Tentativi di egemonia
Berto, lo scrittore oscuro
L'autore del "Male oscuro" ai tempi era mal visto a sinistra e oggi è dimenticato pure a destra. Ma ora i suoi libri saranno tutti ristampati
23 MAG 26

Giuseppe Berto era nato a Mogliano Veneto nel 1914 e morì a Roma nel 1978 (foto Casa Berto, Capo Vaticano)
Mentre la legislatura finisce, assai dolcemente, piovono pezzi di egemonia culturale dove meno te li aspetti. Se la Biennale di Venezia dopo le polemiche pre-apertura ora che è aperta non se la fila nessuno, potrebbero esserci esposti solo quadri di Teomondo Scrofalo e nessuno se ne accorgerebbe, ecco che Giuseppe Berto viene ristampato. Il grande scrittore veneto del Male oscuro passa alle edizioni Settecolori, come annunciato al Salone del Libro di Torino. Salone peraltro miracolosamente privo di polemiche (è un bene o è un male?). Del resto la raffinata casa editrice calabro-milanese sfiora di sguincio quel sulfureo e variegato novero i cui stand generalmente provocano le grandi indignazioni, le varie Passaggio al Bosco, GOG, insomma quelle accusate di fassismo, quelle di cui scopriamo l’esistenza solo ai saloni e saloncini polemizzati, quelle che, chi più chi meno, attivano l’algoritmo “raccolta firme-pericolo democratico-Zerocalcare ritira partecipazione”. Quest’anno però niente polemiche, forse perché c’è Hormuz, forse perchè è iniziata l’estate e fa caldo, la bambina mi ha vomitato sul tappeto ecc. Ma intanto Berto, uno che in un mondo normale starebbe saldamente nel canone della grande letteratura italiana del Novecento, uno che avrebbe dovuto essere einaudizzato o adelphizzato da mò, finisce invece in una specie di business class di Atreju, in una nicchia di un fantomatico pantheon “di destra”, qualunque cosa voglia dire (perseguitato anche post mortem dal suo destino di “irregolare”: “non l’hanno visto arrivare”, né allora né oggi).
Andrea Minuz: Definizioni di Berto in voga all’epoca: “fascista”, “anarchico di destra”, “provocatore”, “narcisista”, “scrittore borghese”, “uno stronzo” (Dacia Maraini).
Michele Masneri: La “società letteraria” fece di tutto per osteggiarlo. Altro che le “conventicole” del prof. Iacovoni di “Caterina va in città”. La Maraini gli dà appunto dello “stronzo”. Non “solito stronzo” nella famosa tripartizione arbasiniana sul tipico scrittore italiano, proprio stronzo e basta. Era un’epoca in cui dare dello stronzo era abbastanza grave, non come oggi che il presidente degli Stati Uniti si traveste da Papa. Pure la “società letteraria” era una cosa seria. Ecco come vanno le cose: lei nel 1962 vince il premio Formentor, battendo Luciano Bianciardi e la sua Vita agra. Berto denuncia il “capomafia letterario” Moravia, che aveva sponsorizzato la vittoria della sua protetta: lei gli dà dello “stronzo”, appunto, pubblicamente, lui la querela, lei viene assolta.
AM: Berto muore di cancro nel 1978 dopo un lungo soggiorno in una clinica di Innsbruck. Nel necrologio uscito sull’Unità si vagheggiava di “un’opera da tempo in declino”, “tristemente approdata al neomisticismo”, di una “falsa immagine di libertà tradotta in schemi di sconcertante rozzezza”. Ci si indignava per alcune sue frasi invecchiate però molto meglio del pezzo sull’Unità: “Sono convinto che Marx ha costruito una colossale trappola per l’uomo, pensando di liberarlo”, diceva Berto, quando a dirlo erano in pochi. “Sono partito da un collettivismo nel quale mi sarei volentieri annullato pur di servire gli altri – anche il mio fascismo, con la sua forte componente nazionalistica, ebbe questo carattere – e sono arrivato a un accanito individualismo, persuaso che servire me stesso è l’unico modo che io ho per servire gli altri”.
MM: Quelle su Berto sembrano le recensioni d’epoca su Gadda. “Non sempre egli scherza”; “ironia oziosa”, scrivevano i critici trattandolo come un caso umano. Come Berto, irregolari sempre. Berto è un traditore per i fascisti, e fascista per gli intellettuali ufficiali. Lui si raccontava così: “Sono nato prima della Prima guerra mondiale e ho fatto tutte le guerre che alla mia generazione è stato concesso di fare, guadagnandomi un paio di medaglie al valor militare. Caduto prigioniero degli Alleati, ho dato un definitivo addio alle armi per intraprendere la carriera di scrittore. Odiato dalla critica e dai colleghi, ma amato dalle signore, ho ottenuto con alcuni romanzi altissimi indici di vendita. Altri romanzi sono stati sfortunati, ma mi propongo di riscriverli tali e quali, per ritentare la sorte”.
AM: Berto prendeva di mira la sinistra intellettuale con un furore che allora aveva una carica dirompente. Forse il Berto di oggi farebbe la vittima di professione. Arruolato nelle fila dei piagnoni, quelli che pensano che il mondo ce l’abbia con loro e vedono complotti ovunque. Vittima del sistema, dell’establishment, delle “conventicole”. Sarebbe andato a “Belve” a denunciare il “circoletto”. Avrebbe litigato con Moravia su Instagram.
MM: Ma all’epoca, grazie al cielo, non c’erano i social. E poi il fatto è che Berto era sì isolato, però vendeva, e anche tanto (altra colpa da espiare, semmai).
AM: Molto letto, molto venduto. Però non si poteva infilare Il male oscuro tra i più grandi romanzi italiani del dopoguerra – mentre bastano le prime dieci pagine per rendersene conto (ma neanche il film di Monicelli con Giannini e Emmanuelle Seigner, del 1990, gli renderà giustizia). Berto era letto ma intorno a lui calava il silenzio. Questa è sempre stata la strategia più raffinata: non la censura che trasforma lo scrittore in eroe vittimario, ma fingere che non esisti. Non vorrei battere sempre su questo tasto, ma gli effetti di quell’egemonia lì li vedi bene oggi: i miei studenti non hanno mai sentito nominare Berto. Mentre i Moravia, Morante, Pasolini, Calvino magari non li leggono ma sanno che esistono.
MM: Speriamo in una bella polemica, allora, nonostante il caldo. Ma se rinascesse, Berto oggi sarebbe intervistato soprattutto sulla sua depressione. Parleremmo del suo disagio. Di salute mentale. Oggi sarebbe chiaramente bipolare, ma all’epoca si parlava al massimo di esaurimento nervoso. Non poteva prendere il treno, né l’aereo né la nave. Negli anni peggiori non riusciva neanche ad alzarsi dal letto. Oggi un Berto 2.0 darebbe in pasto questa depressione, oltre che alla letteratura, ai social e ai podcast, passando poi alla cassa con un romanzo che “interroga” il nostro malessere, una autofiction straziante, tutta dolenze e benzodiazepine. Invece all’epoca la risolveva con autoironia. Il male oscuro che davvero è un romanzo pazzesco, una Cognizione del dolore romana made in Calabria, è un flussone di coscienza e di sogni: c’è quello celebre “della libreria Rossetti” (una famosa libreria di via Veneto, location all’epoca per intellettuali e primarie presentazioni di libri, una specie di Spazio Sette oggi). Nel sogno della libreria Rossetti c’è un signore che porta in mano un quadro che mostra a tutti, tranne al povero Narratore. Lo mostra a tutti gli intellettuali, i “padreterni di quella trapassata epoca intellettuale”, scrive Berto, “coincidente col fascismo prima e subito dopo con l’antifascismo, ed erano gente magari senza volerlo boriosa tanto che non si sapeva mai se salutarli o no per non correre il rischio di salutare a vuoto, alle volte incontrandoli si aveva l’impressione di non essere visti per niente”. “I don’t feel seen”, scriverebbe il Berto d’oggi sul suo Substack.
AM: Invece lui scriveva anche molto per il cinema. Anche lì con un certo successo e molte angosce. Fa naturalmente “Anonimo veneziano”, il romanzo e la sceneggiatura. Al cinema lo trascina Leopoldo Trieste, folgorato dopo aver letto qualche racconto. Come tutti gli scrittori, Berto al cinema ci lavora malvolentieri ma è pur sempre una grande “fonte di guadagno per sopravvivere” – specie in quegli anni, coi soldi che giravano sul serio. “Berto accetta di fare di tutto: il comandante, il caporale, il soldato della bassa forza” – diceva Brunetta, lo storico del cinema, non l’ex ministro. Lavora per la Lux di Ponti e De Laurentiis. Scrive soggetti, sceneggiature. Ha una rubrica di critica cinematografica su Rotosei, rivista romana. Va al cinema ogni giorno, vede tutto, recensisce tutto: Fellini, Visconti, western e drammoni hollywoodiani. Non ha il ditino alzato. Non vuole “riscattare il cinema” o spiegare perché è una “forma d’arte”. Come Irene Brin, come Flaiano, Berto scrive avendo in mente lo spettatore, fregandosene del nome del regista. E’ tra i pochissimi a non disprezzare la nascente commedia all’italiana. Intuisce subito il potenziale di questi film che portano al cinema “un’intera attualissima zona della realtà nazionale”. Del Monicelli di “I soliti ignoti”, uscito nel ’58, quando Berto chiude la sua rubrica, dirà: “Le dita di una mano sono sufficienti e anche avanzano a contenere i registi italiani capaci di raccontare una storia senza fermarsi a pascolare le loro pecore e le loro vanità nei prati”. Con Visconti, invece, “a ogni dubbio o perplessità, si ha l’impressione che salti fuori a dire: vergognatevi, voi che non capite! non avete la sensibilità per arrivare a me!”.
MM: Poi naturalmente come tutti gli scrittori prestati al cinema, da Fitzgerald in giù, ne esce devastato. Nel Male oscuro, memorabili le pagine sui produttori romani. Il produttore del caso convoca lo scrittore, che gli ha mandato 50 pagine di una sceneggiatura, all’hotel Excelsior, e poi non si fa trovare. Lo scrittore nota che in un cestino giacciono però i fogli del suo lavoro. Lo scrittore ha appena avuto una figlia, e non ha i soldi per pagare la clinica; e quando il commendatore finalmente arriva, quello gli dice: “Ah sì me n’ero dimenticato, i figli sono l’unica consolazione della vita, la cosa più importante del mondo”, e poi sempre il cumenda (che era poi Peppino Amato) gli propone un film su una sua assurda idea: “Un soggetto che si svolge nell’aldilà e quindi ci vuole un dialogo delicato come soltanto io so fare, e io dico ‘Commendatore dipende da quanto mi paga’ e lui dice ‘ci metteremo d’accordo anche questa volta come sempre ci siamo messi d’accordo da buoni amici’, e mi congeda da gran signore dopo avermi messo in mano i due fogli da diecimila così posso comprare un regalino alla mia signora”.
AM: Siamo a metà tra “Una vita difficile” e “La cognizione del dolore”.
MM: Alla Balduina, Gadda era un vicino di casa, erano amici.
AM: Entrambi considerati marginali, entrambi molto nevrotici…
MM: Gadda riscoperto ormai anziano, Berto che rappresenta una sottonicchia dell’intellettuale di destra italiano. Autore acclamato, che vende, che guadagna e prende i premi, ma comunque non entra nel canone. Diciamo il modulo Zeffirelli.
AM: Chissà poi se oggi questa destra gli avrebbe affidato una Biennale, un ministero, una sottocommissione cultura.
MM: E i russi, li avrebbe fatti entrare o no?
AM: Boh! Ma almeno l’avrei usato come testimonial del referendum. Ecco cosa scriveva sulla “rovinosa condizione della nostra magistratura” in quel piccolo gioiello swiftiano che è Modesta proposta per prevenire (1972) – pamphlet ironico e disperato dove si immagina una controrivoluzione della borghesia italiana: “Per uno stesso delitto uno può venire condannato od esaltato, dipende dal giudice davanti al quale capita e dalla sua personale appartenenza ad una data categoria, e perfino razza. Capitalista o borghese o proletario. Settentrionale o meridionale”. C’è dentro anche Garlasco.
MM: Poi a un certo punto scappa da tutto (come biasimarlo). Scappa da Roma e dalla società letteraria, si rifugia al sud. Anche qui, però, abbastanza un disastro. Arriva nella Calabria pre-boom che considera e doveva essere un paradiso, ma dura veramente pochissimo. Bad timing! Tipo quelli che nel 1912 per rilassarsi si comprano un bel biglietto per una crocierina sul Titanic o si mettono a investire in borsa all’alba del ’29... Ma lì scriverà pagine memorabili, alcune delle quali confluiscono poi in Il mare da dove nascono i miti, primo volume che uscirà a giugno per Settecolori. “La Calabria sarebbe potuta diventare il paese di un turismo nuovo, colto, civile, un luogo di recupero spirituale per tutta la gente estenuata dalle nevrosi, dalle intossicazioni, dagli arrampicamenti”, riflette, “invece i calabresi appena tirata fuori la testa dalla miseria, si sono messi a distruggere il proprio passato – anche gli alberi, le case, il paesaggio – con un accanimento che l’avidità, l’ignoranza e l’ansia di portarsi al più presto all’altezza di Jesolo e Busto Arsizio non bastano da sole a spiegare. Bisogna cercare nell’inconscio”. Ecologista senza ideologia, anche qui in anticipo sui tempi, e del resto basta atterrare oggi al rinnovato aeroporto o alla stazione di Lamezia Terme, e i locali ti diranno tutti quanto amano la loro terra, quanto sono attaccati alla loro terra, quanto adorano la loro terra. E il forestiero, davanti a tutto quell’amore, in mezzo a quel parco a tema dell’abuso, del non finito, coi ruderi di calcestruzzo e i secondi piani mai terminati, conclude dentro di sé: pensa se non l’amavano, la loro terra!
AM: In Calabria Berto si mette a parlare col cane, un biondo cocker spaniel di nome Cocai. Escono questi dialoghi col cane sul Resto del Carlino che poi diventano un libretto. Parlano di tutto: di Marcuse, del Vietnam, della contestazione, del capitalismo, di Mao, dell’ossessione comunista degli studenti. Parlano di Calabria e di Sud. Berto parla col cane perché ormai ha capito che nessuno l’avrebbe seguito.
MM: Ma oggi Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore del Carlino, glieli avrebbe pubblicati?
AM: Gli avrebbero proposto un podcast: Cani Sciolti. Con Edoardo Prati. Con questo cane Berto parlava anche di “industrializzazione e Sud”. E qui Berto dà il suo meglio. Era uno dei pochi scrittori a non cadere nella retorica del Mezzogiorno. Del contadino distrutto dalla modernità che piaceva tanto agli intellettuali gramsciani che però vivevano a Roma o Milano. Come scrive Claudio Giunta, mentre Pasolini dà la colpa della “distruzione della civiltà contadina” alla volontà e opera del “Potere” (il Potere, commenta Berto, “per i marxisti ha sostituito il dio degli Eserciti”), Berto non pensa a complotti. Più semplicemente s’identifica con l’umano desiderio di migliorare le proprie condizioni materiali: per i calabresi “la civiltà contadina è simbolo di miseria, di scarso cibo e di molte malattie, di disprezzo, vero o supposto, da parte di altre popolazioni economicamente e tecnicamente più progredite”. Come non comprenderli? Come vietare a coloro che accedono alla modernità la loro dose di automobili, telefoni, elettrodomestici, case nuove? Ma anche: “Come impedire che questa trasformazione così repentina distrugga l’ambiente nel quale essa si è svolta sino ad ora, e corrompa le anime dei suoi abitanti?”.
MM: La storia di Berto in Calabria è stupenda. Io vorrei farci un documentario o una serie, ma sarà considerata troppo di destra? Troppo poco di destra? Più o meno valevole di contributi pubblici rispetto a un doc su Regeni? E al doc delle fettuccine Alfredo? Berto comunque a Roma non stava bene. Prima, all’attico alla Balduina, soffriva, e dunque vuol fare a cambio col portiere, trasferendosi a piano terra. Poi, va in vacanza in costiera amalfitana, e scende sempre di più. Ama il sud, aveva fatto il militare in Sicilia. E’ alla ricerca di un posto… ma non può essere un’isola, perché sta male pure in nave. Così, a Capo Vaticano, scova quell’angolo di paradiso. Voleva un fazzoletto di terra, ma gli rispondono: o compri tutto, o niente. Dunque si prese qualche ettaro di bosco, in cui costruì, con le sue mani e studiando l’architettura locale, una serie di casette, in quella che oggi è probabilmente una delle poche zone non cementificate della costa calabrese. Perché poi nel frattempo esce Il Male oscuro, che è un successo pazzesco, vince il premio Viareggio e il Campiello… Lui sta meglio, e diventa una celebrità, e anche i cementificatori non possono andare lì a cementificargli in giardino… Si porta la figlia Antonia, che ancor oggi abita lì e ospita un festival letterario e un premio dedicato al padre (Estate a Casa Berto), ma all’epoca era una bambina, e passa da Roma Nord alla Calabria degli anni Sessanta, con le scuole senza bagni… la pipì nel campo...
AM: Oggi arriverebbero i servizi sociali, altro che Famiglia nel Bosco.
MM: Oppure la Rohrwacher, a farci subito un film del filone neorurale. Lì, con Berto interpretato da un sensibile Josh O'Connor, l’egemonia arriva in un attimo, vabbè.