“La mia elezione al Csm non è un ritorno al passato”. Parla Cosimo Ferri

"La mia storia dimostra che non sono stato parte delle spartizioni correntizie: ho subìto gli accordi tra Unicost e Area”, dice al Foglio Cosimo Ferri, neo eletto come membro togato del prossimo Consiglio superiore della magistratura

4 NOV 26
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Cosimo Ferri (Ansa)

“Chi parla di ritorno al passato dovrebbe prima rileggersi quello che ho fatto al Csm. La mia storia dimostra che non sono stato parte delle spartizioni correntizie: ho subìto gli accordi tra Unicost e Area”. Lo dice al Foglio Cosimo Ferri, neo eletto come membro togato del prossimo Consiglio superiore della magistratura. Non sarà la prima volta per Ferri, uomo dalle mille vite: magistrato, già consigliere del Csm nel 2006-2010, poi sottosegretario alla Giustizia, poi deputato, poi travolto dallo scandalo Palamara nel 2019, di nuovo magistrato e ora di nuovo a Palazzo Bachelet.
A chi considera la sua elezione un ritorno alle vecchie logiche correntizie, Ferri risponde invitando a “rileggere la vicenda Palamara a trecentosessanta gradi”, andando oltre la narrazione mediatica che si è affermata negli anni. “Metto a disposizione le mie memorie difensive e le mie sentenze”, dice, ricordando di essersi difeso “in tutte le sedi istituzionali”, mantenendo sempre toni bassi e affidandosi alla difesa tecnica. Ma soprattutto invita a guardare alla sua prima esperienza consiliare: “Sono stato in Quinta commissione, quella che si occupava delle nomine dei direttivi e semidirettivi. Se si va a vedere, sono stato quello che faceva più proposte di minoranza”. Ferri sostiene di aver subìto gli accordi tra Unicost e Area e di aver difeso diversi colleghi “con argomentazioni che in più occasioni sono poi state riprese anche dalla giustizia amministrativa”. “Nessuno parla del lavoro che ho svolto. Vorrei che i giovani magistrati conoscessero anche questa parte della mia storia”, dice.
La campagna elettorale, intanto, è stata condotta in silenzio, senza interviste e lontano dalle polemiche, puntando sul confronto diretto con i magistrati sul territorio. Una candidatura costruita sui temi e sulla pluralità delle esperienze maturate. Tra le priorità, un Csm più vicino agli uffici giudiziari e meno burocratico. “Oggi ingessa troppo l’attività del magistrato”, osserva Ferri, criticando “le circolari farraginose, gli adempimenti e le autocertificazioni” che spesso chiedono ai magistrati informazioni già in possesso del Consiglio.
C’è poi la sfida dell’innovazione tecnologica, dal processo telematico all’intelligenza artificiale, sulla quale il Consiglio dovrebbe lavorare insieme al ministero della Giustizia. Ferri vuole inoltre “dare voce alla parte silenziosa della magistratura, quella che non partecipa alla vita associativa e alle dinamiche correntizie, concentrata sul lavoro quotidiano”. Senza dimenticare i 2.500 giovani magistrati entrati negli ultimi anni, portatori di una mentalità diversa anche nell'organizzazione del lavoro: “Il Csm deve aprirsi e interrogarsi su come sarà la nuova figura del magistrato”.
Infine, richiama l’attenzione sulla crescente difficoltà di trovare magistrati disponibili a candidarsi per gli incarichi direttivi e semidirettivi: “Iniziano ad avvertirli più come un onere che come un onore. Bisogna chiedersi perché e capire come semplificare l’attività”. E’ da qui che Ferri dice di voler ripartire, lasciando alle spalle le polemiche e guardando alla nuova consiliatura.