Rialzarsi dopo il No. Appunti all’avvocatura per riformare la giustizia

Le Camere penali non intendono archiviare la sconfitta né rinunciare al proprio ruolo politico nell’avvocatura. Al congresso di Brescia l’appello a rilanciare le battaglie storiche, dai rapporti tra pm e giudici ai tribunali mediatici, e ad aprire una nuova stagione di rinnovamento generazionale

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Gian Domenico Caiazza (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Le Camere penali italiane (Ucpi) celebrano a Brescia, da venerdì a domenica, un importante congresso, occasione fin troppo attesa di una indispensabile riflessione sulle ragioni della sconfitta referendaria, e soprattutto sulle conseguenze che occorre trarne. La bocciatura popolare della battaglia identitaria dei penalisti italiani pesa e brucia: solo un irresponsabile sentimento di illusoria autoconservazione potrebbe volerla minimizzare, o silenziosamente digerire. La consapevolezza di quanto abbia pesato l’efficacissima campagna di mistificazione e disinformazione da parte del fronte del No non vale a scalfire il peso di quella sconfitta, perché queste sono le spietate regole della politica. Ora, sarà bene non dimenticare che l’Ucpi ha rappresentato, sin dalla sua costituzione, l’unico soggetto politico dell’intera avvocatura italiana. Associazione forense in nulla assimilabile a tutte le altre, e meno che mai alla rappresentanza istituzionale dell’avvocatura, essendo nata non già per occuparsi degli interessi pur legittimi della categoria degli avvocati, quanto piuttosto – ed esclusivamente – dei diritti costituzionali delle persone che essi difendono (e dunque di tutti i cittadini), deputati a limitare la formidabile potestà punitiva dello stato. Insomma, una dimensione politica intrinsecamente legata alla funzione sociale assolta, che costituisce il vero, inespugnabile nostro patrimonio culturale e identitario. Vi è, con l’occasione di questa dura sconfitta, una certa eccitata aspettativa tra chi non ha mai digerito, dentro e fuori l’avvocatura italiana, questa nostra forza politica inconfutabile, resa agli occhi di costoro ancor più inspiegabile se rapportata al nostro peso numerico. Si smania dunque, all’evidenza, per celebrarne l’insperato requiem: da parte della magistratura associata, ad esempio, che all’uopo, e sfidando il senso del ridicolo, si è messa perfino a distribuire riconoscimenti politici a sconclusionate combriccole di avvocati per il No durate, come era ovvio che fosse, lo spazio di un (imbarazzante) mattino; e anche da una parte non marginale dell’avvocatura istituzionale, che si ostina a non comprendere come la rappresentanza politica si conquisti in anni e anni di impegno e di battaglie scomode, non in forza di leggi e regolamenti. A tutte queste insidiose, insperate aspettative occorre dare una risposta all’altezza, compiendo tutti noi uno sforzo straordinario che sappia farci alzare dal tappeto – come certamente siamo in grado di fare – ben prima che termini il conteggio dell’arbitro. E vi è una sola strada per farlo: di nuovo, politica, politica, politica. Le Camere penali, sui territori e a livello nazionale, devono rilanciare con forza i temi più duri, più scomodi, se necessario più divisivi che appartengono al bagaglio culturale sedimentatosi in oltre sessant’anni di storia: di nuovo e sempre, carriere separate tra pm e giudici; difesa intransigente dei princìpi di presunzione di non colpevolezza e del giusto processo, non solo nelle aule ma anche davanti ai sempre più potenti e devastanti tribunali mediatici in servizio permanente effettivo; lotta senza quartiere alla strabordante espansione delle misure di prevenzione patrimoniali, cioè al nuovo, devastante sistema sanzionatorio penale senza prove, con la sua oscura filiera di potere legata alla intoccabile casta degli amministratori giudiziari; iniziative forti e consapevoli in tema di intelligenza artificiale e processo penale; rilancio di una lotta durissima alle condizioni indecenti delle carceri italiane; complessivo ripensamento e potenziamento qualitativo della difesa dei non abbienti, degli ultimi e dei diseredati. Siamo insomma attesi da un percorso reso duro e accidentato da una sconfitta dolorosa, che saremo in grado di affrontare facendo affidamento su energie nuove, entusiasmo, coraggio politico e dunque, anche in vista del congresso ordinario dell’anno prossimo, dando l’avvio, a livello sia territoriale sia nazionale, a un fecondo e vitale rinnovamento generazionale della classe dirigente della nostra associazione. Si risponde a una sconfitta guardando in faccia agli errori che si sono eventualmente commessi, promuovendo senza riserve processi di rinnovamento interno, ma soprattutto ricordando a noi stessi, e a chi ci guarda, che cosa siamo sempre stati, e che cosa vogliamo continuare a essere
Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle camere penali italiane