Povero Orwell, riscritto e neutralizzato per far digerire ai progressisti il suo veleno contro di loro

La "Fattoria" anticapitalista, "1984" femminista e la biografia del sadico. Lo riscrivono e così dimostrano che previde tutto

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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:46 PM
Immagine di Povero Orwell, riscritto e neutralizzato per far digerire ai progressisti il suo veleno contro di loro

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Erano i tempi in cui il nome di George Orwell veniva pronunciato con un senso di ribrezzo: dopo tutto si trattava di “un reprobo” scriveva Roberto Calasso ne “L’impronta dell’editore”. Palmiro Togliatti definì Orwell un “poliziotto coloniale” e “un’altra freccia aggiunta all’arco sgangherato della borghesia anticomunista”, mentre per Italo Calvino Orwell era “un libellista di second’ordine” e il portatore di “uno dei mali più tristi e triti della nostra epoca: l’anticomunismo”.
Nel 2026 come rendere innocuo il romanziere britannico Eric Blair? “Orwell si starà rivoltando nella tomba”, hanno commentato in molti. Rivoltarsi? Più probabile che si stia facendo una bella risata. Il romanziere socialista e antitotalitario viene oggi riscritto per essere neutralizzato. Per far digerire ai progressisti col cancellino il veleno che Orwell vomitava proprio contro di loro. “La Fattoria degli animali” del 1945 è un’allegoria della Rivoluzione russa e del bolscevismo che degenera in stalinismo: i maiali prendono il potere in nome dell’uguaglianza, poi diventano peggio degli umani, così che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
La rivoluzione che mangia i suoi figli, la propaganda che riscrive la storia e la verità che muore sotto gli stivali. Orwell lo sapeva perché l’aveva visto da vicino: la Catalogna, l’Urss, il doppio pensiero, il revisionismo. L’ultima immagine della novella di Orwell è indimenticabile: mentre i maiali e gli umani, ubriachi, giocano a carte intorno al tavolo della sala da pranzo, gli animali che osservano si rendono conto che i loro liberatori suini sono diventati indistinguibili dagli oppressori umani che avevano sostituito. Quel momento rivela la menzogna al cuore della promessa marxista di uguaglianza.
La tanto attesa versione animata di Andy Serkis, che è diventato famoso interpretando Gollum ne “Il Signore degli Anelli” prima di passare alla regia e che ha impiegato quattordici anni per realizzare l’adattamento della “Fattoria degli animali”, racconta il classico di Orwell per renderlo “accessibile” e non “eccessivamente politico”. Così Serkis con la sua versione animata “family-friendly” del capolavoro di Orwell ci mette una cattiva nuova di zecca: Freda, la perfida capitalista in tailleur (con la voce di Glenn Close) che vuole sfruttare la fattoria. I tratti dispotici di Napoleone sono attenuati rispetto all’antagonista miliardaria che guida un veicolo high-tech che ricorda il Tesla Cybertruck di Elon Musk.
La tanto attesa versione animata di Andy Serkis introduce un nuovo cattivo: non il cinico comunista Napoleone, ma Freda la capitalista
Gli animali stavolta non soccombono al totalitarismo comunista dei maiali: no, combattono il capitalismo e alla fine rovesciano i porci, si abbracciano e progettano un “futuro più luminoso”. Happy ending. Speranza. Messaggio positivo. Perché nella nostra epoca non si può lasciare che i bambini (o gli adulti infantili) escano dal cinema depressi: meglio mentire loro che il comunismo funziona, basta che non arrivi il perfido libero mercato. Orwell scrisse per avvertire che il totalitarismo non arriva solo con i carri armati rossi, ma con la riscrittura sistematica della realtà. E ora la sua stessa opera viene riscritta: il nemico non è più il Partito, il Politburo o la Nomenklatura. Il nemico è l’impresa privata, il profitto e la “corporate greed”. Hollywood, incapace di criticare il comunismo, fa l’ennesimo inversione ideologica: la “Fattoria” diventa una fiaba anticapitalista in cui il collettivismo animale è sabotato da esterni malvagi.
Il nemico non è più il Partito, il Politburo e la Nomenklatura. Il nemico è l’impresa privata, il profitto e la “corporate greed”
I maiali? Forse un po’ autoritari, ma il vero problema è Freda l’avida borghese. Serkis ha trasformato un ammonimento contro lo stalinismo in una propaganda da campus universitario e reso “La Fattoria degli animali” compatibile con i paladini di Black Lives Matter che difendono regimi come Cuba o Venezuela mentre vivono di venture capital e di case a Marta’s Vineyard comprate coi soldi delle donazioni. E non finisce qui.
Passiamo a “1984”. Il libro che ha inventato Newspeak, Thoughtcrime, Big Brother e stanza 101 per dimostrare come il potere assoluto non si accontenti di controllare i corpi, ma voglia possedere le menti, cancellare il passato e imporre che 2+2=5, è un testo talmente scomodo che ancora oggi fa tremare i regimi autoritari (Orwell è vietato sotto molte dittature) e pure i nostri “democratici” woke. Così l’edizione del 75esimo anniversario ha un’introduzione che avverte: attenzione, il protagonista Winston Smith è “problematico”. Misogino. La follia woke ha raggiunto lo stadio in cui diventa la sua stessa caricatura. L’introduzione alla nuova edizione della Berkley Books, che fa parte del colosso Penguin Random House, e approvata dagli eredi di Orwell, è scritta dall’autrice americana Dolen Perkins-Valdez.
Immaginate come sarebbe leggere “1984” per la prima volta oggi. Perkins-Valdez, scrittrice e militante nera, laureata ad Harvard e docente all’American University, scrive che “per una persona come me può essere difficile trovare un minimo di connessione in un romanzo che non parla molto di razza ed etnia”, sottolineando la completa assenza di personaggi di colore. C’è poi la “spregevole” misoginia del protagonista, Winston Smith. “Grazie per il tuo avvertimento sui contenuti di ‘1984’”, ha detto il romanziere e saggista Walter Kirn. “E’ la cosa più in stile 1984 che abbia mai letto”. Kirn ha ricordato che Orwell stava scrivendo della Gran Bretagna del suo tempo: “Quando Orwell scrisse il libro, i neri rappresentavano l’uno percento della popolazione. E’ come aspettarsi personaggi bianchi in ogni romanzo nigeriano”. Molto della deprimente realtà della vita di Smith nel caseggiato “Vittoria”, con il gin e il tabacco di pessimo gusto, è una descrizione delle miserie del razionamento nella Gran Bretagna del Dopoguerra. Secondo Kirn, “non siamo ancora in un mondo in cui libri e classici vengono eliminati”, ma non esclude niente. “1984” aveva già una prefazione scritta dal grande romanziere americano Thomas Pynchon. “Ma sentivano il bisogno di un’introduzione prima di quella del vecchio uomo bianco”.
L’edizione rivisitata del romanzo ha avuto il bollino ufficiale della Orwell Foundation: “Per celebrare il 75esimo anniversario di ‘1984’ di Orwell, viene pubblicata una nuova edizione con un avviso che critica la misoginia, la mancanza di personaggi neri e la scarsa inclusione di razza ed etnia”. Anche nel privato, Orwell era un uomo “sadico, misogino, omofobo, a volte violento” che ha cancellato le donne dalla sua storia, secondo la biografia di sua moglie scritta da Anna Funder. La biografia di Eileen O’Shaughnessy, compagna di vita di Orwell, ne ha anche per i suoi romanzi: “Un libro come ‘1984’, è violento, misogino, sadico, cupo, paranoico: questo viene dai difetti dello scrittore”. I pensieri di Orwell sulle donne sono “despicable”. Trigger warning per il lettore fragile che potrebbe sentirsi offeso dal fatto che in una distopia totalitaria la gente non sia perfettamente woke e inclusiva. Povero lettore snowflake: Orwell non ti ha protetto dal realismo psicologico maschile del 1949. Meglio avvisarti, come se il libro fosse pornografia misogina o incitamento all’odio invece che un grido contro l’annientamento dell’individuo. L’Università di Northampton aveva già dato il là anni prima: trigger warning per “materiale esplicito” in “1984”. Esplicito? Il sesso tra Winston e Julia è disperato, furtivo, ribelle, non certo materiale erotico da OnlyFans. Ma nella logica odierna, qualsiasi rappresentazione non filtrata dal prisma femminista o queer è “violenza”. Meglio sterilizzare il testo. Meglio far precedere il capolavoro da un disclaimer che annuncia: “Orwell era un po’ tossico. Leggetelo ma con le pinze”.
Infine, arriva il colpo di grazia: retelling femminista del romanzo, anche questo approvato dagli eredi di Orwell. Sandra Newman racconta “1984” dal punto di vista della amante di Winston. L’ispirazione? Julia è “essenzialmente felice” nel regime, opportunista, collabora quando serve, non crede in nulla di politico, è più furba e adattabile di Winston. Che cosa vede Julia in Winston? Risultato: invece di lasciare “1984” come un martellante monito universale sul totalitarismo che schiaccia chiunque, uomo o donna, senza distinzione di genere o sesso, lo si trasforma in un esercizio di identity politics. La donna non è più solo carne da macello del sistema o strumento di piacere ribelle; diventa la vera protagonista “complessa”, forse persino più integrata nel sistema perché le donne sanno essere pragmatiche e ciniche quanto gli uomini. Il messaggio originale (“il potere è mostruoso in sé, indipendentemente dal sesso di chi lo subisce”) viene diluito in un gioco di prospettive di genere. Come se il “Grande Fratello” fosse patriarcale invece che totalitario. Come se il problema fosse che Winston è un maschio bianco etero problematico, non che l’Oceania cancella l’amore, la verità, la memoria, tutto. L’eredità di Orwell, che odiava il conformismo intellettuale di sinistra tanto quanto quello di destra, viene così addomesticata dall’establishment culturale che lui avrebbe disprezzato.
Il problema è che Winston è un maschio bianco etero problematico, non che l’Oceania cancella l’amore, la verità, la memoria, tutto
E l’Orwell Estate, invece di difendere l’integrità dell’opera, la svende al trend ideologico del momento: retelling, diversity, trigger warning. Trasformano il profeta della libertà in un prodotto femminilizzato e capitalista-colpevolizzato. Non si bruciano più i libri o li si demolisce per quel che sono come facevano Togliatti e Calvino: li riscriviamo. Non censuriamo: aggiungiamo prefazioni pedagogiche. Non vietiamo: li rendiamo “inclusivi” e “adatti alle famiglie”. Il risultato è lo stesso: svuotare il testo del suo potere destabilizzante. Orwell voleva svegliare, far rabbrividire, far riconoscere il male quando si presenta con il sorriso dell’uguaglianza. Oggi lo vogliono far digerire come una favoletta per adulti-bambini che non sopportano la tristezza, la complessità, la durezza della verità. Orwell oggi lo spedirebbero in rieducazione per “internalized misogyny”, lo accuserebbero di “ableism” per la figura di Winston distrutto, lo taggerebbero come “tankie” per aver criticato Stalin da sinistra o come “conservatore” per aver difeso la verità contro il relativismo. E tutto questo avviene mentre il mondo reale pullula di miniature di Big Brother: censura sui social, cancel culture, linguaggio sorvegliato, statistiche manipolate, nemici del popolo ribattezzati “hate speakers”, storia riscritta secondo l’ideologia corrente (statue abbattute, curricula decolonizzati, gender history imposta).
Tutto questo mentre il mondo reale pullula di miniature di Big Brother: censura sui social, cancel culture, linguaggio sorvegliato
Orwell lo aveva previsto. E loro, invece di leggere la lezione, la usano come manuale per migliorare la distopia. Un giorno Orwell toccherà leggerlo nell’edizione originale senza reminder, senza introduzioni pietose, senza happy ending, senza Freda la capitalista. E ogni volta che lo riscrivono, lo storpiano, lo trigger-warnano, dimostrano esattamente quanto Orwell avesse ragione.