Ai Parioli con Carrère

Dalla colazione al Cigno alla presentazione a Palazzo Grazioli, Il romanziere francese ama Roma e ci vuole vivere per un po' 

30 MAG 26
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ANSA

Succede ormai spesso a Roma. Vai a una cena e ti dicono, entusiasti, sai, eravamo a casa di Tizio, c’era Caio, e pure Carrère. Pensi alla solita mitomania romana, tipo eravamo io, l’Avvocato, lo scià di Persia… ma poi la scena si ripete una settimana dopo. “Ah, sì, come, non lo sai, Carrère sta ai Parioli”, ma il tono è già leggermente cambiato, come se fosse un po’ scontato, come se parlassero che so, di un sottosegretario, o di Rosanna Lambertucci.
Faccio le verifiche del caso, combino, lo raggiungo, ed eccomi in un torrido pomeriggio a casa di Emmanuel Carrère, ai Parioli. Il celebre scrittore, l’uomo che ha indagato il male assoluto delle stragi, degli omicidi più efferati, il letterato che ha raccontato tra verità e fiction i segreti della sua famiglia e i drammi d’Europa, eccolo qua, abbronzato e dall’aria rugosamente felice come una tartarughina in un bellissimo rigoglioso giardino. Mi riceve scalzo in un sontuoso appartamento al primo piano di una palazzina di quelle tra le boscaglie e le scalette, tra  le ambasciate con le bandiere della parte più nobile e franante dei Parioli, potremmo essere a Delhi o Saigon. 
“Adoro i Parioli”, dice lui godendosi quest'esotismo, appollaiato su un divanone, con le finestre aperte e gli alberi che filtrano un microclima di almeno cinque gradi meno dei comuni romani. Scusi, Carrère, ma che ci fa ai Parioli? “Sto qui per qualche mese, mi ha prestato la casa un mio amico francese”, dice lui, cambiando spesso posizione, passando da un angolo all’altro dell’esteso divano. “I Parioli sono un caso, è un quartiere che non conoscevo, ma sto benissimo. Mi ricorda il Sedicesimo dove sono nato. A Parigi abito invece nel decimo, che è un po’ la vostra piazza Vittorio, un po’ sgarrupato. Dunque, mi sono detto, per una volta niente sgarrupato”.
In effetti è la prima celebrità estera che si sappia installata in tempi moderni nel quartiere della borghesia romana, di solito vanno tutti all’Esquilino, al massimo a Testaccio, in cerca di sensazioni vere e tipiche. Dello sgarrupato. Fa vita di quartiere ai Parioli? “Certo, cammino molto, giro in bici elettrica. Non ho mai preso invece il metrò a Roma, ecco, quello no”. Non si preoccupi, ai Parioli nessuno mai l’ha preso. Ha visto i tassisti, son cattivi come quelli parigini. “Ma non mi sembra, mi sembrano tutti molto gentili”. Chi frequenta? “Ah, ho tutto un giro, Sandro Veronesi, Emanuele Trevi”. Pure lui scrittore dei Parioli! E poi che fa? “La mattina ho scoperto il bar del Cigno, per la prima colazione, stupendo”.
Ma è diventato un vero pariolino! Le manca solo di girare col Barbour come Calenda. Però fa troppo caldo per il Barbour. Carrère in versione romana invece si aggira con una camicia blu e ai piedi le Birkenstock (violando un poco il codice di Roma Nord, bisognerebbe procurargli delle Car Shoes). Con le Birkenstock ha presentato anche giovedì il suo ultimo romanzo, “Kolkhoz”, in un altro posto assai simbolico, Kolkhoz, palazzo Grazioli. Invitato dalla Associazione della Stampa Estera che lì ha la sede, appena gli raccontano i fasti berlusconiani vuole giustamente vedere tutto, ecco il bagno con la vasca incassata a pavimento tra i marmi (“ma lo pensavo più grandioso”, riflette un po’ deluso ), ecco gli interruttori bassi che stavano sui comodini del lettone di Putin, lui che conosce così bene il mondo russo.
Si ferma un secondo. Forse pensa come doveva essere fare Kolkhoz lì, nel lettone di Putin, sì perché “fare Kolkhoz” vuol dire, nel lessico carrèriano, andare tutti nel lettone, lui e le sue sorelle, dalla mamma, la celebre storica della Russia Helène Carrère d’Encausse, accademica di Francia ecc. ecc. “Kolkhoz” per chi non si ricorda e non ha letto le millemila interviste uscite sui giornali italiani, che hanno incoronato il romanzo primo assoluto in classifica, erano i vecchi collettivi agricoli sovietici. Ma perché fa così tante presentazioni in Italia, gli chiediamo. “Perchè mi diverto, e adesso voglio stare un anno, a Roma”.
Insomma, se Stendhal ha voluto sulla tomba la definizione di Milanese, Carrère sarà per sempre “pariolino”. In effetti si potrebbe non uscire mai dal quartiere. Nel romanzo racconta dei suoi viaggi-reportage con il presidente francese Macron, e della capacità di quello di non sudare mai neanche a 40 gradi: ma lo sa che anche Draghi, un altro atermico, vive qui dietro? “Ah, non sapevo”. L’atermicità, racconta Carrère, era una qualità grandemente apprezzata dalla sua celebre madre, anche lei non sudante, e che odiava qualunque manifestazione di fisicità, “pure il dormire lo trovava sconveniente”.
E odiava la psicanalisi, “una roba che paghi per odiare di più i tuoi genitori”. “Lei era convinta di non avere un inconscio, un inconscient, e quindi siccome non è possibile non averlo, il suo inconscient usciva proprio al naturale, libero: a volte diceva cose assurde, tipo, se la invitavano da qualche parte, ‘no, mi spiace, perché mio marito quel giorno sarà malato’”. Carrère, dopo “trent’anni sul lettino”, è diventato anche lui un anti-analisi, anche se “è difficile sapere come sarebbe stato senza fare l’analisi”, dice. Ma lo sa che qui ai Parioli è nell’epicentro, degli psicanalisti. “Sì, il papà di Trevi! Lui è andato a vivere nello studio del papà", dice Carrère.
Ma il suo, di papà,  e la sua mamma, e tutta la famiglia, che lei sistematicamente ha messo nei suoi libri  (come il celebre nonno collaborazionista di La vita come un romanzo russo, personaggio che sua madre era riuscita a occultare e lei ha tirato così bene fuori, col risultato che lei non le ha poi parlato per anni), insomma tutti questi parenti che ormai non ci sono più, e di cui sappiamo tutti tutto, le appaiono mai in sogno? Magari vengono a tirarle i piedi? E’ per questo che è scappato ai Parioli?
“No, mai, vorrei dire che sono una persona che non sogna, anche se so che è impossibile, dunque dirò che sono una persona che non ricorda i sogni che fa”. Di nuovo, l’inconscient. E Macron ce l’ha secondo lei l’inconscient? “Lui ha Brigitte. Non muove un passo senza di lei, ed è veramente un rapporto che va contro ogni regola classica, un uomo che sta con una donna di 25 anni più grande, questo è notevole. Incredibilmente femminista. Dovrebbero rendergli più merito per questo". Anche il Carrère suo padre non faceva un passo senza la moglie. Kholkoz è un delizioso lessico familiare con al centro la figura del papà, questo omino innamorato della moglie, storica, ambiziosa, atermica: una celebrità, i cui funerali nel 2023 sono stati celebrati proprio da Macron; ma anche una moglie ingombrante, che  spadroneggia sul povero marito, che lo fa dormire in uno stanzino, che non lo lascia solo perché lui ne morrebbe.
Atermica e pure aristocratica, discendente a metà da una stirpe georgiana e dall’altra da una augusta prosapia russa, e il marito forse per spostare l’oggetto d’amore – direbbe uno psicanalista, francese o dei Parioli - passa la vita a studiare e ricostruire la genealogia dei parenti di lei, riempiendo enormi archivi. Va a trovare i suoi parenti émigré che non hanno più una lira e a Parigi vivono in dieci in un monolocale, con le principesse ridotte a fare le sarte… però affascinanti… un conte che aveva stretto la mano a qualcuno che aveva stretto la mano a qualcuno che aveva stretto la mano a… Napoleone.  Uno zio principe che davanti a chi vanta dei mobili Louis seizième, risponde: “noi abbiamo solo mobili Louis seconde main”.  Carrère padre, alla fine, annichilito e innamorato, forse di nuovo per non ammazzarsi, si inventa pure lui un cognome e un’origine nobiliare, mettendo il falso “d’Encausse” accanto al vero Carrère, perché sua mamma di cognome fa Encausse, come uno sperduto paesino in Occitania, e allora lui fa due più due e spunta questo "d'Encausse" con “d” rigorosamente minuscola, che viene poi trasmesso a tutta la famiglia dello scrittore improvvisamente nobilitata, e pure alla inflessibile moglie-madre.
“Ma non era solo snobismo”, dice Carrere figlio. “C’era qualcosa, in questa ossessione di mio padre, di tenero, di molto romantico, a lui piacevano soprattutto i nobili impoveriti, i nobili decaduti”. Ma lo sa che è nel posto giusto? A Roma col favore delle tenebre in molti si abbassano il “de”, per non parlare dei finti nobili e dei veri nobili che spopolano. In quanto all’impoverimento, avrà l’imbarazzo della scelta. “Ma che c’entra, io sono io, non ho le stesse passiono di mio padre”, dice Carrère, riassestandosi sul divano, mettendosi nella posizione del loto. Mi guarda un po' perplesso da queste bétise che gli chiedo. Ma l’hanno già coinvolta tutte le principesse? Guardi che le principesse con soldi e spesso senza sono la cosa più vitale di questa città. “Non ancora”, fa lui, forse un po’ spaventato, a questo punto. E i parenti d’Encausse li sente ancora? Stupenda la storia dell’oscuro barone d’Encausse, i veri d’Encausse, che invece che arrabbiarsi per l’usurpazione, a un certo punto contatta la famiglia dello scrittore, felice che qualcuno illustri l’augusto cognome ormai dimenticato. “No, non li abbiamo più sentiti, devono essere tutti morti”.  
Carrère in questa versione romana sembra finalmente pacificato, dopo tutti i drammi, il disturbo bipolare, la conversione, le liti con amori e parenti arrabbiati per le sue incursioni nei segreti di famiglia. Ma insomma che ci fa ai Parioli? “Ma niente, dovevo scrivere una sceneggiatura, la mia compagna aveva da fare, allora ho pensato, perché no?”.  Come vive il suo rapporto col cinema? E’ anche lei un gran deluso, come tutti gli scrittori tentati dalla settima arte e poi triturati? “Ma no. Io ho scritto tanto per il cinema, ho fatto tre sceneggiature, compreso l’ultima dal Mago del Cremlino di Giuliano da Empoli. Ma non sono mai rimasto deluso dal cinema. Non ci sono mai rimasto male: forse perché per rimanerci male devi avere delle aspettative. Io invece quando scrivo per il cinema lo faccio per una mera questione materiale. Cioè, non proprio solo per i soldi. Però diciamo che se fosse gratis non lo farei. I libri invece li farei anche gratis”.
E al cinema da spettatore ci va? “Mah, poco, più che altro vado a vedere cose di amici, anteprime, film abbastanza improbabili a dire il vero”. La tv italiana la vede? “Non vedo praticamente mai la tv”. Però guardi che si perde molto. Il caso Garlasco per esempio lo conosce? Un frequentatore di processi come lei se scopre i processi italiani non ci torna più in Francia. Sono un format unico, durano dieci anni poi si ricomincia, cambia il giudice, cambia il cast e inizia la seconda stagione, poi la terza, la quarta. Lei che ha scritto V13, sul processo del Bataclan, e il primo gran successo lo ottenne con l’Avversario, storia anche processuale del pazzo che sterminò la famiglia dopo aver vissuto una vita sotto falsa identità, sono ormai trent’anni quasi. Lei anticipò la mania del crime. “Ma il crime piace sempre, non ho anticipato niente, il pubblico da sempre ama i delitti e le storie nere. E pure i processi: i processi sono un meccanismo che non delude mai. Tu vai lì, entri in un tribunale e ti passa un pomeriggio in un attimo. Sono un teatro umano straordinario. Pensi ai film: non esiste un film su un processo che sia noioso”.
Però voi francesi siete proprio fissati coi processi: lei, Yasmina Reza… “C’è una grande tradizione, da Céline a Simenon…”. Potrebbe andare a qualche processo italiano, insisto. “Ma no, non parlo abbastanza bene la lingua, e poi ce ne sono già abbastanza in Francia, non abbiamo bisogno di processi esteri”. Si fidi, per esempio son sicuro le potrebbe piacere il caso Kaufmann, il tizio che ha sterminato la famiglia nel frattempo prendendo i soldi pubblici per realizzare un finto film, e vivendo da homeless in un parco. In che parco, domanda Carrère, forse interessato. A Villa Pamphilj. “Ah”, dice, forse deluso. “Io amo molto Villa Ada, trovo invece villa Borghese troppo trafficata”. Niente, è proprio un vero pariolino, bisogna trovargli un processo ai Parioli. Ma a Milano invece non ha mai pensato, di abitarci, una volta in Italia? “Ci ho pensato, sì, lì pure ho degli amici e c’è la mia casa editrice italiana, l’Adelphi, ma a Roma mi sembra che sia tutto un po’ più rilassato, e poi si conoscono tutti, è incredibile”. E’ entusiasta. “Faccio molta più vita sociale qui che a Parigi”.
Sa, in Italia c’è questa antica rivalità tra Roma e Milano. “Da noi non potrebbe esistere, perché tutto è a Parigi, tutto centralizzato, la moda, la finanza, l’editoria… non è che può esserci una rivalità tra Parigi, mettiamo, e Bordeaux”. E per il ponte che farà? I ponti sono la cosa più seria in Italia, più della rivalità tra Roma e Milano. Questo di San Pietro e Paolo è detto  “San Pietro e Ponza”, perché tutti i romani vanno al mare.  “Ah, Ponzà mi mancava”, mi dice perplesso, penserà che sono completamente scemo, le interviste tipo Bikini o slip, Panorama anni Ottanta. A proposito, la vedo abbronzato. Fregene o Santa Marinella? “La couleur l’ho presa nel Sud della Francia”. E quest’estate che fa?  “Vado in Francia, poi in Grecia, poi a ottobre torno”. Sempre Parioli? “Vorrei provare a cambiare quartiere”, dice tutto contento. Non per rovinarle l'entusiasmo, ma lei la sa la storia del marziano di Flaiano? Guardi che è un attimo, gli vorrei dire, che “a cena ho incontrato Carrère” diventa “c’era il solito Carrère, che pppalle”. Si raddrizza a sedere sul divano, mentre la luce dei Parioli tra gli alberi sontuosi e le liane lo illumina come un piccolo Buddha. “Oui! Lo sto leggendo, qualcuno me l’ha procurato. So tutto! Adesso sono tutti gentili, ma tra pochi mesi non ne potranno più di me! Sono pronto”.