Il pantheon di figli e figliastri a Palermo

La Basilica di San Domenico accoglie i cittadini illustri, ma solo quelli che non turbano la memoria collettiva

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6 APR 26
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Il Pantheon, come istituzione civile della memoria, è un’invenzione “politica” dell’Ottocento europeo. La Parigi rivoluzionaria trasformò la chiesa di Sainte-Geneviève nel tempio degli eroi della Repubblica. In Baviera, Ludovico I fece erigere il Walhalla per onorare i grandi tedeschi. A Firenze, la basilica di Santa Croce divenne il sacrario delle glorie italiane. Un Pantheon non è solo una raccolta di tombe: è soprattutto una scelta di potere travestita da memoria. Stabilisce chi può essere ricordato per secoli senza turbare l’ordine delle cose. Palermo non ha fatto eccezione. Anche qui il Pantheon esiste: è la basilica di San Domenico, che dal 1853, in età borbonica, accoglie i “cittadini illustri”. Ma ciò che conta, in questo caso, non è tanto la solennità delle navate. E’ il criterio: chi entra, chi resta fuori, e perché.
A San Domenico si svolsero le esequie di Giovanni Falcone. Qui, il 4 settembre 1982, durante i funerali del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il cardinale Pappalardo pronunciò quella frase latina che suonò come un atto d’accusa: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. E avvertì che a cadere, in quella circostanza, non era Sagunto ma Palermo, chiedendo apertamente come salvarla. Uno dei rari momenti in cui, da un pulpito, si sollecitò la coscienza nazionale più che la devozione religiosa. La sera prima, sul luogo dell’agguato, era apparso un cartello: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. In quei momenti San Domenico era il luogo in cui il conflitto tra legalità e potere mafioso diventava visibile, sotto gli occhi delle istituzioni, con il presidente Pertini in prima fila.
San Domenico, quindi, come una cartina di tornasole in cui il reagente è semplice da cogliere: la compatibilità o il coraggio. Rispettivamente, la virtù che non incrina gli equilibri, che si adatta e rende la memoria rassicurante; oppure la scelta che rompe, che espone, che accetta il conflitto pur di non arretrare dal principio.
A Palermo il confine tra poteri si è rivelato spesso poroso. La mafia non è soltanto un’organizzazione criminale, ma una forma di potere territoriale, radicata in una cultura propria, la mafiosità, capace di dialogare e talvolta convivere con pezzi dello stato. Palermo ha rappresentato anche un laboratorio nazionale, anticipando dinamiche poi estese all’intero Paese. Leonardo Sciascia lo capì perfettamente scrivendo, nel 1960, della “linea della palma” che avanza, quando nel paese sarebbe stato quantomeno scomodo parlarne ancora per qualche lustro.
A Palermo il confine tra poteri si è rivelato spesso poroso. La mafia non è soltanto un’organizzazione criminale, ma una forma di potere territoriale, radicata in una cultura propria, la mafiosità
In molte città la memoria civile ha seguito criteri espliciti, o almeno dichiarati. A Palermo, invece, il ricordo è allusivo, non è mai stato codificato apertamente. La basilica di San Domenico non è nata come pantheon laico per deliberazione limpida; lo è diventato attraverso scelte silenziose, a volte opache.
E già all’ingresso offre un biglietto da visita: dal 1802, subito dopo la porta, vi è la tomba di Francesco Maria Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca.
Villabianca osserva e annota. Le sue cronache sono minuziose, puntuali, ma raramente prendono posizione. Descrive i fatti, ne coglie le ombre, ma evita lo scontro: non vuole esporsi. Quando parla dei Beati Paoli, non li trasforma in mito. Si limita a registrarne l’attività delittuosa come effetto della debolezza del “braccio della Giustizia”: persone “mezzane e basse”, che “non potendo fare tal spesa di mantenere sicarij, si formavano il vanto col procedere da per sé stessi con le loro mani”. E’ una postura composta: la prudenza elevata a metodo. Compatibile, appunto. Ordinata. Irreprensibile. E per questo perfetta per una memoria che vuole durare senza disturbare.
Proprio per questo l’assenza di Francesco Paolo Di Blasi pesa come un macigno. Non manca perché “scomodo” in astratto, ma perché troppo coerente. Illuminista colto, giurista, fu coinvolto nella congiura del 1795 contro il governo borbonico. Aveva quarantadue anni quando venne condannato a morte. Il 20 maggio fu condotto al piano di Santa Teresa, oggi Piazza Indipendenza, e decapitato. Assertore dell’uguaglianza tra gli uomini, la distinzione tra nobili e popolani non gli fu risparmiata neppure sul patibolo: agli altri toccò la forca, a lui la mannaia. Oggi lo ricordano una via laterale al viale della Libertà e una lapide sbiadita sul luogo dell’esecuzione. Sciascia, nel Consiglio d’Egitto, ne restituì la solitudine nei momenti tragici della tortura: “Il dolore colava nella sua mente come inchiostro, ad accecarla. Il suo corpo era un contorto tralcio di vite, una vite di dolore: grave di racimoli, incommensurabile. I racimoli di sangue, l’oscuro sangue dell’uomo”. La sua assenza da San Domenico non è un dettaglio.
Speculare, e se possibile ancora più rivelatrice, è l’assenza di Emanuele Notarbartolo. Sindaco e poi direttore del Banco di Sicilia dal 1876, tentò di riportare rigore in un’istituzione dove interessi imprenditoriali — a cominciare dall’orbita dei Florio — ambizioni parlamentari e protezioni governative si intrecciavano con naturalezza. Tagliò privilegi, impose controlli, ostacolò prestiti senza garanzie a politici e nobili locali, agli amici e ai protetti. Nel 1890 fu rimosso durante il governo Crispi e sostituito da Giulio Benso, duca della Verdura, esponente dell’aristocrazia legato all’alta finanza dell’isola e interprete di una gestione più accomodante del Banco, inteso come leva di consenso e di potere. Il primo febbraio 1893 Notarbartolo venne ucciso su un treno che lo riportava a Palermo. Il mandante, l’onorevole Raffaele Palizzolo, dopo l’annullamento per un semplice vizio di forma della condanna a Firenze, dove il processo si era svolto per “legittimo sospetto”, rientrò in città accolto in porto tra marcette e bandiere del “Comitato pro Sicilia”: la difesa dell’isola a prescindere. Notarbartolo rappresenta ciò che Palermo fatica ancora oggi a riconoscere: la linearità morale di chi non media.
La via marchese di Villabianca e quelle intitolate a Emanuele Notarbartolo e al duca della Verdura, queste ultime due l’una il prolungamento dell’altra, come se i due in vita fossero quasi a braccetto, sono anche arterie importanti della città bene: rispettabile, colta, spesso indolente, talvolta cinica. Una Palermo che, come Villabianca, di solito guarda, apparentemente distratta, annota, commenta, a tratti banalmente critica — e poi non agisce.
Una Palermo che con una sincerità involontaria dedica a Notarbartolo un’importante arteria cittadina, ma nel Pantheon non lo accoglie. In compenso, nello stesso San Domenico, compare Francesco Crispi, protagonista del Risorgimento e poi presidente del Consiglio, segnato dallo scandalo della Banca Romana: da una parte il potere, dall’altra la moralizzazione del potere. Palermo ha scelto cosa monumentalizzare.
Nel capitolo risorgimentale, poi, il Pantheon accoglie due protagonisti dell’impresa dei Mille e figli della stagione rivoluzionaria del 1848: Rosolino Pilo e Giovanni Corrao. Figure a prima vista sovrapponibili, ma in realtà diverse nella loro traiettoria. Pilo rientra clandestinamente in Sicilia per preparare l’insurrezione prima dello sbarco garibaldino e muore il 21 maggio 1860 nei pressi di San Martino delle Scale, pochi giorni dopo la battaglia di Calatafimi. La sua figura resta fissata nell’ardore iniziale, senza conoscere il compromesso né le tensioni dell’Italia unita. E’ l’eroe consegnato alla memoria, prima che il nuovo stato mostrasse le sue contraddizioni. Corrao, invece, vive il dopo. Legato all’area democratica, garibaldina, attraversa le inquietudini del nuovo stato. Viene assassinato il 3 agosto 1863 in circostanze mai del tutto chiarite. La sua parabola è quella del tempo delle tensioni, delle fratture, delle promesse disattese, della disillusione. Nello stesso spazio monumentale appaiono simili. Le loro vite, però, raccontano stagioni diverse del percorso unitario: la prima eroica, l’altra inquieta.
C’è poi una linea metaforica che rende tutto questo ancora più evidente: via Notarbartolo è la strada in cui abitava Giovanni Falcone. Due storie lontane nel tempo, ma unite dallo stesso destino nella lotta alla mafia e al malaffare. Eppure nel Pantheon Falcone è presente in forma isolata: mancano Paolo Borsellino e Francesca Morvillo. E’ come se la memoria accettasse l’eroe, ma esitasse davanti alla costellazione. Come se temesse che, ricordando fino in fondo, il conto diventi troppo preciso.
Nella stessa basilica riposa dal 1951 anche Giuseppe Pitrè, prima sepolto al Cimitero di Santa Maria di Gesù, nella stessa area dove si trovano la cappella dei Florio e la tomba gentilizia del capo di Cosa nostra, Stefano Bontate. Pitrè alla fine dell’Ottocento descriveva la mafia come medesimo sentire diffuso, reazione d’orgoglio di coloro che non tollerano la “mosca sopra il naso”, di chi non intende subire offese e reagisce. Un sentimento legato all’onore, prima che quel codice si rivelasse per ciò che era: un’organizzazione criminale strutturata. Non è certo un dettaglio che nel 1989, intervistato da Enzo Biagi, Luciano Liggio richiamasse proprio l’etnologo siciliano per sostenere che “mafia” fosse un complimento, quasi un fenomeno estetico. Una definizione che, nelle sue parole, diventa autoassoluzione: “Leggendo vari autori che hanno parlato su questa parola, mafia, e rifacendomi al Pitrè, mafia doveva essere […] un complimento, un fenomeno di bellezza. […] Bellezza come spiritualità. Io, se è così, non mi offendo […] ad essere chiamato mafioso”.
Tra queste pietre convivono dunque due sguardi: quello che registrò la mafia come costume e quello che, più tardi, la riconobbe come sistema di potere da smantellare.
In ogni caso, anche altre presenze mostrano il medesimo vizio d’origine. Tra queste, spicca quella ottocentesca del procuratore generale di Palermo Nicola Cirino, figura di rilievo ma avvolta dall’ombra della corruttibilità e del compromesso, come Sciascia racconta in Reversibilità. La reversibilità del catechismo domestico, associata al perbenismo di quei tempi: una giovinetta appena sedicenne che, per vocazione ai “principi dell’amore familiare e del sacrificio” e per agevolare il cognato ricercato dalla giustizia, accetta di sposare l’attempato alto magistrato che revocherà l’ordine di arresto. Proporrà infatti al padre della ragazza: “Volete fare il Natale con vostro genero? […] Voi capite: al posto in cui mi trovo tutto quel che farei, che sono disposto e in grado di fare, non mi sarebbe rimproverato se per un cognato, per un parente, (...) ma per un estraneo”. La sua collocazione dentro un pantheon civile non è un dettaglio. E’ un sintomo di quanto Palermo abbia confuso, troppo a lungo, la dignità del ruolo con la misura morale di chi lo ha ricoperto. Di chi, potendo decidere della libertà altrui, trasforma la giustizia in trattativa domestica.
Tra queste pietre convivono dunque due sguardi: quello che registrò la mafia come costume e quello che, più tardi, la riconobbe come sistema di potere da smantellare.
A questo elenco di assenze si aggiunge quella politicamente più rivelatrice: Piersanti Mattarella, il presidente della Regione “dalle carte in regola”. Il 6 gennaio 1980 stava per andare a messa, seduto accanto alla moglie nella sua Fiat 132, quando fu colpito a morte in via Libertà. Aveva avviato una politica di rigore negli appalti pubblici e tentato di spezzare intrecci consolidati tra politica e interessi privati. Mattarella incarnava un’idea semplice e radicale: che la legalità potesse essere esercitata dall’interno delle istituzioni senza compromessi. La sua assenza da San Domenico è una delle più eloquenti.
Ma la difficoltà di rappresentare la grandezza non riguarda soltanto la politica. Palermo continua a produrre figure di statura morale nel presente, e tuttavia esita nel trasformarle in memoria condivisa.
Padre Pino Puglisi, il prete con il sorriso, 3P per i palermitani, santo per la Chiesa, è stato ucciso a Brancaccio perché educava alla libertà in un territorio dominato dal potere mafioso. Il laico Biagio Conte ha costruito, con radicalità silenziosa, un’opera sociale che ha restituito dignità agli ultimi senza cercare protezioni o compromessi. Sono figure che hanno inciso profondamente nel tessuto vivo della città. Eppure la loro grandezza resta affidata soprattutto all’affetto più che a una rappresentazione civile strutturata. Il coraggio è più celebrato che istituzionalizzato.
Qualcosa si è mosso, è vero, con l’ingresso - solo da pochi anni - di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma anche questa scelta conferma una tendenza che riguarda, più che l’autore in sé, l’uso che se ne fa. Palermo accoglie volentieri grandezze alte, raffinate, purché non chiedano conto. Perdura sullo sfondo il mistero di sempre, una vera e propria sindrome: “Ancora una volta il principe (di Salina) si trovò di fronte a uno degli enigmi siciliani… In quest’isola, malgrado il suo ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito”. La letteratura del Gattopardo non è accomodante di per sé, lo diventa quando la si riduce a malinconia elegante invece che a diagnosi severa.
Il problema non è, quindi, aggiornare un elenco, ma chiarire un criterio. San Domenico, oggi in restauro, non ha bisogno soltanto di interventi architettonici, ma anche di una scelta: continuare a celebrare la grandezza compatibile, la rispettabilità sociale, l’intelligenza colta, oppure riconoscere fino in fondo chi ha rappresentato una discontinuità, chi ha pagato senza mediazioni, chi ha spezzato equilibri, chi ha inciso sulla coscienza civile della città, chi ha indicato una misura più esigente di responsabilità. Quando Sciascia scriveva che “forse tutta l’Italia va diventando Sicilia”, non parlava certamente di geografia ma di una postura morale.
Un Pantheon non consola: rivela. E se finora ha rivelato poco, non è perché siano mancati uomini degni, ma perché è mancata la volontà di guardarli senza compromessi. Quando il criterio si abitua alla compatibilità, la memoria ripiega su sé stessa, si fa innocua.
Resta in ogni caso, in filigrana, un’immagine antica: “Ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla”. Don Fabrizio a Chevalley, novembre 1860.