Storia di Nico Acampora e dei ragazzi autistici di PizzAut

Dall’idea nata in una “notte buia e tempestosa” al plauso di Mattarella: così 41 ragazzi autistici hanno cambiato la loro vita. “Qui non facciamo terapia, ma dignità, autonomia e futuro”

13 SET 25
Ultimo aggiornamento: 15:38 | 1 MAG 26
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Un caravan che se ne va nella campagna arida, due fratelli che sorridono e salgono per andare lontano, con la speranza di una nuova vita dove sentirsi adulti e “normali”, qualsiasi cosa voglia dire normalità: è la scena chiave di “Buon compleanno Mister Grape”, film del 1993 in cui il regista svedese Lasse Hallström, con due giovanissimi Johnny Depp e Leonardo Di-Caprio, entrava con delicatezza nel romanzo di formazione di un ragazzo autistico e della sua famiglia, lungo i saliscendi emotivi che il diventare grandi comporta, tanto più in una sfera di sensibilità amplificata. Ed è bello pensare che, se esistesse davvero, oggi, in Italia, il piccolo Arnie, il ragazzino autistico interpretato da DiCaprio, sarebbe potuto salire non su un caravan, ma su uno dei food-truck dell’impresa familiare e sociale messa in piedi da Nico Acampora, cinquantaquattrenne educatore che, non più tardi di otto anni fa, in una notte che chiama “buia e tempestosa”, ha trovato ispirazione per un’impresa e un’incredibile storia (vera) a puntate che, come si vedrà, arriva ora a lambire la soglia dell’Onu, dell’Unesco, del Parlamento europeo e del Quirinale. “Un attimo, le passo il presidente”: con queste parole, infatti, il centralino della Presidenza della Repubblica, qualche giorno fa, ha messo in contatto telefonico Nico Acampora con Sergio Mattarella, per volere di quest’ultimo, all’indomani della delusione sperimentata dai ragazzi di uno dei due ristoranti PizzAut, aperti a Monza e a Cassina De’Pecchi (Mi) da Acampora e gestiti totalmente da ragazzi autistici – dalla cucina agli ordini in sala, fatto salvo per la cassa e per la supervisione generale di una sola persona. Cinquanta coperti prenotati da un gruppo di insegnanti e mai disdetti (o disdetti con una mail distratta in piena estate, senza passare per i canali ufficiali sulla app di prenotazione): questo era successo. Cinquanta posti a tavola apparecchiati con cura la mattina da giovani camerieri e cuochi autistici che, dice Acampora, davanti all’imprevisto, possono avere difficoltà a mantenersi sereni. “Vorrei darvi la mia solidarietà, sono rammaricato, mi abbracci i ragazzi uno a uno”, ha detto Mattarella ad Acampora, conoscendo quella realtà per esserci stato a pranzo, e conoscendo Acampora per averlo nominato Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica e per averlo invitato nei giardini del Quirinale per il ricevimento del 2 giugno. Il presidente era stato all’inaugurazione della sede PizzAut di Monza, nell’aprile 2023, e nel suo discorso di Capodanno aveva citato i ragazzi: “Nei loro abbracci e nei loro sorrisi ho ritrovato i valori della Repubblica. Sono un gruppo di sognatori che cambia la realtà”. “Tornerà a trovarvi, il presidente”, è stata la frase che Acampora ha riferito dopo la telefonata ai suoi 41 giovani lavoratori: ragazzi assunti regolarmente, con contratti personalizzati a seconda delle esigenze e dello spettro di autismo: c’è chi lavora solo la mattina, chi solo il pomeriggio, chi tutto il giorno, chi non è adatto alla sala e preferisce la cucina e chi invece vuole stare a contatto con i clienti, chi non si spaventa davanti a trecento coperti e chi, nel suo contratto, ha la clausola che permette una “pausa coccole” in cui potersi abbracciare. Sono tutti diversi, i dipendenti di PizzAut, ed è questa la ricchezza dell’impresa, ma sono tutti uguali nel sentirsi cambiati dal lavoro: più sicuri, più tranquilli. Come i ragazzi che prima passavano le loro giornate in un centro specializzato, magari perché messi in pericolo da gesti di autolesionismo, come quelli del giovanissimo che, quando ancora non serviva pizze, nei momenti di crisi, si colpiva in testa con una forchetta, e che oggi, dopo l’assunzione, non fa più nulla di neanche lontanamente paragonabile a quello di farsi del male da solo. Guardando ora alla realtà PizzAut, dice Acampora – realtà in espansione e in viaggio con i suoi food truck anche all’estero, dagli Usa a Bruxelles, per ricevere il premio di “pizzeria più inclusiva del mondo” all’Onu (è accaduto tempo fa) o per celebrare la cucina italiana all’Unesco (in autunno, a Parigi) – si vede tutto l’amore che rende possibile l’impossibile, e non la fatica inevitabile che comunque questo comporta. E se si chiede ad Acampora se è stato difficile prendere per la prima volta un aereo con i ragazzi per un volo intercontinentale, lui risponde lasciando percepire il loro stupore e la loro curiosità, non la paura dell’educatore (paura di una possibile reazione di fronte a un aeroporto, mostro di luci e suoni per chi, a seconda del tipo di autismo, può avere difficoltà in una dimensione sensoriale troppo forte, motivo per cui nei ristoranti PizzAut sono stati presi molti accorgimenti per insonorizzare e indebolire gli stimoli olfattivi).
Ma come si è arrivati qui, a PizzAut che progetta di espandersi per dare lavoro a sempre più giovani autistici (si punta al numero di 500, per ampliare la flotta dei food-truck e coprire tutte le regioni), giovani che cucinando o servendo ai tavoli, e guadagnando il loro stipendio, trovano l’indipendenza emotiva ed economica che tranquillizza i loro genitori? PizzAut sta infatti anche comprando degli appartamenti considerati una sorta di “palestra abitativa”, una soluzione creativa di housing per insegnare ai giovani lavoratori come si fa a vivere da soli, dormendo per la prima volta senza mamma o papà, magari a ventiquattro anni, o caricando per la prima volta una lavatrice (“alcuni genitori mi dicono”, racconta Acampora, “’finalmente posso morire tranquillo’ – perché quella è la paura maggiore per un padre o una madre di un ragazzo che ha una forma di disabilità: che resti solo e fragile nel momento in cui le principali figure affettive non ci sono più”).
La storia di PizzAut, racconta Nico, che ha una moglie infermiera nel reparto rianimazione di un ospedale e due figli, di cui uno autistico, comincia come si diceva in una notte buia e tempestosa, come intuizione nata il giorno prima: Leo, il figlio autistico della coppia – che allora aveva otto anni – stava giocando a fare il pizzaiolo con la mamma. “Vista la difficoltà di portarlo al ristorante”, dice Nico, “invitavamo spesso gli amici per una ‘pizzata’ fatta in casa, e Leo si divertiva ad aiutare con gli ingredienti”. Di fronte alla naturalezza dei gesti, e alla felicità del bambino, l’inconscio di Acampora, all’una e mezzo di notte, aveva bussato alla sua mente, svegliando colui che a quel tempo faceva di mestiere l’educatore, e conosceva l’autismo per averlo studiato sul lavoro e in casa. “Stefania”, aveva detto Nico a sua moglie mezza addormentata, “dobbiamo aprire un ristorante gestito da ragazzi autistici”. “Nico, dormi”, aveva risposto lei. E poi: “Non sai fare neanche un uovo, come fai ad aprire un ristorante?”. La mattina dopo, però, Stefania aveva trovato Nico alla scrivania, con quel nome “PizzAut” e quel claim “nutrire l’inclusione” già pronti.
La fase operativa non era stata semplice: la ristorazione sociale non prevedeva, fino a quel momento, racconta Acampora, un locale in cui ai tavoli e in cucina potessero lavorare ragazzi autistici. “Si capiva perché: l’autismo ha caratteristiche molto diverse da altri tipi di disabilità: si possono incontrare ragazzi poco verbali o ragazzi che entrano in crisi con troppi rumori. Bisognava provare. E quindi sono partito nella scetticità generale, proponendomi su Facebook per chiedere in ‘prestito’ qualche serata in ristoranti già esistenti”. Le risposte erano per lo più negative: “Si andava dal ‘ma figurati’ al ‘figurati se qualcuno poi tornerebbe in un ristorante gestito da handicappati”. Una neuropsichiatra si era spinta ad accusare Nico di essere “il solito padre frustrato che non si arrende alla disabilità del figlio e inventa progetti irrealizzabili”. Ma Acampora non demordeva. La sua intuizione lo portava a pensare che lo scetticismo derivasse dalla non conoscenza e dall’inesperienza: siccome non c’erano ristoranti di questo genere, si pensava non si potessero fare. “La ristorazione sociale in Italia, la poca che era presente, vedeva appunto fino ad allora solo l’impiego di ragazzini down. Con le persone autistiche la via era in salita. Forse perché la persona down la vedi, la riconosci? I ragazzi autistici sono per la maggior parte normo-apparenti. In più, a volte, possono avere comportamenti bizzarri, non è sempre semplice interagire con loro. Ma un giorno, finalmente, ci hanno detto sì, dandoci la possibilità di fare una prova in un ristorante da 150 coperti, nella serata di chiusura. Beh, quella sera abbiamo avuto circa 600 prenotazioni. E dopo quella sera è stato sempre tutto sold-out. La svolta però è arrivata con la partecipazione al game show ‘Tú sí que vales’, su Canale 5”. La redazione aveva chiamato Acampora: “Secondo noi una persona che fa quello che fai tu è una persona che vale e quindi questo è il posto giusto”. PizzAut si presenta e arriva in finale, davanti a milioni di spettatori. Da quel punto in avanti Nico non deve più cercare ristoranti: le proposte si moltiplicano, ci sono risorse per preparare i ragazzi. “Ma quelle prime esperienze, racconta Nico, “ci hanno permesso di capire le loro straordinarie possibilità e i loro limiti, e di cercare una soluzione per ognuno, come i sistemi di aspirazione che permettono di eliminare gli stimoli olfattivi, come la giusta illuminazione e l’insonorizzazione. Tutte soluzioni oggi applicate nei nostri ristoranti”.
Alla fine del 2019, Nico è pronto a partire con il primo dei due locali. Ma il Covid arriva a spezzare il sogno. I ragazzi, che per la fase preliminare erano usciti di casa per imparare sul campo, devono tornare nelle loro abitazioni, con molta sofferenza. Ed è a quel punto che Nico si inventa l’idea dei truck: “Mi sono inventato il ‘PizzAutobus’, un food truck con cui fare le pizze. ‘Invece di portarvi le pizze a domicilio, a domicilio vi portiamo tutta la pizzeria’, era il claim. E siccome con il Covid si potevano fare le consegne, noi andavamo con il truck direttamente sotto i palazzi. Le persone scendevano, con le mascherine. Era l’epoca del distanziamento sociale, ma venivano a prendere le pizze. Pizze caldissime, buonissime, appena sfornate, a differenza delle tante che, in periodo pandemico, arrivavano per forza di cose fredde o attaccate al cartone. Un successo incredibile, quello che ci ha permesso poi di aprire il ristorante nelle migliori condizioni. Era il primo maggio 2021, la data non è casuale: volevo sottolineare le competenze dei nostri ragazzi, non i loro limiti. Il lavoro fa miracoli”. Nico ha vissuto la metamorfosi: ragazzi da tempo avvolti in un mutismo selettivo – che magari parlavano solo con i propri genitori – che diventavano loquaci a forza di prendere le comande a gruppi di estranei; ragazzi che prima non scrivevano e che imparavano a scrivere al ristorante, sul taccuino delle ordinazioni. Ragazzi che si abbracciavano, ragazzi contenuti con gli psicofarmaci che smettevano di prenderli. Ed è così che si è arrivati a oggi, con i 41 assunti di PizzAut, tutti tra i 18 e i 29 anni, e con l’obiettivo di moltiplicare gli ingaggi. I ragazzi vengono individuati attraverso la PizzAut Academy, un corso gratuito fatto in collaborazione con una scuola professionale a Cinisello Balsamo, iscritti di solito dai genitori, dice Nico: “Frequentano il corso in gruppi di dodici, per poter essere meglio seguiti, prima a scuola e poi al ristorante, per il tirocinio. E alla fine il 90 per cento di loro viene assunto. Ma PizzAut non è una terapia. Io faccio posti di lavoro, non terapie: il lavoro è dignità e autostima. Poi c’è il lato economico: un ragazzo autistico che va in un centro diurno costa allo stato dai 50 mila ai 200 mila euro annui, ma se un ragazzo esce da un centro per venire a lavorare e comincia a stare meglio non costa più nulla. Anzi: una volta assunto paga le tasse, passando dall’essere un costo sociale all’essere una risorsa”. Il cambio di prospettiva è totale. I giovani di PizzAut, anche se hanno la 104, vanno sempre al lavoro, con “grande senso del dovere”, dice Nico, e chiamano il lavoro “seconda casa”. Non sono tutte rose e fiori: “Li devi preparare, perché un autistico fa fatica davanti all’incognita. E allora ogni mattina facciamo una riunione, il cosiddetto ‘briefing’: vediamo quante prenotazioni abbiamo, così chi è in sala sa che arriveranno tot persone, disposte così o cosà”. Non è facile neanche in famiglia, a volte, come quando Giulia, la figlia non autistica di Nico, oggi ventenne, a quindici anni ha detto a suo padre che voleva più bene ai ragazzi di PizzAut che a lei. Ma PizzAut non esisterebbe senza l’aiuto di Giulia e di Stefania, dice Nico. E senza il sorriso di Leo, il figlio autistico, al pensiero di poter lavorare lì dopo aver frequentato la scuola alberghiera. “La bellezza di queste persone ti ripaga della fatica”, dice Nico. Come quando un ragazzo appena assunto gli ha detto: “Al centro dove stavo mi sentivo morire un po’ ogni giorno, qui sono rinato”.