il caso
Equalize come Mani pulite: sconti di pena per chi accusa, anche se mente
La procura di Milano ha dato il via libera per il patteggiamento dell'hacker Calamucci, indagato nel caso sui presunti accessi abusivi alle banche dati, riconoscendogli l'attenuante per la collaborazione nelle indagini. Ma dagli atti emerge che Calamucci, che ha accusato altre persone, ha detto più volte bugie e ha falsificato conversazioni
17 OTT 26

Il pm Francesco De Tommasi (Ansa)
Tre anni e quattro mesi di pena, con il riconoscimento della speciale attenuante per la collaborazione. E’ il patteggiamento chiesto dall’hacker Samuele Calamucci, tra i principali indagati nell’inchiesta milanese Equalize, il caso dei presunti dossieraggi e degli accessi abusivi alle banche dati riservate. I pm De Tommasi e Fusco hanno dato il via libera all’accordo. Eppure dagli atti di indagine emerge che Calamucci, sulle cui dichiarazioni poggiano molte delle accuse rivolte dalla procura agli altri indagati, ha detto più volte bugie, ha falsificato conversazioni e ha millantato, tanto da confessarlo pure ai pm. Che ora gli riconoscono il premio della collaborazione. L’episodio più clamoroso riguarda la storia di Monica Illsley e i quaranta analisti inglesi che, secondo Calamucci, avrebbero lavorato allo sviluppo di Beyond, la piattaforma informatica utilizzata dal gruppo per accedere alle presunte informazioni riservate.
L’11 dicembre 2024, interrogato dai pm Francesco De Tommasi e Antonio Ardituro, Calamucci ha ammesso di essersi inventato tutto: “E’ una storiella che ho inventato per coprire Cornelli e Cavicchi agli occhi di Carmine Gallo”. Ha confessato anche di aver scritto personalmente una mail firmandola con il nome di Monica, per convincere Gallo che quella donna collaborasse con loro. La vera Monica Illsley, una ricercatrice dell’Università dell’Essex, è estranea alla vicenda. Anche dei quaranta analisti inglesi non è stato trovato alcun riscontro.
Non era una millanteria isolata. Nel maggio 2023 Calamucci aveva raccontato ai propri collaboratori di aver scaricato 15 mila schede dalla banca dati delle forze di polizia grazie a contatti a Londra. Interrogato dai magistrati, ha ammesso: “Era un numero inventato”. Aveva inoltre sostenuto di avere accesso diretto ai sistemi informatici della polizia. Una storia che lui stesso ha poi definito “una fandonia” e “una grande barzelletta gigante”.
C’è poi il capitolo delle conversazioni contraffatte. In un’informativa del 28 giugno 2024, i Carabinieri hanno documentato quattro episodi in cui Calamucci utilizzava due profili WhatsApp per scriversi da solo, costruire chat fittizie e inviarne gli screenshot ad altre persone, presentandole come comunicazioni autentiche. Gli investigatori hanno descritto il metodo come un “gioco degli specchi abilmente condotto”, nel quale “gli elementi di verità a volte si confondono con millanterie o con falsità di comodo”.
Ma il problema più importante riguarda il peso delle dichiarazioni di Calamucci contro gli altri indagati. L’hacker si trova da tempo agli arresti domiciliari e molte delle accuse rivolte contro altri indagati sono arrivate dopo aver letto gli atti dell’indagine della procura. Analizzando gli interrogatori resi da Calamucci ai pm si nota che tra dicembre 2024 e maggio 2026 le sue accuse contro altri indagati diventano più numerose e più nette, mentre lui ritira o corregge le proprie affermazioni su molti punti. Significative sono quelle rivolte a Enrico Pazzali, socio di Equalize, accusato di avere saputo degli accessi abusivi e di averli chiesti. Nel 2022-2023, quando non sapevano di essere ascoltati, Calamucci e Gallo dicevano tra loro: “Enrico non deve saperlo”, riferendosi agli accessi abusivi alla banca dati Sdi. Nel dicembre 2024 invece, interrogato dai pm, Calamucci risponde “Credo proprio di sì” alla domanda se Pazzali sapesse degli accessi abusivi, ma nello stesso mese dice anche che Pazzali raccomandava di “fare le cose a regola”. Nel 2025, interrogato sull’intercettazione con Gallo (“Enrico non deve saperlo”), Calamucci sostiene che lo avesse detto per non essere sommerso di richieste da Pazzali. Ma la versione cambia di nuovo pochi mesi dopo, nel confronto con Pazzali davanti ai pm, quando Calamucci afferma che a Pazzali veniva nascosta solo la velocità di accesso alle banche dati. Insomma, tutto e il contrario di tutto.
Lo stesso vale per la questione delle presunte richieste ricevute da Pazzali di svolgere accessi abusivi: ai pm Calamucci dice prima “una volta sola”, poi “più di una volta”, infine indica due richieste. Il numero cresce senza che però emergano episodi verificabili.
Insomma, dagli atti emerge tutta la tendenza di Calamucci a fornire dichiarazioni false, inventare persone e reti, gonfiare i numeri degli accessi alle banche dati e fabbricare conversazioni. Eppure la sua legale, l’avvocato Antonella Augimeri (nota nell’ambiente milanese per aver assistito sia Gallo, prima della sua morte improvvisa, sia numerose persone coinvolte in indagini di ’ndrangheta fin dagli anni 90), è riuscita a ottenere l’ok dei pm al patteggiamento a una pena molto bassa rispetto alle imputazioni e persino la speciale attenuante di aver collaborato alle indagini. Sarà il giudice ora a decidere se accogliere la richiesta. Resta da capire come si possa premiare la collaborazione di chi ha dimostrato di saper mentire con tanta disinvoltura. Forse ciò che importa è soltanto accusare altre persone (come ai tempi di Mani Pulite)?
Ermes Antonucci