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A Palermo cantano i mitra e piangono le Santuzze
Nella città sonnecchiante, quella della mafia sommersa sono tornati i kalashinikov e non c’è pace nemmeno per Santa Rosalia
18 MAG 26

Foto Ansa
A Palermo cantano i mitra e piangono le Santuzze. L’ultima emergenza è intitolata alla “banda dei kalashnikov” perché l’unica certezza è nell’arma impugnata. Il resto è esercizio di supposizioni che, per carità, servono ma non bastano. Nelle ultime settimane a Palermo non passa sera che una vetrina, un’auto o la porta di un esercizio commerciale non venga sforacchiata. E’ così che la città sonnecchiante, quella della mafia sommersa, quella dell’indice della criminalità del Sole 24 Ore che la pone al ventiquattresimo posto ben distante dalle tremende Milano, Firenze e Roma, si risveglia dall’illusione più pericolosa: ritenere vero ciò che in fondo si desidera ardentemente. E nel calendario dell’ardore collettivo c’è una data che si avvicina: il 14 luglio. E’ la notte del Festino, il momento in cui Palermo dedica alla patrona Santa Rosalia il suo rito più solenne e affollato. Ogni anno un corteo storico attraversa la città radunando centinaia di migliaia di persone. Tutte raccolte dietro, attorno e addirittura sopra il carro della Santuzza. Poi, spente le luci della festa, le statue finiscono nel dimenticatoio: qualcuna si perde, qualcuna si conserva (spesso malamente), qualche altra si regala, qualche altra ancora si distrugge. Nel capannone dei Cantieri culturali che ospita l’Istituto Gramsci, tra polvere e scatoloni, si annida una Rosalia con un braccio rotto. Risale alle celebrazioni del 1995, ideate da Pino Caruso. In un altro capannone dei Cantieri fino a qualche tempo fa c’erano altre due statue, una delle quali addirittura senza testa. I dipendenti comunali che volontariamente se ne prendevano cura ne hanno perse le tracce. E’ andata meglio alla Rosalia del 1998 che, approfittando della sfilata per il Columbus Day del 2003, trovò asilo a New York. E si salvò.
Nel capannone dei Cantieri culturali si annida una Rosalia con un braccio rotto. In un altro c’erano due statue, di cui una senza testa
Nello spazio esterno della parrocchia di Sant’Antonio, all’Arenella, alberga invece la Santuzza del Festino dell’edizione 2004. E così altre statue. Quella del 2005 poi riciclata per il 2007 insieme al carro dell’artista Jannis Kounellis (per anni abbandonato a Villa Giulia), oggi è allo Sperone. Un’altra, quella del 2013, è stata piazzata all’ingresso del cimitero dei Rotoli. E’ andata peggio alla Rosalia del 2016: era ritenuta brutta ed è stata distrutta. Per l’edizione del 2026 si spera in un’apparizione laica: quella della popstar spagnola Rosalia che ha reso omaggio alla patrona di Palermo con la canzone Focu ‘ranni. L’ex assessore comunale alla Cultura Gianpiero Cannella si era in qualche modo dichiarato possibilista sul coinvolgimento della cantante, pur ammettendo che ancora non vi era alcun contatto ufficiale. Poi la pratica l’ha dovuta mollare a qualcun altro dato che è stato chiamato a rivestire la carica di sottosegretario alla Cultura, non prima di veder finanziato dallo Stato con seicentomila euro il film tratto dal suo romanzo “Task Force 45, scacco al Califfo”. Una pellicola che ha come protagonista il gruppo di uomini guidati in missione di guerra dal generale Roberto Vannacci e che è stata preferita, ad esempio, a “The Echo Chamber”, film tratto dall’ultima sceneggiatura di Bertolucci e al documentario “Tutto il male del mondo” sull’omicidio di Giulio Regeni.
Intanto a Palermo si spara. Sparano soprattutto tra i quartieri di Resuttana San Lorenzo e Tommaso Natale. Nella borgata marinara di Sferracavallo, nel giro di pochi giorni, hanno preso di mira un’autorimessa e un ristorante, poi hanno lasciato bottiglie incendiarie davanti a una panineria, una pasticceria e un pub. A marzo hanno mitragliato quattro mezzi della società di noleggio auto “Sicily by Car” dell’imprenditore Tommaso Dragotto. Come da copione, nessuno ammette richieste di estorsione. Qualcuno ha visto, ma niente di che. Un paio di telecamere di sicurezza hanno immortalato il rito delinquenziale: auto che arriva, incappucciati che scendono, vampata, fuga sgommante. A Sferracavallo, dove a settembre persino la festa popolare dei santi Cosma e Damiano era finita in sparatoria, non c’è manco l’appiglio di un’immagine sgranata per cercare di individuare i responsabili: il Comune di Palermo non ha videosorveglianza attiva in quella zona. Si sgrana il rosario degli interrogativi, si annunciano i consueti vertici in Prefettura, ci si affida alle testimonianze degli esperti, alcuni proprio del mestiere. Il tg di Rai Sicilia interpella addirittura l’ex mafioso Gaspare Mutolo, un antico collaboratore di giustizia già pluriomicida, estorsore e trafficante di droga, che oggi si propone come pittore con tanto di mostre e pagine sui social network. Con la stessa disinvoltura con cui è passato dal coltello al pennello, Mutolo, fuori da Cosa Nostra da quasi quarant’anni, dà la sua chiave di lettura: “Quelli della banda dei kalashnikov sono atti volgari”. Gli astanti prendono appunti. Che sia banda o cosca, killer solitario o plotone di esecuzione, il metodo del delitto a Palermo non è recensibile senza immergersi nel contesto. E non serve scomodare Sciascia – che come il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa si tira in ballo quando poco si capisce e molto si vagheggia sulle cose siciliane – per cercare di mettere una cornice a questo dipinto dalle tinte cupe e incerte (con buona pace del Mutolo artista).
Che sia banda o cosca, killer solitario o plotone di esecuzione, il metodo del delitto a Palermo non è recensibile senza immergersi nel contesto
E’ l’aria che si respira non solo nelle consorterie mafiose, ma nei tinelli, nelle chiacchiere da bar, nei salotti, negli accrocchi familiari. Persino in caso di funerale, quando ci sarebbe da piangere il morto e basta. “Giovedì mattina si terranno i funerali di nostro padre, ci scusiamo con le persone del mercato ma essendo che nostro padre e molto amato e conosciuto non si fa il mercato fatelo girare nel modo che arriva a tutti condividete grazie”. Il messaggio è testuale. Così la figlia di un pluripregiudicato dello Zen deceduto, ha comunicato via Facebook che in segno di solidarietà il mercato del quartiere sarebbe rimasto chiuso. E lo Zen si è adeguato. La cornice che si fa opera, che completa il dipinto. Al netto del dolore (legittimo e indiscutibile) per la morte di un congiunto, prevale un aspetto di protervia (illegittima e discutibile): è una luce diversa per tentare di capire il meccanismo sociale che governa una gran parte delle aree meridionali di questo Paese. Presa un’esigenza personale, la si affila come arma di ricatto per chi con quell’esperienza non c’entra (e magari non gliene frega) nulla. Di appelli via social abbiamo le timeline, e non solo quelle, piene. Il sentimento che diventa prevaricazione ci dice molto sui labili confini della sua legittimità.
Nessuno si sogna di recensire il dolore di chi perde una persona cara, a patto che ci sia una logica – sociale, religiosa per chi ci crede – non chiodata, non intrinsecamente violenta. Perché in quel messaggio urbi et orbi, senza alcuna apertura al libero arbitrio che fa della solidarietà uno dei sentimenti più nobili nei quali ancora cerchiamo di riconoscerci, c’è una (inconsapevole?) violenza. Io decido nel nome del mio cuore e non me ne frega niente del tuo. La pericolosità del gesto sta non tanto nei suoi effetti (commercianti che sono dovuti restare a casa per un’imposizione) quanto nelle sue cause: la noia della democrazia, l’incultura orgogliosa di un orticello in cui si semina e si raccoglie senza curarsi degli altri, il mostrarsi senza dubbi in un mondo di punti interrogativi. La chiusura per lutto imposto è un lutto imposto alla buona fede di chi crede che il morto insegna a piangere sì, ma non per prevaricazione. Lo Zen non è solo delinquenza, non è solo la follia di una banda di ragazzini che in una serata si giocano la vita spegnendo altre vite (tre giovani ammazzati per un banale screzio, un anno fa, in trasferta a Monreale). E’ una scommessa difficile sulla conoscenza, allo Zen come in qualsiasi altra periferia: più cose sai del mondo, meno tenderai a oltraggiarle; più il tuo orizzonte si amplia, meno il tuo sguardo si obnubilerà.
Lo Zen non è solo delinquenza. E’ una scommessa difficile sulla conoscenza: più cose sai del mondo, meno tenderai a oltraggiarle
Quell’angolo di periferia rugosa della città è anche il quartiere delle generose associazioni di volontariato, di insegnanti, pedagogisti, psicologi, artisti e preti che lavorano coi bambini per educarli a coltivare il futuro, per convincerli che il bello è anche divertente. Ma è anche il quartiere dove la preside antimafia di una scuola si appropriava del cibo destinato alla mensa degli alunni e organizzava corsi fantasma per ottenere fondi europei. E’ il quartiere dello spaccio h24, ma anche dei carabinieri che fanno il doposcuola ai ragazzini. E’ il quartiere dove lavora Davide De Novellis che comanda la stazione di San Filippo Neri ed è diplomato in pianoforte al Conservatorio. Grazie a un accordo dell’Arma con l’associazione “Albero della Vita” nelle ore pomeridiane aiuta, insieme con i suoi colleghi, i ragazzini dagli 8 ai 14 anni a fare i compiti: italiano, scienze, matematica, e così via. Ovviamente parla anche di musica a chi vuol sentire. Al Teatro Massimo di Palermo c’è una sala chiamata Pompeiana. Ha una forma circolare con riferimenti al tempio di Vesta a Tivoli, ha soffitti affrescati ed è stata progettata e realizzata dall’architetto Giovan Battista Basile alla fine del diciannovesimo secolo. E’ anche chiamata “sala dell’eco” per via della particolare acustica: pensata come un fumoir, era proprio il forte riverbero a garantire la privacy dei nobili che chiacchieravano lì dentro, nella pausa di uno spettacolo. E’ un riferimento suggestivo per muoversi tra la cronaca e la storia, per immergersi nell’intrigo di trame che si moltiplicano e voci che si sovrappongono. E’ la mafia a imbracciare i kalashnikov? C’entrano i boss scarcerati che stanno riprendendo il potere, spesso in ruoli e posizioni collidenti tra loro? Le bande di giovani criminali possono essere assimilate a schegge impazzite? Voci, sussurri, tentazioni di scorciatoie. Spesso alimentati ad arte per confondere. Come nella sala Pompeiana del teatro Massimo: solo che qui il progetto non è di un geniale architetto, ma di una banda di lestofanti con o senza santino da bruciare.
Il Teatro Massimo è il simbolo di Palermo. Non solo per la maestosità del monumento, ma anche perché incarna stimoli e contraddizioni della città. E’ rimasto chiuso per ventitré anni dal 1974 al 1997 a causa di restauri che si diluivano in una melma di rinvii, interessi oscuri, ombre mafiose e inedia burocratica. Nel 2016 l’allora direttore di sala, Alfredo Giordano, fu arrestato per mafia. Condannato, iniziò a collaborare con i magistrati e raccontò di suoi incontri con latitanti e di talpe in Procura. Negli anni il Teatro ha consolidato il suo impegno antimafia con una trilogia di opere, commissionata dall’allora sovrintendente Francesco Giambrone, sui misteri delle stragi del 1992 e in particolare sul depistaggio delle indagini sull’eccidio di via D’Amelio dove morirono il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Poi nell’estate dello scorso anno il governatore della Sicilia Renato Schifani ha scelto l’ex magistrato Anna Palma come membro del Consiglio di indirizzo della Fondazione: non un ex magistrato qualunque, dato che Palma è stata uno dei pubblici ministeri di Caltanissetta coinvolti nella gestione del pentito farlocco Vincenzo Scarantino, cioè il personaggio principale del depistaggio di cui sopra. Ma nel Teatro lavora anche l’altra Palermo. Ci sono i familiari delle vittime di Cosa nostra: la figlia del commissario Ninni Cassarà, Marida; la figlia dell’ex sindaco Giuseppe Insalaco, Ernesta; Maurizio, il figlio dell’autista di Falcone Giuseppe Costanza, sopravvissuto alla strage di Capaci. Gli anni passano e persino le scuole e gli studenti che nelle adunate oceaniche, all’indomani delle stragi del 1992, erano stati la prima scommessa nei piani di contrasto alla criminalità organizzata, sono diventati l’ambito che interessa meno. Nelle linee guida dell’educazione civica del Ministero dell’Istruzione, alla lotta alle mafie è riservato un minimo accenno, ben inferiore a temi più attuali, anzi “attuali”, come l’educazione stradale. Del resto, ce lo ha insegnato il “Johnny Stecchino” di Roberto Benigni e Vincenzo Cerami che il vero problema della Sicilia è il traffico. Il contesto o, se preferite, la cornice. Questo accade nella città con meno criminalità di Milano, Firenze e Roma.
Dietro un mitra che spara, una bottiglia incendiaria, una intimidazione preventiva (spesso il fuoco arriva prima della richiesta di “pizzo”), dietro l’estinzione della “società civile” c’è un cataclisma sociale che è comodo restringere alle zone di frontiera, come scriveva il poeta Salvo Licata, “percorse da proiettili vaganti”. Le verità giudiziarie ci sono servite per ammorbidire i morsi della fame di verità storica. Le emergenze fanno il loro lavoro, che è quello di sommare problemi a problemi senza sommergerli, e in tal modo ci ingannano: in fondo non cambia nulla, a eccezione del nostro modo di lamentarci. La mafia non è mai finita, ma non è più fra i trend topic di Google, anzi non lo è mai stata, diciamo, per mission aziendale.
Dietro l’estinzione della “società civile” c’è un cataclisma sociale che è comodo restringere alle zone di frontiera, “percorse da proiettili vaganti”
Intimidazioni, ma non solo. E se non è mitra, è pistola. E se non è vetrina, è bersaglio umano. La scorsa settimana un piccolo pregiudicato è stato ammazzato nel rione Cep con cinque colpi di pistola in faccia. Cadono tutti – vetri, persone, statue – in un fragore silenzioso, sotto gli occhi della Santuzza che vacilla, pure lei.