Quel prefazionista di Umberto Eco

Il semiologo e scrittore non amava le prefazioni (o almeno così diceva), eppure fu un infaticabile autore di “scritti liminari”. Una raccolta

30 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 13:59
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Foto ANSA

Nel nome c’era già un futuro. Chi più di Umberto Eco era predestinato all’espandersi di un’eco dalla risonanza mondiale? Prima come semiologo e poi, ancora di più, come narratore. Nella narrativa ha esordito solo nel 1980 con Il nome della rosa, e nessuno, tanto meno lui, si aspettava il successo internazionale raggiunto. Trenta milioni di copie vendute, tradotto in una cinquantina di lingue, vari premi fra cui lo Strega. Seguirono altri sei romanzi, tutti best-seller, ma non al livello del primo. Con la narrativa Eco sembrava divertirsi moltissimo e ci buttava dentro la sua proverbiale, sterminata cultura, la passione per la Storia, la capacità di creare complicatissimi intrighi senza mai adeguarsi a un vero e proprio genere. D’altra parte lui “non era organico a nulla”, come ci ricorda adesso Roberto Cotroneo nel suo Umberto, edito da La nave di Teseo. Cotroneo, di Alessandria come Eco, ma più giovane di una trentina d’anni, ha lavorato a lungo all’Espresso dove il “maestro” firmava una rubrica imperdibile, La bustina di Minerva, e che tenne dal 1985 fin quasi alla morte (nel gennaio del 2016, a ottantaquattro anni). La rubrica, di un’intera pagina, chiudeva il settimanale, ma si correva a leggerla per prima. Non si sono conosciuti in redazione, bensì nella loro comune Alessandria e naturalmente in una libreria cittadina che frequentavano entrambi, cinque anni prima di quella bustina e anche prima della bomba letteraria e mediatica che fu Il nome della rosa, e che cambiò la vita al suo autore.
Ora La Nave di Teseo, di cui Eco fu tra i fondatori una decina di anni fa, ha raccolto i suoi “testi liminari dal 1956 al 2015” col titolo L’umana sete di prefazioni, a cura di Leo Liberti, che ha fatto un lavoro davvero gigantesco per rintracciare non solo prefazioni e postfazioni (poche), ma anche ogni altro tipo di suo scritto a commento di qualcos’altro, liminare appunto. Perché, poi, Eco sosteneva di non amare le prefazioni, pur piegandosi a scriverne una media di almeno due l’anno. Infatti diceva, col gusto paradossale che lo caratterizzava: “Ci sono solo due casi in cui la prefazione non fa male. Il primo caso è prefazione da Vivente a Defunto. Il secondo è prefazione da Grande Vecchio a Fanciullo. Tutti gli altri casi vibrano un colpo mortale al prefato”. Naturalmente non bisogna credergli. Aprendo a caso, leggo su I delfini, racconti di Marina Mizzau: “Questo delizioso libretto di piccole storie…” e il tono resta affettuoso e ammirato per tutto il breve scritto. Forse perché Mizzau era sua collega e amica? E Paolo Villaggio allora? Eco, pur non firmandosi, compilò da consulente della Bompiani, per il testo di Villaggio Come farsi una cultura mostruosa, una presentazione che comincia così: “Questo libro dovrebbe essere usato e meditato da tutti coloro che vogliono farsi strada nella vita grazie al possesso di una solida e vasta cultura” e giudica l’opera “nuovissima per concezione e impianto”. Non esattamente colpi mortali, insomma. Fu il primo a portare in Italia Charlie Brown, presentando il suo autore, Charles M. Schulz, come uno che “non beve, non fuma, non bestemmia… Dalla vita sciaguratamente normale” e concludendo con questa lapidaria definizione che scandalizzò gli intellettuali snob, spregiatori di storie illustrate: “E’ un Poeta”. Immaginiamo come dovette prenderla Italo Calvino, per esempio, che pur essendo suo amico, si vantava di non aver mai letto una storia a fumetti né visto in tv il Festival di Sanremo di cui Eco si occupò con spregiudicato interesse…
Del resto senza Umberto Eco e il suo celebre saggio Le strutture narrative in Fleming avremmo lasciato più a lungo nella serie B i romanzi su James Bond e avremmo continuato a considerare “d’appendice” i libri di Dumas, figurarsi poi – senza la sua lezione che ha cambiato il nostro modo di vedere e di leggere – quanto tempo in più avrebbe impiegato il grandissimo Simenon a essere rivalutato anche come autore dei Maigret… E per fortuna che da noi ha trovato un editore autorevole come Adelphi!
Ma di quanto importante, e pur controversa all’inizio, sia stata la sua apparizione sullo scenario intellettuale italiano sappiamo praticamente tutto. Dalla fenomenologia di Mike Bongiorno a quella dello spirito, dai mondiali di calcio a Kant, dagli apocalittici agli integrati, dal linguaggio dell’arte classica a Joyce, Eco era un vulcano in continua ebollizione. Difficile stargli dietro e impossibile scomunicarlo. E anche se analizzava codici antichi si aveva sempre l’impressione che si muovesse nel nuovo, e in una novità talmente impensata che pareva a volte addentrarsi nel futuro per decrittarlo, se non addirittura nella fantascienza. Pure per questo piaceva tanto ai giovani che affollavano le sue lezioni al Dams di Bologna.
Malgrado il suo essere sempre sulla palla, però, e malgrado fosse una presenza palpabile della scena culturale non solo italiana, era una persona molto riservata, pure prima di diventare un narratore popolarissimo. Era un continuo citarlo, citarne le scoperte come le battute. Eppure restava un enigma insondabile. Uomo ironico, che amava senz’altro esibirsi, ma misteriosissimo, molto geloso della sua vita privata. E infatti poco, se non niente, fa trapelare di sé nei suoi romanzi, a parte la passione per il Medioevo e – ancora una volta – un’erudizione mostruosa, illimitata, curiosa del piccolo come dell’infinito, della periferia come del centro dell’impero, tanto per parafrasare le sue Cronache da un nuovo medioevo, e visto che l’impero ce lo siamo giocato da tempo.
Malgrado il suo essere sempre sulla palla, però, e malgrado fosse una presenza palpabile della scena culturale non solo italiana, era una persona molto riservata, pure prima di diventare un narratore popolarissimo
Perciò, da giornalistaccia impicciona quale sono e che, anche quando scrive libri va alla ricerca delle biografie dettagliate, dei luoghi, delle case, persino degli oggetti degli autori che ama, dei loro segreti sentimenti o anima se vogliamo usare una parola impegnativa, molto mi aspettavo dall’Umberto di Roberto Cotroneo per saperne di più. Macché, per riservatezza di carattere o esagerata timidezza, Cotroneo ammette sinceramente di non aver mai approfittato della benevolenza che il Maestro gli dimostrava per saperne di più. Non lo cercava se non ne era cercato, non domandava e, purtroppo, non prendeva appunti nel diario a futura memoria quando lo incontrava. E forse, il bisogno di scrivere questo libro gli è venuto proprio dal rimpianto. La memoria lasciata a se stessa fa brutti scherzi, cancella tanto, ma qualcosa fortunatamente si salva. E di questo qualcosa, quasi in barba all’eccesso di discrezione, ogni tanto gli sfugge dalla penna un lampo, un ricordo significativo e vediamo Umberto Eco essere quello che davvero doveva essere dietro i riflettori, nel rapporto con gli altri, ma soprattutto con se stesso. Uno che da giovane si era impegnato nell’Azione Cattolica e che il cellulare ha cominciato a usarlo tardissimo, uno che in rare fotografie mostra una tenera tempra di padre verso i figli Stefano e Carlotta.
“Non ho il diritto di chiedermi se fosse un uomo sentimentale”, dice Cotroneo (e perché mai? dico io). Però ne ribadisce la grande simpatia, spiegando: “Divertire gli altri era la cosa che prendeva con maggiore serietà. Lo scherzo, il motto di spirito, il comico erano una cosa serissima, e anche in questo c’era una di quelle sue cose che negli altri chiameremmo contraddizione, e in lui chiamiamo complessità”. Gusto del paradosso e del calembour, anche questo è Eco. Persino il giorno delle sue nozze nel 1962, con Renate Ramge, ricercatrice iconografica tedesca, che gli restò accanto sempre, trova il modo di fare una battuta che rimane storica. Dice che partiranno per il “viaggio di bozze”, dato che scrivono entrambi. Perché ogni volta che correva il rischio di essere sentimentale, osserva Cotroneo, si affrettava a cercare “il paradosso opposto, il motto di spirito, come un bilanciamento”.
Per quelle pochissime occasioni che ho avuto io di vedere Eco da vicino – dire conoscerlo sarebbe falsissimo, semmai intuirlo – lo riconosco perfettamente in questo “bilanciamento”. Del resto qualcuno che nella vita accumula libri – aveva una biblioteca sterminata – e certo non per tenerli chiusi, i libri, vista la varietà del suo sapere. A partire dall’infanzia con I tre moschettieri illustrato, come lettore non si è fermato più e testi, lunghi o brevissimi, ne ha composti una valanga lui pure. Diventando adulto, persino con la religione stabilì un rapporto puramente intellettuale. E allora? Dove trovare il tempo per il sentimento interiore di sé, il sentimento per essere sentimentale? Eppure, eppure, a proposito di bilanciamento, mi viene in mente un’immagine del passato. Tanti tanti anni fa, una quarantina. Ero a Parigi, Champs Élysées. Sono ferma a guardare una vetrina, mi volto e sul largo marciapiede vedo avanzare una coppia dal passo svelto e lievemente ondoso, che si tiene per mano. Lui lo riconosco, è Umberto Eco. Lei no, ha l’aria straniera, è molto carina. M’incuriosisco e li seguo per un po’. Sono felici e spensierati come due amanti, chiacchierano e continuano a tenersi per mano. Poi per uno di quei casi della vita, qualcuno mi racconta che c’è Eco a Parigi… con la moglie. E allora mi sono sentita contenta di aver scoperto che quell’uomo-mito, avesse conservato la semplicità e la tenerezza per far dondolare nella sua la mano della legittima consorte in una città straniera dove scarsa era la possibilità di essere riconosciuto e magari fotografato.
Qualche anno prima, neolaureata a Roma, mi ero trasferita a Bologna per iscrivermi al Dams e per chiedergli di fare con lui un corso di specializzazione con tesi su Paolo Volponi, in particolare su Corporale. Mi accolse senza difficoltà. Volponi gli piaceva e gli piaceva anche che io lo conoscessi di persona e lo frequentassi con i neo avanguardisti in quel di Roma. Era affabile, persino entusiasta e seguirne le lezioni per me fu affascinante. Aveva con gli studenti un atteggiamento affabile, direi intimo. Scendeva dalla cattedra e si metteva a livello dei banchi. Non erano lezioni tradizionali le sue, ma un modo di mettere in pratica le sue teorie acchiappando esempi dal proprio privato come dai testi di filologia. Se parlava del linguaggio poteva citare Saussure ma anche la singolarità che avevano i suoi figli da piccoli di storpiare le parole. Teneva sul tavolo il suo flauto e si metteva anche a suonarlo facendoci entrare nei segreti musicali. Ora leggo nei ricordi di Cotroneo che il suo Umberto sapeva tutto di Gardel e niente di Chopin e non so che darei per farmi tornare in mente cosa ci suonasse a lezione. Se suonasse bene o male non so dire, ma ho riso di gusto a leggere il giudizio del suo amico Luciano Berio confessato all’autore: “Sai, Umberto ogni anno che passa il flauto lo suona sempre peggio”.
Meno male che certe statue possono essere tirate giù dal piedistallo qualche volta. E se mi lascio andare ad altri due ricordi personali, adesso, non è per sminuire la star italiana mondialmente nota, pari solo a Fellini forse, o il genio inarrivabile dello studioso poliedrico. E’ per umanizzarlo. Un grande convegno, forse quello di semiotica del 1986, a Bologna, citato anche in Umberto? O più probabilmente un incontro fra poeti e scrittori e critici della Neoavanguardia? Non importa. Sono tutti in attesa di Eco, ed ecco finalmente arriva, sembra un cavallo matto al galoppo e la sua entrata è salutata da ovazioni. Per tutta risposta lui zittisce la sala perché deve raccontare due straordinarie barzellette in latino. E le racconta ridendo e tutti ridono e ripetono le battute. Io non ci capisco niente, ma resto abbagliata a godermi lo spettacolo. Quando poi a cena in un grande ristorante me lo trovo seduto vicino, nella lunga tavolata, un po’ mi dispiace che sia grassotto e invada il mio spazio dandomi le spalle, ma lui è ancora sovreccitato e vuole parlare con qualcuno dall’altro capo del tavolo, anche se non per raccontargli barzellette. Poi al momento delle ordinazioni, capita che chiediamo, noi due, la stessa pietanza, ma ne è rimasta un’unica porzione. E se la prende lui, senza nemmeno propormi di assaggiarla. Ai tempi ci rimasi malissimo, oggi rido: avevo l’età dei suoi studenti adoranti, come poteva pensare che potessi rifiutargliela negandogli un così grande piacere con un minimo sacrificio?
Sono tutti in attesa di Eco, ed ecco finalmente arriva, sembra un cavallo matto al galoppo e la sua entrata è salutata da ovazioni. Per tutta risposta lui zittisce la sala perché deve raccontare due straordinarie barzellette in latino
Immagini in contrasto, bilanciamenti: il buon marito amoroso e il golosone, il professore esimio e scrittore di grande talento contrapposto a un sovrabbondante spirito goliardico. Ma la verità che conta sul serio resta un’altra. Lo dice chiaramente Cotroneo nel suo libro: “Umberto ha cambiato il modo di pensare, di leggere il mondo e la cultura di molte generazioni… Eco è il futuro. Eco è il computer. Eco è l’irrimediabile sapere. L’intellettuale che prova a traghettare le nuove generazioni verso un’idea intellettuale moderna e spiazzante. Eco è moderno. Per questo è riuscito a vendere milioni di copie in tutto il mondo con un libro difficile. Perché la sua capacità di elaborazione è fuori dal comune. Come una macchina sconosciuta…”. Peccato non ce ne abbia lasciato le chiavi.