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Carlos, il terrorista playboy che ha messo in crisi l'ordine della Guerra fredda
Chi era davvero lo Sciacallo incontrollabile (e gran seduttore) legato al socialismo islamico estremista e ritenuto "il più temuto terrorista internazionale" tra gli anni Settanta e Ottanta
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20 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:46 PM

Ora Carlos è in carcere, gli ergastoli sono sufficienti per non vederlo più in libertà (foto Wikimedia Commons)
Se i tuoi genitori ti chiamano Ilich – e chiamano i tuoi fratelli Vladimir e Lenin – finire a combattere per un’ideologia sembra quasi un automatismo. Il giovane Ilich Sánchez Rámirez diventerà il celebre e controverso Carlos, “il più temuto terrorista internazionale”, il “braccio della rivoluzione araba”, di cui tutti parlano tra gli anni Settanta e Ottanta. La sua attività terroristica si lega soprattutto a un socialismo islamico estremista che vede nella liberazione della Palestina uno dei principali obiettivi. Nato in Venezuela sotto il segno della bilancia nel 1949 da una famiglia borghese e comunista e, alcuni dicono, molto ricca, Carlos viene mandato a studiare a Mosca, all’Università Patrice Lumumba – dedicata al leader congolese panafricano assassinato con le armi della Cia. La Lumumba è un po’ l’Harvard dell’anticapitalismo sovietico, la Oxford del terzomondismo radicale, creata ad hoc all’apice della Guerra fredda per accogliere gli studenti delle nazioni sfruttate dagli occidentali e indirizzarli al socialismo (la scuola esiste ancora, ma si chiama Università russa dell’amicizia tra i popoli, sic). Carlos viene cacciato dalla Lumumba dopo qualche anno, senza laurearsi. Però si crede che sia proprio in quegli anni da studente svogliato, durante i quali preferisce ubriacarsi la sera invece che preparare gli esami su Gramsci e Engels, che abbia creato i suoi contatti con il Kgb. Carlos, con i suoi almeno 15 pseudonimi, sarà ritenuto responsabile, secondo gli ultimi gradi di giudizio, di almeno cinque attacchi terroristici, soprattutto in territorio francese, e della morte di almeno 13 persone, anche se sarà lui stesso a dire di aver ucciso “83 persone con le mie mani, non c’erano degli innocenti. Ho ucciso una ventina di poliziotti, non ho vergogna! Le persone uccise sotto la mia responsabilità sono più di 1.500, meno di 2.000 in ogni caso, e fra loro c’erano meno di 200 innocenti”, perché, dice, “gli altri erano obiettivi militari”. L’evento più importante della sua “carriera” è l’assalto alla sede dell’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, a Vienna, nel 1975. Lì Carlos, noto anche come Salem o Johhny, con il suo commando, entra nella sede dell’Opec, nell’edificio della Texaco, con le armi nascoste in borsoni sportivi. Nessuno li ferma, pensano che facciano parte di qualche delegazione. Con le mitragliette fanno fuori un poliziotto austriaco, una guardia del corpo irachena e un economista libico.
Molte delle sue operazioni, a partire dalla più famosa, l’assalto alla sede dell’Opec, si rivelarono spesso dei fallimenti rispetto al piano originario
Oltre 60 persone vengono tenute in ostaggio, tra cui diversi ministri di paesi come l’Iraq o il Kuwait o l’Arabia Saudita, finché ai terroristi non viene concesso un aereo per fuggire (esiste un film Tv solo su questo evento, dal titolo Operation Opec). Carlos ha 25 anni. Da quel momento diventa un ricercato numero uno, il suo nome legato a una figura quasi leggendaria, di un rivoluzionario belloccio e senza scrupoli, un militante di primo piano del fronte popolare per la liberazione della Palestina, jihadista, convertitosi all’Islam, donnaiolo.
Ma davvero Carlos, “il superterrorista”, diventata una delle principali figurine Panini del grande album delle trame politiche del secondo Novecento, si è davvero immolato – finendo in carcere à la perpétuité – per un’ideologia? Nel suo ultimo libro – Carlos lo Sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale, edito da Laterza – l’esperta di terrorismo e sicurezza internazionale Valentine Lomellini cerca di fare luce su cosa davvero abbia mosso le azioni sanguinose di Carlos, che hanno avuto diversi riverberi geopolitici. “Il mistero ‘pasoliniano’ deve essere risolto, dice la professoressa dell’università di Padova, perché l’idea che ‘non lo sapremo mai’ è un mantra malato che inquina uno dei nostri valori più grandi: la democrazia. Quella nenia nichilista la colpisce, la offende, la tramortisce”.
In “Carlos lo Sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale” Valentine Lomellini fa luce sulle sue azioni sanguinose, avvolte dal mistero
Quindi Carlos era un uomo di Mosca? Un Che Guevara filo-palestinese? Un freelance idealista? Un capro espiatorio del Kgb (una volta esauriti i suoi servigi)? O era un mercenario al soldo del miglior offerente, che fosse Ceausescu o l’Iraq? Era, come lo definisce un ex sodale, “Mr. How Much”? Che chiedeva, prima di accettare ogni missione, quanto si sarebbe potuto intascare? Lo faceva solo per i soldi, per la gloria, per la realizzazione del comunismo in tutti i paesi, per la liberazione della Palestina, perché non sapeva fare altro?
No, dietro Carlos non c’era la longa manus del Cremlino, non era questo Grande vecchio del terrorismo di cui si fantasticava negli anni Settanta, per quando ci siano stati rapporti stretti con l’Unione sovietica, la Repubblica democratica tedesca e con governi di paesi non allineati. Lomellini, che ha scartabellato tra i documenti anche non occidentali, ci dice che in realtà Carlos era prima tollerato e poi indesiderato nei paesi dell’Est anche perché non sapeva tenere la riservatezza. Il suo carattere, il suo temperamento erano l’opposto di quello che il Kgb avrebbe desiderato.
No, dietro di lui non c’era la longa manus del Cremlino, il suo temperamento era l’opposto di quello che il Kgb avrebbe desiderato
Era spesso inopportuno, ad esempio mentre chiacchierava con i ministri dell’Opec si pavoneggiava e rivelava agli ostaggi di essere responsabile di altri attentati. Nemmeno i sovietici si fidano davvero di lui. E diventerà poi, da quel giorno del ‘75, troppo noto per essere usato per azioni rivoluzionarie decise a Mosca. Nelle carte si scopre che avrebbe creato problemi di sicurezza alla Ddr, e anche per questo è malvisto. Alcuni report trovati da Lomellini lo definiscono addirittura “antisovietico”, “pseudo-rivoluzionario” e pericoloso. Un altro motivo per cui l’ipotesi che fosse un uomo al servizio dell’Urss salta, è che Carlos tra le altre cose è poco controllabile. E da questo libro scopriamo anche che non è poi nemmeno un così bravo terrorista.
Nella sua vita in fuga – scappa di paese in paese – si fa ospitare dalle sue amanti (su Carlos sex-symbol torneremo dopo), che non vedono l’ora di dare appoggio a un fuggitivo internazionale pur di passare qualche giorno insieme a lui. Per quanto resti libero per decenni, non avrà altri ruoli, sebbene alcune voci, principalmente teorie complottiste pre-social, abbiano cercato anche di affibbiargli la responsabilità della bomba alla stazione di Bologna (Lomellini dedica al fatto due intensi capitoli del suo libro, smentendo la pista libica-palestinese). Oltre all’azione alla sede dell’Opec Carlos aveva già assaltato, ma senza guadagnarne celebrità, il Drugstore Publicis, nel ‘74, a Parigi, in Boulevard Saint-Germain, dove muoiono due persone e 34 restano ferite (per quest’attentato Carlos è stato processato solo nel 2021). C’è poi la bomba sul treno Parigi-Tolosa, quella sul Tgv Marsiglia-Parigi e quella alla stazione di Marsiglia, e poi l’attentato contro un quotidiano antisiriano francese. Sono operazioni che portano morti, ma in realtà sono spesso dei fallimenti rispetto al piano originario – ad esempio all’Opec dovevano essere rapiti o uccisi alcuni ministri, e dopo l’azione non ci sono effetti sulle politiche petrolifere. A parte i tre morti, dopo l’Opec l’unico effetto è la fama di Carlos, che diventa un contenitore ideale per altre storie e trame e piani occulti. Carlos verrà fermato nell’aprile del 1994 a Khartum. La sua cattura sarà organizzata da un’alleanza tra i servizi segreti cecoslovacchi e i francesi. “L’Est e l’Ovest uniti contro il più conosciuto terrorista internazionale: un altro tassello della guerra fredda che se ne va”, e un altro segnale che non fosse un uomo sovietico.
“La sua storia poteva finire lì”, scrive Lomellini, dopo i primi attentati fallimentari. “E, invece, è proseguita. L’immaginario collettivo l’ha rimpinguata di illazioni e nuovi sospetti da rincorrere”. Forse tutto parte dal soprannome. Se “Carlos” glielo affibbia un compagno arabo, come generico nome sudamericano, in quanto unico nei suoi gruppetti armati a non esser nato in medio oriente, “lo Sciacallo” arriva dalla stampa. Il nomignolo animale che lo fa diventare – si direbbe oggi – virale glielo dà, con molta fantasia, un giornalista del Guardian che va a visitare la scena del crimine in un appartamento di una ragazza che con lui aveva avuto una relazione. Insieme alle armi e al sangue c’è anche un libro sul comodino: Il giorno dello sciacallo, in inglese The Jackal, bestseller di Frederick Forsyth, uscito nel 1971 (poi dicono che i libri non sono influenti). E’ la storia di un sicario che lavora per gli algerini con l’obiettivo di assassinare Charles de Gaulle. Diventa un film due anni dopo l’uscita (se ne farà poi un altro nel 1997, più liberamente ispirato al romanzo, con Bruce Willis protagonista). Dall’articolo del Guardian tutti iniziano a chiamare Carlos, sulla stampa e nei bar, Lo Sciacallo, anche se lui probabilmente non l’ha mai letto. Bastano due anni di azioni, a discapito di attentati ben più influenti di Brigate Rosse, Ira ed Eta, e lui diventa più famoso, “si crea un’etichetta che vivrà anche di vita propria” – l’individuo nell’immaginario batte sempre la sigla di un gruppo.
Nasce la leggenda che Carlos non si separi mai dalla sua pistola d’oro, dono di Fidel Castro. Vista la fama, prova poi a costruire una sorta di organizzazione terroristica di cui mettersi a capo, una Hydra marvelliana, una Spectre da storia di 007. Idea che non sembra andare da nessuna parte ma che aumenta quest’immagine che lui sia un burattinaio, a capo di una “rete globale del terrore” da film di spionaggio. Diventa, insomma, si direbbe oggi, un brand. Ma la sua fama è anche legata alla sua nomea di sciupafemmine. E’ dipinto come un tombeur, che ha amanti in ogni porto pronte ad andare in galera per lui. Una di queste farà scena muta al processo. “Aveva un gran carisma, può essere a causa del suo charme che lei non ha visto niente?”, le chiede il giudice. Anche i testimoni dell’attentato all’Opec diranno che era “bello”. E poi ben vestito, “un’apparenza benestante, ordinaria, rassicurante”. Piace nonostante sia un po’ grassottello (all’inizio della “carriera” uno dei suoi soprannomi è El Gordo, il grasso). Le donne, spesso sudamericane, gli danno rifugio nei loro appartamenti borghesi a Parigi e a Londra. Si parla di rapporti a tre e a quattro. Nonostante la lotta al capitale, gli piace andare all’Hilton, al casinò e, dicono, e si fa docce lunghissime. I soldi non sembrano mancare mai. Quando è arrestato all’avvocatessa fa il baciamano, lei si innamorerà di lui. Nonostante le amanti si sposa tre volte. La prima con una “compagna di sovversione”, con cui ha una figlia, la seconda con una palestinese “sposata con rito islamico”, e la terza, appunto, con la sua avvocata difensore. “La sua politica di seduttore”, scrive Lomellini, citando anche la miniserie di Olivier Assayas in cui viene dato ampio spazio alle scene di sesso, “contribuisce a dipingere il suo personaggio pubblico: lo Sciacallo è un playboy che usa le donne, un libertino con più relazioni contemporaneamente”. E’ uno womanizer, di quelli che, a seguire i diktat woke, verrebbe bollato subito come misogino, patriarcale e “tossico”, ma che negli anni Settanta andava fortissimo.
Ora Carlos è in carcere. Nelle ultime foto si vede ingrigito e imbolsito con una giacca di pelle marrone, aderente, sopra un lupetto rosso. I suoi baffetti così novecenteschi sono bianchi. Gli ergastoli sono sufficienti per non vederlo più in libertà. Ma la sua parabola, e soprattutto la nascita del suo “brand”, il percorso e i meccanismi che l’hanno fatto diventare un personaggio a cui affibbiare ruoli inventati o azioni compiute da altri (almeno secondo la magistratura) fanno venire in mente un’altra figura che ha ricevuto, con i cambiamenti dell’epoca, un trattamento non così diverso. Stiamo parlando di Luigi Mangione, il giovane italo-americano che il 4 dicembre del 2024 avrebbe ammazzato in strada a Manhattan Brian Thompson, il ceo della principale assicurazione sanitaria privata degli Stati Uniti. Mangione è diventato una vera celebrità. Di recente i podcaster Italiani di Tintoria sono andati a intervistare il cast delle voci del nuovo film di Super Mario.
La sua parabola lo avvicina a un personaggio del nostro tempo che ha ricevuto un trattamento mediatico non troppo diverso: Luigi Mangione
Nel cast ci sono star di Hollywood come Jack Black. Una di loro Charlie Day, che presta la voce a Luigi, il fratello idraulico di Mario, alla domanda: “Qual è il tuo Luigi preferito nella recente storia americana?” ha risposto che dopo il personaggio che doppia, il suo preferito è “Luigi Mangione”. Se con Carlos solo i media – giornali, radio e tv – avevano avuto un ruolo fondamentale per elevarlo, con Mangione il ruolo dei social è stato incredibile. Se Carlos rappresentava il personaggio da film in grado di trasformare la sua vita in un’avventura, combattendo il capitalismo e il sionismo, in grado forse di diventare eroe, o fantasia, di una certa sinistra da divano, con Mangione si è subito creata l’immagine di un Robin Hood, di uno che si sacrifica per attaccare il sistema marcio delle assicurazioni sanitarie a scopo di lucro. In un libro in uscita, San Luigi del sociologo francese Nicolas Framont, (edito da Not e tradotto da Riccardo Mini), si racconta questo processo di creazione del personaggio Mangione, di cosa rappresenta e del perché ora ci sono in giro i millennial e i Gen Z col santino di un assassino di Baltimora.
Ma c’è qualcos’altro che lega la fama all’azione criminale, e Mangione con lo Sciacallo: la bellezza. Come Carlos era considerato un dongiovanni, perfetto per la sua epoca, Mangione è considerato un figo, un performative male che lotta davvero. Entrambi sono benestanti, entrambi buttano via la propria condizione privilegiata di partenza a servizio degli altri, per degli ideali. Basta la sagoma di Mangione a farlo diventare un meme. E quando poi appare la prima foto del suo volto – lui che si abbassa la mascherina per sorridere e flirtare con la cassiera dell’ostello – internet impazzisce. scrive Framont. “Quel sorriso, da solo, è diventato leggendario. La disinvoltura del sospettato è ormai celebre, e a New York, appena quattro giorni dopo l’omicidio, viene organizzato un concorso di sosia”. Ogni epoca ha gli anti-eroi – bellocci – che si merita.