I pm di Firenze rilanciano (senza prove) le accuse di mafia a Berlusconi

Nella requisitoria del processo a carico di Baiardo, i pm sono arrivati a contestare al defunto Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri di essere “ancora funzionali agli interessi di Cosa nostra”. Prove? Zero

5 NOV 26
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Alla fine la procura di Firenze ce l’ha fatta. Nella requisitoria del processo a carico di Salvatore Baiardo, celebrato a tempo di record, i pm sono arrivati a contestare al defunto Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri di essere “ancora funzionali agli interessi di Cosa nostra”. Non è l’imputazione al centro del procedimento, nel quale Baiardo risponde di calunnia ai danni di Massimo Giletti e di favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa. E’ però il passaggio più clamoroso e surreale: attraverso l’aggravante contestata a Baiardo, la procura ripropone la teoria sui presunti rapporti tra il Cavaliere, il suo storico collaboratore e la mafia. E questo a soli cinque mesi di distanza dall’ennesima archiviazione da parte del gip di Firenze delle accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi mafiose del 1993-1994. Ma la procura se ne infischia, anzi va oltre: arriva addirittura a definire Berlusconi e Dell’Utri due soggetti “ancora funzionali” a Cosa nostra.
Per i pm fiorentini Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio, Baiardo avrebbe delegittimato collaboratori di giustizia come Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina e il giornalista Massimo Giletti per “non accreditare l’esistenza di accuse nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri, ancora funzionali all’organizzazione”, un filone su cui stava appunto indagando la procura di Firenze con l’inchiesta sulle stragi. Ecco dunque la novità: non soltanto la riproposizione del vecchio teorema sui presunti mandanti esterni delle stragi, ma l’affermazione che il Cav. e Dell’Utri continuino a rappresentare una risorsa per l’organizzazione mafiosa.
Un’accusa gravissima, per la quale i pm non hanno fornito alcuna prova. Quali sarebbero i rapporti ancora esistenti? Quali vantaggi avrebbe ricavato Cosa nostra? Attraverso quali interlocutori e quali condotte Berlusconi e Dell’Utri sarebbero rimasti funzionali agli interessi mafiosi anche dopo l’indimostrato (anche questo) accordo delle stragi del 1993-1994? Nessuno lo sa. C’è poi una contraddizione evidente nel movente attribuito a Baiardo. Secondo l’accusa, l’ex gelataio di Omegna avrebbe prima sostenuto e poi negato l’esistenza di una fotografia del 1992, che ritrarrebbe Silvio Berlusconi con Giuseppe Graviano, per impedire che emergessero elementi scomodi a carico del Cavaliere. In questo modo, avrebbe “sviato” le indagini su Berlusconi e Dell’Utri “per apportare un vantaggio a Cosa nostra”. Eppure è la stessa procura a sostenere che il presunto patto stipulato nel 1993 non sarebbe stato rispettato da Berlusconi. Se questo è il quadro, perché Cosa nostra avrebbe dovuto continuare a proteggerlo? 
In altre parole, se la stagione stragista venne concepita da Cosa nostra anche per favorire l’ascesa politica di Berlusconi e la nascita di Forza Italia, in cambio di contropartite sul piano politico (alleggerimento del regime del 41 bis), poi mai ricevute nei decenni successivi, quale interesse avrebbe avuto Cosa nostra a impedire che emergessero notizie compromettenti sui presunti rapporti tra Berlusconi e Graviano? Nessuno lo sa.
La procura sembra uscire dal vicolo cieco facendo un ulteriore salto di livello, e cioè sostenendo che Berlusconi e Dell’Utri abbiano continuato a essere una risorsa per i mafiosi. Ma questo andrebbe dimostrato. Se il patto ipotizzato dagli investigatori nel 1993 non avesse prodotto i vantaggi attesi per Cosa nostra, quale sarebbe la ragione di una perdurante protezione? E quali elementi dimostrerebbero che Baiardo intendesse tutelare quell’interesse?
Un’altra montagna di domande senza risposte per una procura che da tempo appare muoversi nella fantagiustizia.
Il risultato è un processo nel quale, per sostenere l’accusa contro Baiardo (difeso dall’avvocato Roberto Ventrella), si rilancia un’accusa ancora più grave nei confronti di due persone che non sono imputate (una è pure deceduta) e i cui presunti rapporti con Cosa nostra sono stati nuovamente negati nell’archiviazione di cinque mesi fa.
Il processo a Baiardo, per il quale i pm hanno infine chiesto una condanna a otto anni di reclusione, rischia così di diventare l’ennesima occasione per tenere in vita il teorema sui rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra. Senza offrire alcun indizio a supporto di questo teorema e persino alzando ulteriormente il livello del grande disegno accusatorio.
Più che un caso giudiziario, un caso psichiatrico.