in tutta la sua arcata”) e sulle dinamiche, che sempre sottolineano il significato del testo (“oggi il pianissimo quasi non esiste più, invece è lì che emerge l’espressività”). Tutto, insomma, è orientato verso quel mistero inesauribile che è l’interpretazione, cioè la possibilità di “trarre fuori ciò che non è scritto, eseguendo rigorosamente ciò che è scritto”. Quando sente di toccare un tema decisivo, Muti vi si sofferma per spiegarlo in modo più approfondito: “Capite? In una partitura noi possiamo comprendere il contrappunto, l’armonia, il fraseggio, le dinamiche, ma questa è solamente la parte oggettiva del fenomeno: ciò che c’è dietro questi aspetti, chi può dire di possederlo? Nessuno afferra una volta per tutte ciò che sta dietro alla musica: pur nella necessaria osservanza di ciò che è scritto ogni esecuzione è un avvenimento diverso, ogni interpretazione è qualcosa di nuovo”.
“State per cantare una delle pagine per così dire piovute dal cielo, un piccolo ma grande gioiello che Mozart scrisse nelle ultime settimane della sua vita: in quel momento viveva circostanze difficilissime, eppure proprio in quel periodo ha scritto le sue pagine più straordinarie”
Muti porta avanti le tre intense sessioni di studio coniugando giovialità e rigore, autorevolezza e simpatia, e certamente mettendo in atto l’idea da lui più volte ricordata attraverso le parole di Schoenberg, per cui “il maestro non deve mostrarsi come un individuo infallibile che sa tutto e non sbaglia mai, ma come l’instancabile che è sempre alla ricerca”. Tiene il placo con l’ironia che conosciamo come suo tratto distintivo e al contempo con l’umiltà propria dei grandi, quella di chi spinge il suo sguardo in una bellezza evidentemente presente, eppure sempre un poco più in là (“Già e non ancora”, recita un motto della tradizione cristiana) come mi disse in una precedente occasione: “Il nostro è un mestiere che si svolge nella continua ricerca di una verità interpretativa, di una irraggiungibile perfezione”. E’ un vero e proprio “esercito della bellezza” quello convenuto a Ravenna: un segno di unità, di libertà e di quella pace che Papa Leone XIV ha invocato, chiamandola “disarmata e disarmante”, nel suo primo saluto dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro. Il Pontefice stesso, consegnando proprio a Muti il prestigioso Premio Ratzinger lo scorso dicembre, ha definito la musica “una via privilegiata per comprendere l’altissima dignità dell’essere umano”.
Li si vedeva dialogare con allegria, durante le pause, nei giardini dell’Auditorium, pranzare frugalmente con la partitura sotto braccio, scattare fotografie di gruppo in ricordo di una giornata da custodire nella memoria: sui volti dei partecipanti a questa singolare masterclass di canto traspare, insieme all’innegabile fatica di una trasferta così rapida e intensa, la consapevolezza di aver partecipato ad un evento che va molto al di là del semplice cantare insieme. Non è stato, questo raduno, appena una sosta dall’ordinario, né tanto meno una vacanza, ma piuttosto qualcosa che riguarda la concezione stessa della vita, in linea con l’espressione di un altro grande pontefice a cui Muti è stato tanto legato: “L’autentica bellezza schiude il cuore dell’uomo alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro (…). Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, allora riscopriamo (…) il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità” (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, Cappella Sistina, 21 novembre 2009).
In un alternarsi di espressioni di festa (acclamazioni, canti popolari, applausi scroscianti) e di attentissimo ascolto delle sue indicazioni, con questi due giorni Riccardo Muti ha lasciato una testimonianza incentrata sul valore della bellezza, sulla ricerca di un bene comune, su quella tensione alla libertà che fu l’orizzonte dell’intera vita di Don Giovanni Minzoni, il sacerdote alla cui memoria il maestro ha voluto dedicare queste giornate. Che cosa resta, all’atto di ripartire? Molto, forse più di quanto si riesca a esprimere a parole e soprattutto la consapevolezza che la bellezza non è fattore ornamentale o accessorio, ma fondamentale per l’educazione dell’essere umano. Nel mistero sempre nuovo del cantare insieme è emersa la capacità dell’arte di portare l’essere umano verso sé stesso, di porlo dinanzi alle domande più autentiche, di sottrarlo alla superficialità. Nel tempo di un presentismo che pare perdere di vista la ricchezza della prospettiva storica e il valore del patrimonio che la tradizione ci consegna (“La bellezza – scrisse già Von Balthasar – ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, non è più amata né custodita”) viene il momento di riscoprire il ruolo che la dimensione estetica può rivestire nell’educazione dei giovani e, di conseguenza, nella concezione che la società avrà di sé stessa. Mi tornano così in mente, ad un tratto, le parole che il maestro già da tempo ha rivolto alla società: “Se togliamo ai nostri figli la possibilità di avvicinarsi all’arte, alla poesia, alla bellezza, in una sola parola alla cultura, siamo destinati a un futuro di gente superficiale (...). L’Europa ha alle spalle una storia importantissima (....). Ora non può dimenticarlo: basterebbe che i governi togliessero un po’ di denaro alle cose superflue e lo destinassero prima all’educazione, poi all’educazione e quindi all’educazione”. Quando, ai saluti finali, si odono alcune voci di ringraziamento rivolte verso il palco, Muti dolcemente interrompe: “No, sono io a ringraziarvi. Perché non abbiamo solamente cantato insieme, ma abbiamo mandato un messaggio a tutta la società. Naturalmente con ciò non pensiamo di risolvere i problemi che continuano a ferire la nostra epoca, ma sappiamo che l’oceano è fatto di gocce… L’anno prossimo riproporrò lo stesso appello e, come recita un motto antico, porta patet, cor magis: la porta è aperta, il cuore ancora di più”.
